Sicilia

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Patrizia Sardisco, poesie da “Cristareddu appuiatu nto ventu”

patrizia 2015

La poesia di Patrizia Sardisco, in particolare quella scritta nel suo dialetto monrealese, ha il potere di restituirmi lo spirito e il dettato di Madre lingua di Rose Ausländer: «Mi sono tramutata in me/ di attimo in attimo/ smembrata fatta a pezzi/ sul sentiero di parole/ madre lingua/ mi ricompone/ mosaico di persone» (qui nella mia traduzione). Parola terra materna, sì, con la presa in carico, i segni nella carne e i solchi negli occhi di camminate per i sentieri impervi di una lingua madre, radicata nell’anima e sradicata ormai nella realtà sempre matrigna, con i tesori strappati a mani nude, che ora ne riportano le escoriazioni, con i frutti di immersioni compiute nella coscienza del rischio e del confine sottilissimo tra “pausa del respiro” come opportunità di riflessione e apnea fatale. Non c’è spazio, qui, per la concessione alla moda vezzosa e al fascino esotico del dialetto. Ciascuno di questi testi, inediti come pubblicazione a sé stante e finalisti al Premio Ischitella-Pietro Giannone del 2014, sono il frutto di una felice (piena, vissuta, ricercata e trovata) unione tra voce partorita dal grembo della Madre lingua e pensiero critico, che scevera e discerne. (Anna Maria Curci)

***

Ancilu di mari

Chiossà po’ sunnu  ‘i jorna  pi circari
‘nzoccu pirdisti ‘u jornu ca nascisti

‘U beni canusciuto, l’acqua linna
ca ti sunava ‘i gricchi ‘a notti funna.

Cori assuppatu ‘i mari, era  tu resca
tu era granciu, senza sapiri funnu

Tu era pisci, ancilu di mari
cull’ali aperti allucintati ‘i suli

 

Angelo di mare

Di più saranno i giorni per cercare/ ciò che hai perduto il giorno che sei nato/ il bene conosciuto, l’acqua leggera/ che ti suonava negli orecchi a notte fonda./ Cuore imbevuto di mare eri una lisca/ eri un granchio senza conoscere fondale/ tu eri pesce, angelo di mare/ Con le ali aperte rilucenti di sole

*

A matri vuci

Natavi leggiu, e leggia leggia ‘a vuci
S’ppuià  comu lapa ‘ncapu ‘i rosi
Nto specchiu  d’acqua d’i to’ casi

Vuci di matri e figghia
Vuci di granni e nica
Vuci di vini e ràrica c’afferra

Nza s’iddu ‘i pensi  o ‘iddu t’i scurdasti
S’addivintaru scrùsciu  nt’e to’ gricchi
I murmurii agghiuttuti cu to’ nomu

Nomu di figghiu e patri
Nomu di  re e picciotto
Nomu di vini e ràrica c’afferra

S’appuià comu lapa ncapu i rosi
A matri vuci ca  spinicìa ‘u to’ nomu
E ti vattiò vaviannut’a facciuzza

 

La madre voce

Nuotavi leggero, e leggera leggera la voce/ si appoggiò come ape sulle rose/ nello specchio d’acqua delle tue stanze/ Voce di madre e figlia/ voce di adulta e bambina/ Voce di vene e radice che attecchisce/ Chissà se li ricordi o li hai dimenticati/ se sono diventati rumore nelle tue orecchie/ I mormorii ingoiati col tuo nome/ Nome di figlio e padre/ nome di re e ragazzo/ nome di vene e radice che attecchisce/ Si appoggiò come api sulle rose/ la madre voce che sorreggeva il tuo nome/ e ti battezzò bagnando di saliva le tue gote (altro…)

