Sibylle Lewitscharoff

Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare

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Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare. Prefazione di Augusto Benemeglio, Edizioni Progetto Cultura 2016

Sono rotte le brocche armoniose,
i piatti con il volto greco;
le teste dorate dei classici…

ma l’argilla e l’acqua continuano a girare
nelle umili case dei vasai.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Mi risuonano nella mente i versi che Ernst Jandl scrisse tra il 1953 e il 1955, mentre scorro, ancora una volta, le pagine della raccolta di Lorenzo Poggi, pubblicata qualche mese fa da Edizioni Proget­to Cultura. Quel ragazzo che provava a volare è una raccolta ricca di testi, nei quali l’io lirico, pre­sente nella maggior parte di questi, cammina, raccoglie, serba e trasmette memoria in un lavoro quotidiano, incessante. Tutto ciò avviene nella piena consapevolezza della fatica e della dignità ar­tigianale. Umile e fiera insieme, tale consapevolezza, ché sa, come sottolineato dalla poesia di Jandl, che «nelle umili case dei vasai» «l’argilla e l’acqua continuano a girare» per resistere alla di­struzione, alla frattura, alla profanazione, sì, della bellezza, per preservarla, nonostante tutto e non tacendo l’enorme meschinità della devastazione perpetrata. La coscienza della necessità di un lavo­ro artigianale di raccolta, selezione, scavo, lima, distesa di linee, impasto di colori, intaglio, model­lamento si accompagna qui alla descrizione di un sogno, che non è mai rigettato. Non è dato tempo di abiura, anche nei giorni del gelo, del fango e del bitume.
Che cosa ne è stato, allora, di quel ragazzo che provava a volare? La risposta alla domanda centrale suscitata dal titolo percorre fitta l’intera raccolta e si articola in camminamenti e visioni, segue il volo di gabbiani e di colombe bianche, affonda i piedi e le mani nella terra, in quella pazientemente coltivata dell’orto e in quella intrisa di acqua e di foglie del sottobosco, calpesta, denunciandone la piattezza infida, l’asfalto e si libra, ancora, in un volo che non ha dimenticato le aspirazioni di “quel ragazzo” e gli insegnamenti di chi lo ha preceduto, del padre carnale e dei padri ideali.
La gamma dei tempi verbali – il passato prossimo che costituisce da sempre la cifra della poesia di Lorenzo Poggi, il presente che conferma il suo essere intrepidamente qui e ora – si arricchisce così dell’imperfetto, tempo della memoria e della cura, della “onnicomprensiva cura” (Sibylle Le­witscha­roff nella traduzione di Paola Del Zoppo). La fedeltà ai sogni è attestata, inoltre, dal tem­po futuro in Il ragazzo dentro. (altro…)

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg (doppia nota di lettura)

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Sibylle Lewitscharoff,  Blumenberg. Traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2013 – euro 15,00 – ebook 4,99

