Sicut beneficum Lethe

Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Christa_Reinig_Gedichte

La sesta tappa di questa rubrica incontra una scrittrice che costituì un punto di riferimento importante tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, tanto da essere definita, in una trasmissione radiofonica che la ricordava nella settimana successiva alla sua morte, avvenuta nel 2008, “icona della letteratura femminista“. Poi, anche per le sue opere, è sopraggiunto un tenace e inspiegabile oblio (il titolo completo della trasmissione menzionata suona infatti, in italiano, “icona dimenticata della letteratura femminista”), fino al momento in cui Birgit Vanderbeke ha deciso di porre l’ultima quartina della poesia der enkel trinkt all’inizio del suo romanzo Si può fare, tradotto in italiano da Paola del Zoppo e pubblicato da Del Vecchio. Al fine di leggerlo e tradurlo, sono andata a cercare l’originale di questo componimento (pubblicato cinquanta anni fa, nel 1963, da Fischer), che scatta e si distende e di nuovo si slancia, alternando il fascino della distruzione alla prospettiva di un nuovo inizio. Ne propongo qui originale e traduzione.

der enkel trinkt

wir küssen den stahl der die brücken spannt
wir haben ins herz der atome geschaut
wir pulvern die wuchtigen städte zu sand
und trommeln auf menschenhaut

wir überdämmern die peripetie
der menschheit im u-bahnschacht
versunken im rhytmus der geometrie
befällt uns erotische nacht

wir schleudern ins all unsern amoklauf
das hirn zerstäubt der schädel blinkt
ein grauer enkel hebt ihn auf
geht an den bach und trinkt.

il nipote beve
noi baciamo l’acciaio che tende i ponti
noi abbiamo scrutato il cuore degli atomi
noi polverizziamo le città poderose in sabbia
e tamburelliamo su pelle umana
noi stendiamo il crepuscolo sulla peripezia
dell’umanità nel pozzo della metropolitana
sprofondati nel ritmo della geometria
notte erotica ci assale
noi scagliamo nel cosmo tutta la nostra furia omicida
il cervello va in polvere il teschio scintilla
un nipote grigio lo solleva
va al ruscello e beve
Christa Reinig
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Christa Reinig, nata a Berlino nel 1926, dopo l’apprendistato – come fioraia –  e il lavoro in fabbrica, poté conseguire solo nel 1953 la maturità liceale e iscriversi all’Università. Si iscrisse dapprima alla Arbeiter-und-Bauern-Fakultät (“Facoltà degli operai e degli agricoltori”), studiò in seguito storia dell’arte e archeologia. Divenne archivista e, nel  1957, collaboratrice al Märkisches Museum di Berlino. Christa Reinig cominciò a pubblicare le sue prime poesie (nel 1946 aveva pubblicato il racconto Ein Fischerdorf – “Un villaggio di pescatori”) alla fine degli anni Quaranta, incoraggiata, tra l’altro, da Bertolt Brecht, che l’aveva conosciuta come redattrice della rivista satirica del dopoguerra “Der Ulenspiegel”, che dal 1954 si sarebbe chiamata “DDR-Eulenspiegel” . Da quando, a partire dal 1951, i suoi scritti – poesia e prosa breve, dai tratti laconici e dal piglio impertinente dell’umorismo berlinese, ben distanti dalla politica letteraria perseguita dal partito al potere, la SED – non furono più stampati nella DDR, Reinig pubblicò soltanto con case editrici della Germania occidentale. Per le poesie ottenne nel 1964 il Premio letterario della città di Brema. Dall’Ovest, dalla Germania federale, dove si era recata per ritirare il premio, non fece più ritorno. Fu a Roma nel periodo 1965/66,, come vincitrice di una borsa di studio all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Christa Reinig è morta a Monaco di Baviera nel 2008.

© Anna Maria Curci

Sicut beneficum Lethe? #5: Fausta Cialente

Sicut beneficum Lethe? #5: Fausta Cialente

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Cialente_CortileaCleopatra

Il secondo romanzo di Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra, riassume la sorte bizzarramente altalenante – tra noncuranza ed entusiasmo – che è toccata alla ricezione dei testi di questa «magra, occhi azzurri, elegante signora che porta molto bene i suoi anni […] quando, nel 1976, vince il premio Strega con Le quattro ragazze Wieselberger» (Anna Santoro in: Italiane, vol. III, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 2004, p. 65).  Ignorato alla sua prima uscita, nel 1936 – anche se il romanzo porta la data del 27 aprile 1931 – ebbe sessanta anni fa, nel 1953, un lettore appassionato in Emilio Cecchi, che così ne scrisse:

