Shakespeare

l’irragionevole prova del nove (gc) – 6

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l’irragionevole prova del nove – 6

Complicatibus: – Dunque, anzi ché essere i numeri dell’insieme dei numeri, nell’insieme dei numeri, per l’insieme dei numeri, potrebbe darsi il caso dei numeri del senza, o dell’assenza dei numeri dell’insieme.

Simpliciter: – Lei si corregge sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si corregge mai.

Simpliciter: – Lei è proprio incorreggibile.

Complicatibus: – Essendo insomma da farsi questa somma di sotto, potrebbe darsi il caso d’un sottocaso, e, nel caso del sottocaso, d’un sottoquadrato, l’ultimo, e, nel caos del sottocaso, dell’ultimo sottoquadrato, d’un sottoinsieme.

Simpliciter: – Insieme nel sottoinsieme?

Complicatibus: – I numeri, quei primi due numeri: ricorda?

Simpliciter: – E come dimenticarli? E come non ricordarli?

Complicatibus: – Quelli non detti.

Simpliciter: – O detti non detti.

Complicatibus: – Quelli taciuti.

Simpliciter: – O detti taciuti.

Complicatibus: – Quei primi due numeri: dimentica?

Simpliciter: – E come ricordarli? E come non dimenticarli?

Complicatibus: – Detti senza numero, finiti e infiniti.

Simpliciter: – Finitamente infiniti, infinitamente finiti.

Complicatibus: – Prima presi uno alla volta, il primo alla volta del secondo e il secondo alla volta del primo, sebbene non fossero né l’uno né il due, ma un uno e un due, e poi presi insieme.

Simpliciter: – Un uno e un due, presi insieme, e persi.

Complicatibus: – Ora, ancora insieme, di nuovo insieme, in un sottoinsieme presi, a ché il prodotto dìa un esito, sono.

Simpliciter: – Sono preso, e perso. Non esiti ancora. Né oltre. Ora  mi dìa l’esito.

Complicatibus: – Ma l’esito potrebbe darsi proprio nell’improprietà dell’oltre: senza dove, senza quando, senza come, ma insieme.

Simpliciter: – Ma proprio non ha nulla da definire definitivamente?

Complicatibus:  – La totalità del nulla,  la nullità del tutto: l’amore, che non  ha per definizione nessuna definizione, e tutte: il sí del no, il no del sì: l’alternanza senz’alternativa.

Simpliciter: – L’amore? Lei cerca forse di dire… cosa cerca di dire?

Complicatibus: – Cosa dire del forse.

Simpliciter: – Del forse? Cosa dire del forse?

Complicatibus: – Forse, dicendo forse, si cerca di dire qualcosa, di non dire nulla, o di dire tutto, di parte in parte, a pezzo a pezzo: potrebbe dirsi il caso, per esempio.

Simpliciter: – Lei è proprio un caso. Esemplare.

Complicatibus: – Esemplare è copia? O è copia di copia? O è ciò da cui si copia?

Simpliciter: – Quante copie!

Complicatibus: – Forse copiose o forse una sola, soltanto una copia; e non a caso: non a caso potrebbe darsi il caso in cui un caso non sia altro che il caso stesso, e un insieme, l’insieme stesso.

Simpliciter: – Lei, è il caso? Lei, è l’insieme?

Complicatibus: – L’ultimo insieme. L’ultimo caso. O senza insieme, senza caso: senza il caso dell’insieme.

Simpliciter: – Ma, or ora, non è stato detto dell’ultimo caso essere un sottocaso, e dell’insieme un sottoinsieme? E subito dopo non essere piú: Lei dice senza meno.

Complicatibus: – Forse, senza meno, si dice solo il di piú. Non s’era forse detto di fare a meno del meno? Forse non si può fare a meno né meno del meno. Forse non se ne può fare a meno.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che non di meno essere non essere piú, non di piú non essere essere di meno. O da meno. E poi l’or ora non rimanda forse al doppio, al duplice, al duplicato, alla copia esemplare? L’ora di prima non è l’ora di adesso. L’ultimo di prima non è  l’ultimo di adesso. O forse il caso stesso, che non è altro che un caso, potrebbe darsi che sia un sottocaso; e l’insieme stesso un sottoinsieme.

Simpliciter: – Un sottocaso di cosa, allora? un sottoinsieme di cosa, allora? Lei non dà adito a nulla.

Complicatibus: – Non dare adito a nulla, è dare adito a tutto? Tutte le parti sono forse un’unica parte? I sottocasi un unico caso? i sottoinsiemi un unico insieme? i sottoquadrati un unico quadrato?

Simpliciter: – Lei non dà adito a nulla, né a tutto, se non a tutto il nulla quale Lei è. Ma quale unica parte, se non c’è parte, se non ci sono parti? Ma quale tutte le parti, se non è da nessuna parte, se non c’è nessuna parte? In quale caso, se non c’è caso che tenga? In quale insieme, se non c’è insieme che tenga? Quale quadrato, se non c’è forma che tenga? quale quadrato, se non c’è quadro, se non ci sono quadri? Non c’è niente che quadra. Qui, ora, non c’è proprio niente che quadra.

Complicatibus: – Non esserci niente che quadra, è esserci tutto che quadra? è dare forma al quadrato? Se non c’è insieme, è esserci una assenza? è dare presenza all’assenza? Se non c’è caso, è esserci una impossibilità, una improbabilità? è dare possibilità all’impossibile? è dare probabilità all’improbabile?  Se non c’è nessuna parte,   se non ci son parti,  è esserci il tutto? è esserci il nulla?

Simpliciter: – Ma quale tutto? Ma quale nulla? Una parte, si scelga una parte!

Complicatibus: – Una parte da scegliere: una scelta di parte? o una scelta senza scelta? o una scelta senza scelta di parte?

Simpliciter: – Una parte, solo una parte: una parte minima.

Complicatibus: – Una minima parte: una particella?

Simpliciter: – Sia pure una particella, purché ne sia partecipe, purché le sia propria.

Complicatibus: – E perché non impropria?

Simpliciter: – Non impropria è come dire propria?

Complicatibus: – Forse, o forse propria d’improprietà. E perché non due?

Simpliciter: – Non due è come dire… che numero dire dicendo non due?

Complicatibus: – Piú o meno di due, forse non uno né tre.

Simpliciter: – Non uno né tre?

Complicatibus: – Poco piú di uno, poco meno di due; poco meno di tre, poco piú  di due.

Simpliciter: – Poco piú, o poco meno?

Complicatibus: – Tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via.

Simpliciter: – Dire tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via, è dire in mezzo?

Complicatibus: – In mezzo un punto, anzi non uno, né due punti, forse tre punti… tanto per dire poco piú o poco meno, tra dire poco di piú e poco di meno, tra dire uno e due.

Simpliciter: – Tra dire è come dire tra? Che cosa dire?

Complicatibus: – Dire una cosa.

Simpliciter: – Una cosa?

Complicatibus: – O due cose.

Simpliciter: – Due cose?

Complicatibus: – Due cose da dire. Due, per dire tanto per dire una cosa soltanto. Due cose da dire, tanto poco per dire due particelle: due particelle per un’unica parte. Due cose da dire, tanto poco per dire due mezze parole per un’unica parola.

Simpliciter: – Due cose da dire per dire una cosa soltanto: ma che cosa? e due particelle per un’unica parte: ma che parte? e due mezze parole per un’unica parola: ma che parola?

Complicatibus: – Tante due mezze parole per un’unica parola; tante due particelle per un’unica parte; tante due cose da dire per una cosa soltanto.

Simpliciter: – Tante sí, ma quali?

Complicatibus: – E tali e quali, e quante e quanti: forse la gran copia?

Simpliciter: – La gran copia?

Complicatibus: – Per una volta, per una volta o l’altra, per tutte le volte, per l’ultima volta, insieme, o per la prima, per la prima volta insieme, per la prima e ultima volta insieme, ancora, di nuovo: insieme, di sotto, per l’ultimo numero, tutte le parole insieme,  tutte le parti insieme, tutte le cose insieme.

Simpliciter: – Come interpretare tutto insieme?

Complicatibus:  – Cosa interpretare: tutto l’insieme? o l’insieme del tutto? o il tutto dell’insieme? Forse non c’è da interpretare nessuna parte: se pure ci fosse questa gran copia, non c’è copione da seguire. Quella del copione è un’altra storia, con dei personaggî, con delle parti, una storia forse con una storia, o con tante storie, non una storia senza storie; una storia con dei luoghi, dei tempi, non una storia senza dove né quando. Una gran copia, dunque, ma senza copione. Una storia a braccio che non abbraccia nessuna storia.

Simpliciter: – Lei, e le Sue parole!

Complicatibus: – Forse Lei è una parola senza parole, una parte senza parte, né parti; una cosa senza cose, una idea senza idee, un pensiero senza pensieri; una definizione senza definizioni, o con tutte e nessuna; una forma senza forma, un quadrato senza quadrato: un quadrato senza quadrato: un frutto senza frutto, un verso senza verso. Un numero senza numero.

Simpliciter: – L’ultimo numero è ancora senza numero, ed è di nuovo senza numero: un nuovo numero senza numero, ancora. Come leggerlo? come leggere quest’ultimo numero se senza numero?

Complicatibus: – Si potrebbe dare il caso d’una lettura indifferente.

Simpliciter: – Una lettura indifferente? Lei pare essere fondamentalmente indifferente.

Complicatibus: – Mente il fondamentale un fondamento che non c’è, ma potrebbe darsi pur anche il caso in cui vi sia una lettura non indifferente. Non si diceva esser forse legati da un prodotto indifferente, che è somma, o differenza, uguale e contraria?

Simpliciter: – Che modi di leggere sono questi?

Complicatibus: – È un modo senza modi.

Simpliciter: – Lei è smodato!

Complicatibus: – Pur tutta via, c’è chi dice che abbia, questo modo di leggere senza aver modo di leggere, questo tempo di leggere senza aver tempo di leggere, in luogo del luogo comune, o locale, o proprio, di leggere, che ne abbia, dunque, uno improprio, non locale, non comune. Altri dicon che abbia, questo modo senza modi, una sorta di moto, se pur immoto. Altri ancora che il modo senza modi non sia altro che un nodo, non si sa  però se da annodare o da sciogliere.

Simpliciter: – Lei pare contraddirsi sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si contraddice mai! O, che è lo stesso, Lei non si contraddice mai?

Simpliciter: – Lei è proprio una contraddizione in termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri termini, per altro verso, un altro verso, un altro termine.

Simpliciter: – La termini con questi termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri versi, per altro termine, un altro termine, un altro verso.

Simpliciter: – Che termini!

Complicatibus: – Che termini? Un termine può essere tradotto in  tanti termini, un verso in tanti versi. Un verso può essere tradotto in tanti termini, un termine in tanti versi.

Simpliciter: – Che fine fa il termine, in questo modo?

Complicatibus: – Il primo termine o il secondo?

Simpliciter: – Ma non s’era detto non esserci termine di paragone?

Complicatibus: – Dunque, non ha fine il termine.

Simpliciter: – Non ha fine?

Complicatibus: – Né fine.

Simpliciter: – Non ha fine né fine?

Complicatibus: – Né la fine ha forse un termine.

Simpliciter: – Che fine è senza termine?

Complicatibus: – Forse non c’è fine, né fine; non c’è inizio, né principio: forse non c’è termine.

Simpliciter: – Tanti termini per dire che non c’è termine?

Complicatibus: – Dunque non c’è termine ai termini. Né al primo, né al secondo; né all’ultimo. C’è sempre un termine ulteriore. Da tradurre. Da tradire. Il primo per il secondo, il secondo per il terzo, e cosí via: l’ultimo per l’ulteriore. Da tradire.

Simpliciter: – Lei, forse, ora, vuol tradire un termine?

Complicatibus: – Potrebbe pur tutta via darsi a capo, questo termine.

Simpliciter: – Il termine a capo?

Complicatibus: – Dunque il termine, anzi ché non al termine, potrebbe darsi a capo, anzi ché non ultimo primo.

Simpliciter: – Un ritorno al primo termine, senza termini ultimi?

Complicatibus: – Un ritorno e un non ritorno.

Simpliciter: – C’è o non c’è ritorno?

Complicatibus:  –  C’è ritorno perché già detto,  qua e là già detto, già.   C’è non ritorno perché forse non ancora detto, né qua né là  forse non ancora detto, forse. O detto senza dire bene, detto male.

Simpliciter: – Detto senza dire bene, detto male?

Complicatibus: – Forse male detto eterno ritorno senza ritorno.

Simpliciter: – Ma dove già detto, dove mal detto?

Complicatibus: – Da qualche parte già detto, già; le due particelle: ricorda?

Simpliciter: – Le due particelle.

Complicatibus: – Ogni particella ha una sua propria linea, un suo proprio verso, un suo proprio universo, un suo proprio vago vagare, siano essi proprî o improprî; posto che le linee, i versi, gli universi, il vagare loro s’incontrino in un punto e formino una parte, questo incontro sarà solo e soltanto di superficie, questa forma  non sarà altro che un frutto senza frutto, una polpa fatta di colpa.

Simpliciter: – Un frutto? una polpa? che frutto è la cui polpa è fatta di colpa? Me… la mostri.

Complicatibus: – Da capo?

Simpliciter: – Da capo fino in fondo.

Complicatibus: – Non c’è fondo in questo termine, non c’è profondo in questo termine.

Simpliciter: – Lei, non è profondo quello che dice.

Complicatibus: – Non c’è profondità né spessore.

Simpliciter: – Lei spesso non ha spessore né profondità.

Complicatibus: – Due particelle che collimano ma solo in limine, che combaciano ma solo ai margini,  e il loro urto:  uno scontro,  un incontro di  orli, un risvolto a niente rivolto, un termine a capo senza volto.

Simpliciter: – Un capo senza volto?

Complicatibus: – O con tanti volti.

Simpliciter: – Lei mostra tanti volti. Lei è un mostro.

Complicatibus: – Non è nient’altro che quel termine a capo in fine mostra.

Simpliciter: – A capo o in fine?

Complicatibus: – Quel termine, quella parte fatta di parti, non fatta di parti, quell’aborto di parola fatta di particelle, quel frutto senza frutto, quella polpa fatta di colpa, quel primo termine, ma non il primo, un primo termine che segue da altri, che è seguito da altri, che spesso è inseguito da tanti; quel termine posto a capo, sí, ma a  capo di che?

Simpliciter: – A capo di che?

Complicatibus: – Forse di che non sia altro che soltanto se stesso, di tutto se stesso senz’altro, di tutto se stesso senz’altra cosa. Posto a capo senza fine né principio, forse soltanto un andare a capo senza andare a capo: un capoverso per gli ultimi versi, per gli ultimi due versi, per il primo e ultimo verso prima dell’ultimo verso, prima dell’ultima parola dell’ultimo verso.

Simpliciter: – L’ultima parola! Oh, finalmente l’ultima parola!

Complicatibus. – Dunque, verso per verso, gli ultimi due versi: detto dell’a capo senza principio né fine, detto del termine senza fine né  principio, di questo termine a capo, forse detto per errore frutto senza frutto essendo la sua polpa una colpa, anzi, non una qual si sia colpa, ma appunto la colpa, la prima colpa, da cui discendono tutte le colpe a venire, il tradire, il tradirsi, il tradire se stessi, il tradire il tradimento:  il frutto è  e non è senza frutto.

Simpliciter: – Lei muta, muta sempre idea; insomma, si decida: questo frutto c’è o non c’è?

Complicatibus: – In somma c’è interesse, in differenza c’è disinteresse.

Simpliciter: – Lei, quel che dice  pare interessante.

Complicatibus: – Ma potrebbe anche darsi disinteresse per la somma, per quel che resta, se ne resta; e interesse in vece per la differenza, se ne resta: se del resto c’è resto, se di tutto il resto, e del resto di tutto, c’è ancora resto.