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

Anna Maria Curci

Regista abile e sapiente, Sibylle Lewitscharoff pone nello studio del filosofo Blumenberg il punto di partenza di una narrazione che tiene conto, intrecciandoli, separandoli, mettendone alcuni, di volta in volta, in primo piano, oppure, in un disegno contrappuntistico,  al rovescio, di una molteplicità inusuale di fili. Sono fili sottilissimi e robusti, assortiti in maniera sicuramente inedita, indubbiamente originale, sono fili che attraversano ambiti del sapere −  la filosofia, la storia dell’arte, la settima arte, la storiografia, la letteratura, l’ermeneutica e la traduzione, la storia del costume e l’indagine sociologica – e squarci sull’esistenza. Subito, da quello studio si parte per un viaggio che ha mete impensabili, senz’altro non scontate. La prima delle peregrinazioni è un pensiero, un’associazione,  il particolare di un quadro di Antonello da Messina: «E a destra, dietro il palco del sapiente, si affaccia dall’oscurità un misero leone. No, niente proporzioni leonine ed enormi zampe, ma provvisto di sottili arti scattanti, come un levriero. Probabilmente Antonello da Messina non aveva mai visto un leone di persona.» Il «misero leone» del quadro di Antonello da Messina è contrapposto al leone che, dalla sua prima apparizione notturna nello studio del filosofo, mentre questi registra su nastro le lezioni universitarie che la segretaria si premurerà poi di trascrivere, si manifesterà a Blumenberg fino alla conclusione di questo romanzo – ma il finale promette già una prosecuzione – in momenti significativi della vicenda: il leone non appare in tutte le sequenze di quest’opera dal fortissimo carattere visionario, eppure la sua presenza, silenziosa e forte, è dominante e costituisce un saldo punto di riferimento, avvio e approdo dei percorsi  qui narrati.
Un altro elemento, non un personaggio, ma un vero e proprio nodo concettuale – così l’ho definito nell’intervista a Paola Del Zoppo sulla traduzione di Blumenberg – permea l’intero romanzo: si tratta della «onnicomprensiva cura», concetto, impegno, attività che costituisce il titolo del sesto capitolo e che emerge in esplicita relazione con Käthe Meliss, suora conventuale,  uno dei personaggi più misteriosi e dotati di un quieto e formidabile potere (inattuale, fuori da ogni schema, da ogni modalità usuale) di attrazione: un’apparizione gloriosa, magnifica, come Lewitscharoff sottolinea nel testo, ricorrendo al corsivo. Probabilmente – ma la questione rimane aperta – è l’unica, oltre a Blumenberg, a poter vedere il leone. Non sono in grado di vederlo gli altri personaggi della vicenda, in prevalenza giovani, in prevalenza studenti universitari che frequentano le lezioni di Blumenberg: Isa – angelo fluttuante e fluente, una Ofelia innamorata di Blumenberg e della musica di Patti Smith -, Gerhard (Optatus, e sui nomi, le lettere che li compongono, i richiami intertestuali e intratestuali varrebbe la pena di istituire una vera e propria mappa), Richard, preda di incantamenti e miti, e Hansi, «bardo redivivo».
Nella complessità mai smentita, mai trascurata, anzi, saldamente padroneggiata, sono i luoghi a rendere più fitta e intrigante la trama. Sono i collegamenti a letture e a visioni di film a lanciare funi, liane e ormeggi: se l’itinerario di Richard in America latina, febbrile set cinematografico menziona esplicitamente Fitzcarraldo, più sottili, ma altrettanto tenaci, sono gli indizi che riconducono a Heinrich von Kleist nel capitolo Heilbronn (Das Kätchen von Heilbronn) e a Ingeborg Bachmann (Die ägyptische Finsternis, capitolo dell’incompiuto romanzo Der Fall Franza)  nel capitolo Egitto. Di che materia è fatta questa vita? Di che materia è fatta questa morte? I due quesiti guidano la narrazione, non indebolita, anzi irrobustita da considerazioni condotte sulla scorta di un’attenzione alta alla variazione e alla ‘sostenibilità’ linguistica di miserie minute, talvolta divertite e divertenti, di parabole e paradossi umani nel loro contendere quotidiano e nel loro timido, cauto ovvero temerario sporgersi verso l’altrove.

© Anna Maria Curci

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Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg

Chi vede il leone? di Gianni Montieri

 

Si può partire da un personaggio realmente esistito e immaginargli un’altra vita, una storia diversa. Gli si possono mettere intorno altre vite, vite di studenti, per alcune di queste si può annunciarne la morte, con la scrittrice che si inserisce nella trama, morte che avverrà molte pagine dopo, senza per questo togliere nulla al piacere di proseguire la lettura. Si può piazzare, al centro dello studio del filosofo Blumenberg, un leone che per buona parte del romanzo solo lui vedrà. Un leone per il quale proverà un timore mai eccessivo, curiosità; un leone che gli darà sicurezza e del quale, presto, non potrà più fare a meno. Un leone che non vedranno mai i suoi quattro studenti, gli altri protagonisti del libro. Non lo vedrà Isa, infatuata del professore, che vive in simbiosi con la sua colonna sonora fatta di Patti Smith e Bruce Springsteen. Saranno proprio le note di una canzone ad accompagnare il bellissimo capitolo che ne racconta la morte come se fosse una poesia. Non lo vedrà Gerhard, il ragazzo di Isa, studente brillante, molto intelligente, a questi la Lewitscharoff applicherà la sua fantasia, inserendosi nel racconto, come il tasto pausa dei vecchi stereo, con la voce fuori campo, e ne anticiperà lo svolgersi della vita negli anni successivi e la morte. Non lo vedrà Richard, che partirà per un lungo viaggio in Sudamerica, viaggio – manco a dirlo – senza ritorno. Non lo vedrà il bellissimo e strano Hansi, che passa le sere a leggere poesie nei bar. Solo un personaggio, forse, vedrà il leone, oltre a Blumemberg, sarà Käthe Meliss, una suora, dotata di  uno straordinario carisma, di  un potere mentale, nel quale il filosofo troverà una corrispondenza, comprensione e, una certa strana, compassione. Il Leone, immaginario o meno, infonderà nel filosofo una sicurezza tale da fargli tenere lezioni ancora più affascinanti, lo farà sentire bene, addirittura migliore. «Gli venne in mente la magnifica foto di Glenn Gould, da giovanotto, bellissimo, seduto al pianoforte a coda con il suo cane a chiazze bianche e nere, un cane altrettanto bello, con le zampe poggiate sui tasti, mentre guarda gli spartiti. I due davano l’impressione di suonare insieme, come se a Glenn Gould riuscisse ciò che faceva solo grazie alla partecipazione del cane.» La Lewitscharoff costruisce un bellissimo romanzo, la trama che tesse è fitta, ricca di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici; ma non ne perde mai il controllo, è una maestra dell’ironia, è pungente ma dolce allo stesso tempo. Si inserisce nel racconto e subito si ritrae, ma non si inserisce per vanità. Si prende cura dei suoi personaggi, li accarezza, li accompagna per mano, fino a dopo la morte. Le parole, gli aggettivi, la costruzione delle frasi, l’originalità e la grande conoscenza dell’autrice, mettono a dura prova il traduttore, come spiega Paola Del Zoppo nella sua scatola nera, posta alla fine del libro. Tradurre la Lewitscharoff è una specie di avventuroso viaggio, lo stesso che l’autrice ha pensato per il lettore. Quel viaggio che vale la pena intraprendere per trovarsi dentro uno dei più bei romanzi usciti nel 2013. Un libro che pone la vita e la morte una sovrapposta all’altra, sullo stesso piano, per questo i momenti più delicati, quelli dove la scrittrice mostra la sua compassione, sono quelli che precedono e, immediatamente, seguono le morti dei protagonisti, mostrandoli in una sorta di fluttuare collettivo con il leone a vegliare.