Sud – in caso di arte

Nuovo Cinema

Da quando sono tornato in Sicilia mi imbatto spesso in una specie di equivoco critico per il quale certe rappresentazioni del Meridione sono viste dai meridionali come un giudizio sprezzante nei confronti loro e della loro terra. Un mio amico, peraltro molto intelligente e di ottimi gusti artistici, si è recentemente scagliato pubblicamente e un po’ per gioco contro Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, definendolo “una cagata pazzesca” che svalorizza la Sicilia raccontandola in un modo anacronistico e attraverso il punto di vista di uno “snobbettino” che una volta partito sembra vergognarsi delle proprie origini “avendo evidentemente conservato il cervello di un paesanello coi sensi di inferiorità”. Ora, il mio amico non ha in generale tutti i torti, nel senso che in Tornatore c’è spesso un indugiare compiaciuto nel vintage, ma non mi pare il caso di Nuovo Cinema Paradiso, che è piuttosto il ritratto sincero e commosso di un mondo che non può che essere perduto e ricreato, visto che fa tutt’uno con l’infanzia del protagonista. Che peraltro da adulto non ha niente di snobbettino e non pare vergognarsi affatto delle sue radici, pur essendosene drasticamente allontanato. Mi colpiscono invece questi trattamenti ideologici dell’arte, questa specie di rancore, molto intellettual-siciliano, verso ogni rappresentazione trasfigurata dei nostri luoghi. Lì forse c’è davvero un complesso irriducibile di inferiorità (che è l’altra faccia di un altrettanto irriducibile complesso di superiorità) di noi isolani e in generale di noi meridionali. Se dico ideologico è perché tutte le ideologie sono nette e unilaterali, e finiscono insomma per vedere un aspetto solo delle cose, quello più utile al loro discorso e quasi sempre l’aspetto più superficiale, che nell’arte finisce per coincidere con quei referenti di realtà sui quali la finzione si è innestata. Ma se è inevitabile che ogni opera d’arte parta da presupposti reali, inevitabilmente poi da quei presupposti si allontana e si emancipa. Quando cioè Tornatore parla della Sicilia non parla SOLO della Sicilia, come Garcia Marquéz quando parla del Sudamerica non parla SOLO del Sudamerica e Montale quando parla della Liguria non parla SOLO della Liguria. La Sicilia gioca invece in questo caso il ruolo di una periferia che sta anche per le altre periferie del mondo, sconvolte nel bene e nel male da quegli effetti di immaginario che un centro emittente ha prodotto con i suoi film, rendendo inadeguata la vita che si faceva prima, cambiandola nei sogni e nelle aspirazioni (sulla condizione della perifericità scossa e travolta da cambiamenti arrivati da lontano, consiglio L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie di Stefano Brugnolo). Ma per sentirsi periferici non occorre essere per forza abitanti delle periferie in un senso strettamente geografico, basta percepirsi improvvisamente defilati e in ritardo rispetto a un qualche importante mutamento generale in corso, come la rivoluzione della bellezza e dei costumi che investe gli abitanti di Giancaldo. Credo sia per questo che Nuovo Cinema Paradiso è piaciuto e piace ancora ovunque, a meno di non pensare che fuori della Sicilia la gente provi piacere a sentir parlare male o in modo sminuente della Sicilia e dei siciliani.

L’interpretazione parziale e regionalistica è d’altronde uno dei pregiudizi interpretativi che Francesco Orlando ha cercato di smentire nel saggio L’intimità e la storia: lettura del “Gattopardo”, a proposito del capolavoro del suo maestro diretto Tomasi di Lampedusa. La domanda che si poneva Orlando era delle più semplici ed empiriche: com’è possibile che un romanzo definito “siciliano” e a volte addirittura “borbonico” ha ottenuto un successo portentoso in ogni parte del mondo, lontanissimo dalla Sicilia e dalla vicenda risorgimentale italiana? Badiamo che domande simili possono essere poste per ogni grande opera letteraria, solo apparentemente vincolata a un contesto e in realtà capace di parlare all’umanità di ogni tempo e ogni luogo. Nel caso del Gattopardo abbiamo a che fare con il declino di una classe, quella aristocratica, raccontato però, ci dice Orlando, da un punto di vista interno all’aristocrazia stessa, cosa che mai era avvenuta nel romanzo europeo fino a quel momento. Il pathos della consunzione di un intero mondo giudicato dalla Storia obsoleto e tramontato non è certo però un esclusivo sentimento della nobiltà ottocentesca siciliana al tempo dell’unificazione, rispetto alla quale la nascita del romanzo è peraltro distante molti decenni (da qui l’accusa di tradizionalismo e ritardo culturale espressa da Vittorini, che lo rifiutò per Einaudi, cadendo in uno dei più grossi malintesi della storia editoriale italiana). Nemmeno l’appartenenza dello stesso Tomasi a una nobiltà ormai ampiamente decaduta basta a congedare la sua opera come il testamento di una classe sociale. Se Il Gattopardo ha ormai il valore di un classico, ed è tradotto e letto in ogni altro continente, questo avviene perché in effetti attraverso la condizione di una certa aristocrazia siciliana ha raffigurato una condizione periferica essenziale, il sentimento del sentirsi tagliati fuori dalla Storia, isolati e pronti a essere sostituiti dal nuovo che avanza. Per dirla con Matte Blanco (il cui pensiero avevo provato a spiegare qui), per effetto di quella logica simmetrica che prevale nelle nostra emotività e che generalizzando tratta l’individuo come se fosse la categoria, la Sicilia di Tomasi sta per tutte le Sicilie del mondo, per tutte le province del mondo, per tutte le periferie fisiche e mentali del mondo. Ogni esperienza estetica è di fatto esperienza di una infinita estensione del senso, e per questo nessun referente reale, come dicevo all’inizio, può bastare a spiegare un’opera d’arte. Rispetto a Nuovo Cinema Paradiso c’è naturalmente una ben diversa enfasi portata sui cambiamenti epocali, un giudizio sul Tempo filtrato attraverso la lucida coscienza del Principe di Salina. Che non è affatto, sostiene Orlando nel saggio (e anche a un certo punto in una lunga e appassionante intervista, per chi vuole qui), l’eroe di un inveterato immobilismo siciliano, il preteso avversario di ogni progressismo. Consapevole della necessità del cambiamento, dietro la sua assenza di illusioni si nasconde invece un’invincibile capacità di illudersi ancora; per effetto di quella logica della negazione freudiana che nega per affermare, dichiara che tutto è inutile proprio perché ne sente l’utilità; dice insomma “non ci spero per dire segretamente ci spero”.

