Sillabari

Di stanza in stanza. Per una lettura di Carlo Tosetti #Wunderkammer

tosetti poetarum

copyright Antonio Lillo

Di stanza in stanza
Per una lettura di Carlo Tosetti, Wunderkammer

a cura di © Paolo Steffan

Premessa
Abito in un luogo percorso da una importante strada statale, che nel dialetto locale viene chiamata però provincial o provinzhal, a seconda della zona o dell’anzianità dei parlanti, e che, per la portata e la velocità dei mezzi, è tutto un cimitero di porcospini, tra rotatoria e altra rotatoria.1 Pochi chilometri a nord del suo tragitto, nella vallata di Pieve di Soligo, viveva Andrea Zanzotto, il poeta più climatico che abbiamo avuto, con la sua meteoropatia che ha condizionato moltissime pagine della sua opera (da Meteo, ai Misteri climatici, a Il vero tema).2 Abito infine a poca strada dalle Prealpi, che mutano di colore al cambiare della vegetazione, con un prevalere del rosso bruciato delle foglie dei castagni, colpiti da un male che sta disseccandone la linfa vitale, fino a una tragica morte cantata nei versi alti e nodosi di Cecchinel (La vozhe del castegnèr cròt).3

Artificialia I: camera delle meraviglie e dei ricordi
Ecco perché, quando ho aperto Wunderkammer di Carlo Tosetti,4 ho sentito di trovarmi in una camera accogliente e famigliare, vicina, malgrado la sua sia poesia colta, che fin dal titolo e dalle due introduzioni in prosa (quella di Antonio Lillo e la sua) ci condiziona nel senso di un allontanamento, verso un mondo antico e nordico: «stanze chiuse, accessibili a cerchie assai ristrette di affiliati che, o per ceto e cultura, o per sensibilità, avrebbero potuto penetrarne l’intimo mistero e condividere la gioia che procurava loro esclusivo possesso».5 La vicinanza cui alludevo è quella del primo testo in versi: La provinciale.

Rotola un riccio sulla provinciale,
balugina sfatta la foglia
macerata nel guazzo
e quest’anno i castagni
li si mormora sterili.
L’umido s’agglutina
dolcemente alle ossa,
il fiato tuo defluisce
in un rivolo fino alla falda
e berremo noi l’inverno,
tutto a primavera.6 (altro…)

proSabato: Cesare Garboli #1, da “Vita di Parise”