© Gianni Montieri

I migliori letti nel 2013

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Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

“Blumenberg” o dell’onnicomprensiva cura – anche nel tradurre. Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

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Anna Maria Curci  intervista Paola Del Zoppo – docente, traduttrice e direttore editoriale Del Vecchio – sulla sua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff. 

Blumenberg o dell’onnicomprensiva cura  – anche nel tradurre

Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

Anna Maria Curci – L’atto del tradurre, come ben metti in evidenza nelle due pagine che compongono La scatola nera del traduttore e nelle quali i lettori si imbattono – piacevolmente e con profitto – al termine della tua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff, è sempre il risultato di un processo che non ammette scorciatoie o riduzioni sbrigative, ma richiede la paziente ricerca di nessi, di ‘ganci’ in una catena che si potrebbe proseguire all’infinito. Nella cassetta degli attrezzi, rigorosamente ‘plurale’, con un’ampia scelta di opere di consultazione, non deve mancare, ad esempio, un dizionario etimologico, ché, per dirla con le tue parole, «ogni parola va agganciata alla sua storia». In un’opera come il romanzo di Lewitscharoff, che si nutre letteralmente dell’incontro e della sistematica mescolanza tra i più disparati ambiti esistenziali, aree del sapere, spazi della conoscenza, registri della comunicazione e forme di espressione, tradurre si rivela operazione di straordinaria complessità. Ci sono – e non potrebbe essere altrimenti, in considerazione del personaggio che dà il titolo al romanzo, il filosofo Blumenberg – espressioni che vanno rese con la chiarezza disarmante della precisione. Questo è, a mio parere, il caso di un nodo concettuale, che diventa nel testo il titolo del sesto capitolo: onnicomprensiva cura. Per quali vie e attraverso quali scelte, nel ricostruire la storia delle parole, sei giunta a questa definizione?

Paola Del Zoppo – Accidenti che domanda! Sono davvero felice che tu mi chieda proprio di quella scelta, che ha rappresentato, in effetti, lo snodo della mia traduzione. Mi basta ricordare che a quel punto della traduzione mi sono fermata per più di due settimane. Quel titolo, infatti, come acutamente riconosci, rappresentava il centro delle scelte, linguistiche e traduttologiche, ma anche relative alla ricca componente intertestuale letteraria e filosofica del testo di Sibylle Lewitscharoff. Era una svolta. In passato mi sono occupata del Faust di Goethe. E del Faust c’è tantissimo in questo testo, parodizzato, esaltato, rielaborato, addirittura citato. La stessa figura di Blumenberg che evoca San Girolamo nel suo studio, a sua volta immagine di Faust nella sua stanza gotica che si accinge a tradurre il Vangelo di Giovanni, è un’immagine che fa da sostrato a tutta la narrazione. È un atto di riconoscimento della tradizione letteraria e del bisogno costante della sua rielaborazione senza cadere nella banale negazione della sua necessità, ma insieme è un’affermazione dell’importanza della conoscenza a distanza traslata su un testo fondante della storia del pensiero tedesco – e non solo. E insomma, anche la “Sorge” è uno di quei personaggi del genere femminile “altro”, né terreno né ultraterreno, che popolano il Faust, con più densità nella sua seconda parte. Allora, trovandomi di fronte ad Allumfassende Sorge, il titolo a cui fai riferimento, a me subito è venuto in mente che Sorge potesse essere reso con “cura”, ma ho esitato a lungo. Mi tornava continuamente alla mente il titoletto della piccola riflessione di Benedetto Croce relativa al Faust proprio su quel “nome proprio”: Cura, Sorge, preoccupazione. Dunque, trattandosi di Blumenberg, con sullo sfondo la figura di Isa in preda alla depressione (la cui diagnosi, negli anni Ottanta non era ancora tanto diffusa) ecco che la parola ansia ha reso, fino all’editing finale, la parola Sorge, e infatti in alcuni punti l’ho poi mantenuta. Quello che ha guidato però la scelta definitiva è quell’attributo predeterminante, che infatti poi ho spostato in avanti. Perché la cura incarnata in quel capitolo è presente in tutte le sue declinazioni, parodizzata nella figura intensissima – e non del tutto positiva – di Käthe Mehliss, la suora che si “prende cura” delle piante e che pare intraveda il leone; denigrata nell’immagine dell’amico malato e di Blumenberg che ne rifugge, che teme il contatto con la decadenza fisica; ma è anche, e soprattutto, l’onnipresenza del leone, che per Blumenberg è la prova di un riconoscimento. Doveva necessariamente essere “innalzata di un grado”, rimandare alla metafisicità. Ansia era un concetto per me troppo terreno, che infatti nel secondo capitolo Blumenberg usa – e lì l’ho lasciato – per trattare la necessità umana di consolazione per la morte. Tutto stava in quell’attributo. Con Allumfassend si richiamava di nuovo prepotentemente il Faust. La “Gretchenfrage” era già intuita nel testo nel primo capitolo nel termine Weltbenenner, laddove io non avevo potuto far altro che cimentarmi in “denominatore”. Quando Gretchen chiede a Faust se crede in Dio, lui le dice più o meno, per cavarsi d’impaccio: Non è che non ci creda, ma chi può nominarlo, chi può dire “io credo”? E subito dopo lo chiama “der Allumfassend, der Allerhalter”, cioè colui che tutto contiene, colui che tutto tiene, colui che tutto comprende, che qui si faceva appunto attributo della cura, che diventa in sé onnicomprensiva, non è solo l’azione o l’atteggiamento di un essere in sé, eventualmente, metafisico.