Quest’ultima constatazione dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ambigue le ideologie trasferite nell’arte: un campione dell’aristocrazia come don Fabrizio può diventare al tempo stesso il segreto portatore delle istanze opposte agli interessi della sua classe. Se dunque il Sud raccontato non è mai esattamente il Sud reale, a questo sfalsamento se ne aggiunge un altro, quello tra testi letterari e discorsi ideologici. Pur potendo cioè partire da visioni del mondo forti, da sistemi valoriali ferrei, qualunque opera d’arte, come nel caso del Gattopardo, saprà comunque dirne al tempo stesso il rovescio e le contraddizioni. Per questo risulta improprio il trattamento colpevolizzante che un particolare filone di studi, che prende le mosse da Edward Said, riserva a un certo tipo di letteratura, accusata di essere strumento di potere (rinvio a S. Brugnolo, “Obiezioni a Said”, Between, I.2 (2011), http://www.between-journal.it/). Said si scaglia in particolare contro il discorso che l’Occidente farebbe da sempre sull’Oriente per tenerlo soggiogato e sotto controllo, chiuso dentro un’immagine esotica e immobile. Per questa ragione si parla da qualche anno e sempre più insistentemente anche di una “orientalizzazione” del Meridione italiano, rappresentato in una mescolanza di pittoresco e drammatica arretratezza. Ho letto da poco Cristo si è fermato a Eboli, e insieme alla descrizione di una Lucania disperata per malaria e povertà sentivo però anche una fascinazione che andava ben oltre il semplice pittoresco. Levi ci presenta cioè il paese di Gagliano come un luogo in cui possono ancora adempiersi parti di noi faticosamente rinnegate, il desiderio della stasi contro la necessità del divenire, il pensiero magico e superstizioso contro quello razionale. Gli orientalisti diranno che il trucco è proprio quello, dare il contentino dell’esotismo inchiodando al tempo stesso il Sud a un destino storico senza riscatto. Ma la lucanità come la sicilianità come la sardità come la napoletanità sono classi logiche da assumere in modo ampio, o nel confronto ingenuo con i loro referenti reali non potranno che sembrarci maschere eccessive e false; o al peggio, come per Said, riformulazioni ideologiche del mondo. Prendiamo il caso limite della letteratura d’inchiesta, alla Saviano, a volte sorprendentemente contestato dall’opinione pubblica: parlando con napoletani, mi è sembrato che il problema non fosse l’evidenziazione del fenomeno camorrista, quanto la narrazione e il colore aggiunti a questa, e quindi, per così dire, gli aspetti letterari, che creavano una certa immagine totalizzante della Campania. Che poi è appunto quello che fanno tutti i processi estetici, dove prevale la logica simmetrica. Pur partendo insomma da aspetti reali (c’è qualcosa di vero in un Sud più arretrato e superstizioso del Nord), l’arte poi li potenzia, li oltrepassa, li rende universali. Quando però questa espansione del senso viene ignorata, si finisce per attribuire alla letteratura poteri e responsabilità che non ha rispetto alla realtà concreta: se l’Oriente è così, è anche perché certi scrittori lo hanno a loro volta colonizzato con le loro opere; se il Sud è così, è anche perché la letteratura e il cinema lo hanno rappresentato in un certo modo; e così via. Mi viene in mente il romanzo di uno scrittore belga simbolista, Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach, che dava della città un’immagine provinciale, sonnolenta e luttuosa proprio negli anni in cui questa cercava di riprendersi nei commerci grazie alla realizzazione di un nuovo porto. Rodenbach fu insomma accusato di avere “orientalizzato” Bruges mentre i suoi abitanti cercavano di “occidentalizzarsi” definitivamente. Non pare che la ripresa economica della città sia avvenuta di meno a causa del romanzo, né che il romanzo abbia funzionato e funzioni di meno per non essere stato un reportage esatto.