pianura-proibita

proSabato: da Vita di Parise di Cesare Garboli

[…] nei momenti di maggior estetismo fine-secolo (l’altro, quello scorso) era luogo comune la vita come arte; oggi, alla fine di questo, il dopo-Barthes e il dopo-semiologia impongono (forse con meno cafoneria) la vita come testo.
Tra noi, a partire dal secondo dopoguerra, un’esistenza ad altissimo tasso semiotico (dopo quella, naturalmente, di Delfini) è stata, nella sua rapida combustione, la vita di Parise. Accendere e spegnere le luci di questa vita non sarebbe un saggio da poco. Parise non è uno scrittore di realtà eventuali, uno scrittore, per intenderci, il cui linguaggio, come avviene di regola nel Novecento, sia in concorrenza con la realtà; al contrario, è uno scrittore razionalista, illuminista, «giornalista»: dunque uno scrittore di tradizione. E tuttavia, Parise è uno scrittore ribelle, al quale la tradizione serve solo per consumare sistematiche trasgressioni. Inoltre, la vita stessa di Parise è un campione letterario: avventurosa, imprevedibile, capricciosa, ricca di modelli, inesausta nella sua sete di viaggio e di conoscenza, essa si presenta in un disordine che non è altro che l’assestarsi di una forma (tragica). Le linee confuse e intrecciate, le sinuosità, le bizzarrie, le scoperte, i tempi stretti o dilatati come capitoli che si aprono inattesi o aspettati, vi si compongono con la coerenza stupefacente che possiedono non solo i testi letterari, ma, nel loro decorso obbligato, i grandi equivalenti di un testo, le malattie. Più di qualunque altro scrittore che ci sia stato contemporaneo, la vita di Parise chiede di essere interrogata e, nel suo processo patologico, propone, grida la sua ermeneutica. Quali ne sono le «chiavi»?
Ci sono alcuni nuclei tematici che s’irradiano, dai libri di Parise e, come si dice oggi, interagiscono tra vita e opere, condizionandosi a vicenda. Mi limiterò a citarne due o tre fra i più evidenti. In primo luogo, il successo. […] Parise è stato sommerso dal successo, che si è impossessato di lui quando era poco più di un ragazzo. Un successo schietto, vero, poetico; il successo che premia non le faticose trame per conquistarlo, ma la distrazione, la sventatezza della gioventù, che non si aspetta il successo, ma lo sogna, come tutti sogniamo (o abbiamo sognato) di stringere tra le braccia Rita Hayworth o di baciare le labbra inarrivabili di Greta Garbo. Se questi sogni si realizzano, il loro magico avverarsi fa conoscere non la gioia del successo, ma il suo destino di solitudine, la sua inguaribile malinconia, quella speciale tristezza che è dei vincenti (di Achille), per i quali il trionfo è un segnale misto, negativo, uno squillo funebre, un ponte gettato verso il mondo dei morti e non dei vivi. Parise ha conosciuto la malinconia del successo perché ha saputo e imparato troppo presto, troppo presto, che il successo surroga, ma non sostituisce, tutto ciò che la vita non darà mai. Il successo deprime, o corrompe, o «porta male», perché fa vedere la vanità. […]
C’è un altro tema più nascosto, più drammatico, che percorre come un verme […] l’opera di Goffredo. È un tema duplice: la nascita illegittima e la conquista dello stile. Questi due temi si susseguono, si accavallano come due frasi intrecciate, esposte, contrappuntate in una stessa fuga. Per chiarire il loro nesso mi servirò di un ricordo personale. Un giorno, quindici o sedici anni fa, Parise mi comunicò che mi avrebbe regalato un paio di scarpe inglesi, marca Saxon. […] ci incontrammo a via Frattina [a Roma]. Entrammo nel negozio. Anzi, che dico, Parise mi spinse dentro, parlottò col commesso, scelse le scarpe, le esaminò, assistette alla prova, e pagò con evidente soddisfazione.
Il senso di questo episodio è abbastanza chiaro. Esso riflette un complesso, o una sindrome, di paternità frustrata o negata […] Intanto io avevo acconsentito alla cerimonia nell’oscura certezza che Parise aveva bisogno di un rituale inventato molto di più di quanto non avessi bisogno io di un paio di scarpe nuove. Bisogna dunque rifarsi non al regalo ma alla sua natura […] Parise mi affiliava a una società ideale […] [che] aveva evidenti connotati aristocratici o alto-borghesi di benessere, tradizione, agio, comodità; una società dove tutti si salutano, si riconoscono, leggono lo stesso giornale, frequentano lo stesso circolo […] Di questa società immaginaria […] Parise mi elesse, quel giorno, membro onorario.
Si sarà allora capito che cos’era, per Parise, lo stile. […] Parise non mi regalava ciò che non si ha o non si è avuto, ma ciò che egli aveva conquistato e poteva ormai abbandonare agli altri. Si regala forse ciò che non si ha, ma si possiede veramente ciò che si abbandona nelle mani (nel mio caso nei piedi) degli altri. Lo stile narrativo del Sillabario, l’ultimo libro di Parise e il suo capolavoro, è il possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre. […] Parise vi distilla la pietra filosofale del raccontare. Ma non racconta, fa qualcosa di più. Invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo. Si pensa, per un istante, a uno stile di rimpianto e di congedo. Ma non è così. Il rimpianto è reso più acuto, non si sa come, dal suo contrario, dalla sazietà e dall’indifferenza.

