Shelley

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola, Fiorina Edizioni 2017

L’isola, l’approdo a un’isola, il sogno di un’isola, ha accompagnato nell’immaginario l’esistenza di molti di noi; per quanto riguarda la mia generazione, dai romanzi della fanciullezza, prima Salgari, poi Stevenson e Swift, questi ultimi riletti in anni universitari, alle isole dell’Odissea, scoperte nelle ore di epica in prima media e poi riesplorate al liceo e attraverso la letteratura del Novecento. C’è stato poi l’universo di un esilarante bestiario con la Corfù di Gerald Durrell (La mia famiglia e altri animali). E, ancora, la poesia, dal romanticismo di Coleridge e Shelley (e «l’isola de’ poeti» di Carducci in Presso l’urna di Percy Bisshe Shelley) fino a Hilde Domin con l’isola di Santo Domingo dalla quale la poetessa trae il nome con il quale battezza la sua seconda nascita, la nascita alla creazione poetica.
Leggere Cercando l’isola di Salvatore Ritrovato, “libretto alla leporello”, pubblicato da Fiorina Edizioni e arricchito dagli acquerelli di Sighanda, e tornare, con lo stesso entusiasmo degli anni giovanili, a quella ricerca, è una cosa sola, stavolta, forse, con una memoria di viaggi passati che aguzza lo sguardo e rende tanto più apprezzabile la nota personale, l’arguta inventio così come il nuovo pensoso, meditato approdo.
Nel tragitto da Ulisse/Nessuno a sé, il viaggio è variegato, eppure ha una sua profonda unità. Cercando l’isola – e ‘alla cerca’ ci si imbatte nelle diversità più affini e nelle familiarità più stranianti – si toccano approdi intermedi, si lambiscono sponde di conoscenza e ri-conoscenza.

Ultime notizie di Ulisse mescola abilmente l’atmosfera animata da un viavai di persone – tutte senza nome, sono «uno», «un altro», poi ancora «uno» e infine «la gente» – e dalla polifonia di elementi naturali e indizi di episodi omerici con la sorpresa tagliente del ricordo, che spiazza e sperde sicurezze: «Una lama bizzarra di ricordi recide l’ugola/ della nostra indifferenza a ogni ritorno/ “Nessuno”, disse uno, e si perse fra la gente.»
L’isola del tesoro, esplicito riferimento a Stevenson, ha invece – ecco, subito, emergere la varietà dei toni – il ritmo irresistibile della strofa ricordata da Mark Twain in Punch, Brothers, Punch (che la mia generazione ricorda come “O fattorino dal ciuffo nero”): «Marinaio, salta a bordo, prendi il timone./ Presto si salpa verso l’isola dove fu nascosto/ (né fu mai trovato) il bauletto di Arpagone./ Colà giunto scendi cauto (qualora/ te ne sia dimenticato) nella scialuppa:/ porta un cuscino per stare comodo./ A mezzogiorno guarda in alto sul posto/ vola un colombo travestito da storione;/ laggiù potrai assaggiare anche l’arrosto.» (altro…)

Silvia Tebaldi – Into something rich and strange

biennale arte - foto gm

 

Into something rich and strange

 

A Roma noi si torna ogni anno, chi per la bellezza e per la storia, chi per dispetto alla vecchiaia, chi per certe compresse contro le emorroidi che in Italia non c’è verso di trovarle, solo alla farmacia del vaticano. Io, io per la casa di Keats e di Shelley, perché un tempo ero una che scriveva; e per le pastiglie delle emorroidi, mica strano quando si ha un’età, e non solo fra scrittori.

Stanze a buon prezzo al Tuscolano, mezzi pubblici e le regole son semplici, in questo scampolo di Grand Tour postumo: niente sbronze moleste; chi ha malinconie religiose o vaticane padrone, ma zitto e senza rompere; attenti a soldi, documenti e lagne e niente passato remoto; bando agli avverbi lunghi, tipo praticamente o normalmente, e gli aggettivi solo se servono e mai davanti al nome, sempre dopo.

Ma soprattutto, niente passati remoti.