A parecchi lettori, la riedizione di Cortile a Cleopatra di Fausta Terni Cialente, rinnoverà la gioia del primo incontro con uno dei più bei romanzi italiani dell’ultimo ventennio. Ma per altri moltissimi lettori, essa costituirà un’assoluta sorpresa. Non lontano dai quali potrei mettermi anch’io; perché chi sa per quali ragioni, a me accadde di non conoscere il libro che alcuni anni dopo la sua comparsa; e da allora fui sempre stupito che, tra le nostre recenti opere narrative, esso non fosse delle più ammirate e popolari. […] Un carattere come il giovane Marco, protagonista del libro, s’era presentato nella nostra letteratura ancora in buon punto. La sua vaga aspirazione verso l’ignoto, il suo amore dell’avventura, la sua sensualità soprattutto immaginativa, il suo irriducibile parassitismo aureolato di poesia, beneficiavano ancora abbondantemente d’un credito lasciato aperto da certa grande narrativa ottocentesca e dei primi del secolo. Per un personaggio simile, le condizioni di vita, se non assolutamente negative, oggidì sarebbero infinitamente più dure e incerte. Oggidì, non appena uscito di casa, un simile personaggio incapperebbe nelle maglie dei regolamenti e coercizioni internazionali «for displaced people»; e dovrebbe incominciare dal mettersi in regola con la geografia.
Com’è invece solida e sicura, nel Cortile, quella base di esotismo mediterraneo: un esotismo così autentico, colorito, ed al tempo stesso così famigliare, che uno di noi potrebbe credere di averne avuta la prima iniziazione al momento dell’imbarco pel vicino Oriente, nello sgabuzzino d’un cambiavalute sulla banchina di Brindisi o di Taranto.
[…]
Guidata da un’infallibile simpatia e fedeltà etnica, che nella riuscita del romanzo doveva trovare una rimunerazione stupenda, la Cialente fece la scelta più modesta. Non si mise per un gran viaggio, una grande traversata. Si fermò in un sobborgo d’Alessandria d’Egitto, lungo la marina, in un promiscuo quartiere di piccoli commercianti ebrei e di proletariato arabo e greco. Ne ascoltò la vita, ne colse i segreti, ne indovinò le passioni. E il fatto è che quando ormai penso all’Oriente mediterraneo, al miscuglio delle razze, alle miserie, agli amori: tutte queste cose, investite nei suoni delle parole, negli odori, nella qualità della luce, nel rumore delle imposte sbattute dal vento, rifioriscono su dalle pagine di Cortile a Cleopatra.

Da Cortile a Cleopatra riporto le prime pagine, che, dopo il famoso incipit che presenta il protagonista, Marco, mentre dorme sorvegliato dalla scimmia, presenta, di seguito, alcuni dei personaggi che animano la scena del romanzo:

Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta e aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole. La scimmia lo guardava, seduta come una donna, i gomiti sulle ginocchia; ogni tanto si tastava il ventre e se lo spulciava, oppure frugava col dito nel guscio vuoto delle nocciole che aveva raccolto nel cavo del tronco. Vecchio, il fico, e polveroso. Piccoli, i fichi, e immaturi, quasi bianchi. La scimmia li stuzzicava e sembrava che sorridesse. Quando ne ebbe staccato uno, strizzò con le dita brune un po’ del succo lattiginoso dove aveva rotto il picciuolo, guardò in basso e lo lasciò cadere sulla testa di Marco. Egli aperse gli occhi e in alto vide confusamente la scimmia, il fico, il sole.
«O brutta bestia», disse, si levò a metà e lanciò un sasso. La scimmia soffiò a bocca aperta, irosa, mostrando le gengive scure, i denti gialli. Marco s’era voltato sull’altro fianco. «Ah!» fece. La terra del cortile era dura.
Le piccole case intorno, basse e a pianoterra, decrepite e miserabili, avevan tutte le loro storte persiane chiuse. I piselli in fiore si arrampicavano sul muro rognoso, il vento ogni tanto gliene portava il profumo sul viso e faceva stormire il fico. Sentì strisciare i piedi nudi dell’arrotino che se ne andava con la ruota sulla spalla. Lungamente quella ruota aveva girato cigolando, mossa dal piede nudo dell’uomo, per arrotare tutti i coltelli di casa e quelli dei vicini! Si figurò una lite tra sua madre e le altre donne del cortile, adesso che i coltelli avevano tutti il filo diritto fresco e lucido, aperse gli occhi un momento e vide l’arrotino uscire, accostare il cancelletto di legno che dondolava sui cardini, poi sentì lontano il suo grido nasale.
«Che uomo!» pensò. «Viene qui ad affilare i coltelli e se ne va, pagato, come se avesse fatto una cosa onesta.»
Calde e umide le prime ore del meriggio. Di nuovo silenzio all’ombra del fico. Egli s’addormentò e sognò di sangue: sangue di polli sgozzati, di conigli sventrati, di montoni squartati. Il mare ingrossato dal vento si mise a battere contro il muro a nord. Aveva inghiottito tutta la spiaggia, gli parve, e voleva entrare, adesso, rombando, schiumando, a portarsi via le tracce di quel sangue innocente. E lui, Marco, nient’altro poteva fare, se non arrampicarsi sulla cima del fico, là dove l’aspettava la scimmia sconsolata.
Voci di fanciulle nell’aria, d’improvviso, vennero a placare tanto disordine: erano voci fresche che andavano e venivano da un muro all’altro del cortile quadrato e come fili tessevano per il suo sonno un cielo di pace. Il mare si quietò dietro la casa, i fiotti di sangue seccarono nella polvere. La scimmia s’appese al ramo e dondolò con la testa in giù, gridando di gioia.
Le fanciulle si parlavano da un balcone all’altro e il loro accento est-mediterraneo non gli dispiaceva, nell’ora della siesta. Solamente, egli credeva ancora di sognare e gli passò molto tempo prima di poter capire che Dinah, la figlia del pellicciaio ebreo, dal balconcino parlava alla serva che stendeva il bucato sul terrazzo della casa. La rimproverava d’aver lasciato le spille di legno sulla tavola della cucina, così il vento avrebbe buttato giù a spazzare la terra le lenzuola bagnate che si dovevano poi risciacquare. Rispondeva, la servetta: la pellicciaia glielo diceva sempre, che non aveva testa, e suo padre, il pellicciaio, diceva: chi non ha testa abbia gambe. Era stanca, lei – lei, serva! – di scendere e salire. Tante volte le aveva fatte, quelle scale, che se menavano in paradiso, ci doveva essere arrivata da molto tempo. L’inferno, invece. Ma rideva.
Un’altra finestra, di faccia, s’aperse sbatacchiando le scolorite persiane contro il muro. (Ogni volta pezzi d’intonaco si staccavano e cadevano). Compariva Haiganúsh, la figlia del calzolaio armeno, lisciandosi con le palme i lucidi capelli neri divisi in mezzo da una riga bianca. Intanto Dinah aveva chiamato Polissena perché buttasse giù la corda a legare il sacco delle spille, così avrebbe finito di lagnare con quella voce acuta che le dava sui nervi.
«Tu sì che hai il cuore dolce come il miele, signorina», gridò la servetta. Il vento faceva schioccare le lenzuola bagnate che le frustavano il viso. «Aiú, com’è ingrossato il mare, a vedere!»
«Pesce che non avremo, domani» disse gravemente Haiganúsh.
«Vuol farci credere che ne mangia, essa. Bamie al pomidoro e riso… e ancora!»
«Sfacciata, vuoi tenertela in bocca la tua linguaccia?»
Dinah esclamò: «oh!» sottovoce, desolata, sporgendosi fuori dal balconcino di legno che pendeva un po’ a sinistra, per vedere l’insolente, là sul terrazzo; ma vedeva soltanto un’ombra in terra, scarmigliata.