AMC – La scrittura di Lewitscharoff ha un ritmo sicuro, che scandisce in maniera convincente l’impianto, molto ben articolato. Nulla è tolto a questo ritmo, proprio dell’originale, dalla traduzione, la quale rende i crescendo e i diminuendo dell’originale, il manifestarsi, di volta in volta, di un Leitmotiv, che caratterizza passioni dei personaggi – Bella del Signore di Albert Cohen, la musica di Patti Smith – ovvero accompagna un’apparizione tanto inconsueta nella vita reale quanto costante nella convincente finzione narrativa. Ci sono passaggi nei quali questo ritmo ha l’incedere e le figure del linguaggio lirico, come nel trittico di aggettivi «palpabile, peloso, giallo», che, nelle prime pagine del libro, segue l’affermazione: «Il leone era là.» Quale criterio ha guidato il tuo procedere nella resa di passaggi di questo genere?

PDZ – Innanzitutto grazie perché mi dici che non si è perso questo senso del ritmo. Comunque cerco di rispondere in breve: non sempre allo stesso modo. Nei casi che tu citi mi sono basata su una compensazione: il tedesco Habhaft, fellhaft, gelb – che è diventato palpabile, peloso, giallo – è una sorta di climax, ritmico ma anche concettuale. Habhaft e fellhaft, nel senso, rimandano a una situazione ancora di dubbio, non sono così “definitivi” quanto quel “giallo” deciso che descrive l’immagine, ma soprattutto, avevo bisogno che si sentisse quella tangibilità del suono data dalla ripetizione interna, che nel ritmo, peraltro, crollava sulla vocale più chiusa e sull’occlusiva finale: «Der Löwe war da. Habhaft, fellhaft, gelb.» Blumenberg pian piano definisce l’apparizione e pian piano la accetta come presente. Renderlo in modo uguale non si poteva, ma ho cercato di rendere i suoni più aperti all’inizio (con il “là” in cesura) e la ripetizione della seconda parte delle parole con un’allitterazione forte. Per il resto, relativamente al ritmo, la scrittura di Lewitscharoff è così potente, che mi sono lasciata accompagnare, mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo, come scrivevo nella nota. Proprio come per un accompagnamento musicale.

AMC – Assecondare un ritmo così originale –  mi colpisce e  mi convince la tua affermazione: «mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo» – così come rendere un movimento tanto sicuro quanto inedito richiede lo slancio dell’azzardo, il coraggio di rischiare perfino il corto circuito nel rendere i collegamenti mozzafiato suggeriti da Lewitscharoff, in particolare, nell’uso dell’aggettivazione. Mi sono soffermata a lungo su questo passaggio, collocato all’inizio del settimo capitolo,  N. 255431800: Isa si guarda allo specchio e vede «Un vestito lungo e fluente»Fluttua quel vestito? Scorre? Si distende, placido e ricco, come una lunga capigliatura? O tutte queste cose insieme?