Simpliciter: – Pare non restare piú niente che Le desti interesse. Lei dimostra disinteresse, un totale disinteresse.

Complicatibus: – Potrebbe darsi pur anche totale disinteresse per questo, che è interessante, e viceversa interesse totale per quello, che è irrilevante; forse, al di là del frutto, c’è un albero,  che è possibile che produca o non produca frutto, e questo frutto,  se prodotto, o non prodotto, è possibile che, a sua volta, produca interesse, o disinteresse.

Simpliciter: – Che strano ciclo di produzione ha quest’albero, e quante ramificazioni. Mi disegni la sua mappatura: me… la disegni.

Complicatibus: – Non c’è ciclo che tenga in questa storia, non c’è disegno, tanto meno a tutto tondo, né ancora quadrato, al piú potrebbe darsi il disegno dei rami, ma non simmetrici, né lineari, potrebbe darsi un disarticolato squarcio, lacero, una ferita, una mancanza, una lacuna, una sospensione. Anche la storia dell’albero è forse  un’altra storia, quella detta della distanza, in cui l’albero sia capovolto, e il frutto suo,  colto o raccolto, colto e raccolto, esso albero inalberandosi al di sotto, si perda in un punto morto, o in tre punti morti…

Simpliciter: – Siamo giunti a un punto morto.

Complicatibus: – O potrebbe darsi che sia ancora un’altra storia, quella dell’albero, detta della scelta o della vocazione, forse né meno pensata, forse, al piú, depensata.

Simpliciter: – Ma quale scelta può esserci senza pensiero? Quale vocazione se non si voca, né si dice se non i si dice che?

Complicatibus: – Si dice potrebbe darsene di nuovo ancora un’altra, della storia dell’albero, detta della creazione increata, una storia fatta di parole morte, di segni e disegni, e numeri, sí, di numeri, forse gli stessi, forse diversi, forse uguali e contrarî, forse gli stessi diversi: un quattro, un tre, un altro tre. Ma ora questo che significa? che significa quello? che significa questo o quello? che significano questo e quello? essere prossimi alla distanza? essere distanti dal prossimo? che significa tutto ciò?

Simpliciter: – Lei non s’approssima?

Complicatibus: – No?

Simpliciter: – Lei è approssimativo.

Complicatibus: – Sí?

Simpliciter: – Lei è inconcludente.

Complicatibus: – Forse.

Simpliciter: – Lei è sconclusionato.

Complicatibus: – Può darsi conclusione?

Simpliciter: – Lei non porta a termine niente.

Complicatibus: – Un altro termine.

Simpliciter: – Quale altro termine?

Complicatibus: – Per il tutto.

Simpliciter: – Quale tutto?

Complicatibus: – O per una parte del tutto.

Simpliciter: – Quale parte?

Complicatibus: – Da parte a parte: la porta.

Simpliciter: – Quale porta?

Complicatibus: – La porta che si apre.

Simpliciter: – Lei chiude ogni porta. Lei s’apparta.

Complicatibus: – La porta chiusa è aperta dall’altra parte.

Simpliciter: – Lei si rinchiude in sé.

Complicatibus: – Rinchiudersi è aprirsi.

Simpliciter: – Come ci si apre se ci si rinchiude?

Complicatibus: – La porta chiusa all’esterno, è aperta all’interno.

Simpliciter: – Chiusa al fuori, aperta al dentro?

Complicatibus: – O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – La porta aperta all’esterno, è chiusa all’interno.

Simpliciter: – Aperta al fuori, chiusa al dentro?

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso che non ci sia la chiave, che non esista chiave: che la porta, chiusa o aperta che sia, essendo porta, porti da parte a parte. La porta, avendo un limite, non è un limite. La porta non è solo e soltanto  porta,  chiusa o aperta,  e dunque possibile,  ma è pur anche impossibile: è oltre, è l’oltre. La porta, avendo orizzonti, non è orizzonte.

Simpliciter: – Non c’è limite: Lei non ha limiti. Non c’è orizzonte: Lei non ha orizzonti.

Complicatibus: – Non c’è attesa se non disattesa.

Simpliciter: – Lei è inattendibile.

Complicatibus: – Non c’è solo e soltanto la possibilità dell’attesa, o l’attesa della possibilità che ci sia attesa.

Simpliciter: – Lei non attende piú nulla?

Complicatibus: – Forse. Forse non si attende. Forse si è attesi.

Simpliciter: – Sono atteso? Lei forse mi attende.

Complicatibus: – Si è attesi dall’impossibilità di attendere. Forse non v’è altra attesa che dell’impossibile, del miracolo, della meraviglia.

Simpliciter: – Lei mi meraviglia.

Complicatibus: – Qua e là è stato già detto.

Simpliciter: – Non ricordo dove. Dove?

Complicatibus: – Forse al di qua del dove, forse al di là del dove.

Simpliciter: – Né ricordo quando. Quando?

Complicatibus: – Forse al di là del quando, forse al di qua del quando.

Simpliciter: – Ma come! Ma come senza dove né quando? Come?

Complicatibus: – Forse al di qua del come, forse al di là del come.

Simpliciter: – Come dire come fare?

Complicatibus: – Forse tacere, forse dire tacendo, forse tacere dicendo: forse ricercare il legame tra il sono minuto e il sono muto.

Simpliciter:  –  Lei non offre nessun esito,  se non esitante.  Lei non s’offre. Lei non si dona.

Complicatibus: – Forse la porta offre un esito: la porta senza chiave offre un esito. Forse l’albero offre un esito: l’albero senza frutto offre un esito.

Simpliciter: – Ma senza chiave e senza frutto non c’è possibilità di scelta.

Complicatibus: – Forse che ci sia solo e soltanto possibilità? Forse che ci sia solo e soltanto il possibile?

Simpliciter: – Lei non offre soluzioni, se non insolubili. Lei non offre risposte. Lei ha solamente domande.

Complicatibus: – Non c’è offerta, né dono, né soluzione, né risposta. Lei si limita alla possibilità, al frutto, alla chiave. Lei si limita all’offerta, al dono, alla soluzione, alla risposta del possibile.

Simpliciter: – Essendoci la possibilità, o le possibilità.

Complicatibus: – Non essendoci in vece la possibilità, le possibilità, c’è l’impossibilità, l’impossibile.

Simpliciter: – Non è possibile! Lei è impossibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della possibilità è l’affermazione dell’impossibile.

Simpliciter: – Lei è imprevedibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della previsione, del previsto, è l’affermazione dell’imprevedibile, dell’imprevisto.

Simpliciter: – Lei è, l’ho appena detto, inattendibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione dell’attesa è l’affermazione dell’inattendibile, dell’inatteso.

Simpliciter: – Lei mi sorprende. Lei è indefinibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione del definito è l’affermazione dell’indefinito, dell’indefinibile.

Simpliciter: – Ma che definizioni sono? che affermazioni sono queste che negano il certo per l’incerto?

Complicatibus: – Forse proprie d’improprietà? Ed essendo tali, violerebbero le leggi della proprietà, cosí da riappropriarsi dell’improprio.

Simpliciter: – Violare le leggi non è andare contro di esse?

Complicatibus: – Andare contro è forse andare incontro.

Simpliciter: – Lei sta violando tutte le leggi di simmetria del quadrato, dell’essere quadrato, del fare quadrato. Non c’è legge che Lei non violi. Lei va oltre lo stabilito. Lei va oltre l’ordine prestabilito. Lei è disordinato. Lei è instabile.

Complicatibus: – Al di là o al di qua dell’ordine, c’è il disordine. Oltre l’ordine del giorno, cui si potrebbe dare il titolo di variationi sull’evento,  c’è il disordine della notte. Ma si potrebbe anche dire viceversa: il disordine del giorno e l’ordine della notte; e il titolo lo stesso. Al di là o al di qua della stabilità, c’è forse instabilità. Pur tutta via, essendo instabile, potrebbe stare dentro con ferocia, essere dunque fuori di sé.

Simpliciter: – Lei non mette ordine. Anzi, Lei confonde: Lei mi confonde. Lei confonde il giorno con la notte, cosí, di punto in bianco; e poi stare dentro, ma essere fuori; e ancora, la ferocia:  cos’è questa ferocia di punto in bianco?

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

l’irragionevole prova del nove (gc) – 5

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l’irragionevole prova del nove – 5

Complicatibus: – Senza soluzione, senza soluzione di continuità: senza soluzione di continuità non c’è soluzione.

Simpliciter: – Non c’è soluzione? Proprio non c’è soluzione?

Complicatibus: – Proprio non c’è soluzione di sorta, se non impropria: non c’è proprio senza improprio.

Simpliciter: – Non c’è soluzione di sorta?

Complicatibus: Non proprio, non proprio di sorta: l’impropria sorte?

Simpliciter: – I numeri della sorte?

Complicatibus: – Estratti dalla sorte. A caso. E tratti a sé. O fuor di sé. A tratti a tratti.

Simpliciter: – Un ritratto dei tratti? un quadro a tutto tondo?

Complicatibus: – No, no! Un quadro solo e soltanto quadrato, e non ancora quadrato, piú tosto a soqquadro, e protratto, un tratto protratto.

Simpliciter: – A che pro? per cosa?

Complicatibus: – Per cosa: per comporre, scomporre, ricomporre un periodo senza periodo, un tempo senza tempo, un costrutto senza costrutto, un luogo senza luogo.

Simpliciter: – Ma come? Lei sta forse per dire qual cosa dei numeri dell’ultimo numero?

Complicatibus: – Per dire cosa, o cosa dire per?

Simpliciter: – Ricomponiamo i numeri del prodotto, dunque.

Complicatibus: – Per il prodotto dei numeri, per la somma dei numeri del prodotto dei numeri, dunque.

Simpliciter: – Dunque?

Complicatibus: – Dunque il prodotto dei numeri: l’ultimo prodotto.

Simpliciter: – L’ultimo ritrovato?

Complicatibus: – L’ultimo ritrovato, ma perso nell’insieme.

Simpliciter: – Ritrovato perso?

Complicatibus: – Nell’insieme perso e insieme ritrovato.

Simpliciter: – Il recupero d’un oggetto smarrito?

Complicatibus: – D’un oggetto? Potrebbe darsi il caso che questo oggetto sia un soggetto,  ecco,  un soggetto smarrito;  ma,  forse,  questa  è  un’altra storia, una storia che potrebbe darsi il caso di scrivere, sa, il soggetto è soggettivo di tante storie. Chi sa, prima o poi, forse, ma non ora.

Simpliciter: – Di cosa allora?

Complicatibus: – Di cosa.

Simpliciter: – Ma ritrovata per cosa? Per cosa persa?

Complicatibus: – Persa per cosa. Per cosa ritrovata. Di cosa persa per caso. Di cosa per caso ritrovata.

Simpliciter: – Non è che per caso ha ritrovato l’ultimo numero?

Complicatibus: – Quest’ultimo numero è prodotto dalla somma delle somme dei numeri del prodotto dei primi due numeri.

Simpliciter: – Quali primi due numeri? Se ne sono incontrati tanti!

Complicatibus: – Quanti e quanti primi due numeri. E quali e quali primi due numeri. E quanti e quali: ma anche questa dei quanti e dei quali è un’altra storia, una storia da finire, prima o poi, ma non ora, non ora che  non c’è ora, non ora che non c’è dove, non ora che non c’è come, non c’è come finirla, ancora.

Simpliciter. – Ora è ora di finirla con le altre storie: finiamo prima questa. Finiamola.

Complicatibus: – Il prodotto dei numeri, dunque, dei primi due numeri, dunque, che non sono né l’uno né il due: ricorda? I primi numeri, quelli non detti, quelli taciuti: ricorda?

Simpliciter: – Ricordo i non detti? ricordo i taciuti? Come ricordare se non detti, come ricordare se taciuti?

Complicatibus:  –  Lei non ricorda i non detti?  Lei ricorda solo e soltanto  i detti inesatti? i primi due numeri detti inesatti?

Simpliciter: – Il quattro e il tre?

Complicatibus: – Il quattro e il tre, parti della somma delle due cifre dei numeri dei prodotti delle due cifre dei primi due numeri, di questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti.

Simpliciter: – I primi due numeri detti non detti, detti taciuti?

Complicatibus: – Per ricordare. Detti non detti, detti taciuti per ricordare: prodotti dal ricordo.

Simpliciter: – Per ricordare cosa?

Complicatibus: – Per cosa ricordare, per cosa è il ricordo, per non dimenticare il ricordo, per non dimenticare il non detto: i primi due numeri, da cui tutto deriva, e il nulla deriva.

Simpliciter: – Perché? Perché? Sono di nuovo alla deriva.

Complicatibus: – Di nuovo, e ancora: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono finito e infinito: sono congiunto finito nell’infinito, sono minuto finito congiunto nell’infinito.

Simpliciter: – Nell’infinito dove?

Complicatibus: – Perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono parti partecipi del tutto e del nulla.

Simpliciter: – Quali parti? se ne sono incontrati tanti, e tante incontrate.

Complicatibus: – E tanti e tante, e quanti e quante: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono capaci di tutto e di nulla.

Simpliciter: – Quale capacità?

Complicatibus: – Se capaci di tutto incapaci di nulla? e se capaci di nulla incapaci di tutto?

Simpliciter: – Sí, sí.

Complicatibus: – No in vece, in vece no: perché questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti, per ricordare il ricordo, sono proprio capaci di tutto e di nulla, e parti partecipi, e parti e partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – E sono proprio incapaci di tutto e di nulla senza parti né parti partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – Non c’è proprietà senza improprietà, né improprietà senza proprietà.

Simpliciter: – Quali proprietà e quali improprietà? quante improprietà!

Complicatibus: – Lei esclama? Intende forse chiamarsi? chiamare un se stesso diverso da sé?

Simpliciter: – Un me stesso diverso da me?

Complicatibus: – Un io stesso diverso dall’io: un sono diverso dal sono? Un essere diverso dall’essere?

Simpliciter: – Sono diverso sono?

Complicatibus: – Sono proprio improprio sono. Essere proprio improprio essere. O avere proprio improprio avere.

Simpliciter: – Non ne abbia a male, ma Lei ha solo improprietà.

Complicatibus: – È proprio l’improprietà del bene che fa sí che ci sia propria la proprietà del male.

Simpliciter: – Il bene improprio?

Complicatibus: – È proprio la proprietà del male che non fa sí che ci sia proprio il bene. O che fa sí che non ci sia bene proprio, ma forse…

Simpliciter: – Forse?

Complicatibus: – Forse Lei, esclamando, si prefissa di chiamare non proprio sé stesso?

Simpliciter: – Mi prefisso?

Complicatibus: – Non proprio, prefissa se stesso, sí, ma diverso da sé, forse capovolto, ma intento a chiamare, Lei: il nome proprio, il Suo nome proprio.

Simpliciter: – Quale nome? quale nome proprio?

Complicatibus: – Non proprio il nome proprio, forse il comune, sebbene…

Simpliciter: – Sebbene? Prefissarsi il bene? Lei, Lei è fuori di sé?

Complicatibus: – Ma, se Lei fosse in sé, viceversa: l’ipotesi è capovolta. Il se è capovolto: ecco, proprio, proprio e improprio. Posto prima del proprio, questo se capovolto, ma che non accresce, e non afferma, bensí sottrae, bensí si sottrae, bensí si sottrae al bene.

Simpliciter: – Il bene che non cresce, e si nega,  si sottrae? E la somma? e il prodotto?

Complicatibus: – La somma al contrario essendo sottrazione, la sottrazione al contrario è somma.

Simpliciter: – La somma sottrazione, la sottrazione della somma? Sottrarre per sommare?

Complicatibus: –  Ecco, appunto,  proprio e improprio insieme:  si sottrae il  numero al numero, si sottrae il numero ai numeri, si sottrae il numero ai primi due numeri, a ché il prodotto di essi, il prodotto dei primi due numeri senza numero, ecco, dei primi due numeri detti senza numero, dei primi due numeri non detti, taciuti, o detti non detti, detti taciuti, detti sottratti, e cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo e di sé e del sé diverso da sé, e dell’essere se stessi e dell’essere altro da sé, o sia cosí detti solo e soltanto per ricordare il ricordo o del non essere altro che sé o del non essere che altro da sé, o ancora cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo del se e del se capovolto, per ricordare quel che è il ricordo del non detto: il sono minuto: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito dove, finito nell’infinito quando, finito nell’infinito come: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito periodo: a ché esso prodotto dei primi due numeri, presi uno per volta: a ché esso prodotto dei primi due numeri persi insieme: a ché esso sia probabile, e insieme improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta, insieme, probabile, improbabile?

Complicatibus: – Uno alla volta, probabile; insieme, improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta: partiamo dall’uno alla volta. Essendoci l’uno, non può che partirsi dall’uno.

Complicatibus: – L’uno, che si parte alla volta di cosa? L’uno, che è il primo numero dei numeri del piú, della somma dunque, che si parte, che parte se stesso dunque, che parte ha?

Simpliciter: – Che parte ha?

Complicatibus:  –  Forse  non ha parte,  forse è una parte,  forse è una parte senza parte né parti.

Simpliciter: – Che parte è, se non ha parte?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti hanno, e sono, queste parti dell’uno?

Simpliciter: – Le parti dell’uno?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti sono, e hanno, questi parti dell’uno?

Simpliciter: – I parti dell’uno?

Complicatibus: – È uno, tanto per dirne uno? o è uno, poco per dirlo uno?

Simpliciter: – Tanto poco? Tanto o poco?

Complicatibus: – L’uno, determinato nella sua indeterminatezza, che si parte, parte alla volta di cosa.

Simpliciter: – Lei è determinato solo nell’indeterminatezza.

Complicatibus: – L’uno, una volta partito alla volta di cosa, non è piú uno, ma piú di uno.

Simpliciter: – L’uno è piú di uno? Lei è partito!

Complicatibus: – L’uno è piú di uno, ma meno dell’uno.

Simpliciter: – Piú di uno non è piú dell’uno? Se piú di uno,  meno dell’uno non è possibile.

Complicatibus: – Piú o meno, piú e meno.

Simpliciter: – Se uno è piú di uno, può dirsi che sia due?

Complicatibus: – L’uno piú di uno non è due, non ancora; né due meno di due è uno, non ancora.

Simpliciter: – Non ancora?

Complicatibus: – Potrebbe darsi, potrebbe darsi alla volta del due; ma per far sí che l’uno piú di uno sia il due, può darsi, ecco, può darsi il dodici. Il dodici: ricorda?

Simpliciter: – Lo si è incontrato, mi pare, una sola volta.

Complicatibus: – Una volta sola. Forse, forse s’incontra solo una volta.

Simpliciter: – Solo una volta? E poi mai piú?

Complicatibus: – O una volta per sempre.

Simpliciter: – Per sempre?

Complicatibus: – Sempre per una volta.

Simpliciter: – Uno piú di uno, alla volta del due, per sempre, per una volta soltanto?

Complicatibus: – Per quella volta.

Simpliciter: – Quale quella? Quella volta del c’era una volta?

Complicatibus: – C’era una volta.

Simpliciter. – E poi per sempre?

Complicatibus: – Per questa volta.

Simpliciter: – Quale questa? Lei fa per dire!

Complicatibus: – Per dire.

Simpliciter: – Tanto per dire?

Complicatibus: – Per non dire tanto per dire.

Simpliciter: – Per non dire? Cosa vuol dimostrare? che altro?

Complicatibus: – Altro. Ecco, potrebbe darsi che l’uno piú di uno sia partito alla volta del due, o l’uno non piú uno alla volta dell’altro.

Simpliciter: – Un altro? un altro ancora?

Complicatibus: – Ancora? Ancora, e non ancora: partito alla volta dell’altro, di nuovo.

Simpliciter: – Un nuovo altro? Ancora, di nuovo, un nuovo altro?

Complicatibus: – Dunque, l’uno non piú di uno partito alla volta dell’altro, l’uno piú di uno partito alla volta del due.

Simpliciter: – Il due, Lei non parla mai del due, Lei parla sempre d’altro.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che il due non sia altro che l’altro; parlando d’altro, non parlerei d’altro che del due.

Simpliciter: – Parliamone.

Complicatibus: – La volta del due. Dunque, il due: alle volte il due; o il due alla volta di; o due alla volta.

Simpliciter: – Quante volte per un due.

Complicatibus: – Un due? Forse che sia un numero composto? intende forse dire dodici dicendo un due? O forse che il due non sia altro che uno? Il due non è altro che uno?

Simpliciter: – Non dica altro. Il due non è altro che due. Non aggiunga altro.

Complicatibus: – Non dirò piú altro. Né altro piú?

Simpliciter: – Non dica cosí. Mi dica, prima del piú, del due, mi dica, ora, solamente del due, senz’altro, e poi del piú.

Complicatibus: – Prima del piú, e poi del piú, ora, in vece, solo e soltanto del due, senz’altro; e dunque: il due è il secondo numero.

Simpliciter: – Quale secondo numero?

Complicatibus:  –  Il secondo  numero dei numeri  del piú,  il due,  che, non essendo mai primo, non di meno è un numero primo.

Simpliciter: – Il secondo numero primo.

Complicatibus: – Improprio, secondo taluni; proprio, secondo talaltri.

Simpliciter: – Secondo taluni? Secondo talaltri?

Complicatibus: – Secondo talaltro, il numero uno è un numero primo, è il primo numero dei numeri primi; e il due è dunque, dei numeri primi, il secondo.

Simpliciter: – Secondo talaltro. E secondo taluno?

Complicatibus: – Secondo taluno, in vece, c’è chi dice che sia, il due, il secondo numero, il primo numero primo.

Simpliciter: – Il due, il secondo numero, è il primo numero primo secondo taluno? E l’uno?

Complicatibus: – Secondo taluno, c’è chi dice che, l’uno non essendo un numero primo, pur tutta via sia il primo numero, e dunque il primo numero dei numeri non primi. Ma i numeri non primi sono secondi? E a che secondi? Secondi a che?

Simpliciter: – Un secondo! E il tre allora, che è un numero primo, che fu detto non il primo né il secondo dei numeri primi, che ne sarà del tre secondo taluno?

Complicatibus: – Il tre, che è la somma dei primi due numeri del piú, l’uno e il due, uno non primo, secondo taluno, e il secondo in vece  primo, secondo taluno, il tre, dunque, non è che il secondo dei numeri primi, secondo taluno.

Simpliciter: – Ma allora, questa storia è tutta da riscrivere, secondo taluno.

Complicatibus: – Secondo talaltro, non tutta, ma in parte, in qualche parte del tutto.

Simpliciter: – Ma questa è una rivelazione.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che sia sí una rivelazione, o forse no, forse è solo e soltanto una rilevazione, ma nell’uno e nell’altro caso qualcuno e qualcun altro la direbbe irrilevante.

Simpliciter: – Me la riveli comunque.

Complicatibus: – Me… la riveli?

Simpliciter: – Me la mostri.

Complicatibus: – Me… la mostri? In due parole?

Simpliciter: – In due parole?

Complicatibus: – La prima parola a capo, ricomposta, la seconda in fine disposta?

Simpliciter: – In fine? ma se non finiamo proprio piú!

Complicatibus: – Non finisce la somma proprio perché ancora da farsi, proprio perché ancora impropria: la somma di sopra potrebbe anche dirsi propria, ma la somma di sotto non può che dirsi ancora impropria.

Simpliciter: – Non può dirsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né darsi. Se non impropria. Ancora.

Simpliciter: – Non può darsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né farsi. Se non impropria. Di nuovo.

Simpliciter: – Non può farsi somma di sotto?

Complicatibus: – Forse che possa dirsi e darsi e farsi somma di sotto, se non impropria?

Simpliciter: – Ancora? Di nuovo?

Complicatibus: – Forse ancora, forse di nuovo: forse sotto le righe o sotto le righe di sotto, o tra un rigo e l’altro, può darsi.

Simpliciter: – Lei va oltre le righe.

Complicatibus: – Forse andare oltre, violare le leggi, è stare tra  le righe, per un certo verso.

Simpliciter: – Si regoli. Si dìa una regolata. Se si va oltre, come restarne dentro?

Complicatibus: – Forse essendo dentro l’oltre? Ma mente il regolo una regola che non c’è.

Simpliciter: – Lei è proprio sregolato. Segua quel certo verso.

Complicatibus: – Ad un verso certo ne segue un altro, di verso, o un secondo, forse incerto.

Simpliciter: – Un secondo verso diverso dal primo?

Complicatibus: – O uguale, se converso.

Simpliciter: – Lei non conversa.

Complicatibus: – O sia uguale sia contrario.

Simpliciter: – Uguale e contrario? Inverso?

Complicatibus: – Inverso, se speculare; controverso, se contrario.

Simpliciter: – Controverso?

Complicatibus: – Potrebbe anche darsi il caso che sia controverso per speculare del contrario, e dei contrarî.

Simpliciter: – Quante contrarietà, quanti versi.

Complicatibus:  –  Lei,  forse, ora  specula  sulla quantità delle qualità della controversia?

Simpliciter: – Vorrei si speculasse della somma, del prodotto, dei numeri, ma non senza mai arrivare all’ultimo, quello definitivo. Dìa un numero per ogni verso finché finiranno. Perché, prima o poi, dovranno pur finire, questi versi e questi numeri.

Complicatibus: – Prima o poi finiti, ma ora finiti e insieme infiniti: insieme, ora insieme, ora insieme sono minuti, finiti e infiniti, ora insieme sono sòno minuto, finito e infinito.

Simpliciter: – Essendo stato detto che il prodotto dei numeri, dei primi due numeri, presi insieme, era improbabile, son per questo detti finiti, e insieme infiniti, i numeri?

Complicatibus: – Probabile.

Simpliciter: – Come fa a esser probabile l’improbabile?

Complicatibus: – Viceversa, potrebbe essere improbabile che sia probabile. E cosí via.

Simpliciter: – Suvvia, non dica cosí: Lei, ora, sia meno probabilista e piú probatorio.

Complicatibus: – Nell’insieme dei numeri e dei versi, o dei numeri dei versi e dei versi dei numeri, è probabile, o improbabile, che il prodotto sia questo o quello, l’uno o l’altro, e che la somma delle due cifre della somma delle quattro cifre del prodotto dei primi due numeri dìa esito positivo o negativo. Lei è forse in attesa di quest’esito.

Simpliciter: – Sono sempre in attesa.

Complicatibus:  –  Ma già l’insieme dei numeri può  darsi che sia o non sia,  che sia principio o fine, che sia vita o morte, che sia amore o disamore, che sia sí o no; dunque resterebbe solo da dirsi l’insieme dei numeri del principio, o l’insieme dei numeri della fine, o del fine, e cosí via: l’insieme dei numeri della vita o della morte dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri dell’amore o del disamore dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri del sí o del no dei numeri l’insieme. E viceversa.

Simpliciter: – Quante probabilità. Quante probabilità vi sono? E viceversa?

Complicatibus: – Viceversa appena dette, e con pena: la morte, il disamore, il no. Ma ve ne sono ancora: certe particelle incerte.

Simpliciter: – Certe particelle incerte?

Complicatibus: – Sul da farsi incerte.

Simpliciter: – Lei non sa piú che fare. Insomma, si dìa piú  da fare.

Complicatibus: – In somma? ma se è ancora da farsi il prodotto.

Simpliciter: – Lei non produce mai nulla. Lei è un essere improduttivo. Produca qualcosa. Venga al dunque.

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l’irragionevole prova del nove – 1

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l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove (gc) – 4

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l’irragionevole prova del nove – 4

 

Simpliciter: – E allora, in fondo in fondo, perché non dire c’era una volta una regina che?

Complicatibus: – C’era una volta una regina che. L’ho detto. E allora?

Simpliciter: – Ma no, non cosí! perché non dire, per esempio, che c’era una volta una regina che reggeva e i fili del nulla dei numeri tutti, e quelli del tutto?

Complicatibus: – La frase regina?

Simpliciter: – Dicono che sia: è della regina che si parla.

Complicatibus: – Dicono che sia cosa?

Simpliciter: – Dicono che sia cosa che si dice che: è ancora della regina che si parla.

Complicatibus: – Dicono che sia cosa che si dice che cosa?

Simpliciter: – Dicono che sia cosa che si dice che cosa uno direbbe che: è sempre della regina che si parla.

Complicatibus: – Dicon che sia cosa che si dice che cosa uno direbbe che cosa?

Simpliciter: – Dicono che,  sia cosa che,  si dice che,  cosa uno direbbe che, cosa nessuno ha detto o che cosa niente è stato detto dire: è ancora e sempre della regina che si parla.

Complicatibus: – Dicon che sia cosa che si dice? che cosa uno direbbe? che cosa nessuno ha detto? Forse niente è stato detto dire.

Simpliciter: – Non direi. Qua e là è stato già detto: ricorda? L’ha detto Lei.

Complicatibus: – Già, è stato detto.

Simpliciter: – Ma troppo in economia.

Complicatibus: – Nell’economia della storia non c’è luogo per regine reggenti, o re: non c’è niente che regga, né alcuno alcun che.

Simpliciter: – Cos’è questa storia dell’economia della storia? Non sarà forse una storia economica? e il prodotto, un prodotto economico?

Complicatibus: – È sempre la stessa storia di sempre. Ora non è tempo né luogo per fare tante storie. Al piú un capriccio, o uno scherzo: l’economia non sarà dunque altro che una sorta di rimando alla sorte del numero, o al nome del fenomeno, ma non tanto una distribuzione delle risorse del prodotto, che forse non ci  sono, o che sono esaurite, o che sono in via di esaurimento, quanto piú tosto un ordine disordinato di sottordini, o, ancor di piú, un loro disordine ordinato.

Simpliciter: – Fenomenale. Spenda qualche parola in piú.

Complicatibus: – Sul fenomeno in sé o sul fenomeno della somma?

Simpliciter: – Ha ancora somme da spendere?

Complicatibus: – Le somme di sotto sono ancora da farsi.

Simpliciter: – Approfittiamone per farle.

Complicatibus: – Con profitto o senza profitto?

Simpliciter: – Pare essere finalmente l’ora propizia al prodotto, questa del fenomeno, e alla somma.

Complicatibus: – Che pare in fine essere? da che pare sia stata per  essere? A che pare sarà stata per essere: l’ora del sono minuto, l’infinito essere congiunto alla possibilità appare, e scompare: in un percorso traverso e trasverso.

Simpliciter: – Attraverso un periodo difficile: Lei sa com’è, ne prenda atto.

Complicatibus: – L’atto da farsi? il farsi in atto? Non è, in vece, di nuovo, un farsi inatto questo verso che non s’attraversa? non è forse un atto sfatto questo verso che non va oltre?

Simpliciter: – Non vada oltre: qual è questo verso?

Complicatibus: – Questo verso. O quello. Sempre lo stesso, sempre diverso.

Simpliciter: – Un verso prodotto diverso?

Complicatibus: – Per altro verso.

Simpliciter: – Un altro verso? quanti versi ci sono?

Complicatibus: – Ci son versi e versi nell’essere infinito sono minuto: e quanti e quali.

Simpliciter. – Vada oltre.

Complicatibus: – Verso la somma, verso il prodotto?

Simpliciter: – Come un bene rifugio.

Complicatibus: – Un rifugio nel bene? Lei forse desidera chiudere i conti del passato per avere un futuro cui aprirsi?