(le pagine riportate sono tratte dall’edizione del 2004 per i tipi di Baldini e Castoldi, pp. 21-23)

«Triestina, nata nel 1898 a Cagliari, per caso, a seguito dei continui spostamenti del padre, ufficiale di carriera, Fausta Cialente ha iniziato, ragazzina, a scrivere per passione, come per passione il fratello, Renato (che morirà a 46 anni travolto da un automezzo tedesco) diverrà uno degli attori più importanti del tempo. Nel 1921, Fausta sposa il compositore Enrico Terni con il quale si trasferisce ad Alessandria d’Egitto e poi al Cairo dove rimarrà fino al 1947: in quelle terre e in quegli anni trova la sua scrittura che, sia pure con diverse modalità, sarà sempre scrittura di confine […]. Il primo libro è Natalia (Roma, Sapienza, 1930), scritto nel 1927; nel 1929, su L’Italia letteraria, è intanto uscito il racconto Marianna […] e nel 1936 (ma scritto nel 1931) pubblica Cortile a Cleopatra (Milano, Corticelli) e il racconto Pamela o la bella estate, in Occidente. In Cortile a Cleopatra, che avrà successive edizioni […] e che resta probabilmente il suo capolavoro  […], Fausta Cialente lascia grande spazio alla libertà inventiva e immaginativa, al rapporto tra il mostrarsi e l’essere, alla percezione dell’esistenza tramite il corpo, la forma, la materia, sia di chi percepisce sia di ciò che viene percepito, con esiti straordinari, come nella rappresentazione di una natura viva, colorata, profumata, in movimento. La dolcezza del ritmo narrativo, la sapienza nel gestire le storie sul doppio binario del presente e della memoria, le descrizioni degli scenari, la capacità di raccontare i sentimenti e la psicologia dei personaggi attraverso un gesto […] restituiscono una fisicità […] che affascina e incanta. […] Dal 1936 al 1972, Fausta Cialente scrittrice tace. Vive in Egitto in maniera sofferta e indignata l’avanzare del nazismo e del fascismo, la guerra e il dopoguerra. Partecipa alla vita culturale e sociale della comunità italiana, nel 1943 è invitata a collaborare alla nota trasmissione radiofonica Middle West, di propaganda antifascista e antinazista, e nel 1943 fonda e dirige il giornale antifascista per i prigionieri italiani Fronte Unito. Tornata in Italia, collabora a l’Unità, Rinascita, Italia nuova, Noi donne. […] Questi anni, prima che ne Le quattro ragazze Wieselberger, Fausta li racconta […] in Ballata levantina (Milano, Feltrinelli, 1962). […] Ma poi scrive Le quattro ragazze Wieselberger e qui recupera le componenti più importanti della sua scrittura: lo “scrivere (di) sé”, del suo sguardo, del suo mondo, si salda all’impegno etico e civile e la puntigliosa intelligenza storica detta pagine (importanti “fonti” per la Storia d’Italia di quegli anni) riguardo a problematiche ancora irrisolte sul piano della analisi storiografica […]. Intanto si è separata dal marito, lavora e vive a Roma con la madre, con la quale ha finalmente recuperato un rapporto sofferto ma affettuoso, e, dopo la sua morte, si trasferisce nella grande villa nei pressi di Varese, pur compiendo ancora viaggi, in Kuwait dalla figlia Lily, o in Inghilterra, dove, nel 1994, muore questa grande scrittrice, sulla quale bisognerà tornare, e a lungo.» (da: Anna Santoro, Fausta Cialente, in: Italiane, vol. III, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 2004, pp. 65-68)