Queste son poi le cose che mi insegnava il mio maestro, quando avevo quarant’anni e un ego ancora florido, con le fossette sulle guance, e tutto cercavo tranne un maestro, solo un laboratorio di scrittura come alla moda del tempo e voglia di provare a scrivere, parole, gente. E invece era proprio un maestro, davvero.

E insomma abbiam deciso queste regole, siam tutti sopra i settanta, e ieri a torre Argentina ci pensavo, che son regole buone per un racconto così come per una gita a Roma, come ai vecchi tempi. Che maestri ne abbiamo avuti tutti e anche ricordi, chiaro.

Come quella volta che nevicò in piazza di Spagna – pura meraviglia, ma nessuno aveva una macchina fotografica e i cellulari non esistevano; Arvo Paert al portico di Ottavia; la città nascosta dell’ospedale Forlanini e il medico che operò mia mamma – gli avevamo portato una bottiglia di Laurent Perrier, per Natale, ma una uguale anche per noi, a Bologna e ricordo ancora il brindisi, alla potentia generandi in arte e alla potentia coeundi in tutto il resto.

Che niente va perduto, ma cambia e si trasforma in qualcosa di ricco e strano.

Ti parlo con il tu, che mi ascolti: non con il voi, tipo ehi gente, ascoltate, come nei discorsi; è proprio come quando scrivevo, sei un lettore e io ti parlo con il tu; da questo il maestro mi aveva messo in guardia, nei racconti dico – piano con l’appello al lettore, trucco pericoloso e strambo. Ti potrei raccontare ogni cosa di quella volta là, in vicolo Bolognetti a san Vitale, che non avevo preso appunti ma ricordo tutto; come di ogni volta qui, nella terrazza che fu di John Keats, al riparo dal viavai di turisti e maragli a Trinità dei Monti eppure qui, proprio sulla scalinata, edera e rose e addirittura una pianta di fragole e tutta questa vita, altro che passato remoto. Vieni qui e capisci cosa resta di noi, a parte lettere manoscritti e cimeli. Memoria; carbonio; azoto.

Qualcosa di ricco e strano.

Il passato remoto, ecco – tempo che vetrifica, che smalta le cose, che ne decreta la fine. Ci ho pensato tante volte. E al maestro, guai chiamarlo maestro. E se uno andasse a vedere dove e quando e come usava il passato remoto, lui – nei suoi racconti, nei suoi romanzi, nei suoi pezzi giornalistici magari quelli sul fumetto – ne avrebbe, delle sorprese: lo usava eccome, lui, e mai a caso. C’era come un centro invisibile. Qualcuno potrebbe farci uno studio, una tesi di laurea, qualcuno più giovane di me.

Io invece son qui, sulla terrazza di John e Percy in piazza di Spagna, e quanto vorrei usare l’incipit di un pezzo del suddetto maestro, usarlo come in un bricolage da vecchi, dico, e dirti questo.

Dopo un po’ che eravamo bambini, ci accorgemmo dell’esistenza dei fumetti. Ce n’erano dappertutto. Eravamo nati in Emilia, dove il fiato esce nella nebbia come fumo, come nube, quindi niente di nuovo quanto a questo; nuova era un’altra cosa, parole e immagini insieme, come nella vita.

Oppure:

Dopo un po’ che eravamo bambini, ci accorgemmo del passato remoto. Ce n’era nelle favole, nei libri, a scuola ed era strano, eravamo nati in Emilia e lì nessuno lo usava, neanche nei giorni di festa. Lo studiavamo a scuola, era solo nei libri; nei fumetti un po’ ce n’era, sì, ma poco, nei testi senza nuvoletta.  Ma tutto era al presente, parole e immagini insieme come nella vita

Devo averlo sognato, guai chiamarlo maestro, che diceva così; settembre, dalle parti del Pratello. Ma forse ricordo male, sono vecchia.

Qualcosa di ricco e strano. Guai chiamarlo maestro.

Ora vado, qui chiude e gli altri mi aspettano a Campo de’ Fiori; e tu ricordati, a thing of beauty is a joy forever, il presente, qualcosa di ricco e strano. Ma ora si fa tardi; devo andare.

 ***

©silvia  tebaldi, 17 maggio 2014.

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti