Sessantotto

Incontri all’angolo di un mattino di Lia Migale

Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino, La Lepre edizioni, 2018, pp. 155, € 16

Nell’anno del cinquantesimo del sessantotto si sono moltiplicati gli eventi di celebrazione di quel tempo e non sono mancate le pubblicazioni letterarie anche da parte delle autrici donne, dato importante che testimonia una necessità di (ri)elaborazione di un evento epocale per la storia italiana e non soltanto.¹ La narrazione ha un portato politico e personale per chi ha scelto di raccontarlo, di difficile “separazione” e che − anzi − non ‘desidera’ (parola chiave) alcun tentativo di dividere il fatto dall’emozione, il contributo passionale dall’esperienza pratica. La critica deve per forza di cose prenderne atto: muoversi sulla soglia significa tentare di spiegare aprendo varchi, disambiguare trattenendo un fondo di ambiguità, concedendo sempre all’autore l’ultima parola; definire è, di per sé, un atto limite se ci si sposta sul piano artistico, ossia dall’altro lato. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è: ci si assume la responsabilità di un fallimento − magari parziale − perché non esiste una verità critica assoluta né la possibilità d’accordo con altre verità parziali. Pare che questo sia vero anche nella letteratura, perché ancora più vero è nella vita.

Questa premessa non vuole essere fine a sé stessa ma inquadrare il “genere” dentro cui inserire il nuovo libro di Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino: non si è volutamente proposto il termine “romanzo”, perché si ritiene che questo volume strizzi l’occhio al romanzo ma appartenga più propriamente alla narrazione autobiografica che vede il suo centro in una memoria che si ricostruisce. Questo volume fa dichiaratamente pensare a Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (qui), soprattutto per due motivi: il contenuto − è ovvio − e il tessuto del testo, appunto autobiografico, che riconduce la propria forma-sostanza a un assunto proprio di un altro volume che Lepetit pubblicò con la sua casa editrice, La Tartaruga, ossia Autobiografia di tutti di Gertrude Stein (uscì nel 1976). Mi pare di rilievo sostenere che, anche inconsapevolmente (ossia non sempre in termini di militanza), il femminismo e la storia delle donne possano aver assunto il termine “autobiografia” a partire dalla traduzione di un libro fondamentale come quello, scritto nel 1937 e qui diffuso nella seconda metà degli anni Settanta. È un’appropriazione che si rivela senza filtri, ma come spesso accade nell’arte resta dentro un flusso di pensiero meno logico e programmatico − se non per tutte almeno per alcune −, e si manifesta in un “pensare lateralmente”, ossia non seguendo le vicinanze critiche della lateralità ma quelle del “pensiero laterale”, teorizzato da Edward De Bono già nel 1970. Ed è lì che il libro di Lia Migale sembra partire, dal sessantotto della maturità, scolastica e personale, in alcuni primi capitoli in cui si ritraccia con parole vive un contesto di provincia, un personale bagaglio di affetti, lo spostamento a Roma per frequentare l’università nella facoltà di Economia: un’esperienza che cambia tutto. Gli incontri con gli uomini ma soprattutto con le donne; sono splendide le pagine su Michi Staderini con cui Migale fondò, insieme ad altre, la rivista «Differenze», e di cui quest’ultima scrive: «Le sue parole erano il vento del sapere del noi che volevamo essere: libere dai legami, libere di amare, libere di fare, libere di essere.» Una tale affermazione che deve fare i conti con una conquista del “prima” fuori da modelli, scardinati per la prima volta, scavalcati; un’affermazione quasi ovvia oggi ma che, con la percezione dell’entusiasmo di allora, non lo è affatto. (altro…)

Dalla biografia di Rudi Dutschke

 

Cinquanta anni fa, l’11 aprile 1968, l’attentato a Rudi Dutschke, leader del Movimento Studentesco Socialista (SDS, letteralmente “lega socialista tedesca degli studenti”), una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenne a un mese di distanza dagli scontri di Valle Giulia a Roma e un mese prima del maggio parigino. Le manifestazioni degli studenti in Germania e in altre città europee contro il ferimento di “Rudi il rosso” indicarono il mandante, chi aveva mosso la mano dell’attentatore Josef Bachmann, nella campagna di diffamazione a mezzo stampa orchestrata dalla casa editrice Springer. Rudi Dutschke sopravvisse all’attentato, ma morì nel 1979 per cause che a quell’attentato risalivano. Di seguito riporto, nella mia traduzione, le pagine relative all’11 aprile 1968, tratte dalla biografia di Rudi Dutschke scritta dalla moglie di lui, Gretchen. (Anna Maria Curci)