«Il destino di Fausta Cialente fu segnato da qualità molto speciali: d’esser vissuta, come un non-scrittore, di affetti normali, gli affetti di una famiglia, benché polverizzata e martirizzata dai lutti; non  già, dunque , di affetti scaturiti dal suo lavoro, dalla sua opera: a causa, suppongo, del suo lungo esilio prima, e dello sradicamento progressivo poi; e a causa, una ben maggiore causa, delle proprie scelte e credenze, di devozione totale alla letteratura, ma anche della sua convinzione che la letteratura, in certi momenti storici, o della propria vita, va messa da parte: come in effetti accadde. L’altra qualità deriva dalla prima: la famiglia della Cialente fu la famiglia nel senso nucleare, tradizionale, ma fu anche, fatalmente, e per scelta, la famiglia indeterminata, quella che di volta in volta, o per sempre, si viene formando intorno a noi. Fu la famiglia che viene detta comunità: e fu quella comunità in cui possiamo intravedere la luce di una fede che un tempo veniva detta comunista. Se oggi si volesse sapere qualcosa di ciò che è buono, di decente, di dignitoso, di eroico,  furono i comunisti italiani, è alla Cialente che bisogna ricorrere.» (Franco Cordelli, Il suo meraviglioso comunismo, in: Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra, Baldini e Castoldi 2004, p. 9)

Sicut beneficum Lethe? #4: Roger Vailland

Sicut beneficum Lethe? #4: Roger Vailland

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Vailland_la_loi

La quarta tappa della rubrica volge lo sguardo indietro a Roger Vailland, animatore, terzo di “quattro R” (Roger Lecomte, René Daumal, Roger Vailland e Robert Meyrat) di un movimento, “Le Grand Jeu”,  che negli anni Venti si proponeva di essere alternativo al surrealismo (tanto da infastidire André Breton, il quale, con una convocazione al Bar du château l’11 marzo 1929 formula un atto d’accusa nei confronti del movimento)  e vincitore, con il romanzo La loi, del Prix Goncourt nel 1957.

Ho letto La loi all’inizio degli anni Ottanta, nell’edizione originale – la traduzione italiana (successiva a quella del 1958) di Pancrazio Toscano uscirà, con il titolo Padrone e sotto, solo nel 2002 – insieme a tanti altri libri ai quali ho potuto avere accesso grazie a un vicino di casa dei miei genitori. Metodico e rigoroso nel suo amore, ‘autodidatta’ e nutrito da anni di lavoro in Francia in un ambito ben lontano da quello letterario,  per la carta stampata – ricordo i numeri catalogati di “Paese Sera” e i volumi rilegati de “L’Enciclopedia del Popolo”,  le prime edizioni, pressoché clandestine, di titoli ai quali in Italia non era stata data l’autorizzazione a circolare – il signor Eleuterio aveva proprio la prima edizione, uscita il 12 giugno 1957, del romanzo che diede la notorietà a Roger Vailland. Me ne consigliò la lettura, intuendo, forse, che il processo di conoscimento e scoperta, che regola “le grand jeu” della lettura, si sarebbe messo subito in moto.
Immediatamente riconobbi il gioco di cui parlava spesso mio padre (lui lo chiamava “il tocco”, con “capo” e “sottocapo”): il romanzo di Vailland, ambientato in un paese dell’Italia meridionale, fa di “Padrone e sotto” la metafora centrale di vita e rapporti di potere nella società.
Da quel libro partì il mio personale itinerario tra le opere di Roger Vailland, stavolta con testi che acquistai personalmente – “le grand jeu”, Drôle de jeu,  si gioca solo una volta, dura una vita e richiede strumenti via via sempre più dettagliati. Fu la volta, allora, di La Fête, suo penultimo romanzo e, riandando indietro nel tempo, di 325 000 francs, del 1955, dal quale è tratto il brano che segue, l’inizio del romanzo. Anche qui c’è una metafora centrale, nel caso di 325 000 francs si tratta di una corsa ciclistica:

Le Circuit cycliste de Bionnas se dispute chaque année, le premier dimanche de mai, entre les meilleurs amateurs de six départements : l’Ain, le Rhône, l’Isère, le Jura et les deux Savoies. C’est une épreuve dure. Les coureurs doivent franchir trois fois le col de la Croix-Rousse, à 1250 mètres d’altitude. Les dirigents des grands fédérations y envoyent des observateurs. Il est arrivé plusieurs fois que le vainqueur du Circuit de Bionnas, devenu professionel, s’illustrât dans Paris-Lille, Paris-Bordeaux, le Giro d’Italia, le Tour de France.

J’habite un village de montagne, à peu de distance de Bionnas, ville industrielle, le principal centre français de production d’objects en matière plastique, dans les monts du Jura, à moins d’une heure de voiture de la frontière suisse. J’y descends souvent à la fin de l’après-midi. J’aime l’animation des villes ouvrières, à l’heure de la sortie des ateliers, les motos qui se fraients bruyamment leur chemin parmi les cyclistes, les boutiques pleines de femmes, l’odeur d’anis à la terrasse des cafés.

La veille du Circuit 1954, vers sept heures du soir, je descendais l’avenue Jean-Jaurès qui est la principale artère de Bionnas. Cordelia, ma femme, m’accompagnait. Nous venions de nous arrêter devant une boutique où des violents éclairages faisaient scintiller des bijoux bon marché; les vitrines de Bionnas ont plus d’éclat qu’il n’arrive d’ordinaire en province; elles évoquent les banlieues, Montrouge, Saint-Denis, Gennevilliers. Nous aperçûmes Marie-Jeanne Lemercier qui s’avançait d’un pas tranquille au milieu des passants pressès.

Sa veste de lainage blanc tombait bien droit. La coiffure en trois plis, sans un cheveu qui se rebiffe. Les bas, du calibre comme toujours le plus fin, parfaitement tendus. Légèrement maquillée : un trait de rouge sur les lèvres, un rien de bleu sur la paupière pour faire chanter le bleu de l’oeil. Elle venait de faire son marché et tenait à la main un filet chargé de légumes et de salades, avec trois tomates sur le dessus. *

Dal romanzo La loi fu tratto il film – coproduzione italo-francese del 1958 – La loi/La legge, con Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, Pierre Brasseur, Yves Montand, Melina Mercouri, Vittorio Caprioli,  Lydia Alfonsi, Gianrico Tedeschi. Il “Morandini”, che esprime riserve anche sulla qualità degli attori, afferma che “da Vailland il film ha ereditato i difetti e nessuna delle qualità”. Lascio alla voce di Roger Vailland in un’intervista la distinzione tra la propria opera e quella del regista del film Jules Dassin.

Roger Vailland nasce nel 1907. I suoi genitori sono contadini della Savoia emigrati a Parigi. Dopo aver ottenuto la licenza in filosofia, si prepara alla École normale supérieure, ma non si presenta agli esami. Tra i fondatori a Reims del gruppo dei Simplistes, primo nucleo del “Grand jeu” animato da René Daumal e Roger Gilbert-Lecomte, si avvicina poi ai surrealisti. Nel 1930 intraprende la carriera di giornalista, debuttando con reportage da tutto il mondo. Durante la Resistenza fa parte dei nuclei clandestini specializzati in deragliamenti. Scrive nel 1944, durante la Resistenza, in un momento in cui si trova tagliato fuori dalla rete e isolato in una casa, il suo primo romanzo, Drôle de jeu (pubblicato nel 1945; la traduzione italiana è del 1949). Dopo la Liberazione riprende la professione di reporter come corrispondente di guerra. Si impegna politicamente con il partito comunista, con cui rompe nel 1956, dopo gli eventi in Ungheria. Pubblica nel 1948 Les mauvais coups (1948; traduzione italiana 1960), nel 1950 Bon pied, bon oeil, nel 1954 Beau masque, nel 1955 325.000 francs (traduzione italiana 1958), “opere nate all’insegna di un difficile connubio tra impegno politico ed esaltazione dell’individuo. Più netta la scelta negli ultimi romanzi (La loi, 1957, trad. it. 1958; La fête, 1960; La truite, 1964), prossimi ai valori di quel libertinismo cui Vailland dedicò anche scritti saggistici (Esquisse pour un portrait du vrai libertin, 1946; Laclos par lui-même, 1953; Éloge du cardinal de Bernis, 1956). Postumi sono gli Écrits intimes (1968)”. (tra virgolette la citazione della voce “Roger Vailland” nell’Enciclopedia Treccani).
Muore nel 1965 a Meillonas nell’Ain, dove si era ritirato da diversi anni per scrivere.

* da: Roger Vailland, 325 00o francs, edizioni Buchet-Chastel, pp. 5- 6:

“Il circuito ciclistico di Bionnas si disputa ogni anno, la prima domenica di maggio, tra i migliori dilettanti di sei dipartimenti: l’Ain, il Rodano, l’Isère, il Giura et i due dipartimenti della Savoia. È una prova dura. I corridori devono superare per tre volte il colle della Croix-Rousse, a 1250 metri di altezza. I dirigenti delle grandi federazioni inviano osservatori a questa competizione. È capitato diverse volte che il vincitore del Circuito di Bionnas, una volta diventato professionista, si distinguesse nella Paris-Lille, nella Paris-Bordeaux, nel Giro d’Italia, nel Tour de France.
Abito in un paesino di montagna, poco distante da Bionnas, città industriale, il principale centro francese per la  produzione di oggetti in plastica, nei monti del Giura, a meno di un’ora di macchina dal confine con la Svizzera. Ci vado spesso alla fine del pomeriggio. Mi piace l’animazione delle città operaie all’ora dell’uscita dalle officine, le moto che si fanno strada rumorosamente tra i tavolini all’aperto dei caffè.
Alla vigilia del Circuito 1954, verso le sette di sera, percorrevo il viale Jean-Jaurès, la principale arteria di Bionnas. Ero in compagnia di Cordelia, mia moglie. Ci eravamo appena fermati davanti a un negozio dove punti luce violenti facevano scintillare gioielli a buon mercato: le vetrine di Bionnas hanno maggior splendore di quanto succeda normalmente in provincia; evocano le periferie, Montrouge, Saint-Denis, Gennevilliers. Scorgemmo Marie-Jeanne Lemercier che procedeva a passo tranquillo in mezzo ai passanti frettolosi.
Il suo abito di lana bianca cadeva perfettamente diritto. La pettinatura a tre onde, senza un capello fuori posto. Le calze, come sempre del tipo più fine, perfettamente tese. Truccata leggermente: un tratto di rosso sulle labbra, un niente di azzurro sulla palpebra per far cantare l’azzurro degli occhi. Aveva appena fatto la spesa e in mano teneva una sporta a rete carica di verdure e insalate, con tre pomodori in cima.” (traduzione di A.M. Curci)