PDZ – Scorre morbido, sì, come i capelli. In effetti era proprio quello il senso che volevo dare, perché l’immagine di Isa qui si accosta in modo molto chiaro a quella di una Ofelia che esce per incamminarsi verso il fiume. Il vestito ne è il simbolo, un richiamo molto chiaro: la stoffa demodé, l’abito che si accosta al corpo senza evidenziarlo, bianco, i bottoni, che richiamano la fabbrica del padre… La figura di Ofelia è anche nell’acqua che piove a scrosci, a cui Isa stessa si associa richiamando continuamente alla mente il romanzo di Cohen con la frase Piove a dirotto, che in realtà nel romanzo non c’è. Inoltre quella “fluidità” dell’abito si richiama alla figura angelica in un capitolo successivo, Dubbia apparizione angelica, quando Isa, appunto, “fluttua” nell’aria. Quindi volevo mantenere tutta l’ambiguità possibile, come un segnale: “Qui c’è di più”. Spesso la Lewitscharoff usa parole da lei formate o accoppiamenti insoliti di aggettivi ma anche di avverbi, proprio per spiazzare, spogliare il lettore della sua Weltanschauung. O anche parole semplici, che si comprendono immediatamente, se inventate sono spie di un atteggiamento: nel primo capitolo il semplice “Apparätchen”, che andava enfatizzato, bisognava notare che era un diminutivo particolare, ed è diventato “apparatucolo”. Spesso il testo mi ha costretto, come tu noti, a rischiare molto, a coniare alcuni moderati neologismi, e di certo, come già avevo dovuto fare con Apostoloff, a ricreare fratture linguistiche e lessicali, eventualmente compensando e sistemandole dove si poteva senza che al lettore italiano apparissero come errori. La parte che mi ha impegnato di più, però, credo sia stato il capitolo Egitto. In particolare nell’evocazione del sogno e delle armonie, ho studiato Spitzer e ne sono uscita spossata e molto arricchita. E credo che sia una caratteristica tipica della scrittura della Lewitscharoff, l’arricchimento per mezzo la sfida.

AMC – La lingua è «strumento magistrale per accostare al pensiero» le manifestazioni più disparate della realtà e dell’irrealtà. Ho preso in prestito qui un passaggio dal tredicesimo capitolo, che porta il nome del «bardo redivivo» Hansi e che ruota intorno a una questione fondamentale, la questione della lingua. Il punto di partenza è rappresentato dalle frasi di Blumenberg sul congiuntivo tedesco: «Gerhard capì solo le prime frasi di Blumenberg. Trattavano del congiuntivo tedesco come strumento magistrale per accostare al pensiero diversi tempi dell’irrealtà, per poi, con l’aiuto di strumenti di misurazione, incrociare il tempo catturato, ciò che nei ricordi era tempo trascorso, e ciò che in essi si era evidentemente depositato come dato di fatto, e trasporlo poi in altri schemi.» La mia domanda riguarda ora proprio l’impresa del trasporre non solo singole espressioni, coppie di aggettivi inusuali o climax allitteranti, ma anche strutture delle quali non esiste il diretto equivalente nella lingua italiana: in quali casi questa impresa si è rivelata particolarmente ardua?

PDZ – Guarda, quella del congiuntivo tedesco è stata una delle montagne più difficili da scalare. Inizialmente volevo rendere la cosa trasponendola completamente, cioè, trattandola come se si stesse parlando del congiuntivo in generale, a prescindere dalla lingua, per agevolare in questo caso il lettore. Ma purtroppo avrebbe eliminato troppo del testo, e quindi ho scelto di segnalare che si trattava di un diverso sistema grammaticale – che dunque permette diversi ragionamenti di filosofia del linguaggio – tramite l’indicazione del “congiuntivo tedesco”. E anche qui il Faust aleggia sia sul testo di Lewitscharoff che sulla mia scelta. Forse più difficoltà si è creata nei casi in cui andavano resi dei suoni specifici, per esempio la R e la S sono simboli, nel libro, del leone e del serpente, e spesso associati a Gerhard e Mehliss. All’inizio del capitolo Optatus, dedicato a Gerhard, c’era per esempio tutto il gioco di parole tra Baur e Bauer, e lì ho dovuto necessariamente inserire una glossa intertestuale. Il suono della R, invece, non è stato un problema, perché mentre a chi parla tedesco appare inconsueto che la R in fine di parola sia arrotata, per noi italiani può essere normale, e lo è anche nel dialetto di Stoccarda, e quindi in molti casi nella pronuncia della Lewitscharoff. Invece, poco più avanti nello stesso capitolo c’era un gioco di parole con la parola Schneckenburger che ho semplificato molto, perché diversi giochi di parole “alti” – ecce homino, dallowayizzata –  sono disseminati per il capitolo e lì era più utile rendere la presa in giro in modo immediato, anche perché quell’incipit è forse uno dei più divertenti e amari in assoluto. Altre sfide: le citazioni da Wittgenstein, in un caso rese con la frase esatta, nota al lettore italiano, altre volte prediligendo il testo di Lewitscharoff. Ah, sì, è poi quell’“ala della finestra” che si spinge verso l’esterno nel capitolo Il leone III. Me la ricordo bene perché se n’è discusso nell’ambito del seminario con l’autrice. È un punto, quello, denso di tutti i richiami parodici al romanticismo tedesco e anglosassone, luna, notte, steli, spine, morte, solitudine e solipsismo e anticipa altri sviluppi. Non volevo assolutamente perdere quell’immagine, anche se in italiano l’“ala” della finestra non è nel linguaggio comune. Ma sono stati delle sfide anche tutti i richiami alla Bibbia disseminati nel testo, dalla roccia che sanguina al sostegno divino, e i riferimenti alla letteratura tedesca forse un po’ meno conosciuta. Se «Kein Löwe, nirgends», che ricalca Kein Ort, nirgends di Christa Wolf un pochino riecheggia semplicemente in “Nessun leone, da nessuna parte”, tutto il richiamo a Knöpfe (Bottoni), il famoso radiodramma di Ilse Aichinger, va probabilmente perso. Per esempio lì è stato davvero difficile rinunciare a delle note, che però in questo testo avrebbero tradito l’intenzione dell’autrice. Credo che siano difficoltà di ogni traduzione, scegliere e scartare, e credo o magari è la suggestione, che l’actio per distans sia richiamata anche in questo modus di lettura, anche in questa conoscenza di un testo tramite una lettura che non lo possiede del tutto, e anche a questa idea mi sono ispirata. Nel testo di Lewitscharoff tutto è coerente, e tutto infatti ritorna nel capitolo finale, a chiudere il cerchio della conoscenza. L’ho trovato un libro magnifico.