Simpliciter: – Facendo crescere il bene prodotto, e la somma sua.

Complicatibus: – Il prodotto interno?

Simpliciter: – Mi esterni il prodotto interno.

Complicatibus: – Il lordo o il netto?

Simpliciter: – Mi faccia un’ecografia.

Complicatibus: – Forse una eco della scrittura privata? o non piú tosto una privata scrittura dell’eco?

Simpliciter: – Non può dire cosí.

Complicatibus: – Non può dirsi?

Simpliciter: – No.

Complicatibus: – Non può dirsi no senza dirsi sí, può darsi.

Simpliciter: – Può darsi di sí? Ma sí, mi dica di sí. Se Lei dicesse di sí!

Complicatibus: – Sí, sí. L’ho detto. O no?

Simpliciter: – Perché non liquida il tutto?

Complicatibus: – Rendere liquido per rompere le acque?

Simpliciter: – Rompiamole.

Complicatibus: – Per cosa?

Simpliciter: – Per la crescita del prodotto.

Complicatibus: – Per il prodotto? due volte in una volta lo stesso prodotto? due volte in una lo stesso uguale e diverso? un parto gemellare?

Simpliciter: – I parti, le parti: che travaglio. Lei mi duole.

Complicatibus: – Che parte Le duole?

Simpliciter: – Che parte?

Complicatibus: – Lei recita una parte: Le duole questa parte?

Simpliciter: – Sono dolente, ma non La seguo.

Complicatibus: – Quante scene!

Simpliciter: – Che scene?

Complicatibus: – Quanti atti!

Simpliciter: – Che atti? Lei sta diventando teatrale. Sia piú inquadrato.

Complicatibus: – Inquadrare non è forse riprendere, e viceversa?

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Nella storia del quadrato riprendere non è forse inquadrare?

Simpliciter: – Riprendere, inquadrare il quadrato: obiettivamente…

Complicatibus: – Mente l’obiettivo un’obiettività che non c’è: già è stato detto da qualche parte. Che ruolo hanno le parti?

Simpliciter: – Il ruolo delle parti?

Complicatibus: – Le parti del tutto: ricorda?

Simpliciter: – Ora ricordo.

Complicatibus: – Nella storia del quadrato non si hanno personaggî a tutto tondo; nessuno ha se non una minima parte; nessuno possiede i numeri per recitare una parte di rilievo, un ruolo da protagonista: nessun re, nessuna regina.

Simpliciter: – Ora, forse,  l’ultimo numero è…

Complicatibus: – No! non è: l’ultimo numero ancora non è un numero.

Simpliciter: – Ora, forse, l’ultimo numero ha i numeri per…

Complicatibus: – No! non ha: l’ultimo numero non ha alcun numero. Averne di numeri per l’ultimo numero!

Simpliciter: – Ma se non è, come averne? Se non si hanno, come essere?

Complicatibus: – Se non si hanno, capacitarsi di non esserne capace.

Simpliciter: – Non esserne capace di che?

Complicatibus: – Di essere.

Simpliciter: – Come capacitarsi? Come capacitarsi di non esserne capace? Come capacitarsi di non essere? Mi faccia capace.

Complicatibus: – Partecipare senza esserne parte.

Simpliciter: – Come parteciparvi? Mi faccia partecipe.

Complicatibus: – Essere senza essere.

Simpliciter: – Come esserlo?

Complicatibus: – Forse non essere l’essere tutto ma una minuta parte?

Simpliciter: – Una parte di quart’ordine?

Complicatibus: – Un minuto essere, un minuto sono: forse un non essere?

Simpliciter: – Un non essere?

Complicatibus: – Forse un non essere, ma un non essere improprio: non proprio un non essere, ma un non essere che non proprio questo.

Simpliciter: – E perché non quello? Sempre questo, mai quello.

Complicatibus: – Quello, mai; questo, sempre: ma ora?

Simpliciter: – Ora?

Complicatibus: – Ora, forse, né questo né quello.

Simpliciter: – Come mostrare senza dimostrare? Mi mostri i numeri, La prego. Dìa i numeri.

Complicatibus: – I numeri dell’ultimo numero?

Simpliciter: – Uno dietro l’altro.

Complicatibus: – Forse, si dovrebbe  dire:  l’altro dietro l’uno,  l’uno essendo un numero,  l’altro non essendolo.

Simpliciter: – L’altro non lo è?

Complicatibus: – Se non dietro le righe, o tra le righe.

Simpliciter: – Tra le righe? dietro le righe? Lei non riga dritto! Lei non si misura: si misuri.

Complicatibus: – Dietro ai quadrati, dentro ai quadrati?

Simpliciter: – L’ultimo quadrato.

Complicatibus: – Si dovrebbe partire…

Simpliciter: – Si parte? per dove?

Complicatibus: – Il prodotto del dove? Il prodotto del dove è senza dove partire.

Simpliciter: – Da che parte partire? Da qualche parte si deve pur partire.

Complicatibus: – Dall’ultima parte del tutto, che si parte in più parti? o da capo?

Simpliciter: – Da capo? dall’uno nuovamente?

Complicatibus: – A volte anche l’uno non è uno: l’uno a volte non è un numero, se non indeterminato: un uno.

Simpliciter: – Un uno indeterminato? La termini con questi termini. Sia piú determinato. Sia per, per esempio.

Complicatibus: – Il prodotto, la somma: sempre gli stessi, sempre diversi. E sia la somma, e sia il prodotto! O sia viceversa.

Simpliciter: – Ossia?

Complicatibus: – A volte,  anche l’altro non è l’altro: a volte,  anche l’altro non è altro che uno.

Simpliciter: – L’altro è l’uno? Un altro? Un altro uno?

Complicatibus: – Un uno che non sia l’uno, ma un uno indeterminato,  non è forse dire l’altro? L’altro è dunque un uno.

Simpliciter: – Ma l’altro non è cosí determinato?

Complicatibus: – Determinato dal suo essere indeterminato: dal suo  non essere che un uno.

Simpliciter: – A volte.

Complicatibus: – A volte, voltando pagina, si potrebbe dare il caso di.

Simpliciter: – Voltando pagina?

Complicatibus: – O rivoltando.

Simpliciter: – Rivoltando?

Complicatibus: – Per il risvolto.

Simpliciter: – Per un risvolto?

Complicatibus: – O per la rivolta d’una nuova volta.

Simpliciter: – A cosa rivolto, a cosa rivolta?

Complicatibus: – Rivolta a cosa, rivolto a cosa. Ma non risolto.

Simpliciter: – Si risolva. Sia piú risolto, e risoluto. Sia per.

Complicatibus: – A volte capita quel che capita, questa volta capita questa volta in cui non capita nulla, o forse, a volte, capita solo e soltanto una parte del tutto, l’ultima, l’ultima parte del tutto in cui il nulla non può capitare.

Simpliciter: – Ma non si era detto che tutto rimanda alla fine, e la fine al nulla?

Complicatibus: – Sí, sí, si era detto.

Simpliciter: – Ed ora, ora che l’ultima parte del tutto annuncia la fine, perché sento che sta per annunciarla, non è vero?, si dice che il nulla non può capitare?

Complicatibus: – Sí, sí, si è detto.

Simpliciter: – E dunque dove l’errore?

Complicatibus: – L’errore è senza fine: non c’è dove senza errore.

Simpliciter: – E dunque quando l’errore?

Complicatibus: – L’errore è senza fine: non c’è quando senza errore.

Simpliciter: – E dunque come l’errore?

Complicatibus: – L’errore è senza fine né fine: non c’è come senza errore.

Simpliciter: – Senza fine né fine?

Complicatibus: – Non c’è forse fine senza fine? né fine senza fine? Senza determinazione, né indeterminazione, non c’è fine, né fine.

Simpliciter: – E l’errore?

Complicatibus: – C’è errore e errore, e l’errore dell’errore: l’errore è, e non è, errore. Forse, ancora non c’è fine, né mai stato fine, né mai stata fine. Dunque, essendoci un’ultima parte del tutto, forse l’ultima, il nulla non può esserci. Ora.

Simpliciter: – Forse, ancora, mai, dunque, ancora forse, ora.

Complicatibus: – Già. Non è vero?

Simpliciter: – Cosa?

Complicatibus: – Non è vero, né falso.

Simpliciter: – Non è falso?

Complicatibus: – Non è forse falso il vero se non c’è verità?

Simpliciter: – Non c’è verità.

Complicatibus: – Non è forse vero il falso se non c’è falsità?

Simpliciter: – Non c’è falsità.

Complicatibus: – Ed è vero, ed è falso?

Simpliciter: – Lei non si decide mai. Si decida una volta per tutte.

Complicatibus: – Una volta? una sola volta? una soltanto, o tanto per dirne una?

Simpliciter: – Per tutte le volte.

Complicatibus: – Una volta, e piú volte, e piú  e piú volte per tutte le volte: per la volta del tutto? Per l’ultima volta?

Simpliciter: – L’ultima parte e l’ultimo numero per l’ultima volta.

Complicatibus: – Dunque.

Simpliciter: – Ultimiamo?

Complicatibus: – Potrebbe continuare.

Simpliciter: – Continuiamo.

 

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l’irragionevole prova del nove – 1

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l’irragionevole prova del nove – 3 

 

l’irragionevole prova del nove (gc) – 3

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l’irragionevole prova del nove – 3

Simpliciter: – Chiaramente.

Complicatibus: – Mente il chiaro una chiarezza che non c’è.

Simpliciter: – Non può essere diversamente?

Complicatibus: – Mente il diverso una diversità che non c’è.

Simpliciter: – Non può essere altro che tale, qual era? talmente uguale che…

Complicatibus: – Mente il tale un quale che non c’é.

Simpliciter: – Ma… ugualmente…

Complicatibus: – Mente l’uguale un’uguaglianza che non c’è.

Simpliciter: – Eppure, il tre di prima non è lo stesso d’adesso?

Complicatibus: – Lo stesso non è lo stesso: lo stesso di prima non è lo stesso di adesso.

Simpliciter: – E dopo?

Complicatibus: – Qua e là è già stato detto.

Simpliciter: – Già detto, già.

Complicatibus: – Ma non già fatto.

Simpliciter: – Già, non ancora.

Complicatibus: – Già, non ancora, né mai: mai fatto.

Simpliciter: – Mai fatto cosa?

Complicatibus: – Mai fatto cosa. Forse.

Simpliciter: – Forse?

Complicatibus: – Forse, qua e là, un po’ di tutto, un po’ di nulla.

Simpliciter: – Un po’ di tutto, un po’ di nulla, qua e là?

Complicatibus: – Forse di tutto un po’, forse.

Simpliciter: – Le parti del tutto?

Complicatibus: – Quelle di sopra, queste di sotto. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Sotto di queste, sopra di quelle.

Simpliciter: – Viceversa.

Complicatibus: – O variando.

Simpliciter: – Variamente variando?

Complicatibus: – Mente il vario una varietà che non c’è.

Simpliciter: – Proviamo a variare?

Complicatibus: – In un’alternanza senz’alternativa?

Simpliciter: – Variamo.

Complicatibus: – Quelle di sotto, queste di sopra. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Sopra di queste, sotto di quelle.

Simpliciter: – Viceversa. E poi?

Complicatibus: – Queste di sopra, quelle di sotto. O viceversa.

Simpliciter: – Ancora viceversa?

Complicatibus: – Ancora e sempre: sotto di quelle, sopra di queste.

Simpliciter: – Ancora viceversa, e sempre.

Complicatibus: – O forse mai.

Simpliciter: – Mai.

Complicatibus: – O un’ultima volta ancora. Forse.

Simpliciter: – Forse l’ultima volta?

Complicatibus: – Queste di sotto, quelle di sopra. O viceversa.

Simpliciter: – L’ultima volta, e poi basta.

Complicatibus: – Sopra di quelle, sotto di queste.

Simpliciter: – Basta.

Complicatibus: – Ne ha abbastanza?

Simpliciter: – Ne ho abbastanza.

Complicatibus: – Di cosa?

Simpliciter: – Di tutto.

Complicatibus: – Delle parti del tutto?

Simpliciter: – Di tutto, di tutto.

Complicatibus: – Per cosa?

Simpliciter: – Per tutto.

Complicatibus: – E il sossopra del nulla?

Simpliciter: – Ne ho abbastanza, del tutto e del nulla.

Complicatibus: – Ad averne di cose, Lei non ne ha mai abbastanza.

Simpliciter: – Sono distrutto.

Complicatibus: – Ecco, a poco a poco, qua e là, si sente ancora di nuovo questo sòno, sempre lo stesso, sempre diverso: perplesso, pieno, distrutto.

Simpliciter: – Ora distrutto.

Complicatibus: – Nella quarta parte del tutto distrutto.

Simpliciter: – La quarta parte: finalmente l’ultima?

Complicatibus: – L’ultima parte del tutto.

Simpliciter: – Finiamola.

Complicatibus: – Finirla senza definirla?

Simpliciter: – Definiamola.

Complicatibus: – Con cosa?

Simpliciter: – Con qualsiasi cosa, ma, soprattutto, definitivamente.

Complicatibus: – Mente il definitivo una definizione che non c’è.

Simpliciter: – Come dire senza dire?

Complicatibus: – Dire senza dire come, né quando.

Simpliciter: – Ma quando?

Complicatibus: – Ora.

Simpliciter: – Ora?

Complicatibus: – La figura, la figura del quadrato, i numeri, il prodotto dei numeri: ricorda?

Simpliciter: – L’ultima ora?

Complicatibus: – L’ultimo numero.

Simpliciter: – L’ultimo, in fine.

Complicatibus: – L’ultimo numero, prima l’ultimo numero.

Simpliciter: – Prima l’ultimo?

Complicatibus: – Dunque l’ultimo numero. Prima.

Simpliciter: – L’ultimo. L’ultima volta, l’ultimo.

Complicatibus: – Prima l’ultima volta, prima l’ultimo: l’ultimo numero, dunque, è, no, non è;  l’ultimo numero potrebbe essere,  anzi, no, non potrebbe essere: l’ultimo numero dovrebbe essere un numero primo, ma né il primo né il  secondo.

Simpliciter: – Certamente.

Complicatibus: – Mente il certo una certezza che non c’è. E se in vece non lo fosse? Se l’ultimo numero, in vece di essere un numero primo, fosse, per esempio, il primo numero dei numeri non primi,  il quattro per esempio, ricorda?, ecco che allora l’ultimo numero sarebbe il primo numero.

Simpliciter: – Originale: l’ultimo numero che è il primo numero.

Complicatibus: – No, non essente, sebbene certi lo dicano.

Simpliciter: – Certi di cosa?

Complicatibus: – Certi incerti sul da farsi; certuno aggiunge il  fatto che…

Simpliciter: – Aggiungere un fatto al da farsi? La somma dei fatti?

Complicatibus: – E perché non la summa, allora?

Simpliciter: – Relativamente a cosa? A formare un corpo? Un corpo di cosa?

Complicatibus: – Mente il relativo una relatività che non c’è.

Simpliciter: – In assoluto, allora.

Complicatibus: – Il fatto che certuno aggiunga un fatto al da farsi, che si dìa in somma da fare, non vuol dire  forse che nessuno sottrae?  Ne dubita?  Che nessuno sottragga piú!

Simpliciter: – Se certuno aggiungesse e nessuno sottraesse obiettivamente si giungerebbe a cosa, a cosa infinita.

Complicatibus: – Forse che mente l’obiettività un obiettivo che non c’è?

Simpliciter: – A tratti a tratti uno se ne fissa uno.

Complicatibus: – Altri in vece altro: due se ne fissano due, tre tre, e via e via: enne enne.

Simpliciter: – Non mi distragga: originariamente non s’era detto che il quarto numero avrebbe dovuto essere un numero primo? Cosa è questo numero enne? un numero esponente? il numero infinito?

