Silvia Rosa

Silvia Rosa – SoloMinuscolaScrittura (recensione)

silvia rosa

Le nude parole della poesia

La poesia è occasione di attesa, è descrivere un qualcosa che precede l’attimo, il “prima”di un accadimento; descrivendo quel prima il poeta sposta il punto di osservazione sul tempo della speranza. Il poeta, così facendo, narra istanti colmati da riflessioni e densi stati d’animo. Queste attese in tal senso luccicano più dell’evento stesso e producono un silenzio che si cala fino a raggiungere la parte più profonda di sé. La parola diventa quindi contenitore svuotato e poi riempito delle proprie verità, imperfette ma proprio per questo autentiche. Ce lo dice Silvia Rosa nella sua recentissima raccolta poetica SoloMinuscolaScrittura, edito da La Vita Felice, con una bella presentazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, poeta e critico letterario molto sensibile alla poesia giovane.

Parto dal titolo, già indizio rivelatore. Perché SoloMinuscolaScritturache potrebbe rievocare nell’immaginario noto i messaggini? In realtà mi sentirei di definirlo, a mio parere, un calembour volutoche sottintende una modalità di scrittura sintetica e libera dalla versificazione dell’accapo,la cui punteggiatura esprime un movimento cangiante. I testi poetici, raccolti in piccoli blocchi di prosa, vogliono proporsi come poesie da microracconto, microcosmi di sentimenti, da qui il motivo della minuscolascrittura. Squarotti definisce la sua poetica inquieta; a questa inquietudine Silvia aggiunge una brama di aderire alla vita, immedesimandosi nei ritmi e nella scansione dei giorni. C’è un motivo troppo forte, una specie di sentiero, una presa di direzione che l’autrice ciracconta man mano che percorriamo e sostiamo fra le virgole e le parentesi,tentando di sondarne la parte più sotterranea. Si diceva l’attesa. Nell’attesa c’è tutto: non solo il silenzio («io non sfuggo il silenzio» in sms#11), il desiderio di immedesimazione («il mio respiro […] un alito di nuvole» in sms #6), i motivi di una gioia improvvisa o le ombre di un dolore («[quando l’amore si ama amando e smette di essere un esercizio d’infinite attese e disciplina] in sms #9); c’è una richiesta di sapere per comprendere e comprendersi («scavare nei pensieri una radice robusta» in sms # 15), il fremere per una risposta («ma tua concedimi un’eccezione, fra le pieghe delle parole» in sms #17). È un dialogo con sé stessa che non risparmia istanti di passionale sincerità («avrei bisogno […] di coprirmi con le tue carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo sguardo» in sms #29).

La raccolta divide quindi le fasi di un sentire: una solitudine rappresentata dalla ripetizione della negazione lungo la prima parte («conto un milione di no per arrivare a sera») che spera diventi plurale nella seconda parte («all’origine di (un) noi – possibile»)e si conclude come rendiconto di un’esperienza di perdita («fiutando stelle, che mi pesano in grembo, e cadono ad una ad una nel vuoto della tua assenza»).

Se dovessi identificare una parte di un blocco poetico o anche un verso che rappresenti la raccolta, mi sentirei di ritrovarlo nel blocco sms #2 dove la poetessa scende«nell’ansa nuda di parole». Insomma Silvia Rosa tenta la via dello svelamento, fornire una pennellata che non aggiunga parole su parole, ma lasci parlare l’immagine nella sua nettezza. Di fatti l’aggettivo ‘nudo’ ricorre a più riprese nella raccolta, quasi a sottolineare la purezza e la lucidità della sua visione.

Nella poetica di Silvia Rosa è possibile trovare l’espressione di una scrittura delicata e sofferta, un’innocenza emotiva che evita gli azzardi di certi sperimentalismi pindarici e anela a restituire alla poesia un suo dettato di trasparenza.

(c) Davide Zizza

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sms #2

che silenzi mi si incollano addosso, a volte. non di
quelli che ripassi con le dita e si scaldano dove il
sangue preme più forte. ai miei silenzi mancano
gesti, è un esercizio a denti stretti questo
precipitare nell’ansa nuda di parole – ma tanto
dico sempre le stesse cose –, senza mani e oggetti e
uno sguardo uno da raccogliere per esserci di colpo
corpo a corpo mi assottiglio per passare la fessura
delle labbra e invece resto [muta immobile]
mi confondo col bianco sporco delle pareti dei miei
occhi e al centro, al centro nero lupo braccato
che dilata il passo tra battiti d’eco fuggendo – sto(p) –

sms #29

fa così freddo, qui. avrei bisogno di starti addosso,
rannicchiarmi nel tuo respiro, coprirmi con le tue
carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo
sguardo – azzurrissimo [la mia voce è cenere
sottile, parole spente tra i denti nessun sorriso
impasto amaro di lettere stanche da mandar giù,
tiritera interrotta interferente di pensieri triti
trullallà]

sms #35

in certe notti insonni le mani sono occhi chiusi che
si offrono al buio, che si spalancano dentro e di
vuoto. e le dita, le dita sono quelle parole che pensi
smarrite, e invece sono così tue che ti scrivono il
corpo di incubi. liberale. ferisci il candore delle
pagine. non lasciare al nero d’inchiostro – che si
incolla ai tuoi polsi legandoti – lo spazio che
reclama tiepida di vita la tua pelle

sms #45

tramonto. lampi che irrompono tra cielo e madre,
la compostezza griogiovattata delle nuvole,
scariche viola prugna, elettriche, un tuono rapido.
pensieri blu a gocce, inceppati in un piccolo vortice di vento.
sembra dica il tuo nome, e poi un’acquadolce sulla pelle. è tutto