@Andrea Accardi

 

Maria Allo, poesie da “Al dio dei ritorni” e un inedito

Etna dal mare - Foto di Maria Allo

Etna dal mare – Foto di Maria Allo

Maria Allo, poesie da Al dio dei ritorni e un inedito

«Nel giorno del perdono / oso invocarti / sulla sponda del torrente in secca / tra le rovine di una terra che trama / a ridurci rovi».  Una trattazione del tema dei nostoi, allegoria dell’esistenza come perenne viaggio, originale e, allo stesso tempo, non ignara del “grande carico” (per dirla con il titolo di una lirica di Ingeborg Bachmann) della poesia che ci precede: tutto questo si fa incontro a chi legge Al dio dei ritorni di Maria Allo. Segue, chi legge, il moto di chi sempre parte – “Si parte” è uno degli incipit programmatici che ricorrono e si avvicendano nella raccolta -, il gesto di chi tende le mani a una riva anelata e insidiosa, all’approdo che può farsi orrido scoglio, al promontorio che può squassare e squassarsi, rotolando «limo di lava dissidente», al tratto di costa familiare che può rivelarsi «sponda / della solitudine».
Nella molteplicità di toni e sfumature, di elementi-simbolo,  in una tavolozza che non disdegna di accogliere il livido – limaccioso e minaccioso – accanto al nitido, al brillante, al saturo, nell’intenzionale duplicità di valenza delle immagini, resta ben riconoscibile la vocazione dei poeti, che nel loro errare si confermano, con un ossimoro significativo, «custodi del vagare», rivendicano l’autenticità delle loro visioni e rinnovano, come nell’inedito qui presentato, la loro invocazione.  (Anna Maria Curci)

 

Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione.

(p. 15)

(altro…)

Orazio Labbate – Lo Scuru

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Orazio Labbate – Lo Scuru – Tunué edizioni – € 9,90

La luna era piena. Il vento grevemente faceva sgusciare via, da dei paletti rugginosi infissi alla collina gialla, bottiglie di ammoniaca bucate che sembravano, nell’immaginazione del ragazzo, appiattite, e stese, come la nonna sul tavolo dell’obitorio. Ingoiò la fantasia. Poi diede un colpo al pomo d’Adamo e scurdò.
Butera era vuota, la piazza moriva pirciàta dalla palizzata nera dei tronchi. Scinniu dà màchina, solo davanti all’unico albero di bifira, misurava le vanedde chiaroscurali che lo allontanavano da Via Archimede e quindi dalla morte.

Torna la lingua siciliana, torna a sorprendermi e a conquistarmi, così come più volte è accaduto nel tempo. Così come nel 2013 è accaduto col meraviglioso Cattiverìa (Perdisa Pop) di Rosario Palazzolo. Torna dolce e cattiva. Torna delicata e pungente. Torna con la forza viva che fa la parola quando suona. Torna nel primo romanzo di Orazio Labbate Lo Scuru. Labbate è molto giovane, e per questo l’uso che fa del siciliano è molto interessante. Per mano di un ragazzo quello che è radicato nella tradizione più lontana diventa cosa attuale, o torna a esserlo. Lì dove la parola antica cammina al fianco di quella nuova, dove il dialetto si mischia all’italiano creando una terza lingua, nasce la storia, quella che a noi deve arrivare. Una lingua nuova.