Complicatibus: – Enne volte tanto.

Simpliciter: – Enne volte tanto, quanto è?

Complicatibus: – Enne volte tanto è quanto è. E quanto espone.

Simpliciter: – Quanto espone?

Complicatibus: – Un esponente che non espone nulla? O che espone  tutto? Ecco, forse solo e soltanto una parte del tutto.

Simpliciter: – Esponiamolo.

Complicatibus: – Il numero esponente che esponga in fine l’ente?

Simpliciter: – Supponiamolo.

Complicatibus: – E pure, ora non è l’ora delle supposizioni, non si è di sopra, ora si è di sotto, quasi alla fine, per altro verso: al piú, anzi ché non supporre,  lo si può sottoporre a…

Simpliciter: – Al meno questo: verifichiamone un caso.

Complicatibus: – Facciamo a meno dell’altro verso, del meno intendo: nel caso in cui, o a caso?

Simpliciter: – Come vuole: sono senza piú parole.

Complicatibus: – Può essere, può essere.

Simpliciter: – Come può essere senza piú parole? Non può essere, non può essere.

Complicatibus: – Può darsi il caso del prodotto da farsi facendo a meno delle parole del meno: il prodotto dei numeri, e la somma di questo prodotto; e, se la somma non bastasse, un’altra somma, fino in fine scomponendo il composto a ché si giunga all’unica cifra.

Simpliciter: – All’uno?

Complicatibus: – Il numero uno è un numero primo, ma non è il primo numero.

Simpliciter: – Il numero uno non è il primo numero?

Complicatibus: – Non nel nostro caso.

Simpliciter: – Sono confuso, era stato già detto effettivamente.

Complicatibus: – Già: mente l’effetto una causa che non c’è: dipenda o non dipenda dal caso, l’infinito non essere cosa a cosa sia l’essere  finito è congiunto.

Simpliciter: – Che frase ad effetto! Sono giunto congiunto a Lei per cosa?

Complicatibus: – Per cosa: per cosa è a Lei congiunto, giunto sono per altro verso?

Simpliciter: – Quale verso? Sia piú ordinato.

Complicatibus: – Di fatti non c’è verso che tenga: si è ora nell’ordine di sotto, dove non ci son fatti né ordini, ma solo e soltanto ipotesi.

Simpliciter: – Allora ordiniamo: ordiniamo qualcosa?

Complicatibus: – Un fatto ordinario?

Simpliciter: – Un fatto primario.

Complicatibus: – E perché non anche uno secondario,  magari un prodotto terziario,  alla portata di tutti?

Simpliciter: – Una portata unica? Di che portata?

Complicatibus: – Nel piatto unico, senza tante portate, non può darsi questo caso: non c’è grado zero, né nullo, nel piatto.

Simpliciter: – Ma, ora che ci son tanti gradi, di grado in grado magari potrebbe.

Complicatibus: – Per poter essere in grado di cosa?

Simpliciter: – Per darle corpo.

Complicatibus: – Non c’è corpo che tenga, solo una forma, ma senza spessore né profondità: ora mai quasi un quadrato.

Simpliciter: – Oramai avrà pure una sua dimensione.

Complicatibus: – Cosa? Ma se Lei è di dimensione minuta: l’ha detto e ridetto, piú e piú volte: sono minuto.

Simpliciter: – Si ridimensioni.

Complicatibus: – Sono muto, ha detto: forse taciuto è questo piccolo sono, il sono minuto, per altro verso.

Simpliciter: – Un altro verso ancora?

Complicatibus: – Sempre lo stesso, sempre diverso.

Simpliciter: – Ma quale stesso verso? ma quale diverso? Lei dà i  numeri, ancora una volta.

Complicatibus: – Dare un verso ai numeri? o dare il numero ai versi? Forse solo e soltanto questo: dare i numeri ai versi del sono minuto.

Simpliciter: – Sono riverso:  dìa quest’ultimo numero.

Complicatibus: – Mal grado i gradi?

Simpliciter: – Che gradi? Lei non è in grado di nulla.

Complicatibus: – Appunto: non essere in grado di nulla, ora che si hanno tanti gradi, per essere in grado di tutto.

Simpliciter: – In grado di tutto?

Complicatibus: – O d’una parte del tutto, l’ultima parte, per essere in grado di tutto, per non essere in grado di nulla.

Simpliciter: – Quanti gradi ci sono?

Complicatibus: – C’è un primo grado, che già interroga.

Simpliciter: – A domanda risponda! Ma Lei, tanto, non risponde mai.

Complicatibus: – Mente la domanda un’offerta che non c’è.

Simpliciter: – Lei non s’offre, appunto.

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso d’un secondo grado, e poi di un terzo.

Simpliciter: – Il terzo grado?

Complicatibus: – O di un grado infinito: un ennesimo grado, se non ci fosse, in questo caso, una condizione, o una congiunzione, ma condizionata.

Simpliciter: – Un’ultima condizione?

Complicatibus:  –  Dunque, se,  anzi ché non il grado zero, ci fosse in vece questo ennesimo grado, il grado infinito, tanto da esser parte di cosa non ha parte, tanto da aver parte di cosa non è parte, la condizione è che il pretesto della premessa sarà di grado maggiore a questo grado infinito.

Simpliciter: – Maggiore dell’infinito?

Complicatibus: – Dicon che: si dice che: uno dice che: tutti dicon che: nessuno dice che.

Simpliciter: – Intende dire le dicerie, le voci in giro?

Complicatibus: – In giro? Chi ha messo in giro questa voce delle voci in giro? Non sarà stato forse Lei? Un’altra volta? Che mi vuol far dire? Ora, qui, non c’è nulla che giri.

Simpliciter: – Una volta o l’altra la faccia finita con questi giri di parole.

Complicatibus: – Lei vuol forse raggirarmi? Che mi vuol far dire?

Simpliciter: – Una volta o l’altra potrebbe dire c’era una volta.

Complicatibus: – C’era una volta?

Simpliciter: – C’era una volta un re.

Complicatibus: – No! Non c’era nessun re.

Simpliciter: – C’era una volta una regina, allora.

Complicatibus: – Una regina? Una regina regnante, una regina reggente? Potrebbe darsi il caso d’una reggente, ma dirla regina è senz’altro un’altra storia di altri tempi, di altri luoghi.

Simpliciter: – C’era una volta che cosa allora?

Complicatibus: – Forse non c’era nessuna volta; ed ora, qui, non c’è nessuna volta.

Simpliciter: – Che cosa c’è, allora?

Complicatibus: – C’è qualcosa? O non piuttosto niente?

Simpliciter: – Niente, non c’è mai niente.

Complicatibus: – Forse  la qual cosa, che regga i fili del nulla dei numeri tutti del sono minuto.

Simpliciter: – Dei numeri tutti? Si e no quattro numeretti.

Complicatibus: – I numeri del sí e del no. E del forse.

Simpliciter: – Del forse?

Complicatibus: – Il quarto numero è il numero del forse.

Simpliciter: – Il tutto cosí resterà in forse. La quarta parte del tutto non arriverà fino in fondo?

Complicatibus: – In fondo in fondo, in questo caso, che è l’ultimo sottocaso, si potrebbe dire.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove (gc) – 2

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Complicatibus: – Una volta o l’altra finiranno le possibilità di prima e di poi, e resteranno quelle d’adesso.

Simpliciter: – Adesso, parliamone adesso.

Complicatibus: – Per gradi retrogradi si è dunque arrivati al vero primo primo numero, ad un numero che non è il numero uno, né può esserlo ché ancora a doppia cifra.

Simpliciter: – Un messaggio doppiamente cifrato? Un messaggio cifrato al quadrato?

Complicatibus: – Non ancora quadrato, né tondo, ma solo e soltanto un numero doppio, a due cifre, che non ha per ciò cifra tonda, né quadra, ancora.

Simpliciter: – Per ciò cosa?

Complicatibus:  –  Va ancora sommata l’una all’altra cifra,  non si dica l’uno  al due però, ché non è questo il caso, ma il primo numero o cifra del vero primo primo numero al secondo numero o cifra di esso.

Simpliciter: – La somma del sommo, vero, primo, primo numero?

Complicatibus: – E dunque, questa sommatoria sommaria di cifre dal  vero, primo, primo numero, del prodotto da farsi, come sia, porta via via al primo primo numero e cosí via al primo numero, il quale, essendo tale, occupa la prima parte del tutto.

Simpliciter: – Che strana occupazione quest’occuparsi di numeri: via tutto, La prego! via tutto!

Complicatibus: – Pur tutta via, tutto è fatto di parti, anche il nulla.

Simpliciter: – Particolarmente il tutto. Per il nulla lo si può dire solamente in modo particolare.

Complicatibus: – Mente il particolare una particolarità che non c’è.

Simpliciter: – Che modi! Non son questi i modi!

Complicatibus: – I modi fan la moda del tempo sancita dal tempo.

Simpliciter: – Facciamo almeno in tempo a dire del piú, o del meno soltanto?

Complicatibus: – Non si fa mai in tempo a far nulla, come fare a dire il piú, o il meno soltanto? E poi, c’è ancora da dire il prodotto e da tacere il diviso.

Simpliciter: – Come fare? Come farne a meno?

Complicatibus: – Senza modi né moda, può fare in modo d’indicare, o
potrebbe fare in modo di condizionare, affinché si possa congiungere
l’infinito prodotto da farsi al finito.

Simpliciter: – In che modo se non c’è il tempo nemmeno di dire?

Complicatibus: – Non c’è il tempo di dire: non c’è un tempo per dire del tempo in luogo di dire del luogo; né c’è il luogo: non c’è un luogo per dire del luogo in tempo di dire del tempo.

Simpliciter: – Non c’è unità di tempo e luogo nel prodotto da farsi?

Complicatibus: – Forse il prodotto è non tanto multiplo quanto singolare. Non trova?

Simpliciter: – Singolare davvero!

Complicatibus: – Cosa?

Simpliciter: – Non trovare il tempo.

Complicatibus: – Non trovare il tempo per cosa.

Simpliciter: – Prendiamoci tutto il tempo possibile.

Complicatibus: – Per perdere un po’ di tempo?

Simpliciter: – Per ritrovare un po’ di tempo.

Complicatibus: – Forse per perso o per ritrovato che sia il tempo, dire per cosa si perda o si ritrovi è già il prodotto da farsi.

Simpliciter: – In che senso? Non c’è senso che tenga in questa logica.

Complicatibus: – Mente il senso una logica che non c’è, o un sentire che sia logico.

Simpliciter: – Lei non mi sente.

Complicatibus: – Non c’è mai qualcuno che senta qualcuno. Mente la logica un senso che non c’è. Mentono,  senso e logica, un sentire che non c’è, o una logica e un senso che sian tali.

Simpliciter: – Proviamo in un altro senso: vediamo se sente.

Complicatibus: – Bene, si vede che ha capito l’antifona, la quale è una sorta di controcanto al canto che non c’è, che proprio non c’è, se non minuto, se non improprio.

Simpliciter: – Proprio, improprio: proprio improprio!

Complicatibus: – Non c’è proprietà, se non impropria.

Simpliciter: – Proprio non ce la faccio piú!  nemmeno a.

Complicatibus: – Proprio cosí: né piú né meno, tale è il prodotto da farsi. Proprio cosí: improprio.

Simpliciter: – Sono esausto.

Complicatibus: – Proprio ora?

Simpliciter: – Ora proprio, e senza improprietà.

Complicatibus: – E dunque, essendo senza improprietà, ora non è forse l’ora della proprietà?

Simpliciter: – Che proprietà?

Complicatibus: – L’ha detto Lei: sono esausto.

Simpliciter: – L’ho detto.

Complicatibus: – Bene.

Simpliciter: – Ma che bene?

Complicatibus: – Il bene, i beni della proprietà.

Simpliciter: – Sono esaurito.

Complicatibus: – L’ha ridetto.

Simpliciter: – Ho ridetto cosa?

Complicatibus: – Con l’esaurimento delle risorse del prodotto, ora mai esautorate,  per di piú essendo Lei esausto, le funzioni su: non è da usarsi forse, foss’anche in ultima analisi,  l’inesausta esaustività?

Simpliciter: – Mi sento venir meno.

Complicatibus: – Non si sottragga al prodotto.

Simpliciter: – In che termini?

Complicatibus: – Non si tratta di venir meno al termine del prodotto.

Simpliciter: – Veniamo al termine, invece.

Complicatibus: – Senza mezzi termini?

Simpliciter: – Senza mezzi termini.

Complicatibus: – Né ponendo tempo in mezzo?

Simpliciter: – Senza porre tempo.

Complicatibus: – Senza mezzi termini, né ponendo tempo in mezzo, come termine di paragone si usi solo e soltanto il termine del paragone.

Simpliciter: – La fine del come?

Complicatibus: – La fine del come e del quando, del dire e del tacere: la fine del dove non c’è fine.

Simpliciter: – La finisca.

Complicatibus: – Cosí?

Simpliciter: – Cosí come?

Complicatibus: – Un’altra volta?

Simpliciter: – Un’altra volta cosa?

Complicatibus: – Un’altra volta.

Simpliciter: – Cosa?

Complicatibus: – Un’altra volta come, un’altra volta cosa.

Simpliciter: – Dica qualcos’altro.

Complicatibus: – Qualcos’altro, qualcosa d’altro: ma dire una qual cosa, se pur d’altro, non è dire come cosa dire e non tacere?  Dire di cosa come, e non tacere.

Simpliciter: – Sono muto.

Complicatibus: – L’ha detto ancora. Non può piú essere solo e soltanto un caso, né meno che mai: ora Lei mente. O forse ha sempre mentito?

Simpliciter: – Mentire io? e per cosa?

Complicatibus: – Ecco, per cosa: cosa è il prodotto da farsi: il sono esausto, esaurito, muto; e minuto: un piccolo sono. Lei mente l’io, o un io. Mente l’io un io che non c’è.

Simpliciter: – Un piccolo essere: quel che sono.

Complicatibus: – Ecco dunque la proprietà impropria: non quello è Lei, ma questo. Il primo, vero, primo numero non è che questo minuto sòno, che Lei dice, e non tace;      e forse non a caso.

Simpliciter: – Il sommo, primo, vero, primo numero,  non è che sono? un minuto sono? Lei che dice? non La seguo.

Complicatibus: – Si dìa allora séguito al séguito.

Simpliciter: – Ne conségue che anche il secondo, a seconda dei casi, sia questo e non quello. O no?

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso che sia quello e non questo: mente l’alternanza un’alternativa che non c’è.

Simpliciter: – E pure erano stati detti differenti.

Complicatibus: – Interni al quadrato alterni: differenti, ma con indifferenza; esterni al quadrato senza alternativa: uguali, ma con differenza.

Simpliciter: – Interni dissimili ed esterni consimili?

Complicatibus: – Mente la similitudine un simillimo che non c’è. Non vorrà ricominciare con il come?

Simpliciter: – Verosimilmente.

Complicatibus: – Che mi vuol far dire? Lei mi sta prendendo in giro! Ma non si può, proprio non si può. Chiederò a chi di dovere il diritto di tagliare questa parte. E anche il rovescio.

Simpliciter: – Come tagliare una parte al tutto?

Complicatibus: – Dicendo che è una parte del nulla, una parte da nulla. Non siamo certo personaggî a tutto tondo. Nella storia del quadrato, figurarsi personaggî a tutto tondo? Figuriamoci!

Simpliciter: – Figuriamoli.

Complicatibus: – Non possono aver parte alcuna. La taglierò in quattro parti, questa parte, per farne quattro e quattr’otto: in vero simil mente.

Simpliciter: – Sia piú circoscritto.