Sicut beneficum Lethe? #1
Sicut beneficum Lethe? #2
Sicut beneficum Lethe? #3

Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Onofri_Arioso

La terza puntata richiama l’attenzione sull’opera di Arturo Onofri, poeta da me studiato al liceo classico “Vivona” di Roma con il prof. Steno Vazzana (negli appunti liceali leggo: “Di Arturo Onofri è da ricordare Terrestrità del sole. Egli ebbe una tensione mistica nei suoi versi, e disse che la sua poesia era monotona nei soggetti. Ma l’atto poetico è per lui un atto sacerdotale: nei medesimi gesti c’è sempre una carica di fede profonda nel sacerdote, e così accade nei grandi poeti. L’attività poetica appariva la più alta dell’uomo”) e alla “Sapienza” di Roma, nell’anno accademico 1979/1980, nel corso di “Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea” tenuto dal prof. Giuliano Manacorda. Di Arturo Onofri propongo alla lettura versi che sembrano anticipare Enzensberger di Più leggeri dell’aria. Poesie morali tradotte da Anna Maria Carpi e, in particolare, il passaggio “Animuccia, più leggera dell’aria,/ più pesante che pietra su una tomba -/ con te è impossibile trattare,/ impolitica come sei/ e variabile come le previsioni del tempo!”:

Anima, sei già stanca

Anima, sei già stanca
di far questa mia poesia?
o la forza ti manca
per vincere la nostalgia?

Certo mi fai sogghignare
se credi che la tua cantata
non faccia proprio pensare
a nessuna canzone passata…

Pensa nello spasimo orgiastico
al Nil sub sole novi
e credi a me: il rimastico
lento degli umili bovi
è giusto che più giovi
del tuo ruminare fantastico.

Anima – piccolo specchio –
io sono già stanco di tutto;
mi sembra che tutto che tutto
sia vecchio sia vecchio sia vecchio.

 

“Per Arturo Onofri (Roma 1885 – ivi, 1928) è possibile registrare già nelle prime raccolte (Liriche, 1907, Poemi tragici, 1908), pur sotto un’ancor visibile influenza del linguaggio dannunziano, alcune scelte che resteranno tipiche dell’intera sua poesia e che per ora lo accostano all’idealismo o al pragmatismo o a esperienze occultistiche (si ricordi l’ultima fase del Leonardo) e modernistiche. Esse manifestano l’aspirazione alla trascendenza, la ricerca del divino, un sentimento cosmico che accoglie e insieme annulla l’individuo, l’anelito a un ‘empito profondo’ (dal che non è certo lontano un influsso pascoliano) i quali non escludono però – e questa volta con un fiancheggiamento crepuscolare – la presenza delle minime cose della vita (in particolare nei Canti delle oasi del 1909). Nel 1912 Onofri fondò con alcuni amici la rivista Lirica e intorno al medesimo periodo subì due profonde influenze filosofiche che servirono a determinare il carattere della sua religiosità mistica, quella di Edouard Schuré che gli fece conoscere le religioni dell’oriente e in particolare l’induista, e quella di Bergson nella cui dottrina dello ‘slancio vitale’ egli poté scorgere la giustificazione delle fede nel perfezionamento dell’uomo verso Dio. […] E più tardi Onofri dirà: “In poesia, musica vera è quella che fanno le immagini come tali, non le frasi locuzionali più o meno numerose. Rime potranno esserci ma fra le immagini, non fra le parole: si potranno scandire le immagini; basta con le sillabe. Così anche la famosa questione del verso libero diventa una pura questione tipografica”. Tanto ciò è vero che due anni dopo questa dichiarazione, Onofri pubblica Orchestrine (1917), dove il verso si è totalmente mimetizzato nella prosa poetica, nel frammento […]. La crisi è segnata da Arioso, (1921) che unisce prose e poesie e segna il trapasso dal frammentismo di orchestrine alla grandiosa architettura di Terrestrità del sole attraverso le poesie di Le trombe d’argento (1924) e lo scritto teorico Nuovo rinascimento come arte dell”Io (1925). Qui Onofri, riprendendo l’antroposofia steineriana sostiene che l’azione della poesia è liberazione, è purificazione verso l’infinita libertà spirituale, è vaticinio e profezia […]. Il prodotto poetico di questa visione […] è il ciclo di Terrestrità del sole (1927-1935), che già nel titolo allude all’immanenza di Dio nel mondo; esso si articola in cinque volumi per un complesso di centocinquanta liriche […]. L’azione del poeta, che secondo Onofri è demiurgica e creativa, si esplica e si mostra soprattutto nella ripetitività. Come il sacerdote si ripete nei gesti e nelle parole ogni volta che celebra il sacrificio della messa, così il poeta ha bisogno di una costante monotonia tematica per sottolineare la sublimità dell’atto poetico.” (Giuliano Manacorda in: Novecento. A cura di Giuliano Manacorda, Calderini, Bologna 1975, 60-61)