(altro…)

Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Goffredo Parise nel trentennale della morte

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Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Con l’autorizzazione di Giosetta Fioroni e la postfazione di Silvio Perrella, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2016, € 4,00

Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapolo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto dell’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.
Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre deludenti: del resto era ricco.

da Obbedienza, p. 11

Un breve volume che comprende tre voci mancanti da Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2, quello uscito di recente per le edizioni Via del Vento e con cui desideriamo ricordare Parise nel trentennale della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Benessere Borghesia, Obbedienza e Politica, i racconti non compresi nelle due opere citate (più tardi riunite in un unico tomo mondadoriano), sono qui presentati come “non aventi il diritto di” essere annoverati tra quelli cui l’autore riconosceva le qualità degli “inclusi”, chiamati all’appello dalla “poesia” nella famosa nota introduttiva parisiana: «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla lettera Z. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»
È Silvio Perrella, in Borghesia, a ritracciare il quadro entro cui queste tre voci si innestano e cui rispondono, che si può riassumere in questi termini: da un lato si ha il dialogo con il «Corriere della Sera», su cui comparvero tra il 1971 e il 1978, e la continuità che Parise scrittore creerà su quelle pagine con le rubriche da lui stesso curate e con gli articoli che poi forniranno l’occasione d’essere raccolti in altri volumi; su tutti è forse L’eleganza è frigida − come sottolinea Perrella − ad essere emblematico di un tempo e di un luogo scorciati dall’alto − l’Italia −, da quella che ancora Perrella citando Raffaele Manica ha definito «una grande distanza». Il libro che raccoglie i pezzi sul Giappone − siamo nel 1982, lo ricordiamo anche qui − concede la possibilità di introdurre l’altra nota che caratterizza Borghesia, ossia il rapporto con la storia negli Anni di Piombo e nel dopo Moro, sempre omessi dalla narrazione parisiana per necessità di sguardo, per volere di una responsabilità altra e più personale, quella nei confronti della poesia appunto e della scrittura che − ancora Perrella afferma − crea similitudini con le necessità scrittorie di Pier Paolo Pasolini, che moriva durante la stesura dei Sillabari. La storia degli anni Settanta è ‘lontana’ dal quel vedere ma vicina al guardare dello scrittore veneto, che non cerca un’adesione al presente: tenta un distacco e soprattuto una demistificazione del passato, del Ventennio e della guerra, come più volte farà (ad esempio qui). (altro…)

Goffredo Parise: poesie

parise3Pubblico oggi alcuni testi di uno scrittore da rileggere, con un breve e non esaustivo cappello, ma che ci dice qualcosa su di essi, per una più agile lettura. Goffredo Parise (1929-1986) è stato un autore molto importante per il secondo Novecento italiano, e si è occupato per la maggior parte della sua vita di prosa. Ancora oggi è ricordato per i Sillabari, editi nel 1972 e nell’82 (con cui vinse il Premio Strega); brevi racconti sui sentimenti umani, ad opera di uno scrittore attento alla lingua e al linguaggio, con sensibilità poetica, intesa – anche – come “giustizia” nei confronti della parola. Però Parise già nel ’51, quando pubblicava Il ragazzo morto e le comete (Neri Pozza, 1951; Torino, Einaudi, 1972; Milano, Adelphi, 2006), suo primo romanzo, dichiarava che la poesia non era cosa per lui perché durante gli studi s’era imbattuto in Carducci, che l’aveva tenuto distante da questo genere letterario. Prima di morire tuttavia, ha scritto poesie. Alcune di esse le leggiamo qui oggi; la selezione comprende anche un frammento da I movimenti remoti del 1948 (pubblicato da Fandango, Roma, 2007), di molto precedente alle liriche che seguono, ma che si rivela vicino invece alle prime opere dello scrittore veneto.
parise7Nel 1989 Cesare Garboli pubblica una recensione su «Mercurio», supplemento di «La Repubblica», in cui stronca le liriche di Parise, etichettandole come oscene, “testi-limite”, svuotati di senso poetico. In realtà questi testi si legano letterariamente e per temi alla prosa di Sillabario n.2, e all’ultima produzione, anche alla saggistica e alla scrittura giornalistica: Parise è stato reporter di guerra, in Vietnam e Indocina e ne ha scritto in Guerre politiche (Einaudi 1976 e Adelphi 2007); Parise ha guardato il mondo post Sessantotto con gli occhi di un autore a cui mancano i punti di riferimento e che riversa nella sue opere le cifre di un mondo che cambia. Ma queste liriche richiamano alla memoria un senso di fine che c’è anche nella poesia di Lalla Romano e nel suo Diario ultimo (Einaudi, 2001), in cui i ricordi dolorosi emergono nel momento della malattia e della cecità – che affliggeva anche Parise -. Dice bene Dalila Colucci, in quest’articolo che aiuta ad orientare la lettura dei testi: «il linguaggio di Parise, seppur nella frammentarietà, è stratificato, eccezionale, fatto di prestiti da lingue straniere, neologismi, che fan parte del linguaggio della prosa già. Queste poesie-non poesie (tornando alla lettura di Garboli), son costruite su forme ellittiche sia nella lingua sia nella metrica e la loro lettura presuppone un lettore che sia il doppio dell’autore». L’analogia di significati sfugge, è sfocata; «il montaggio è jazzistico», lontano dalla poesia italiana e probabilmente si nutre della forma di altre lingue (forse l’inglese). Non si afferra il senso ad una prima lettura: si deve entrare in queste poesie pensando ai richiami e rimandi di prosa, alla eco che hanno con altre opere, poiché in quel tessuto stanno. Per un scoperta o una rilettura, in attesa di leggere un’analisi critica più ampia.*