L’11 aprile 1968, giovedì santo, una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King negli Stati Uniti, Rudi Dutschke fu steso a terra, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti, dai colpi sparati da Josef Bachmann, un fanatico hitleriano aizzato dalla campagna di stampa del gruppo editoriale Springer. Con una certa sconsideratezza, Rudi aveva creduto di essere invulnerabile.
Malgrado fosse stato colpito al cervello e al volto, Rudi ebbe modo, in seguito, di serbare ricordi del tentato omicidio di cui era stato vittima: «Nell’aprile del 1968, aspettare sul Ku’damm rappresentava per me un certo rischio. Ma la furia della campagna diffamatoria era scemata già a marzo, e soprattutto dovevo uscire per andare a prendere qualcosa per Ho, nostro figlio allora neonato. Naturalmente in una situazione del genere ci si guarda intorno più volte, senza dare nell’occhio in misura significativa. Dopo 10-15 minuti che stavo seduto sul sellino della bicicletta qualcosa attirò la mia attenzione, un uomo era sceso da un auto che si era appena piazzata nella parte centrale del Ku’damm, quella destinata al parcheggio, di fronte all’ingresso della sede dell’SDS*; l’uomo si allontanava sempre di più dalla sua auto, restava nella striscia centrale, si avvicinava a me, senza che io capissi, che comprendessi che questa persona voleva mettere le mani proprio su di me, per uccidermi, per tentare di farlo. Dopo un tempo che durò da quattro a cinque minuti ci trovammo uno di fronte all’altro, tra di noi c’era soltanto la strada. Dopo che fu passata l’ultima ondata di automobili, attraversò la strada, mi passò accanto a una certa distanza con fare rilassato e dal marciapiede si rivolse direttamente a me, chiedendomi: “Lei è Rudi Dutschke?”, io dissi: “Sì”; cominciarono gli spari, io mi butto automaticamente su di lui, cominciano ad aprirsi gli spazi vuoti nel cervello sui minuti e sulle ore successivi, con brevi intervalli di istanti […]». – «Comunque, come mi fu confermato in seguito, il mio ultimo grido quell’11 aprile 1968 sopraggiunse, quando avevo già percorso circa 70 metri con le pallottole nella testa, sulla panchina davanti alla porta dell’SDS; nessuno, comprensibilmente, mi fece  più entrare: “Mamma, mamma”, dalla mia bocca non uscirono più altre parole.»**
Di presentimenti ne avevo avuti a sufficienza.
Era pomeriggio, stavo chiacchierando con Cano, amministratore del condominio dai Gollwitzer, dove all’epoca alloggiavamo in via provvisoria. Rudi era andato in bicicletta in città per comprare gocce per il naso per il piccolo Hosea, che aveva il raffreddore. Invece di cercare una farmacia lì vicino, si era recato in quella che si trovava accanto alla sede dell’SDS. Lì infatti voleva prendere del materiale su Praga per Stefan Aust. Quando arrivò, la farmacia era chiusa per la pausa pranzo e Rudi dovette aspettare.
Nel frattempo si presentò a casa nostra Stefan Aust. Voleva passare a prendere un articolo di Rudi sulla situazione nell’Unione Sovietica, destinato a “Konkret”. Come al solito, Rudi non lo aveva preparato per tempo. All’improvviso sentii un dolore lancinante all’addome. Faceva così male, che dovetti interrompere bruscamente la conversazione con Cano e Stefan. Poco dopo arrivò una telefonata. Uno sconosciuto mi chiedeva se Rudi era a casa. Non sospettando niente, dissi di no. Quello mormorò che qualcuno era stato steso a terra da colpi di pistola davanti alla sede dell’SDS sul Kurfürstendamm, che poteva trattarsi di Rudi. Mi spaventai. L’uomo disse: «No, no, mi dispiace, non sapevo che Lei non sapesse nulla. Forse non si trattava affatto di Rudi. Volevo soltanto sapere se lui era lì.» Riattaccò. Disperata afferrai il mio bambino, come se Hosea avesse potuto scongiurare lo spavento.