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Sicut beneficum Lethe? #1 

Sicut beneficum Lethe? #2

Sicut beneficum Lethe? #2: Sinclair Lewis

Sicut beneficum Lethe? #2: Sinclair Lewis

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

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La seconda puntata è dedicata a Sinclair Lewis, primo scrittore statunitense a vincere un premio Nobel, nel 1930. L’immagine ritrae prima e quarta di copertina dell’edizione che acquistai, usata, seguendo il suggerimento del mio professore al liceo, Steno Vazzana. Da quel libro, studiato, amato, sfogliato a più riprese e riposto, sempre a portata di mano, sullo scaffale centrale della biblioteca di casa, riporto qui il brano che introduce il protagonista:

Il suo nome era Giorgio F. Babbit. Aveva compiuto quarantasei anni ora, nell’aprile 1920, e non fabbricava nulla di speciale: né burro,  né scarpe, né poesia, ma era abile nella professione di vender case a un prezzo superiore a quello che la gente poteva pagare.
Aveva una grossa testa rosea, capelli castani radi e aridi. La sua faccia, nel sonno, era infantile, a dispetto delle rughe e del rosso segno degli occhiali alla radice del naso. Non era grasso, ma assai ben pasciuto; aveva guance pienotte, e la mano, posata con abbandono sulla coperta kaki, era morbida e paffutella. Aveva l’aspetto di un uomo benestante, estremamente ammogliato e anti-romantico; e anti-romantico, nell’insieme, era quel portico che guardava su di un grande olmo, due aiuole ben pettinate, una stradicciuola in cemento e un garage in lamiera ondulata. Eppure Babbit sognava di nuovo della bella silfide, un sogno più romantico di pagode rosse sulle rive di mari d’argento.
Era da anni che la bella silfide lo visitava in sogno. Dove gli altri non vedevano che Giorgio Babbit, essa scorgeva un cavalleresco giovanetto. Lo aspettava nelle tenebre, al di là dei boschetti misteriosi. Egli correva presso di lei, appena poteva sgusciar via dalla casa piena di gente. La moglie, gli amici lo inseguivano, chiamandolo forte, ma Babbit riusciva a fuggire con la piè-veloce fanciulla, e si rannicchiavano poi insieme sotto un ombroso declivio. Era così fine, così bianca, così ardente! Diceva ch’egli era valoroso e gaio, che l’avrebbe atteso, che avrebbero fatto vela insieme.
Frastuono metallico del furgone del latte.
Babbit gemette, si voltò, cercò di riafferrare il suo sogno. *

Sinclair Lewis, romanziere, autore di racconti, drammaturgo,  nacque a Sauk Centre (Minnesota) il 7 febbraio 1885 e morì a Roma il 10 gennaio 1951. I romanzi che pubblicò prima di Babbit (1922), considerato il suo capolavoro, non ebbero, nonostante la vena narrativa limpida e immediata, grande successo. Da  Babbit in poi, con la sola eccezione di Mantrap del 1926, romanzo che porta i tratti della sua prima maniera, Lewis seguì “una linea satirica con intenti di critica sociale”  (dalla quarta di copertina di Babbit) e pubblicò  Arrowsmith (1925), quadro dell’ambiente medico dell’epoca, Elmer Gantry (1927), satira di alcuni aspetti del protestantesimo americano, Dodsworth (1929), Ann Vickers (1931), quadro del periodo della speculazione, The prodigal parents (1938), Cass Timberlane (1945), Kingsbl00d Royal (1947)” (dalla quarta di copertina di Babbit). Negli anni Venti visse a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, dove venne fotografato da Man Ray.  Fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1930.

* Sinclair Lewis, Babbit. Traduzione di Liliana Scalero.  Dall’Oglio editore, Varese 1966, p. 6.

Sicut beneficum Lethe? #1 

Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

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Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéal, Les fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

La prima puntata è dedicata a Silvio D’Arzo, al secolo Ezio Comparoni. Di un episodio della sua breve vita (Comparoni morì nel 1952) ha scritto Giovanni Lindo Ferretti (CCCP, CSI, poi PGR) nel suo secondo libro Bella gente d’Appennino (2009).