L’intervista è stata pubblicata il 25 novembre 2013 sul blog della casa editrice Del Vecchio, qui. Un vivo ringraziamento alla casa editrice e alla redazione del blog “Senza zucchero”.

Paola_Del_Zoppo

Paola Del Zoppo (foto di Spartaco Coletta)

AMC_con_PDZ

Anna Maria Curci (foto di  Spartaco Coletta)

Paola Del Zoppo e Anna Maria Curci all’Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, Roma. Foto di ©Spartaco Coletta.

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Paola Del Zoppo, nata nel 1975, insegna all’Università della Tuscia ed è traduttrice e direttore editoriale di Del Vecchio Editore. Si occupa prevalentemente di teoria della traduzione letteraria, studi comparatistici e culturali, letteratura poliziesca. Ha pubblicato una monografia sulle traduzioni italiane del Faust di Goethe (Faust in Italia, Artemide), curato alcune antologie di poesia contemporanea tedesca e tradotto poesia e prosa contemporanee dal tedesco e dall’inglese (Gwyneth Lewis, Lutz Seiler, Heinz Czechowsky, Deborah Willis, Max Frisch).

Premio Georg Büchner 2013 a Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Il premio Georg Büchner 2013 è stato assegnato a Sibylle Lewitscharoff. Anche quest’anno, come per il 2012 – allorché del prestigioso premio letterario era stata insignita Felicitas Hoppe – la notizia è occasione di gioia. Già nell’articolo del 23 agosto 2012 qui su Poetarum Silva, che ripropongo alla lettura, emergeva chiaramente quanto efficace,  nella sua mescolanza irripetibile di caustica lucidità e mobile geografia degli affetti,  sia da ritenere la scrittura di Sibylle Lewitscharoff.

‘Gallenhumor’  con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’umor biliare, quando trova la sua compagna in una penna tagliente sì, ma dalla precisione impeccabile, ha esiti prodigiosi.  Se questa constatazione vale senz’altro per la scrittura di Thomas Bernhard, piacevole sorpresa è ritrovarne tutti gli elementi nella prosa di Sibylle Lewitscharoff, al suo sesto romanzo con Apostoloff. L’imbragatura complessa  dello zaino che l’io narrante porta con sé in questo particolare ‘trasporto’ è sapientemente nascosta: chi legge passa per piani temporali, citazioni scoperte o camuffate, descrizioni ed excursus quanto mai diversi e distanti, senza avere, in alcun momento, l’impressione che il ritmo perda colpi. Ferocia e acutezza guidano la carovana,  mentre in auto, in Bulgaria, è il sollecito Rumen, chauffeur con un piede nel mito, a stare al volante. Ecco la sua entrata in scena: «Rumen è il nostro Mercurio, porta le lingue avanti e indietro, viaggia e nel viaggio trova la via, uno di quegli autisti bulgari disperati che non hanno occhi per quello che crepa scivolando via dalla visuale ai lati della strada. Nervosa creatura a noi assegnata…» (p. 8)

Di un ‘trasporto’ speciale si narra, un corteo funebre sui generis, con traversata per mare, l’Adriatico, e viaggio in auto di due sorelle che dalla nativa Svevia seguono nell’odierna Bulgaria – terra paterna –  le spoglie del padre,  bulgaro emigrato in Germania e suicidatosi molti anni prima. La bizzarra carovana, predisposta fin nei minimi dettagli da Tabakoff, magnate tra i più ricchi della comunità di bulgari emigrati a Stoccarda, conta tredici limousine, accolte, in una parte del viaggio ricostruita in uno dei tanti flashback, nel ventre capace di una nave.   Tabakoff  si è messo in testa di trasportare le urne con i resti di conterranei che l’hanno preceduto nel viaggio “ultraterreno” (tra questi il padre delle due sorelle) dalla Germania a Sofia, dove ha fatto costruire un monumento funebre imponente e di dubbio gusto.