Un uomo anziano dalla lontana Virginia, sentendo la morte vicina, un uomo che ha da pochi giorni seppellito l’amata moglie, racconta la sua storia, la sua storia lontana, quella della Sicilia. L’uomo si chiama Razziddu Buscemi. La Sicilia, terra aspra e dura. La Sicilia delle campagne e dei pescatori. La Sicilia misteriosa delle leggende. Il luogo dove la religione e la stregoneria si confondono, fino a sovrapporsi. Chi è il mago e chi è il prete? Chi è il diavolo e chi è lo stregone? Dov’è l’innocenza di un bambino? La purezza, la santità? Il protagonista cresce senza padre con la madre e la nonna. Quest’ultima lo ossessiona, lo impaurisce con le sue superstizioni, tra esorcismi e diavolerie. Tra queste, la più grave: Razziddu è nato impuro, fuori da una relazione ordinaria, frutto di una “ficcata”, è sporco, senza speranza. Non lo salverà fare il chierichetto, anzi la Chiesa sarà più condanna che salvezza. Il dialetto siciliano è più cattivo che mai, è ingiurioso, è terribile. Se si prova a leggere qualche frase ad alta voce si rischia di sentire il sapore del sangue o del sale tra i denti. C’è poi lo Scuru, una figura (o un’ombra, o una minaccia) che nei ricordi del ragazzo oscilla continuamente (così lo immaginiamo) tra l’essere la quarta presenza della Trinità o lo scarto di questa, tra l’essere il demonio o un’assurda magia nera. Ma il dialetto vibra come il vento e nel racconto si rimodella di continuo: Fede o Stregoneria?

Comparirà il mago, amico del padre, in un primo momento guida, perché ha visto, perché ha conosciuto il padre di Razziddu, perché sa parlare davanti al fuoco; poi disprezzato perché non c’è verità dove la superstizione domina. E dove la superstizione vince resiste solo la paura. La paura sarà voglia di scappare, voglia di morire. Un tentativo di suicidio è descritto in una scena che ha forza di temporale. Poi c’è lei, Rosa, l’amata. Rosa che conosce l’altro siciliano, quello dolce, quello che sa incantare, che sa raccontare le stelle anche nella notte più scura. E quindi il padre di Razziddu. L’uomo che pescava gli africani in mare, gesti che al tempo erano ordinari, stavano nelle cose, come il pescare. Erano atti che un uomo su una barca di notte sapeva di dover fare.

L’ossessione dello Scuru, della morte, della tragedia, il dubbio che l’amore non possa bastare a garantire la salvezza, come fuggirà Razziddu da tutto questo? Servirà un gesto che dovrà avere la stessa forza della superstizione, qualcosa che scacci il peso dal petto, qualcosa che liberi e cancelli e regali un’altra parte di mondo. Un mondo dove i funerali diventino racconto e non tormento, un mondo in cui, con l’anima in pace, lo Scuru si trasformi in un’immagine, acqua che evapori, fuoco che si spenga.

Gli scarichi delle grondaie borbottavano al muro di fùmu verso Gela; il tragitto, il ragazzo lo avrebbe percorso da solo. Da quasi adulto a uomo, d’un colpo, in un breve viaggio, tintu, solo iddu e gli spaventapasseri della piana. Sulu lui e la raggia che si gonfiava come una stella nata da picca.

© Gianni Montieri

Davide Orecchio – Stati di grazia

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Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

 

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. Per Davide Orecchio le parole sono un po’ come le onde, e come le onde fanno avanti e indietro, si sollevano, si ritraggono, fanno schiuma, sbattono sugli scogli, muoiono sulla battigia, lì dove lo scrittore mette il punto. Questo libro è pieno d’acqua, acqua salata che va dalla Sicilia all’Argentina, dall’Argentina a Roma e racconta una storia terribile e meravigliosa, tragica e d’amore. Orecchio ha scritto una storia di abbandoni, dove ogni abbandono è legato all’altro; dove ogni personaggio è perduto e ritrovato, e tra la sparizione e la ricomparsa c’è il mutamento, c’è, come quando si ricompone un silenzio, lo stato di grazia.