Complicatibus: – Si potrebbe provare con dei numeri da circo, con equi equilibristi, con buffi buffoni,  con folli folletti, ma certo anche queste son altre storie, storie di numeri forse d’alta scuola, qui si tratta solo e soltanto di numeri elementari, non immaginarî, senza circo, e senza cerchio.

Simpliciter: – Forse un circolo vizioso, che ancora non quadra, né fa quadrato.

Complicatibus: – Sia meno inscritto: usciamone fuori.

Simpliciter: – Senz’alternativa, da dove uscirne, e per dove?

Complicatibus: – Dal giro tondo. Per ricominciare.

Simpliciter: – Ma senza come né quando, né fine, come ricominciare, e da dove, e fino a che?

Complicatibus: – Fino alla fine del fine che è, e non è, il finito prodotto, da farsi infinito: fino a che sia ipotesi il prodotto per cosa Lei pur anche ipotetica.

Simpliciter: – Sono sfinito: sono ipotetico?

Complicatibus: – Non sa piú dire altro, né meno che mai: ora Lei non fa altro che dire sempre lo stesso sono di sempre; ma ora non è sempre, né mai.

Simpliciter: – Che ora è, ora? La stessa ora? la stessa ora di prima o di poi, la stessa di mai, la stessa di sempre?

Complicatibus: – Forse è solo un periodo.

Simpliciter: – Un periodo di tempo?

Complicatibus: – O un prodotto del periodo.

Simpliciter: – Un prodotto del tempo?

Complicatibus: – Forse. O non ancora. Forse un prodotto periodico, o forse un periodo ipotetico del prodotto: un periodo ipotetico del quadrato, una somma dei quadrati di sotto, o dei sottoquadrati, che, nell’ultima parte del tutto, alla fin fine, concluderà il tutto.

Simpliciter: – Lei rimanda tutto alla fine.

Complicatibus: – Tutto rimanda alla fine. La fine, in vece, rimanda al nulla.

Simpliciter: – Rimandiamo?

Complicatibus: – Rimandiamo la fine. E riandiamo: da capo a capo.

Simpliciter: – A capo di che? Non c’è capo che tenga.

Complicatibus: – Dunque, detto del secondo numero che…

Simpliciter: – Mi detta prima la sua proprietà?

Complicatibus: – Ordunque, la prima proprietà del secondo numero…

Simpliciter: – La prima proprietà? Quante ne ha?

Complicatibus: – Diverse.

Simpliciter: – Diverse perché differenti?

Complicatibus: – Diverse perché differenti e insieme indifferenti.

Simpliciter: – La differenza somma?

Complicatibus: – Al contrario mente la differenza una somma ancora da farsi. Questo secondo numero, il vero secondo numero, che occupa la seconda parte del tutto, va ancora scomposto.

Simpliciter: – Lei usa per i suoi numeri modi molto scomposti.

Complicatibus: – Va sommato il primo numero o cifra del secondo numero con il secondo numero o cifra di esso. Van sommati per sottrarre, a che la cifra doppia, il numero doppio, o il doppio soltanto, vengano ridotti all’unità.

Simpliciter: – L’unità. Il numero uno.

Complicatibus: – No, non il numero uno, ma solo e soltanto un numero che non è, né piú né meno, né questo né quello. O forse questo. O forse quello.

Simpliciter: – Questo forse, forse quello: pari sono?

Complicatibus: – L’ho detto: né piú né meno.

Simpliciter. – Sono dispari, allora.

Complicatibus: – Né piú che piú pari, né men che meno dispari.

Simpliciter: – Allora non sono nulla: sono uno zero.

Complicatibus: – Cosa che tenda non allo zero, ma ad uno zero, dunque non alla forma sua, che è tonda, né al contenuto suo: sono senza potere dispari, e senza potere pari, sono potenziale zero: sono, son minuto sono;  e son minuti.

Simpliciter: – Ha contato i minuti?

Complicatibus: – Ha i minuti contati?

Simpliciter: – Limitatamente.

Complicatibus: – Mente il limitato un limite che non c’è.

Simpliciter: – Si limiti!

Complicatibus: – Lei è forse senza limiti?

Simpliciter: – Si limiti ai fatti, all’esposizione dei fatti.

Complicatibus: – Che fatti?

Simpliciter: – I fatti di questi minuti: i conti dei fatti.

Complicatibus: – I conti son presto fatti.

Simpliciter: – Faccia presto.

Complicatibus: – Una volta scomposto il doppio, ed esposta l’unità, si tratta di comporre il prodotto dei primi due numeri.

Simpliciter: – Quali primi due numeri?

Complicatibus: – I primi detti inesatti.

Simpliciter: – Mi detta prima la proprietà?

Complicatibus: – La proprietà impropria dell’esatta inesattezza?

Simpliciter: – Ebbene?

Complicatibus: – L’improprietà del bene o la proprietà del male?

Simpliciter: – La proprietà del bene, vorrà dire; e l’improprietà del male: non è cosí?

Complicatibus: – Bene o male, si son detti parti dell’errore.

Simpliciter: – Nati dal caso? nati per caso?

Complicatibus: – Nati dal bene della cosa per la cosa.

Simpliciter: – Come lavorare il prodotto della proprietà del bene nell’errore?

Complicatibus: – Appunto con il prodotto da farsi.

Simpliciter: – Cioè?

Complicatibus: – Il primo numero, che non è un numero primo, che è il primo numero dei numeri non primi: ricorda? Il secondo numero, che è un numero primo, ma non il primo né il secondo: ricorda?

Simpliciter: – Il quattro e il tre?

Complicatibus: – Il quattro nella prima parte, il tre nella seconda, a seconda dei casi, o del caso soltanto: non è un caso la parte del tutto?

Simpliciter: – I parti e le parti,  non a caso e a caso: non intendo cosa intende, né intendo piú intendere.

Complicatibus: – E pure, trattandosi di parti del tutto, quasi dei sottoquadrati del quadrato, piú che casi forse posson dirsi sottocasi: sottocasi della parte di sopra. La parte di sopra, con le prime due parti e i primi due numeri, quali che siano o sono, ricorda?

Simpliciter: – E la terza parte?

Complicatibus: – Il loro prodotto, il prodotto dei primi due numeri, quali che siano o sono,  che è da farsi finito.

Simpliciter: – Il dodici?

Complicatibus: – Pur tuttavia, anche il dodici è un numero doppio, è anzi il numero doppio per eccellenza, o forse per vocazione.

Simpliciter: – Vochiamolo, allora.

Complicatibus: – Composto, è un prodotto del prodotto dei primi due numeri, il quattro e il tre, che occupano le prime due parti del  tutto, quelle di sopra; scomposto, ha prodotto i primi numeri dei numeri primi, l’uno e il due, i primi due numeri dei numeri tutti, che, non a caso, non hanno parte nella parte del tutto, nel quadrato in questione, se non taciuta.

Simpliciter: – Sono perplesso: non mi capacito.

Complicatibus: – Lei non può capacitarsi, essendone pieno oltre modo, se non appunto oltre il modo e i modi.

Simpliciter: – Sono pieno di cosa?

Complicatibus: – Lei ne è pieno.

Simpliciter: – Sono pieno di Lei? Sono pieno di Lei, ne sono pieno: non ne posso davvero piú.

Complicatibus: – Sí, nega affermando di non poterne piú di quel che… no:
afferma negando non di meno. L’ha detto piú e piú volte, non ne può
fare a meno: sono pieno di Lei? Mille millanta volte.

Simpliciter: – Lei millanta.

Complicatibus:  –  Che altro sommare, di fatti,  se non questi fatti sommarî, se non la somma dell’uno e del due, se non la somma dell’uno e dell’altro numero, dell’una e dell’altra cifra?

Simpliciter: – La cifra del bene?

Complicatibus: – Dell’uno e dell’altro soltanto? senza cifre né numeri?

Simpliciter: – Bene.

Complicatibus: – Bene o male, il dodici essendo composto dal prodotto del prodotto dei primi due numeri, lo si potrebbe dire un sottoprodotto, un prodotto di scarto, da scartare.

Simpliciter: – Scartiamolo. Come una carta da gioco senza valore, senza numero alcuno.

Complicatibus: – E pure, la carta da gioco senza numero alcuno, non è forse quella con massimo valore? Questo valore aggiunto, questo plusvalore,  è dato appunto dall’essere, – è della carta che si parla, – pur non avendone nessuno, i numeri tutti.

Simpliciter: – Le dò carta bianca, pur di finirla.

Complicatibus: – Il folle folletto, il jolly, il fool, non può non aver carta bianca, ma queste son altre storie d’altri numeri: numeri e storie da tacere.

Simpliciter: – Un numero soltanto. Un numero per volta. Non piú numeri doppî, a doppia cifra, né i numeri del doppio tanto di meno.

Complicatibus: – Le due cifre di questo numero doppio han da essere sommate per sottrarne la differenza e farle indifferenti al differire l’una dall’altra.

Simpliciter: – Non differisca, allora. Non differisca oltre questa somma.

Complicatibus:  –  Dunque, se prima  il primo e il secondo numero detti per primi, quelli che erano stati detti inesatti perché non proprio primi né veri, ora il terzo numero, prodotto dalla somma delle cifre del prodotto appunto di questi numeri non esatti, di codesti primi e secondi numeri, quel terzo numero, ora, che occupa la terza parte del tutto, la prima di sotto, dopo la prima e la seconda di sopra, questo numero, prima non detto, ma solo e soltanto alla fine, ora, che è la fine della terza parte, codesto terzo numero è dunque il numero tre.

Simpliciter: – Sia conciso.

Complicatibus: – Il terzo numero è dunque il numero tre.

 

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l’irragionevole prova del nove – 1 

l’irragionevole prova del nove (gc) – 1

sim  com_klein

l’irragionevole prova del nove

(di gc)

– 1-

Simpliciter: – Ragioniamo.

Complicatibus: – In ragione di quale ragionevolezza?

Simpliciter: – Ragionevolmente.

Complicatibus: – Mente la ragione una ragione che non c’è.

Simpliciter: – Lei non intende essere ragionevole: vuol forse dare i numeri?

Complicatibus: – Dando i numeri, potrebbe partirsi d’una somma e insieme d’una differenza, o, meglio, trattandosi d’un partire, da una divisione e insieme d’un prodotto: ecco, d’un prodotto finito.

Simpliciter: – Piú che un prodotto finito, pare molto di meno: una divisione del prodotto finito in infinite parti.

Complicatibus: – Partendosi dal prodotto, potremmo allora forse dirlo un semilavorato.

Simpliciter: – Come d’un ciclo di produzione che, anzi ché non produrre, distrugga?

Complicatibus: – C’è  la possibilità di  definirlo come d’un semilavorato prodotto finito nell’infinito prodotto lavorato in semi della definizione del possibile esserci.

Simpliciter: – Possibile?

Complicatibus: – Si diano dunque questi numeri.

Simpliciter: – Il numero primo.

Complicatibus: – Il primo numero dei numeri primi?

Simpliciter: – Prima che sia troppo tardi.

Complicatibus: – Prima o poi, è sempre e comunque al primo che fa séguito il séguito.

Simpliciter: – Ne ségue cosí il secondo.

Complicatibus: – Il secondo numero dei numeri primi?

Simpliciter: – Un secondo.

Complicatibus: – Un secondo quale che sia?

Simpliciter: – Allora un minuto, un minuto primo o un minuto secondo, non penso faccia differenza.

Complicatibus: – La differenza la fa il non pensare a cosa pensare invece dell’indifferenza: all’ora non occorre piú e piú di un minuto, se pur minuto, minuto primo o secondo che sia?

Simpliciter: – Sessanta, per esattezza: sessanta minuti secondi per un minuto primo.

Complicatibus: – Minuti secondi minuti per minuto primo minuto?

Simpliciter: – Minuzioso. E sessanta minuti primi per l’ora.

Complicatibus: – L’ora esatta? Forse. Forse, una volta o l’altra, ne parleremo, ché sa, vedersi arrivare prima i minuti secondi minuti e poi i minuti primi minuti e in fine l’ora, la quale dovrebbe essere adesso, appunto ora e non dopo il poi, non è certo cosa da poco. Ma ora non è l’ora del còmputo dell’ora.

Simpliciter: – Come procedere allora?

Complicatibus: – Si proceda per gradi, non è questo il tempo del càlcolo del tempo.

Simpliciter: – Per gradi equivale a dire per àngoli?

Complicatibus: – Non è questo il luogo per il càlcolo del luogo, né dunque degli àngoli,  né dei triàngoli; forse, alla fin fine, potrebbe darsi un quadrato: ecco, un quadrato, sí, ma diviso in quattro; ed in  questi quattro sottoquadrati potrebbero darsi quattro numeretti.

Simpliciter: – E cosí, dunque, torniamo ai numeri.

Complicatibus: – Bene: bene o male il primo numero, che non è un numero primo, è il quattro, che è il primo dei numeri non primi.

Simpliciter: – Il primo numero dei numeri non primi, il quattro.

Complicatibus: – Il primo numero è dunque il primo numero dei numeri non primi; il secondo numero, in vece, è un numero primo, pur non essendo né il primo numero dei numeri primi, né il secondo numero dei numeri primi, ma soltanto il terzo, il tre appunto.

Simpliciter: – Il terzo dei numeri primi, il tre.

Complicatibus: – Il secondo numero è dunque il terzo numero dei  numeri primi.

Simpliciter: – Il numero tre essendo il secondo numero, non vedo l’ora d’arrivare al terzo numero, chi sa, potrebbe essere il due.

Complicatibus: – Ma è soltanto con il quarto numero che, forse, s’arriverà alla possibilità che sia possibile, come dire, l’ipotesi del prodotto, diviso pur che sia, e dunque finito o infinito.

Simpliciter: – Non ne vedo l’ora.

Complicatibus: – Non si vede l’ora del quarto, che è la fine e il fine insieme, poi ché ancora non è l’ora del terzo, il quale verrà dopo il secondo numero che è il terzo numero dei numeri primi.

Simpliciter: – Ma il secondo non era già detto? Or ora è stato detto essere il tre.

Complicatibus: – Ora,  però, prima di procedere per il poi, ha da dirsi ancora qualcosa sui primi due numeri, per amor dell’amore della qual cosa.

Simpliciter: – Mi meraviglia,  Lei che parla amorevolmente.

Complicatibus: – Mente l’amore un amore che non c’è.

Simpliciter: – Lei non intende essere amorevole: vuol dare i numeri nuovamente?

Complicatibus: – Mente il nuovo una novità che non c’è: il primo numero non è nient’altro che la somma delle cifre del primo numero del prodotto da farsi.

Simpliciter: – Un nuovo primo numero?

Complicatibus: – Non proprio nuovo, ma soltanto il primo primo numero da cui deriva il secondo primo numero che era stato detto sí primo numero, ma con inesattezza, poi ché mente l’essere esatto una esattezza che non c’è.

Simpliciter: – Il primo primo numero? e allora anche il secondo non è propriamente secondo.

Complicatibus: – Mente proprio la sua propria improprietà.

Simpliciter: – Ma c’è il prodotto da farsi: facciamolo.

Complicatibus: – Non prima di dire che il secondo numero non è nient’altro che la somma delle cifre del secondo numero del prodotto da farsi anch’esso sí quanto il primo, no?

Simpliciter: – Non saprei.

Complicatibus: –  Né dopo averlo detto.

Simpliciter: – Non prima né dopo, sí quanto il primo no, e senza differenza: ma non erano stati detti differenti?

Complicatibus: – Con indifferenza: legati d’un prodotto indifferente che è somma senza differenza.

Simpliciter: – Ma la somma non è sempre senza differenza?

Complicatibus: – Al contrario la somma è sempre differenza; e però, se uno dei due numeri, o tutti e due, son composti ancora da due o piú numeri, han da essere scomposti di nuovo fino ad arrivare alla cifra unica.

Simpliciter: – Un messaggio cifrato?