© Alessandra Trevisan

*

Dove andiamo?
Dove ci porta l’inquieta atmosfera?
nei giorni di pioggia,
nei giorni di burrasca,
quando le umide orbite
anch’esse stillano,
stravolte, illuminate,
nel cuore dei temporali?
quando le persistenti litanie
sbattute dagli scrosci violenti
si frantumano
in mille solitari richiami?

[da I movimenti remoti, 1948.]

*

Pareva questione di un attimo
afferrare il bandolo
invece
di colpo
fu troppo tardi
come animali
non restava che
attendere il gas.
Ma quanto lunga l’attesa
quasi quanto il bandolo
e non sentivi
che il sibilo era già
cominciato da tempo.

30.3.86

*

Rabbino

Nel fumogeno antro
di terza classe
prese posto un uomo
con abiti e cappello nero
barba e riccioli di fiamma
ai viaggiatori volle
imporre discrimine?
Nessuno può dirlo
ma a chi attaccò bottone
l’uomo rispose
no hay de Kabbalar

Più tardi aprì una fessura
della sua borsa nera
da medico
per cavare un untume kosher

Fu un attimo
un bambino vide brillare
all’interno
bisturi e pinze.

2.4.86

*

I tamponi poco chiari
inzeppano i culs de sac
del canale sotto bassi archi
di case ex patrizie
e stillicidio di fogne:
promenades di losche tope.
È questo il destino
della pigrizia
Dove non è piacere
è mestizia.

4.4.86

*

Fu il ramarro e non tu
smunta formica
a udire le sirene

Chi lo vide Ulisse?
forse l’occhio del polipo
attratto dalla luna

ma fauna d’acqua
ne udì la chiglia
per sentito dire.

22.4.86

*

Il pneuma è ostico
il gurgo impossibile
per eccesso di specialità
gastrotecnica

Qualcuno ex muratore
o maestro di scuola
ha deciso
che l’umanità
deve sfoltire
i radi capelli
o lasciarne altri, più folti
da sfoltire a loro volta

L’uomo non è che tricot
dove la viltà si addensa
per un minuto di più
di miserabile vita
come non toccasse anche a loro
agli ex muratori
che in buona salute
covavano cenere
sotto la brace

Non è più tempo dei più
i meno giocano la partita
fino alla coppia fatale
della scala reale
Dollaro o rublo
annullano il fixing
nel cinerario finale

Vale.

8.5.86

*

Trecentomila o muori
messaggia tua madre
ottuagenaria e cieca
platinata croupier
nel gioco della vita
ne sa ben più di te

devi obbedire
alle ore contate
dalla longeva megera

chi più di lei
conosce il tuo quid
l’ovulo è marcio
già da gran tempo
non è certo
questo di primavera
vento
a farlo rifiorire

Ma il gioco è corto
e l’orto non farà in tempo
a dare i suoi frutti
prima che tu abbia dato i tuoi

Come vediamo si tratta
della cifra del vivere.