Uscito con Pietro per fumare e fianco a fianco m’ha chiesto: «Allora come va la vita?»; questione che s’è staccata da me per colare lontano, dov’era peraltro la mia risposta.

Eccolo il primo abbandono. Un uomo che non c’è più parla a un uomo che non vuole più esserci. Uno fingerà di partire e un altro partirà al posto suo. Qualcuno abbandona la scuola, qualcuno la famiglia, qualcuno la propria storia. Dove una vita smette ne comincia un’altra. Un documento d’identità indossa un altro nome e così cambia pure la pelle. Si può sparire senza fare un metro oppure attraversando l’oceano, ed eccola l’Argentina, che da immagine su una rivista diventa luogo, posto, diventa mondo nuovo. Vecchio e nuovo sono, però, poli interscambiabili e questo romanzo ce lo dimostrerà. Pietro, Paride, Angela, Bartolo, Aurora, Diego, Arturo, Rosa, Johnny, Matilde: questi i personaggi principali. Anime che si incroceranno, si legheranno e spariranno scaraventate via. La Sicilia degli anni cinquanta, l’Argentina delle dittature, delle sparizioni. L’Argentina del dolore e della fuga. Poi Roma, dove forse sta la salvezza ma non la pace. La morte, il tradimento, l’amore perduto, la malinconia, la durezza e la Dittatura, tutto partecipa all’abbandono, alla solitudine degli attori di Orecchio. Eppure a nessuno di questi manca mai la forza, a nessuno viene meno la tenerezza. Dove tutto si ricompone, anche se solo per un attimo, lì si manifestano gli stati di grazia.

dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze.

Davide Orecchio scrive in maniera splendida e unica, inventa e padroneggia un nuovo linguaggio, in cui le parole dondolano, giocano di sponda, rimbalzano. Un linguaggio che vede i verbi a volte ridotti all’osso, ma che non perde mai il ritmo. Un linguaggio che è il filo che lo scrittore ha tessuto per noi, annodando fatti reali alla pura, fantastica, finzione. Può succedere, per fortuna, ancora, di innamorarsi prima del suono delle parole e poi di quello che raccontano e di provare una sincera ammirazione. Anche per il lettore sono previsti degli stati di grazia, come quando durante il viaggio appare, dietro una curva, qualcosa di non previsto, una luce inattesa.

Poi la corriera ha suonato l’ora di ripartire e m’alzo e scopro che mi sono appena messa al mondo, lì sulla sabbia del fiume dove ho deciso di nascere. E, partoritami, sono tornata al sedile. Sono tornata al viaggio.

 

***

© Gianni Montieri

Flashback 135 – Isole

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Quando il mare è calmo, una placida tavola azzurra nelle prime ore del pomeriggio, entro nell’acqua e inizio a nuotare guardando la riva. Arrivo fino alla prima boa, quella usata dai pescatori per indicare le reti, e poi mi giro per guardare l’orizzonte. In quella distesa azzurra infinita, lì dove non si tocca, dove non arriva nessuna voce e non distingui le isole, lì ti accorgi di quanto siamo fragili. Senza punti di riferimento, il movimento discontinuo delle onde sembra quasi farti ruotare su te stesso. Sembra quasi che certe onde arrivino da te pronte a portare via ogni pensiero. Tutto sembra durare un tempo infinito, fino a quando il vento non porta le parole dalla riva. In quel momento non resta altro che riprendere a nuotare, a dorso, guardando il cielo, quell’altra distesa infinita.

© Marco Annicchiarico

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Edoardo, classe 1947

archivi

(fotografia di Renzo Bilenchi, di PalestraDigitale)

Edoardo ha passi piccoli e scalzi, anche in pieno inverno. Porta sempre con sé un libro perché leggendo può capire meglio quello che sta intorno. Si lamenta in continuazione della città, del mare, del freddo o della pioggia. L’altra sera, seduto in enoteca, ha ordinato il solito bicchiere di vino bianco e togliendosi gli occhiali, tutto rosso in faccia, ha iniziato a recitare un Padre nostro ad alta voce. Alcune parole erano diverse, ma il senso non era cambiato: Lui nei cieli, il pane quotidiano, i debiti e i debitori. Ha esitato solo sul liberarci dal male. Perché, ha detto incrociando il mio sguardo, se ci toglie il male cosa ci resta?