Complicatibus: – La cifra dell’unità che non è detto che abbia uno come risultato, né un risultato quale che sia: un unico, solo risultato, non Le risulta?

Simpliciter: – Ma l’unità  non è necessariamente unica?

Complicatibus: – Mente il necessario una necessità che non c’è, se non forse unica.

Simpliciter: – Una necessità unicamente necessaria?

Complicatibus: – Mente l’unicità della necessità la molteplicità, il multiplo, il prodotto.

Simpliciter: – E dunque?

Complicatibus: – E dunque, anche quello che era stato detto primo primo numero non era tale, e cioè vero primo, ma deriva anch’esso da un numero, il quale, essendo incerto, non è certo il numero uno.

Simpliciter: – Mi sembra di andare alla deriva.

Complicatibus: – La deriva delle derivate e dei derivati, o vero sia le derivate e i derivati della deriva, appartengono forse anch’esse ad altre storie: a quella del tempo, o a quella del luogo; ma queste son, come dire, storie vecchie d’una vecchia storia, storie lunghe d’una lunga storia, qui in vece si tratta soltanto d’un conto e alla fin fine d’un quadrato.

Simpliciter: – Quadriamo allora questo conto: dìa i numeri.

Complicatibus: – Ordunque, questo numero, se bene incerto, lo potremmo dire vero primo primo numero.

Simpliciter: – Veramente?

Complicatibus: – Mente il vero una verità che non c’è.

Simpliciter: – Il vero primo primo numero? e allora anche il secondo non era il vero secondo.

Complicatibus: – A seconda dei casi, o del caso soltanto.

Simpliciter: – Secondo il caso, a seconda dei casi: è tutto un caso, allora, questo prodotto da farsi?

Complicatibus:  – Quel che vale per il vero primo primo numero,  questo  vale anche per il secondo.

Simpliciter: – Vero?

Complicatibus: – Si potrebbe anche dire che vale diviso, pur tutta via è una storia da non dire, che non dirò.

Simpliciter: – Perché?

Complicatibus: – Perché non si sa che resta del resto: del resto,  niente si sa se resta, o meno.

Simpliciter: – Non si sa se c’è resto o non c’è, una volta che si è divisi?

Complicatibus: – Una volta o l’altra farla finita con il prodotto della divisione, o con la divisione del prodotto. Non condivide?

Simpliciter: – Facciamola finita prima possibile.

Significato e bellezza della canzone leggera – di Stefano Brugnolo (seconda parte)

celentano

Ma se la canzone è un genere portatile, pronto all’uso, ciò ha a che fare con la sua grande disponibilità o applicabilità semantica. Il punto è questo, e mi si perdoni se adesso adopererò dei paroloni, ma spero che non risultino sprecati: da quando le nostre vite sono diventate sempre meno garantite da cornici di senso metafisiche, religiose, da quando cioè non possiamo più ricomprendere le nostre vite dentro la rete di senso garantita da qualche testo sacro, noi abbiamo bisogno di altri testi, di testi profani, per poterci intendere, per poter dare un senso al nostro esserci qui ed ora, alla nostra fugacità. A questa funzione sono serviti e servono il teatro, la grande lirica moderna e soprattutto il romanzo. Ma naturalmente anche l’opera, la pittura, il cinema e la fotografia ecc. Insomma, abbiamo bisogno di libri come Madame Bovary per capire certe esperienze che facciamo e che altrimenti rischierebbero di restare senza forma e senza nome. Se non ci fosse Kafka non potremmo riconoscere come… kafkiane certe situazioni in cui ci capita di trovarci, non riusciremmo a familiarizzarci con esse. Certi grandi versi della tradizione e soprattutto certe arie d’opera hanno svolto questa funzione da noi in Italia. Hanno dato forma e senso a stati d’animo comuni. Io per esempio ricordo come un mio amico arrotino negli anni ’70 poteva interrompere il suo lavoro, preso da una subitanea ispirazione, derivata da qualche spunto o associazione mentale, e mettersi a cantare un’aria d’opera. L’arrotino era un marxista-leninista convinto, fiducioso nella rivoluzione a venire, e spesso, dunque, a dargli ispirazione erano spunti politici, ecco allora che poteva partirsene di botto con un appassionato «Cortigiani vil razza dannata per qual prezzo vendeste il mio bene?», per poi tornarsene pacificato alla ruota a tornire abilmente coltelli e forbici. Sì, queste situazioni di interferenza, di “risonanza” tra arte e vita, si davano, ma come dimostra bene questa scena, si trattava di vere e proprie interruzioni o sospensioni del normale corso della everyday life. Ma cose simili si davano spesso: penso per esempio anche a certi racconti recitati e mimati di film che venivano fatti al bar. Ebbene, questo tipo di interferenze tra alta o altissima arte e vita comune e popolare si sono date sempre di meno. Le due sfere – l’arte e la vita – si sono come separate. In un’epoca di grande informazione e contemporanea perdita di memoria sempre di meno possiamo richiamare alla mente e condividere con chi ci sta intorno versi o passi che illuminino la nostra routine esistenziale, sempre meno possiamo sospenderla con degli a-parte sublimi cantati o recitati o mimati.
Ecco, a svolgere questa funzione è rimasta quasi solo la canzone leggera, la canzone che canticchiamo tra noi mentre andiamo, veniamo attraverso la vita. Che dunque ci aiuta a dare un senso minimo (un senso portatile, appunto) alla nostra esistenza, che ci aiuta ad universalizzare le esperienze che facciamo, a farci sentire simili agli altri, a quei tantissimi altri che anch’essi si sono ritrovati, si ritrovano e si ritroveranno in quei versi cantati, a sentirci, insomma, parte di una comune umanità.
Se io mi recito a memoria un sonetto di Petrarca o di Shakespeare mi autoelevo, per così dire, rispetto alla massa dei miei simili, mi isolo. C’è qualcosa di euforico in questo, di esaltante, anche se si tratta di versi tristi o tragici. Se invece mi richiamo dei versi di canzone leggera mi sento ‘come gli altri’, mi sento ‘come tutti’. Ecco perché la canzone deve essere per statuto orecchiabile, facile, perché solo così diventa ‘di tutti’. Ed ecco anche perché la canzone leggera è sempre al limite della musica cosiddetta cattiva, e cioè ai limiti del Kitsch: è anche e proprio perché echeggia quei modi espressivi che ci fa sentire meglio la nostra comune umanità. Credo che Proust intendesse questo quando scriveva: «Come il popolo, la borghesia, l’esercito, la nobiltà, hanno gli stessi postini, portatori del lutto che li colpisce o della felicità che colma i loro cuori, così hanno gli stessi messaggeri d’amore, gli stessi confessori prediletti. Sono i cattivi musicisti.»
Proust dice ‘i cattivi musicisti’, e certo pensava a certe romanze sdolcinate dei suoi tempi, ma, lo ripeto, io credo che più in generale possiamo intendere la musica minore, la musica pop, la canzone leggera appunto, che anche quando è bella, lo è sempre a modo suo, in un modo sentimentale, più o meno prossimo dunque al luogo comune melodico e poetico. Ma appunto questa è la sfida estetica difficile della canzone leggera riuscita: diventare un luogo comune poetico e melodico ma con grazia; usare materiali comuni e anzi di seconda mano, ma trasfigurandoli quel poco o quel tanto che diventino qualcosa di memorabile.
In altre parole, solo ai versi delle canzoni riesce oggi quella che in altri secoli riusciva anche ai versi dei grandi poeti: diventare proverbiali (si pensi a quanti versi della Commedia sono diventati letteralmente proverbi).
Penso che Frith sempre in Rock and the Politics of Memory intendesse qualcosa del genere quando scriveva che «la politica delle canzoni pop consiste in ciò che la gente fa con esse, come le persone la usano per afferrare un momento, definire un’epoca della vita […]. Se il pop offre affanni privati per un uso pubblico, esso offre anche parole pubbliche per un uso privato. I suoi effetti dipendono dalla sua capacità di risuonare attraverso le più varie circostanze» (p. 68). Insomma, se la canzone è memorabile è perché essa “risuona in noi” nelle più varie circostanze, permettendoci di “afferrare” e “definire” certi momenti fugaci della vita. Consiste in questo la funzione conoscitiva della canzone.
Nessuno meglio di Alain Resnais ha saputo cogliere questa verità nel suo On connait la chanson. I personaggi del film vivono certe situazioni più o meno comuni più o meno complicate e ad un certo punto si mettono a cantare in play back, e cioè simulano il canto ma la voce che ascoltiamo è quella di un qualche cantante famoso che intona alcuni versi di una qualche canzone che ben si presta a rendere un certo vissuto, che riesce a dare voce in modo icastico ad un’emozione. Per esempio ad un certo punto siamo a cena: marito, moglie e amico di lei. Il marito ha l’impressione che tra i due stia nascendo un amore. Cerca di nascondere la sua tristezza e va di là a preparare un caffé e ad un certo punto nel bel mezzo di quelle operazioni si mette a cantare con la voce di Aznavour: «Lui il t’observe Du coin de l’œil Toi tu t’ennerves Dans ton fauteuil Lui te caresse Du fond des yeux Toi tu te laisses Prendre à son jeu Et moi dans mon coin Si je ne dis rien Je remarque toutes choses Et moi dans mon coin Je ronge mon frein En voyant venir la fin.» È straordinario proprio questo cortocircuito tra la quotidianità minimale e la drammaticità sentimentale della canzone. Come se il personaggio grazie alla canzone trovasse il modo di dare espressione al suo disagio, di sciogliere il suo groppo interiore. Non è lui che trova la canzone, è la canzone che trova lui, questo significa la scelta del regista di trasformare i personaggi in ventriloqui. Si tratta di un procedimento irrealistico ma che ben rende la funzione realissima che hanno le canzoni nelle nostre vite. Esse sono infatti capaci di cogliere al volo certe situazioni della vita o certi stati mentali e di fissarli. Ti capita qualcosa, pensi a qualcuno, vedi un paesaggio, sei preso dentro una certa situazione, ed ecco che senza che te ne accorgi ti corre incontro, ti spunta in bocca un motivo che per una qualche associazione mentale ‘fa al caso tuo’. Si direbbe quasi che la canzone sia l’unica arte capace di intrufolarsi in qualsiasi situazione o esperienza della vita.
In effetti, quella che chiamiamo la leggerezza della canzone dipende dalla sua poca o minore complessità. La canzone infatti è meno complessa di altre composizioni, ma ciò per statuto, e non per una sorta di difetto o minorità originari. Se anzi tentasse di essere troppo complessa tradirebbe la sua vocazione, risulterebbe falsa. Va da sé, si deve trattare di una ‘certa’ semplicità, di una semplicità speciale. Le canzoni dei Beatles sono meravigliosamente semplici, e perciò sono così belle. E se sono così belle è anche perché si presentano a noi per quel che sono: canzoni, nient’altro che canzoni, da consumare in quanto tali. E i parametri secondo cui le giudichiamo belle, più belle di altre, perfino bellissime, hanno sempre a che fare con questa loro essenziale semplicità.
E questo si potrebbe dire di tante canzoni commerciali, che dunque non vanno apprezzate e giudicate confrontandole per esempio con le composizioni per quartetto d’archi. E che nemmeno vanno analizzate e interpretate alla stessa maniera con cui si analizzano queste composizioni classiche. Solo se saremo capaci di analizzare e interpretare le canzoni iuxta sua propria principia noi sapremo dare conto del misterioso fascino che da alcune di esse promana. Del fascino che spesso ci incatena ad esse e ci costringe a sentirle e cantarle infinite volte. Abbiamo insomma bisogno di approcci adatti a questi testi pop, che sappiano rispettarli nella loro specificità, senza mostrare verso di essi “alterigia estetica” (Proust), e senza d’altra parte considerarli come pure espressioni del mercato culturale o discografico, bensì provando ad afferrare e dire la loro segreta e fragile bellezza. Per farlo abbiamo bisogno di prendere a modello altre analisi di testi per così dire umili, popolari, al limite anonimi.
Sigmund Freud per esempio ha dimostrato in modo memorabile che certi motti di spirito nati nei ghetti ebraici sono fini, intelligenti, illuminanti, pur restando creazioni delle strade, della piazza o della taverna. Ha scritto a proposito di queste analisi freudiane Jacques Lacan: «…il n’est pas jusqu’aux plus méprisées dont Freud ne sache faire briller l’eclat secret» (Ecrits, p. 270). Mi interessa proprio questo: che Freud abbia saputo fare brillare per noi il segreto splendore che si cela anche nei motti “più disprezzati”. Ecco, io credo che anche in certe canzoni, e perfino in quelle più “disprezzate”, possa a volte brillare un segreto splendore, e che spetti all’interprete empatico e rispettoso sapercelo mostrare.
Ma proseguiamo questa analogia tra canzoni e motti popolari, consapevoli che nel caso del motto la riduzione al solo testo scritto di una perfomance concepita come orale e gestuale è in effetti possibile. È stato Francesco Orlando a mostrare che il libro di Freud sui motti è a tutti gli effetti un libro sulla letteratura, l’unico e il vero libro freudiano dedicato alla letteratura in quanto tale (altri suoi saggi trattano i testi come sintomi nevrotici dell’autore). E dunque senza nulla togliere alla ‘povertà’ di certi motti da lui analizzati, e cioè alla loro semplicità, per Orlando resta vero che sono da considerare come letteratura, e cioè come manifestazioni spontanee e alla portata di tutti che illuminano in modo sorprendente e inaspettato certe zone della nostra vita. Ecco, io vorrei che potessimo considerare le canzoni leggere alla stessa stregua con cui Freud considerava e studiava i motti popolari. Chi escogita un motto o inventa e canta una canzone gioca allo stesso gioco di chi concepisce un poema o un melodramma, e cioè gioca con le parole, le usa in modo alternativo a quello funzionale, pratico. È questo ‘modo speciale’ che va considerato.
Per capirlo possiamo rifarci ad una definizione di Fabrizio De André che ha chiamato il genere canzone un’arte piccola. Mi pare una buona definizione. Ma appunto, non nel senso che si tratta di un genere inferiore rispetto ad altri. Ma proprio nel senso che la ‘piccolezza’ (o leggerezza) è nella sua immanente natura di manufatto artistico. Le canzoni sono piccole, sono leggere per statuto o per vocazione. Così come i motti sono brevi e di effetto immediato per natura e statuto. Un motto di spirito troppo lungo o elaborato non funziona. Per godere di un motto non dobbiamo pensare troppo, dobbiamo invece arrivare istantaneamente alla sua sostanza, cogliere al volo la sua intenzione.
E questo vale anche per le canzoni. E che la canzone sia, almeno a livello ideal-tipico, un’arte piccola e breve, lo dimostra per esempio una operazione infelice che è stata condotta proprio sulle canzoni di De André (ma non è l’unico caso). Esse sono state montate in modo tale che la voce del cantautore, originariamente accompagnata dalla sua chitarra e da pochi altri strumenti, risulta adesso accompagnata dalla London Simphony Orchestra. Quella unità, quella totalità di musica e voce di cui abbiamo discusso sopra è stata infranta in malo modo, irrispettoso. Ad essere ‘nobilitate’ in questo modo le canzoni di De André ci scapitano, così come ci scapitano quando i loro testi, separati dalla musica e dalla voce dell’autore, vengono presentati nelle antologie scolastiche accanto a quelli di Montale. Quell’accompagnamento sinfonico non c’entra nulla con quella voce, con quel testo. Quel testo non c’entra nulla con le poesie nate per essere recitate solitariamente, mentalmente.
Ma l’analogia con i motti di spirito ci può essere utile anche per un altro motivo. Quel che Freud dimostra è che se da una parte essi assecondano, almeno superficialmente, cliché, stereotipi, pregiudizi, com’è tipico della mentalità popolare, com’è tipico di un genere che mira ad un consenso immediato, dall’altra essi li complicano, li sfumano, li rovesciano. Secondo Freud, la forza dei motti, la loro riuscita, in definitiva la loro eccellenza fa tutt’uno con questa loro nascosta finezza (quella finezza di cui i motti per così dire brutali non sono capaci). Qualcosa del genere può ed essere detto per le canzoni leggere, anch’esse sono tanto più riuscite se, nel mentre riciclano materiali melodici e poetici tradizionali e perfino frusti, come non possono non fare, ci giocano sopra, li rivisitano, ne prendono un poco di distanza. Quel che ancora voglio dire è che sì certo Mogol e Battisti lavoravano sullo stesso materiale melodico e poetico su cui hanno lavorato Albano, i Pooh, Mino Reitano, eccetera, e però lo hanno per così dire raffinato un poco quel materiale. Ma senza rinnegarlo pretenziosamente, snobisticamente, come magari hanno fatto alcuni cantautori.
Ripeto, le canzoni devono essere essenzialmente ‘facili’ e cioè appunto cantabili. Chiunque è abituato alle complessità armoniche e melodiche della musica colta non può non essere irritato da questa facilità della canzone, non può non percepirla come ‘cattiva musica’ alla maniera di Proust. Ma le canzoni sono fatte per essere popolari, sociali: …on connaît la chanson, appunto. Dire canzone e dire difficile, sperimentale, dissonante è un controsenso. Anche se non sempre ci riescono, la loro vocazione è questa: la popolarità, e anzi una popolarità commerciale, che nulla ha che fare con la popolarità premoderna. Ma ciò non toglie che come c’è il motto popolare fine e intelligente e c’è il motto popolare scontato e brutale, così c’è la canzone popolare fine e intelligente e quella stucchevole e sdolcinata. Fanno parte dello stesso genere, della stessa grande galassia musicale, certo, e le differenze, le sfumature tra le une e le altre sono spesso minime e qualche volta difficili da fissare; si pensi qui alle canzoni del tango argentino: sono spesso terribilmente Kitsch e tuttavia anche di straordinario impatto, e infine di struggente bellezza. Non solo, anche le canzoni, che ne so, di Albano e dei Pooh meritano la pietas proustiana per la “musica cattiva”, anch’esse si “sono riempite a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini”. E tuttavia esistono delle differenze ed esse hanno appunto a che fare con i giudizi di valore. Vale la pena riaffermarlo: i giudizi di valore non valgono solo per l’alta cultura ma anche per la cultura di massa e per i prodotti commerciali.
Facciamo almeno un caso: Azzurro di Conte e Pallavicini, cantata in primis da Celentano. È una canzone popolare, è una canzone estiva, un grande successo commerciale, e tuttavia perché non dire che essa è anche, al pari di certi motti improvvisati, ‘geniale’? La si confronti per esempio con Luglio di Riccardo Del Turco: «Luglio col bene che ti voglio vedrai non finira’ ia ia ia ia ecc.» La canzone di Del Turco è certo simpatica e mette allegria, come simpatica è la canzone di Edoardo Vianello: «Da quando tu prendi il solleone sei rossa spellata sei come un peperone ecc.» E tuttavia esse risultano più generiche, meno separabili da un certo rumore o contesto d’epoca. Quanto più sono insinuanti, quanto più risuonano profondamente e lungamente in noi i versi cantati da Celentano: «Sembra quand’ero all’oratorio/ con tanto sole, tanti anni fa…/ quelle domeniche da solo/ in un cortile a passeggiar…/ ora mi annoio più di allora/ neanche un prete per chiacchierar…» Quel che Conte/Pallavicini/Celentano evocano in modo tanto suggestivo è il senso di vuoto di certe estati, di certe domeniche, ma anche di certi cieli, di certi cortili, di certe ‘zone’ deserte della città e della vita. E’ sì l’estate, ma allora vista ‘all’incontrario’, da un’altra prospettiva, vista da qualcuno che non partecipa alla festa collettiva; ed è dunque un’estate che si allarga a significare tanti possibili momenti di esclusione, di solitudine, di assenza, di tempo che non passa, di malinconia. Non certo vissuti vittimisticamente, ma direi anzi goduti come momenti intensi, dove si è di più con se stessi. Ribadiamolo però: Azzurro era e resta una canzone leggera, ‘solo’ una canzone, e tuttavia è migliore di altre, arriva più in fondo, e in definitiva è più bella e vera di tante altre. Come già dicevo, occorre saper e voler mantenere il criterio del giudizio di valore anche nell’ambito dell’arte commerciale, a patto poi di saper e voler valutare questo valore sulla base di quelle che sono le regole di questo genere. La voce di Bob Dylan ci piace e affascina perché canta quelle certe canzoni, non ci piacerebbe certo se, per assurdo, cantasse arie d’opera. E viceversa: la voce di certi tenori e baritoni ci piace quando cantano arie d’opera e invece ci risulta sfasata e anche fastidiosa quando si cimentano con le canzoni leggere (vedi le insopportabili perfomances pop di Pavarotti).