La teatralità degli effetti, ricercata e raggiunta, è un altro dei tratti che accomuna la scrittura di Lewitscharoff a quella di Bernhard. Lo sguardo della minore delle due sorelle, l’io narrante, dalla sua postazione prediletta syk sedile posteriore dell’automobile, non risparmia e non si risparmia nulla: la desolazione del paesaggio bulgaro contemporaneo, in particolare lungo la costa del Mar Nero (che non è blu, né nero, ma grigio) così come l’inattesa bellezza di Plovdiv, l’antica Filippopoli, la descrizione impietosa di parenti e amici con tanto di disgusto sensoriale accanto alla rara tenerezza ridestata dall’evocazione di un oggetto caro al nonno paterno. Il ricordo si fa resa dei conti: qui la resa dei conti è con il padre, figura più ingombrante perfino di un convitato di pietra.

E l’amore, in tutto questo, che posto occupa? La sua assenza, sembra ritenere l’io narrante, è tutela:

«Nicht die Liebe vermag die Toten in Schach zu halten, denke ich, nur ein gutmütig gepflegter Hass.», nella traduzione di Paola Del Zoppo: «Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un indulgente odio coltivato con cura.» (p. 234)

Sibylle Lewitscharoff, Apostoloff. Traduzione di Paola Del Zoppo. Del Vecchio Editore, 2012

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Quando un libro lascia il segno di Gianni Montieri

“Legno laccato! Cento motivi, per sbattere la testa in una libreria a parete laccata. Libreria a parete laccata in cui opere di Uwe Johnson, Max Frisch, James Baldwin e Albert Camus stanno allineate come perfetti soldatini, fanno venir voglia di buttare tutto all’aria. Un’ascia! Una sega! Strappare le pagine! Mia sorella, impassibile sognatrice passa davanti alle librerie a parete laccata come se fossero la cosa più normale del mondo, persino se arricchite da elementi richiudibili, sportelli decorati a losanghe, sportelli con chiavette d’ottone, dietro cui il cognac con la sua brocca e il whisky con i suoi bicchieri conducono le loro vite discrete. Se I nostri genitori avessero preso i libri di bevitori veri, Lowry! Faulkner! Cheever! Forse avrebbero tirato una linea sulla ditta Schildknecht e il loro legno laccato. Ma niente, la sfortuna si stabilisce dove la si cerca.” Quando una lettura ti sorprende, ti spiazza, ci metti sempre un po’ di tempo prima di decidere di toccare la schiena del libro e riporlo sullo scaffale della libreria. È quello che mi è accaduto dopo aver letto Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff. Non riuscivo a mettere via il romanzo perché non volevo mettere via questa storia. Volevo tenermi ancora negli occhi la Bulgaria grottesca, triste e, poi, di colpo sorprendente, così come viene descritta dalla narratrice – la sorella del sedile posteriore. Volevo ancora sentire il ritmo di una prosa incalzante, ironica, tagliente. Una prosa ricca e asciutta nello stesso tempo. Volevo ancora immaginare i volti di Rumen, l’autista, e quelli delle due sorelle (l’altra è sedile anteriore nel mio ricordo). In un lungo corteo di tredici limousine si portano i resti (amabili o meno) di bulgari morti in Germania, per soddisfare un capriccio o un sentimento di Tabakoff (milionario bulgaro, eccentrico come minimo). Ma non è il racconto di un viaggio, è piuttosto il tentativo di metabolizzare l’infanzia, di fare ordine tra presente e passato. L’acume della narratrice (sedile posteriore) è quello della scrittrice che in un teatro che è fatto di cene in posti super lussuosi e bettole, di dormite in suite che hanno la piscina sul tetto e piccoli alberghi, di un’andata e di un ritorno in un paesaggio desolato, in un’atmosfera che a tratti ricorda “Underground” di Kusturica e il viaggio dei due fratelli de “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers. I tre protagonisti sono indimenticabili, come pure altri compagni di viaggio (i due gemelli, ad esempio). Una storia che è un peccato che finisca ma che allo stesso tempo finisce al momento giusto. Quando Anna Maria Curci mi segnalò questo libro lo comprai alla velocità della luce, senza pentimento alcuno. Apostolloff è un romanzo bellissimo e Sibylle Lewitscharoff una scrittrice indimenticabile, meritatamente premiata al Georg Büchner 2013.