(da: Wir hatten ein barbarisches schönes Leben. Rudi Dutschke. Eine Biographie von Gretchen Dutschke, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1996, pp. 197-198; traduzione di Anna Maria Curci).

 

* SDS è il Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la lega socialista tedesca degli studenti.
** Rudi Dutschke al redattore della rivista “stern” Claus Lutterbeck, in un’intervista del 4 settembre 1977.

proSabato: Umberto Piersanti, Cinquantuno («I fascisti, ci sono fascisti a filologia moderna!»)

piersanti cupo tempo gentile

Cinquantuno

«I fascisti, ci sono i fascisti a filologia moderna!»
Era una mattina con manifestazione contro l’America, tanto per cambiare, e dal Rettorato e da palazzo Vecchiotti dove aveva sede al primo piano filologia moderna, gli studenti si accalcavano stretti tra il palazzo Ducale da una parte, palazzo Petrangolini e la chiesa di San Domenico dall’altra, giù fino a piazza Rinascimento. E il cielo era chiaro, l’aria tiepida d’un autunno inoltrato che stentava a diventare inverno: un mattino come gli altri con manifestazione e cappuccino, chiacchiere al Cortegiano e passeggiate per il Pincio.
I fascisti erano quattro: tre ragazzi nuovi della zona, ma già noti per le bastonate date a qualcuno dei nostri all’uscita delle discoteche e da altre parti e Loru il sardo, quello dal coltello, che metteva paura a tutti. Loru non faceva lettere, ma farmacia: magari stava con gli altri tre solo per proteggerli. Questi dovevano passare per forza in mezzo alla manifestazione, dovevano fare un esame di linguistica col professor Forlini.
Gli studenti erano tanti: i tre si strinsero dietro Loru che, tirato fuori il coltello, camminava piano all’indietro per raggiungere la porta. I più vicini cominciarono a sferrare calci, tenendosi però lontani da quel coltello, ma Loru, questa volta, doveva avere paura anche lui: teneva il coltello fisso davanti senza mai uno scatto verso gli avversari: solo qualche irrisione e minaccia com’era il suo solito, volto contratto e agli altri dietro dovevano tremare le gambe. Raggiunto il portone, lo rinchiusero subito: e quelli a gridare e a calciarci contro.
Gianni si fece largo e la sua voce era proprio potente: «Compagni, quattro picchiatori fascisti si sono rifugiati nell’istituto. Forlini gli deve intimare di uscire e noi puniremo come si deve la loro provocazione. Sapevano che c’era una manifestazione per il Vietnam e sono venuti apposta, per provocarci: ma gli è andata male».
«Oggi ritorneranno a casa tutti in orizzontale» urlò uno dalla corporatura esile e dal volto gentile.
Andrea era lì in mezzo, ma solo per curiosità: le aggressioni a lui non piacevano proprio, la caccia all’uomo lo disgustava sempre, da qualsiasi parte fosse fatta.
Uscì il professor Forlini, un bell’uomo tra i quaranta e i cinquanta, capelli bruni e lunghi, quasi un accenno da capellone e giacca verde chiaro su calzoni sportivi, ma di buon taglio.
«Ragazzi, devono solo fare l’esame: io sono antifascista più di voi e vengo da famiglia antifascista: ma questi sono esami, solo esami, e si debbono svolgere nel modo più calmo possibile».
«Sono picchiatori, picchiatori fascisti, e la debbono pagare!»
«Questo è il momento degli esami: potrete saldare i conti con loro in un’altra occasione».
«Non ce ne frega niente se è il momento degli esami, questa volta non ce li lasciamo sfuggire: Forlini, falli uscire e basta. È meglio per te» chi aveva parlato era uno cupo, col cappuccio dell’eskimo tirato quasi sopra gli occhi.
«Ho fatto tutto il possibile: io non c’entro, me ne vado. Ripeto, io non c’entro niente con tutto quello che succede da adesso in poi. Ho il diritto di andarmene, sono stato minacciato». (altro…)