Silvia Vecchini

“SCACCIAPENSIERI. poesia che colora i giorni neri”. Recensione

scacciapensieri-copertina

SCACCIAPENSIERI
poesia che colora i giorni neri

a cura di
Dome Bulfaro, Anna Castellari, Simona Cesana, Patrizia Gioia
illustrazioni
Deka (Claudio Decataldo)
Edizioni Mille Gru 2015, € 16; www.poesiapresente.it

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14 poeti, 7 medicine e una medicina speciale che sono anche le sezioni del libro; 64 poesie e tante immagini: questa è la ricetta dell’antologia Scacciapensieri edita da Mille Gru. Un volume prezioso, con istruzioni, versi e opere colorate (a cura di Deka) che trasformano un genere letterario in “cibo mentale in grado di curare”. Un volume di poetry theraphy per bambini dagli otto anni in su e del tutto inedito, in cui ogni voce sceglie con attenzione le parole, le dosa, e fornisce la propria idea di poesia come terapia. Alberto Casiraghy, Azzurra D’Agostino, Bruno Togliolini Chiara Carminati, Dome Bulfaro, Donatella Bisutti, Francesca Matteoni, Giusi Quarenghi, Marilena Renda, Patrizia Gioia, Roberto Piumini, Silvia Salvagnini, Silvia Vecchini e Vivian Lamarque si misurano con un invito non facile, un’operazione che potrebbe apparire così detta forse fuorviante perché, se di poesia scritta per i più piccoli ne conosciamo (Piumini è solo uno dei tanti esempi possibili), la poesia per “colorare i giorni neri” così declinata è cosa nuova, e stupisce. Questi poeti pare scrivano senza – o quasi mai – staccare l’orecchio dalla rima, una rima che cura nei giorni e che, proprio per la sua efficacia fonica ricorda ciò che durante l’infanzia si dovrebbe conoscere, ossia filastrocche e canti, ma anche Aforismi (cui qui è dedicata un’intera sezione “speciale” a cura di Alberto Casiraghy). Questo libro, tuttavia, si “fa” soprattutto di piccole storie, brevi trame in cui la poesia è il filo, genere eletto, propriamente riconoscibile perché ogni autore accorda il tema o i temi, dando loro corpo attraverso una struttura poetica. Ed ecco quindi che Amore (la più importante), Dialogo, Risata, Stupore, Natura, Tempo e Armonia diventano parole guida di un percorso. Il “bugiardino” ricorda come fruire delle poesie e quando, ma anche perché, in quale situazione; in quali momenti cioè sapersi servire della parola per alleggerire un certo peso del vivere. La formula pare “adulta” e, a conti fatti, lo è: perché questi testi non si rivolgono a chi è piccolo con parole “facilitate”, anzi: i poeti parlano una lingua adulta e mai semplificata che armonizza quindi due realtà, quella poetica e la realtà della vita.

© Alessandra Trevisan

Francesca Matteoni
Neve nel tuo paesaggio sono sola

Neve nel tuo paesaggio sono sola.
Osservo chi è sepolto nel tuo petto
la traccia della gioia, il mio dolore.
Dolore addormentato come un figlio.
Sei un corpo tutto chiaro di memoria.

*

Giusi Quarenghi
Ascoltami inverno

Ascoltami
inverno
non sognarti di entrare
Mi piaci sui rami
sdraiato nel cielo
disteso sul mare
seduto nel prato ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Se bussi sui vetri
ti soffio sul naso
Se suoni alla porta
non ti aprirò
Ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Però aspettami fuori
Non andare lontano
Adesso esco io
Possiamo giocare
Mi piace trovarti
Sull’uscio di casa
sentir sulla faccia
le tue dita gelate ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro
Qui dentro è il mio cuore

Da E sulle case il cielo, Topipittori, Milano 2007

*

Bruno Togliolini
Filastrocca dei mutamenti

“Aiuto, sto cambiando! – disse il ghiaccio
Sto diventando acqua, come faccio?
Acqua che fugge nel suo gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci sono io!”
Ma il sole disse: “Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto i raggi miei
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri
E poi lasciati andare a ciò che sei”
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento
Non ebbe più paura di cambiare
E un giorno disse: “Il sale che io sento
Mi dice che sto diventando mare
E mare sia. Perché ho capito, adesso
Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”

In Filastrocche della Melevisione, Carlo Gallucci Editore, Roma, 2011

*

Donatella Bisutti
La spina

Ti fa male? Ti ho punto?
Sono la rosa e ogni rosa,
sai, ha delle spine.
No, non sono cattiva,
mi difendo.
Tu volevi cogliermi
soffocando il mio gambo nel sudore
della tua mano,
o mettermi in un vaso a morire
nel freddo del cristallo.
No, neanche tu sei cattivo, lo so,
perdonami se ti ho punto,
volevi prendermi perché sono bella
ma devi imparare in tempo che
la bellezza ha sempre le sue spine.