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Sibylle Lewitscharoff è nata a Stoccarda nel 1954 da padre bulgaro e madre tedesca. Ha studiato scienza delle religioni a Berlino, dove vive attualmente; risalgono all’epoca dello studio universitario soggiorni a Buenos Aires e a Parigi. Con il romanzo Pong ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 1998, per  Apostoloff  le è stato assegnato nel 2009 il premio della Fiera del Libro di Lipsia. Tra i numerosi premi ricevuti: premio Marie-Luise Kaschnitz, Berliner Literaturpreis, premio Kleist (quest’ultimo nell’anno kleistiano 2011). Nel 2012  ha ottenuto una borsa di studio per un soggiorno a Villa Massimo a Roma nel 2013. Del 4 giugno 2013 è la notizia del conseguimento del premio Georg Büchner, il riconoscimento letterario di maggior prestigio in Germania.

‘Gallenhumor’ con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

‘Gallenhumor’  con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’umor biliare, quando trova la sua compagna in una penna tagliente sì, ma dalla precisione impeccabile, ha esiti prodigiosi.  Se questa constatazione vale senz’altro per la scrittura di Thomas Bernhard, piacevole sorpresa è ritrovarne tutti gli elementi nella prosa di Sibylle Lewitscharoff, al suo sesto romanzo con Apostoloff. L’imbragatura complessa  dello zaino che l’io narrante porta con sé in questo particolare ‘trasporto’ è sapientemente nascosta: chi legge passa per piani temporali, citazioni scoperte o camuffate, descrizioni ed excursus quanto mai diversi e distanti, senza avere, in alcun momento, l’impressione che il ritmo perda colpi. Ferocia e acutezza guidano la carovana,  mentre in auto, in Bulgaria, è il sollecito Rumen, chauffeur con un piede nel mito, a stare al volante. Ecco la sua entrata in scena: «Rumen è il nostro Mercurio, porta le lingue avanti e indietro, viaggia e nel viaggio trova la via, uno di quegli autisti bulgari disperati che non hanno occhi per quello che crepa scivolando via dalla visuale ai lati della strada. Nervosa creatura a noi assegnata…» (p. 8)

Di un ‘trasporto’ speciale si narra, un corteo funebre sui generis, con traversata per mare, l’Adriatico, e viaggio in auto di due sorelle che dalla nativa Svevia seguono nell’odierna Bulgaria – terra paterna –  le spoglie del padre,  bulgaro emigrato in Germania e suicidatosi molti anni prima. La bizzarra carovana, predisposta fin nei minimi dettagli da Tabakoff, magnate tra i più ricchi della comunità di bulgari emigrati a Stoccarda, conta tredici limousine, accolte, in una parte del viaggio ricostruita in uno dei tanti flashback, nel ventre capace di una nave.   Tabakoff  si è messo in testa di trasportare le urne con i resti di conterranei che l’hanno preceduto nel viaggio “ultraterreno” (tra questi il padre delle due sorelle) dalla Germania a Sofia, dove ha fatto costruire un monumento funebre imponente e di dubbio gusto.

La teatralità degli effetti, ricercata e raggiunta, è un altro dei tratti che accomuna la scrittura di Lewitscharoff a quella di Bernhard. Lo sguardo della minore delle due sorelle, l’io narrante, dalla sua postazione prediletta syk sedile posteriore dell’automobile, non risparmia e non si risparmia nulla: la desolazione del paesaggio bulgaro contemporaneo, in particolare lungo la costa del Mar Nero (che non è blu, né nero, ma grigio) così come l’inattesa bellezza di Plovdiv, l’antica Filippopoli, la descrizione impietosa di parenti e amici con tanto di disgusto sensoriale accanto alla rara tenerezza ridestata dall’evocazione di un oggetto caro al nonno paterno. Il ricordo si fa resa dei conti: qui la resa dei conti è con il padre, figura più ingombrante perfino di un convitato di pietra.

E l’amore, in tutto questo, che posto occupa? La sua assenza, sembra ritenere l’io narrante, è tutela:

«Nicht die Liebe vermag die Toten in Schach zu halten, denke ich, nur ein gutmütig gepflegter Hass.», nella traduzione di Paola Del Zoppo: «Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un indulgente odio coltivato con cura.» (p. 234)

Sibylle Lewitscharoff, Apostoloff. Traduzione di Paola Del Zoppo. Del Vecchio Editore, 2012

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Sibylle Lewitscharoff è nata a Stoccarda nel 1954 da padre bulgaro e madre tedesca. Ha studiato scienza delle religioni a Berlino, dove vive attualmente; risalgono all’epoca dello studio universitario soggiorni a Buenos Aires e a Parigi. Con il romanzo Pong ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 1998, per  Apostoloff  le è stato assegnato nel 2009 il premio della Fiera del Libro di Lipsia. Tra i numerosi premi ricevuti: premio Marie-Luise Kaschnitz, Berliner Literaturpreis, premio Kleist (quest’ultimo nell’anno kleistiano 2011). Nell’anno in corso, 2012,  ha ottenuto una borsa di studio per un soggiorno a Villa Massimo a Roma nel 2013.