Un messaggio – altro- tra gli sfigati: di Silvia Rosa

“Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”. Ok. Sì. In quanto “sfigata” e dunque con cognizione di causa, Egregio Dott. Martone, Le scrivo qualche pensiero, che tanto non leggerà mai, infatti lo scrivo a me stessa, più che altro, perché dopodomani mi laureo – speriamo – e di anni ne ho 35. E tutto sommato ho deciso che di questa cosa voglio essere felice, come di tante altre che ho portato a termine, anche se non corrispondono o non soddisfano le richieste numerose e pressanti che dall’esterno mi giungono (da che ho memoria) a conformarmi a certi percorsi e logiche, ad essere efficiente, in linea con quanto converrebbe – fare/essere – secondo la mia età anagrafica, il mio sesso, la mia posizione sociale, il mio colore di capelli e compagnia bella.
Dunque, ogni essere umano dovrebbe poter seguire un proprio originale e autentico percorso di vita, per cui ad esempio può capitargli, come è capitato a me, che a 17 anni lasci gli studi e se ne vada a lavorare, si diplomi a 25 e decida di frequentare l’università a 30. Mi sono rotta di sentirmi ripetere che cosa si deve fare ed entro quando: a 18 ti diplomi, a 25 ti laurei, poi lavori poi ti sposi, poi sforni figli, poi, poi, poi…altrimenti non vai bene, altrimenti sei fuori, altrimenti sei uno “sfigato”, un disadattato, uno che non avrà mai successo. Guardi Egregio Martone, mi sono rotta perché in fondo ho sempre creduto a questa cosa qui, sentendomi di conseguenza sempre sbagliata, visto che nella mia vita non ho seguito le tappe prestabilite (ma poi molte persone, a differenza mia, non è che non vogliano seguirle, proprio non possono). Ma prestabilite da chi, queste tappe? Da chi pensa gli individui come oggetti, pezzi di ricambio di un sistema economico e culturale che imbriglia la volontà e i desideri e li piega ai bisogni del sistema stesso, affinché il sistema si riproduca e si mantenga intatto nella sua perfetta algida efficienza. Io penso che se un “messaggio” debba passare ai giovani (che poi chi sono i giovani? Io mi sono rotta pure delle categorie, delle etichette… i “messaggi” sono per tutti, del resto mi scusi, Martone Egregio, i giovani prima di prender decisioni autonome non crescono con adulti che trasmettono loro contenuti fondamentali?), dicevo che se un “messaggio” deve passare, forse, a mio modestissimo e sfigato parere, è che bisogna impegnarsi in quel che si fa, sognare e desiderare, cambiare strada mille volte mentre si cerca di dare una direzione autentica alla propria esistenza, e che il successo non conta se non si è in grado di dare un senso al proprio esistere. È tutto fluido intorno a noi, questa stramaledetta post-contemporaneità non ha un punto di riferimento stabile che sia uno, è tutto flessibilità, cambiamento…però che cazzo, tu devi sempre avere le idee ben chiare, seguire obiettivi (prestabiliti), andare avanti velocissimo verso la meta (prestabilita). Se no sei uno che non ce la può fare.
Egregio Martone, io non ho la più pallida idea di che cosa farò dopo venerdì. Vorrei lavorare (pure se sono troppo vecchia per il mercato del lavoro), e magari fra qualche anno, se potrò permettermelo, vorrei riprendere gli studi – un’altra laurea, chissà, mi piacerebbe – , e vorrei con tutto il cuore scrivere… Non so che cosa mi riuscirà di fare sul serio, ma da adesso in poi voglio vivere me stessa senza sentire che non valgo abbastanza perché qualcuno (soprattutto io) mi giudica in base a quello che ho fatto in ritardo o che non ho fatto, che non sono e che forse non sarò mai, perdendo di me tutto quello che invece sto tentando di realizzare e di essere. Credo che la vera fortuna stia tutta qui.
La saluto e La ringrazio anche, perché alla mia veneranda età non mi pareva tanto bello festeggiare la mia laurea, cioè, mi sentivo in imbarazzo, ma poi Lei mi ha fatto un po’ incazzare, Lei e tutta una serie di persone che giudicano secondo stereotipi coi loro bei “messaggi” delle balle, e adesso mi è cresciuta dentro una strana felicità, e io, “sfigata” o no, di aver studiato, quale che sia la mia età, e anche se non servirà (a) niente e nessuno, son contenta. Oh.

LE TOUCHER (eros arte e scrittura) – Il reading

POETARUM SILVA – IL READING – REGGIO EMILIA

 

è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

Per acquistare il libro

qui

 

http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

Per acquistare il libro

qui

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

Per acquistare il libro

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http://www.lietocolle.info/it/rosa_silvia_di_sole_voci.html 

 

Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru) 

Silvia Rosa – DI SOLE VOCI

 

 

LABIRINTO

 E non ne esco
da questo labirinto
fosco di pensieri

mi si dissolve il corpo
in sguardi tremuli
che ricadono nell’occhio

e non vedono
che il riverbero convulso della pelle
quando si snuda

lentamente
da ogni buio sgraffio
e veste inerme

il velo lucido fecondo
dell’essere
-me stessa-

fino all'(e)stremo
sul precipizio del Mondo
-oscena- tesa

una vertigine di Luce
accesa
nella carne.

 

 COME UN SEGNO NERO A MARGINE

 

 Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato. 

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