D’altra parte la popolarità della canzone, la sua necessaria orecchiabilità dipende anche da questo: la grande arte si è occupata sempre di meno di esprimere le emozioni e passioni primarie degli individui. La grande arte moderna è stata infatti sempre di più anti-sentimentale, anti-popolare, ‘disumana’. Mentre per molto tempo era stato possibile anche a grandi artisti come Shakespeare scrivere le forti passioni di tutti; mentre per tutto l’Ottocento sì è data una grande arte melodrammatica che sapeva essere semplice e al limite manichea raccontando di sentimenti primari e assoluti. Il grande romanzo e soprattutto l’opera lirica testimoniano di questa capacità. Soprattutto l’opera lirica che era effettivamente amata e conosciuta dalla gente comune. Di Verdi D’Annunzio poté a buon diritto scrivere che «Pianse ed amò per tutti.» Ma come dicevo questa connessione tra grande arte e sentimenti comuni si è data sempre di meno nel tempo. Sempre meno la grande arte ha saputo “piangere ed amare per tutti”. Si pensi alla poesia lirica che è forse il genere che per suo proprio statuto più di tutti si presterebbe a dare voce a queste esigenze e urgenze sentimentali, e che d’altra parte è anche il genere che nel Novecento ha sempre di meno svolto questa funzione, che si direbbe anzi la rifugga come una cattiva tentazione.
Ecco, sembrerebbe che la canzone abbia ereditato la funzione che fu del melodramma: esprimere in versi-e-musica questo bisogno originario e primario di effusione lirica dell’io. Certo, lo fa alla sua maniera, in una maniera appunto leggera, ingenua, ma lo fa. È per questo che non possiamo mostrarci alteri e sprezzanti verso di essa, che non possiamo non essere poco o tanto affascinati da essa. In quanto siamo uomini e donne comuni, uomini e donne comunemente sentimentali, abbiamo ancora e sempre bisogno di manifestare e condividere con gli altri questi nostri sentimenti semplici e estremi. Abbiamo bisogno di trovare le ‘parole’ per dirli, per esprimerli. Anche i più colti e raffinati tra noi infatti coltivano da qualche parte questi bisogni. In fondo le fantasie, i sogni, i desideri anche dei più colti fra noi sono fatti della stessa materia emozionale di cui sono fatte le canzoni.
Non è solo la canzone a svolgere questa funzione. La svolge anche certo cinema o certa narrativa commerciale. Al limite anche certi nuovi generi televisivi. Ma a me pare che la svolga più e meglio di tutti proprio la canzone leggera. Anche perché, mentre questi ultimi generi appaiono sempre più pervasivamente infiltrati dalla cattiva logica del mercato dei sentimenti (ma anche qui sarebbero necessarie distinzioni e precisazioni), ad alcune canzoni è ancora possibile rivolgersi come a “confessori prediletti”, che non ci tradiranno, che non ci faranno vergognare. Ascoltandole ci si può ancora abbandonare al piacere della rima cuore/amore, o di altre rime facili, senza per questo sentirsi sminuiti dal punto di vista estetico. Certo, se e in quanto sono canzoni leggere pagano un prezzo a quella logica, sono cioè merci, sono sempre poco o tanto puttane, fatte per essere vendute e comprate, ma spesso brilla in esse ancora, e sia pure a tratti, un po’ di utopia ingenua, l’utopia di un paradiso qui su questa terra, di una possibile riconciliazione. Con le parole di Proust che adesso citeremo diremo che esse “ci fanno presentire l’altro mondo” nel “mentre ci fanno gioire o piangere in questo”:

Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale. Certi arpeggi, una certa “ripresa” han fatto risuonare nell’anima di più di un innamorato o di un sognatore le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata. Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, deve commuoverci come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe scompaiano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti ad una immaginazione abbastanza benevola e rispettosa da mettere a tacere un attimo la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo.

Prima parte l’11 marzo; terza e ultima parte il 14 marzo.

Come leggono gli Under 25 #13: su Sleep di Amelia Rosselli

foto di © Dino Ignani

“Sleep”: la ricerca, la lingua, l’inferno in Amelia Rosselli

di Maddalena Lotter

Le poesie in inglese di Amelia Rosselli raccolte in Sleep appartengono a un libro privato, rimasto inedito in Italia fino agli anni Ottanta. Credo che nei riguardi di questa strana, vertiginosa, raccolta la domanda da porsi non sia “perché l’inglese?”, visto che è proprio nella sua voce plurilingue che la Rosselli afferma la sua identità di poeta e di messaggera, laddove con plurilinguismo si intende anche uno spaziare in altri linguaggi, ad esempio quello musicale, per una necessità di espressione che lega le arti (in questo caso appunto parola e musica, un legame intenso che proprio in Italia conosce un’indagine profonda già nel Medioevo, passando poi per le innovazioni illuminate dell’opera di Claudio Monteverdi). Il punto, credo, potrebbe essere questo: ci sono cose umane che si dicono “meglio”, con più proprietà, in un linguaggio piuttosto che in un altro? C’è una giustezza nel linguaggio che viene scelto per comunicare l’essere, il resto, il Tutto, laddove per “giusto” intendiamo “esatto”? L’inglese di Amelia Rosselli è consapevolmente foriero di una tradizione, quella anglosassone, che forse con più esattezza di altre ha esplorato nei secoli quello che emerge anche nella poesia di Sleep: “l’amore come sessualità e desiderio, la religiosità (blasfema, ma non per questo meno intensamente sofferta), la propria incontenibile, dissacrante femminilità.” (dalla postfazione di E. Tandello, ed. Garzanti). Infatti come scrivere in italiano significa riconoscere Dante, così scrivere in inglese significa inevitabilmente confrontarsi con Shakespeare, ed è in questo riappropriarsi della tradizione che Rosselli ha cercato amleticamente un suo Io:you might as well think one thing or another / of me; I am not a mercy’s chance, nor do / I want you interpretation, having none / myself to overpower me.” (“tanto vale che tu pensi una cosa o l’altra / di me; non sono alla mercé del caso, né / voglio la tua interpretazione, non avendone alcuna / io stessa a sopraffarmi.” pag. 125). Scrive sempre E. Tandello: “il personaggio della raccolta è infatti una proteiforme, sfuggevole creatura metà arlecchino, metà diavolessa, ‘un erede’ al femminile del fool shakespeariano che, in un tragicomico duello con l’Altro, sia esso amante o Dio, afferma coraggiosamente la propria identità.” Riecheggiano nella voce inglese della poetessa anche i luoghi profondi, sepolcrali dell’inferno miltoniano, in cui si mescolano divinità ctonie a realtà umane: “Hell, loomed out with perfect hands, wrapped / our glare with a fierce shudder of fright into / the night exchanged for a pair of rubies. […]” (“L’inferno, tessuto da mani perfette, avvolse / il nostro sguardo irato con un intenso brivido di paura nella / notte scambiata con un paio di rubini.” pag. 67); la parola “Hell” con cui inizia la lirica ha una forza precisa, perché rievoca la memoria antica di una nota formula: “Better to reign in Hell than serve in Heaven” (J. Milton, Paradise Lost), vicina forse al mondo poetico rosselliano, alla sua luce e al suo buio irrisolto.

“We had lit the world with our calling but
the ever-changing scenes at our window
of our souls cut by three giant trees sword-
shaped drew from us heavy sighs.”

Avevamo illuminato il mondo con la nostra chiamata ma
le mutevoli scene alla nostra finestra
delle nostre anime fese da tre giganteschi alberi a forma di
spada ci strapparono grevi sospiri. […]

(traduzioni di E. Tandello)

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Sleep come prosecuzione di un (probabile) intento modernista 

di Alessandra Trevisan

Nell’avvicinarsi alle liriche di Sleep di Amelia Rosselli, è necessario tenere un doppio sguardo, di superficie (o tangibile) e che scavi contemporaneamente alla radice, e possa entrare in primo luogo nel terreno della lingua, in quel fecondo plurilinguismo che in Rosselli è peculiare proprio perché triplice (inglese-italiano-francese). Quella di Amelia Rosselli è infatti una poesia che in tutte-le-lingue si frange, una lingua poetica che ‘fa blocco’ pur rompendosi in mille pezzi, e vive di queste continue tensioni che sono endogene. Io credo che di temi e rimandi abbia correttamente parlato Maddalena, ed aggiungerei che la frammentarietà del femminile – sebbene sia sì, una ricorrenza che troviamo in moltissime autrici del Novecento (o che riscontro soprattutto con il mio occhio, forse) – sia a maggior ragione sostenuta da questo linguaggio che si spezza e si ri-aggiusta continuamente, come un vaso che cade a terra e diventa ‘mille cocci’ ma preziosi, che si frantumano con irregolarità proprio per l’accidente della caduta. Alfonso Berardinelli dice che le sue sono ‘formazioni meteoritiche’ e che il suo sperimentalismo è necessità linguistica, con un richiamo infantile spontaneo nei modi – di spezzare il verso, di utilizzare nuovi lemmi – e nei rimandi alla tradizione. Stiamo parlando di un ‘gioco verbale’ – così lo definisce Tandello, che è anche sua traduttrice – molto ‘alto’ e ‘altro’, altro perché la migrazione linguistica è anche connessa ad una migrazione fisica e mentale che riguarda la vita di Rosselli, e altro due volte perché in qualche modo credo che in nessun altro suo scritto sia così palese il rapporto di Rosselli con la musica. Con Sleep siamo tra il 1953 e il 1966.
Parto da un prima però, ossia dal ricordare che tra i modelli qui rintracciabili c’è anche T. S. Eliot in cui l’evidenza formale-poetica è preponderante (lei stessa parla di un uso del verso largo anglosassone come impronta), scavalca qualunque genere di significato: il significante vince e supplisce ad una mancanza, o cerca di trasferire altrove l’attenzione nei confronti di un ‘senso’ del testo. Se c’è in The Waste Land un senso lo si cercherà all’infinito; la forma propriamente detta è significato, il suono anche. Il punto è che la musica vive di questo, cioè della mancanza d’una pretesa di verità e ammette la presentificazione come (unica) forma possibile del comunicare, due aspetti molto peculiari delle poesie inglesi di Rosselli.
Questa poesia trova forza in un molteplice presente, come la musica fa; è una poesia colta che tende all’eterno (cui il poeta aspira da sempre) pur restando ancorara all’immanente, e per questo si può dire che condivida un intento modernista, a mio avviso (l’esuberanza di forma prosegue anche nella Beat Generation). Emblematici potrebbero essere questi versi, per autodefinizione calzanti:

Do come see my poetry
sit for a portrait, it
hangs in dimples, by the
light bay window, and pronounces
no shape of word, but that
you find it imperative.
[…]

*Sleep si trova in edizione Garzanti, 1992 con traduzione di Emanuela Tandello appunto, e nei Quaderni di poesia dell’editore San Marco dei Giustiniani di Genova con traduzione di Antonio Porta.