I0.5.86

*

Orsù Jack
animo Wladimir
alzate i fari
più alti
illuminate le uniformi
di questi vecchi Papi di pezza

Uff che polvere
che cipria
guarda quello Jack
credeva di essere un re
Uff che stracci

Non era certo così
quel danese vestito tutto di nero
non pareva nemmeno morto
Via via ragazzi
troppa polvere di storia
disinfestiamoci
presto ragazzi

Questo è ciò che fu
tuffiamoci ora nell’uranio
e che l’ombra del nero principe sia con noi.

I2.5.86

***

Non si possono leggere nel Meridiano Mondadori dedicato all’autore, ma le poesie di Parise son reperibili altrove in queste edizioni: Dieci poesie, a cura di Silvio Perrella con un disegno di Giosetta Fioroni, Milano, Rizzoli, 1997; Poesie, a cura di Silvio Perrella, Milano, Rizzoli, 1998. Una selezione è apparsa anche ne l’Almanacco dello Specchio Mondadori 2010-2011, con introduzione di Maurizio Cucchi.

*A tal proposito, si rimanda al saggio che contiene tutti i testi Nessuno crede al merlo d’acqua. Le ultime Poesie di Goffredo Parise di Dalila Colucci, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2011.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

ROMAMARA, in alcuni quadri d’autore. Ipotesi di letture multiple e suggestioni

Rome est une/ ville trop/ lourde pour son/ sol mou et /son ciel léger. Elle s’enfonce/ nous ne la voyons/ plus qu’à mi-corps./ Le spectacle du/ Forum consterne un/ esprit actif. On/ arrive trop tard dans/ la chambre; les bijoux ont/ disparu. Il ne reste que les/ malles ouvertes, les/ meubles / à la/ renverse,/ le linge/ épars,/ les/ tiroirs fracturés.*

Jean Cocteau, poliedrico autore francese nato nel 1889, animò la Belle Époque e oltre, e fu a Roma nel 1917 in compagnia di Pablo Picasso; si può presumere che quel suo autoritratto con testo, che descrive la città e l’alloggio capitolino messo a soqquadro, risalga a quel momento. La ‘città eterna’ che Cocteau vede è forse già distorta, ritorta, tutta rappresentata nella stanza claustrofobica in cui sta. «Elle s’enfonce (s’affonda, sprofonda, s’inoltra) / Nous ne la voyons plus qu’à midi-corps. / Le spectacle du / Forum consterne un / esprit actif»: Roma in Cocteau è una città piegata alla remissione, scolorita, rinunciataria, che resta nella penombra; se questo dessin risalisse al 1917, dobbiamo ricordare che siamo in un clima di Prima Guerra Mondiale, che segna una frattura insanabile con il prima, che apre al Secolo Breve in cui Roma – anche –, cambia faccia.

«Davanti a casa mia ce stava un vecchio, uno ricco, che proprio i milioni se lo magnavano. Tutto vestito a la Robespierre, baffi, bastone, me pareva er Re de Santa Calla ò… Lo sapete come l’aveva fatti i quattrini quello? All’epoca der Fascio. Mussolini viè e je dice: “Mi dovete fa’ ‘n quartiere per il popolo”, che sarebbe poi Pietrarancio. Questo qua je fa la prima casa: tutti muri maestri belli, co’ tutti i cessi… Oh, ce se poteva magnà dentro i cessi, tant’erano fatti bene… Mussolini i’ viè, je fa: “Bravo, è così che le volevo”. ‘Sto fijo de ‘na mignatta, come se n’è andato er duce, queo je fa’ solo i cessi, le case nun l’ha fatte più! Mò, quer quartiere, è tutto ‘na distesa lunga lunga de cacatori! Lo chiamano Cessonia! (ride, ride) Ah, è tutta na’ distesa brutta, tutta de catafalchi […]»