Mi sono avvicinata alle opere di questo autore noto a un pubblico non ampio, ma fedele, di lettori, grazie al suggerimento di Maria Serena Peterlin, all’epoca mia collega, che nell’autunno del 1996, dinanzi al mio quesito interessato – ero stata chiamata a partecipare a un seminario in Assia sulla letteratura per ragazzi in Europa – mi parlò di Penny Wirton e sua madre, proprio di Silvio D’Arzo.
Qualche anno dopo, animata da una curiosità volta a scoprire anche altri aspetti della produzione narrativa di Silvio D’Arzo, scelsi di leggere Essi pensano ad altro.
Essi pensano ad altro è stato definito da Giovanni Raboni un “tipico libro d’apprendistato” (G. Raboni, “D’Arzo, ‘caso’ e leggenda’” in Tuttolibri-Attualità, 30 ottobre 1976). Scritto tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del 20° secolo, narra delle difficoltà di Riccardo, giovane studente universitario, a inserirsi a Bologna. Riccardo alloggia presso Berto Arseni, amico del padre e imbalsamatore di professione. Ciò che accomuna i due è un senso diffuso di estraneità e il rifugio da un mondo ostile nel violino per Riccardo e negli animali – vivi o imbalsamati – per Arseni.
Ecco l’incipit del romanzo, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 1976 e riproposto, con una bella e ampia introduzione dal titolo significativo, Il moderno disagio della diversità, da Roberto Carnero nel 2002:

Quando egli giunse al numero sette bis di via Marsala, il cielo d’un color morto e compatto d’alluminio era malinconico come gli sbadigli e l’acqua delle pozzanghere, ed un po’ meno dell’asfalto forse su cui i pneumatici delle macchine e dei camion davano uno strano rumore.
«Forse non riuscirò a trovarla,» pensò poi. Perché viaggiava per la prima volta e le sue scarpe erano ancora così terribilmente goffe e lucide e quasi inesperte ancora di vie e pietre, da sentirsi vagamente convinto che arrivare a destinazione e trovare casa numero e cortile si potesse solo per caso o una fortunata combinazione, non per altro.
Intanto si sentiva lontano dalle cose. La gente, passando svelta sotto l’acqua, mostrava un’indifferenza remota, quasi offensiva, e il colore degli impermeabili, più grigi ancora sotto quella pioggia, appariva anche più triste, sconsolante. Le spalle che si indovinavano in una magrezza rassegnata sotto la gomma, facevano provare un lontano ricordo di disagio.
Quando, infine, scoprì la casa fra le altre, c’era già gente per le scale perché stavano imbiancando un appartamento al primo piano.
Dappertutto, per la ringhiera e il corridoio, l’aria ricordava vagamente il latte. Due uomini, in un grembiule gialliccio e aspro di calce, e un cappello di carta da giornale, stavano parlando nella stanza vuota, dove spruzzi bianchi e minuti punteggiavano tutto il pianerottolo, ma sparsi in un certo ordine inspiegabile come agitando un cestello d’insalata. La stanza sembrava quasi chiesastica, immensa, non da uomini, e le voci dei due vi risuonavano ora stranamente: tanto che, anche ad occhi chiusi, bastavano quelle voci soltanto a far capire che all’interno, lungo le pareti e al contro, non c’erano né armadio né tavoli né cuscini od altro, e che un comò, lasciato lì da una parte come dimenticato o trascurato, sarebbe sembrato in quel vuoto una strana cosa, e forse inverosimile.*

Silvio D’Arzo, uno dei molti pseudonimi, il più noto, di Ezio Comparoni, nasce nel 1920 a Reggio Emilia, dove morirà prematuramente nel 1952. Lo pseudonimo, che appare in una lettera dell’editore Vallecchi a “Silvio D’Arzo, presso Comparoni, via Aschieri 4, Reggio Emilia” (con la lettera si rifiutava Ragazzo in città, probabilmente proprio la prima stesura di Essi pensano ad altro), deriva dall’espressione arzan, che nel dialetto della zona vuol dire “reggiano”. Figlio naturale, vivrà sempre con la madre in modeste condizioni economiche e dalla provincia emiliana si sposterà soltanto per frequentare l’Università di Bologna e per svolgere il servizio militare. Quindicenne pubblica a sue spese una plaquette di diciassette poesie, Luci e penombre, e una raccolta di sette racconti, Maschere; è del gennaio 1943 (anche se porta la data del 1942) la pubblicazione, per la casa editrice Vallecchi, dell’unico volume in vita: il romanzo All’insegna del Buon Corsiero. La biografia pubblicata sul sito della casa editrice MUP recita così: «Laureatosi in lettere nella Bologna di Longhi e Calcaterra, divide il suo tempo tra l’insegnamento e la scrittura. L’accavallarsi di trame, poesie e storie per ragazzi, che giungeranno al pubblico solo dopo la sua morte, sono l’esito di un incessante lavorio sulla pagina ispirato ad una idea assoluta di letteratura. “Lettore di provincia”, ama gli scrittori inglesi e americani a cui dedica saggi – preziosi i contributi sui venerati Stevenson, Conrad e James – apparsi nelle riviste “Il Ponte”, “Palatina” e “Paragone”. Dall’alterna fortuna critica, D’Arzo è stato un autore di culto per lettori d’eccezione, da Montale a Bertolucci, da Pasolini a Tondelli.» Montale definì Casa d’altri, il racconto lungo per il quale Sivio D’Arzo è maggiormente conosciuto, “un racconto perfetto” (sul Corriere della Sera del 10 marzo 1954). Nel 2003 MUP Editore ne ha pubblicato l’opera omnia in: Silvio D’Arzo, Opere, a cura di S. Costanzi, E. Orlandini, A. Sebastiani. Di Alberto Sebastiani è un interessante contributo su due “dispersi” darziani, reperibile qui. Sempre l’editore Monte Università Parma ha pubblicato nel 2004 le sue Lettere.

* Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro. A cura di Roberto Cornero, edizioni tascabili Bompiani 2002, pp. 5-6.