Ogni mattina lo puoi trovare sulla spiaggia; arriva con l’aliscafo e inizia a controllare il lavoro delle onde. Queste, nella notte, hanno spinto le bottiglie di plastica in direzione della strada, riportando nel buio dei fondali i cocci di vetro e le mattonelle. Tanto i pesci si abituano a tutto, avrà pensato; alle lattine, ai copertoni, alle bottiglie di plastica o di vetro e anche all’uomo. Ogni tanto, di notte, il mare espelle ciò che non gli appartiene; lascia tutto sulla spiaggia.

Certe mattine, all’alba, Edoardo si confonde tra gli uomini che fanno avanti e indietro, alcuni con il metal detector e altri con una semplice rete. Con la maschera e il boccaglio, sott’acqua, con aperti estranei occhi Edoardo guarda un mondo totalmente diverso dal suo. Quando appoggia un piede sul fondale, i pesci si avvicinano in cerca di cibo, per poi allontanarsi di nuovo. Due di questi, due aguglie, si seguono, sembrano giocare tra di loro e gli girano intorno, senza avere paura. Forse non sanno che li guarda. O forse per loro è normale. Normale come fare giravolte dentro un copertone in fondo al mare.

A sinistra, dopo tutte le montagne, l’Etna resta bianco di neve. Alle spalle, dopo tutto questo mare, Stromboli ha ripreso a fumare. Intorno, la città inizia a muoversi, mentre un odore di caffè invade le strade.

© Marco Annicchiarico

 * * *

Il racconto ha vinto (ex aequo con Frank è ora di Andrea Cappello) il concorso “Fotoracconto 2013” organizzato dagli Archivi del ‘900 – Anteprima in collaborazione con Palestra Digitale fotografia ad Alta Sensibilità.

Solo 1500 N. 16 – Bronte ( ovvero del pistacchio)

 

Solo 1500 N. 16 – Bronte ( ovvero del pistacchio)

Mi incuriosisce – particolarmente – la questione del pistacchio. Precisamente quanto pistacchio (l’oro verde) si produca nella cittadina di Bronte. La curiosità riguarda soprattutto il legame fra la cittadina siciliana e le gelaterie. Un certo tipo di nuove gelaterie. Quelle che a passarci fuori sembrano negozi d’alta moda. Quelle che non usano conservanti, che la loro frutta è soltanto di stagione, che il latte è soltanto delle proprie mucche. Di conseguenza, anche il fiordilatte, la panna, lo yogurt sono super naturali. Un elenco infinito di nocciole del Piemonte, limoni di Sorrento (dove saranno rimasti una decina di alberi in tutto), mirtilli del Trentino, ribes che dio solo sa di dove e, naturalmente, il pistacchio di Bronte. Per la cronaca va segnalato che il gelato fatto con questo tipo di pistacchio è veramente squisito. Mettiamo che la cittadina di Bronte sia abitata da 20.000 persone (il dato è reale) e che il suo territorio sia di 25.000 ettari, non è poco, pare che a Bronte si produca l’uno per cento della produzione mondiale di pistacchio, resta comunque una domanda irrisolta ovvero non è possibile che a Bronte ci sia tutto ‘sto pistacchio. Contando che il pistacchio serve pure a Natale e non, come accompagnamento di fine pasto, insieme a noci, mandorle, nocciole, prugne secche ecc., quanto ne resterà per i gelati? E  il nostro rapporto con il gelato in fino a qualche anno fa qual era? Era buono anche prima? Avendo i conservanti, tra l’altro, non si scioglieva mai, fattore non trascurabile. Certo il dettaglio dello scioglimento precoce del gelato si può risolvere mangiandolo nella coppetta. Sì, vabbè, ma senza cono che gelato è?