Nel 1962 Pier Paolo Pasolini gira Mamma Roma: la faccia sordida, povera della città, vista con gli occhi della prostituta ‘Mamma Roma’-Anna Magnani restituisce una dimensione primitiva, ancestrale, che pulsa nelle periferie, nella voce della gente e nel corpo degli ultimi; in pieno Boom, la Roma di Pasolini è quella di personaggi al limite, degli esclusi. La Roma di Pasolini è antitetica rispetto a quella de La noia di Alberto Moravia, del 1960, e lo è anche rispetto al luccichio felliniano dello stesso anno – certo provocatorio e che già porta in grembo la cancrena dei decenni successivi – rappresentato ne La dolce vita. Nel 1961 era uscito Accattone: le esistenze giornaliere, brutali, profondamente autentiche dei personaggi di Pasolini son anche quelle di cui parla nella poesia Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano (La religione del mio tempo, Garzanti, Milano, 1961):

Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d’una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell’ultima forma storica di Roma. […]

Del 1963 I comizi d’amore, e la morte di Jean Cocteau.

Nel 1972 Federico Fellini vuole la stessa Magnani nel suo Roma. La città, vista ai tempi della seconda guerra mondiale sino al dopo Sessantotto, è trasognata e anche erotica, sciolta nella satira e soprattutto visionaria. Nello stesso anno Goffredo Parise pubblica per Einaudi Sillabario n.1, una raccolta di racconti brevi sui sentimenti umani, sillabati nel titolo e dipanati nella prosa (editi nel Corriere nel ‘71; oggi in Adelphi Sillabari); nel 1982, Sillabario n.2 edito da Mondadori riceve il Premio Strega. Lì, l’unico racconto cittadino, riporta a Roma, ancora, una città abitata da ‘stranieri’, in cui un protagonista straniero d’animo prima che di provenienza, ripercorre di sera le tracce d’un’umanità ultima. L’aggettivo già pasoliniano riporta infatti ad osservare la discrepanza tra la città estrema tra anni ’50 e ’60 e questa Roma parisiana, investita da una luce violetta a neon, colta al crepuscolo, molto buia, che nasconde antri, vuoti, umani anche. La Roma di Parise (non più ‘caput mundi’) è popolata da immigrati africani ormai, che diventano i nuovi poveri. La potente violenza allucinatoria – perché a tutti gli effetti questa prosa suggerisce una dimensione a metà tra sogno ed allucinazione -, debitamente felliniana, “si fa” nel percorso a piedi del protagonista-senza-nome in questa Roma-morta e Roma-morte, una città trash (dove ‘trash’ sta anche per ‘spazzatura’), nel suo lerciume, nella sua sporcizia: la ‘via crucis’ che conduce al sangue (nel ’79 Parise scrive L’odore del sangue, pubblicato postumo), in cui s’inseriscono comparse – ambulanti, prostitute – è stritolata in una narcosi acustica, che ingabbia, e disorienta. Questa città multietnica, ti guarda in faccia con disagio: è schiacciata, ha un volto d’ombra. Il colore nero dell’allucinata visione, nero come il petrolio, elemento evocato da Pasolini appunto nel romanzo postumo Petrolio; il sangue, la morte inaspettata e feroce, che evoca quella del poeta friulano. C’è tanto di Pasolini e Fellini qui, perché l’ultima forma storica è anche questa città che ha le sembianze dell”urbe alla fine dell’Impero. E c’è anche la Roma-amara di Cocteau, ‘molle’, col suo cielo leggero che ‘non contiene’ o contiene male, come quella di Franco Buffoni, città-stratificata che riporta al presente, «Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria» (Roma, Parma, Guanda, 2009); una città forse già liquida.

post scriptum: questo percorso ‘di visioni’ non vuole essere né esaustivo, né giudicante nei confronti di un luogo come Roma, amato eppure molto sfaccettato; trovo interessante che le città possano essere percorse nella loro frammentarietà, come un corpo, anche ‘malato’ o distratto.

*<<Roma è una/ città troppo/ opprimente per il suo/ sole fiacco ed/ il suo cielo leggero (vaporoso)./ Sprofonda/ noi non la vediamo/ che a mezzo busto./ La vista del/ foro avvilisce una mente attiva. /Arriviamo troppo tardi nella/ camera; i gioielli son/ scomparsi. Non restano che/ i bauli aperti, i/ mobili/ riversi/ la biancheria/ sparsa,/ i cassetti/ scassinati.>>