Silvia Vecchini – La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

sampa 2013 - foto gianni montieri

sampa 2013 – foto gianni montieri

 

La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

 

Per via di un parto difficile e di una manovra fatta con uno strumento dal nome sinistro che mi avrebbe perseguitata per tutta la vita, il “forcipe”, sono nata con un problema di strabismo agli occhi. Questo non fu chiaro fin quando non ebbi compiuto due anni. Uno dei miei primi ricordi risale ad allora. Sono in spiaggia con i miei genitori e sto giocando con la sabbia, quando uno ad uno vengono a radunarsi lentamente intorno a me dei bambini che si mettono in cerchio, se ne stanno lì e mi fissano, tra l’incredulo e il divertito, e mentre passano altri bambini li chiamano con un gesto puntando il dito verso di me. Mia madre scoppia in lacrime, corre a prendermi per mano e mi porta via urlando tra i singhiozzi ai bambini: “lasciatela in pace, è solo strabica”. Il fatto è che dovevo essere davvero buffa da guardare, i miei occhietti erano proprio storti, si giravano completamente in dentro, verso il naso, senza che io potessi farci niente.

Da quel giorno “strabica” divenne una delle mie parole strane. Sono strabica. Lo dicevo a tutti, quasi come fosse un vanto. E anche per farmi dare un po’ di tregua, insomma, lasciatemi in pace, non lo vedete che sono strabica.  Io a quel tempo non sapevo assolutamente che diavolo volesse dire. Sapevo che ero strabica. Che era una cosa mia, che mi apparteneva. Come Silvia, era come un mio altro nome.

Più tardi iniziai ad accompagnare la parola “strabica” con quell’altra parola strana, “forcipe”. Ascoltavo spesso mia madre raccontare questa storia del mio parto difficile ad altre persone. Lei diceva che mi avevano tirato fuori con il forcipe, per quello ero strabica. Ma da dove mi avevano tirato fuori? E che collegamento poteva esserci con i miei poveri occhi girati? Non lo sapevo. Non l’avrei saputo per un sacco di tempo. Il primo forcipe lo vidi solo moltissimi anni dopo, nello studio di una ginecologa. Era in una vetrinetta insieme ad altri oggetti che sembravano strumenti di tortura medievale. Solo quel giorno riuscii finalmente a comprendere il significato di quella  parola strana che avevo ripetuto per anni.

Mi piacevano davvero un sacco quelle parole strane degli adulti che non capivo, me le facevo ripetere, le masticavo nella mente e gli davo un significato tutto mio.

Mio padre tutte le sere prima di andare a letto mi leggeva la mia fiaba preferita: Cappuccetto Rosso, ero talmente invasata che la ricordavo a memoria, perfino il momento in cui doveva girare pagina, e glielo dicevo. C’era una frase del lupo vestito da nonnina che mi faceva restare di sasso: Tira il paletto ed entra, disse il lupo guardandola con cupidigia. La “cupidigia”, chissà cos’era. Non me lo feci mai spiegare. Non ero molto interessata alle spiegazioni delle parole. Non mi interessava sapere cosa volessero dire. Preferivo usarle quando mi andava. Così per me guardare con cupidigia era diventato “guardare con un’amica strana”. La cupidigia doveva essere nascosta nel letto con il lupo travestito da nonnina. Forse la cupidigia era nascosta anche nel mio letto mentre mio padre mi leggeva Cappuccetto Rosso. Chissà perché la cosa non mi faceva paura.

Non tutte le parole strane erano innocue, però. Certe erano spaventose. Mia madre che mi sgridava e mi diceva che avevo “torto marcio” mi faceva venire i brividi, per esempio. Per me il tortomarcio era una parola unica, era un mostro a cinque teste, nero e cattivo. E io ce l’avevo dentro quando facevo la birichina. Non so spiegare come ma poi il mostro se ne andava. Non potevo avercelo dentro tutto il tempo. Diciamo che dopo un po’ si stufava e mi lasciava in pace. A volte dopo quelle sgridate mi mettevo a piangere da sola nel mio letto. E piangevo finché non diventava buio. E quando diventava buio arrivava mio padre dal lavoro ed entrava in camera mia, e io ero esausta ma dovevo raccontargli quello che avevo combinato perché mia madre voleva così. E lui mi dava un bacio lo stesso, anche se ero stata molto cattiva, e accendeva l’abat-jour. Ecco, diciamo che ero sicura che il tortomarcio se n’era definitivamente andato quando mio padre faceva click.

Altre volte, alla fine di una discussione estenuante, dopo aver tirato fuori questo tortomarcio, mia madre mi suggeriva anche di farmi un “esame di coscienza”. Per me l’esame di coscienza era il peggiore dei compiti in classe, avevo solo mezz’ora di tempo per farlo, e c’erano delle domande veramente difficili a cui non sapevo rispondere ma dovevo consegnarlo in tempo altrimenti avrei avuto una brutta punizione.

Quando ripenso a queste parole strane mi viene molta nostalgia. Non sono più parole solo mie. E non riesco più a giocarci come prima. Adesso non mi invento più un significato diverso per quelle che non conosco. Le vado a cercare. Ora non sono più strabica. Mi hanno operato agli occhi e mi è rimasto solo quello che il mio oculista descrive come uno strabismo di Venere che è molto attraente. Perché dice che è una leggera imperfezione dello sguardo che attira molto l’attenzione. Sì, lo so benissimo. Ho avuto per anni orde di bambini scemi che passavano il tempo a fissarmi. Adesso so benissimo cos’è lo strabismo, e ho anche visto un forcipe in carne e ossa. Adesso mi faccio da sola degli esami di coscienza, devo dire che ci metto anche più di mezz’ora. Adesso sono io che dico agli altri quando hanno torto marcio, lo dico anche a mia madre con una certa rivincita, ma, ecco, non è più così divertente.

©Silvia Vecchini