Gianni Montieri

LA BELLEZZA E LA ROVINA – Poeti al Garraffello

Un reading di poesia con l’intervento di musicisti, la proiezione di un’intervista a Edoardo Sanguineti realizzata da Ciprì e Maresco, la mostra “La Parola Fotografata” realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani e la presenza di Radio Cento passi (erede di Radio aut di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia per la sua irridente e creativa lotta contro i boss) venerdì 2 luglio dalle 20.30 in poi a Piazza Garraffello, fra le rovine della Vucciria di Palermo, ma senza la spazzatura che solitamente circonda e riempie la bella fontana cinquecentesca del luogo, perché faranno una pulizia straordinaria gli abitanti della zona. A fondale dello scenario, la scritta “Uwe ti ama”, tracciata sui muri sbrecciati dall’artista austriaco Uwe Jaentsch, che da anni opera nel luogo e vi ha realizzato interventi che, sottolineandone il degrado, al tempo stesso ne esprimono la potenzialità. L’iniziativa è di un gruppo di operatori culturali, che hanno messo assieme forze e volontà di fare e, a titolo gratuito e coinvolgendo il quartiere, ha già realizzato un evento simile per la Giornata mondiale della poesia in un altro sito palermitano, recentemente recuperato ma rimasto inutilizzato (il Comune non vi ha previsto nessuna attività, sebbene sia uno spazio ideale per eventi culturali), il giardino di Piazza Fonderia. Parteciperanno i poeti Roberto Deidier, Nino De Vita, Francesca Traina, Biagio Guerrera, Nicola Romano, Margherita Rimi, Mara Librizzi, Luciano Mazziotta, Sebastiano Adernò, Giovanni Catalano, Francesco Balsamo, Francesca Pellegrino. Quelli di loro che non vivono a Palermo, verranno a loro spese, nello spirito della manifestazione, senza finanziamenti e senza scopi di lucro, testimonianza di indignazione attiva per l’incuria e la rovina che condannano a morte luoghi ricchi di storia e di arte e di fiducia nel potere delle parole e della bellezza.


PROGRAMMA

– SCHERMO
Omaggio alla memoria di Edoardo Sanguineti
Proiezione dell’intervista al poeta realizzata nel 2000 da Daniele Cipri’ e Franco Maresco

– MUSICA
Angelo Di Mino , violoncello

– POESIA
Giovanni Catalano, Nicola Romano, Francesca Pellegrino

– MUSICA
Toti Basso, chitarra

– POESIA
Roberto Deidier, Francesca Traina, Biagio Guerrera

– SCHERMO
Videoproiezione della mostra “La Parola Fotografata”realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani

– MUSICA
Giovanni Mattaliano, solosax
“Come gli alberi sotto la neve” di Giovanni Mattaliano

– POESIA
Mara Librizzi , Nino De Vita

– MUSICA
Giampiero Riggio , chitarra e voce

– POESIA
Luciano Mazziotta, Sebastiano Aderno’ (al sax Corrado, La Marca), Margherita Rimi

– MUSICA
Salvo Compagno e Daniele Schimmenti, percussioni

23.30 DJ SET:
ABnormal ( elettronica, independent,pop?, nupop )
and more….

Presenta la serata Fosca Medizza

Bookshop a cura della Libreria MODUSVIVENDI

Organizzazione e promozione:
Patrizia Stagnitta, Associazione Mezzocielo
Rosanna Pirajno, Fondazione Salvare Palermo
Beatrice Agnello, Associazione culturale Gli Amici di Oblomov
Fabrizio Piazza, Libreria Modusvivendi
Antonio Saporito, Amici di Garage
Fosca Medizza,
Maria Giambruno, Cnn Piazza Marina & dintorni
Terremoto Jek
Dario Panzavecchia – ABnormal

Ufficio Stampa:
Beatrice Agnello (beagnello@libero.it, cell. 338.8632095)
Fabrizio Piazza (pessoa72@hotmail.com, 091.323493)

I Promotori ringraziano sentitamente tutti gli intervenuti, i poeti e i musicisti che partecipano alla manifestazione a titolo gratuito, i poeti venuti da lontano a proprie spese, i professionisti, gli amatori, gli amici che si sono prodigati nei diversi ambiti organizzativi, tutti coloro che hanno mostrato fattivamente interesse e passione, e condiviso entusiasmo ed energie per una iniziativa pensata e realizzata con amore per l’arte e la poesia. Con molte scuse per le inevitabili pecche.

Si ringraziano inoltre: Roberto Deidier, Maria Attanasio, Laura Imondi, Franco Maresco, Pippo Bisso, Shobha, Chiara Maio, Emilia Maggiordomo, Flavia Schiavo, Cettina Musca, Anna Sica, Ida Tedesco Zammarano.

nell’affetto

@ Fulvio Roiter

nell’affetto a torto

si ricompongono

oltraggi

sovente posti

scrostati al lume

dal lume d’osservazione

nel ritardato oblioso

parola-co(n)stata

 .

foce

 .

Maria Grazia Galatà                               9 giugno 2010