Serie TV

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli (di E. Ventura)

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli

La Rai ha trasmesso, dal 23 ottobre al 13 novembre, la seconda stagione de I Medici, serie tv che racconta l’ascesa al potere dei giovani Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Il successo di ascolti ha replicato quello già ottenuto dalla prima stagione. Questo ha fatto sì che si iniziasse a lavorare alla terza stagione fin dal mese di agosto del 2018.
La serie è stata prodotta, in parte, da Rai Fiction, ma è stata ideata e scritta dagli autori statunitensi Frank Spotnitz (X-Files) e Nicholas Meyer (Star Trek, Sommersby, Houdini). La critica non ha lesinato di fare appunti, soprattutto per via di vari errori storici e anacronistici; Philippe Daverio afferma che «non è permesso falsificare la storia». Le esigenze narrative e televisive portano, inevitabilmente, a delle libere interpretazioni dei fatti storici e degli eventi che realmente accaddero. Un filologo non sarà mai d’accordo con un narratore. Trattandosi di fiction è naturale che sia così. Il compito di una serie tv, o di un film, è di intrattenere, non di insegnare, sebbene si possano fare entrambe le cose (certo sentir parlare Lorenzo il Magnifico di democrazia fa un po’ accapponare la pelle), ma questa non è la politica di Netflix, la piattaforma che distribuisce la serie all’estero (non lo è neanche di History, ex History Channell, che produce documentari).
I due autori, Spotnitz e Meyer, si sono formati nei vari MFA (Master of Fine Arts), le scuole di scrittura creativa che si tengono nei campus Universitari statunitensi. Hanno imparato bene l’importanza del diagramma di Freitag, l’arco narrativo, all’interno di un testo di fiction, la forza del plot e la necessità di un subplot. La tecnica di scrittura e di narrativa, per un autore di X-Files o di Star Treck, è naturalmente importante, perché si tratta di creare ex novo, una trama avvincente, ricca di intrighi e personaggi credibili e fascinosi. Ed è esattamente quello che hanno fatto nella serie sulla famiglia di banchieri fiorentini.
Il problema vero, al di là degli anacronismi e delle libertà, è che la materia storica che avevano a disposizione non aveva e non ha bisogno di ‘aggiunte’ di plot, né di intrighi. La storia del potere politico economico dei Medici, è ricca di complotti, ascese al successo e rovinose cadute, circondata dal fascino di personaggi carismatici ed unici come Botticelli, Poliziano, Pico della Mirandola, Ficino o Brunelleschi, per citarne solo alcuni, da non aver bisogno dell’aggiunta di alcunché. (altro…)

True Detective (quando Hitchcock incontra Camus) di Nicolò Barison

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True Detective – Quando Hitchcock incontra Camus

Senza voler fare troppi spoiler sulla trama, cosa non molto carina per gli appassionati di serie tv, True detective è sostanzialmente la storia delle vite di due poliziotti, Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson), le quali si intrecciano ineluttabilmente nella lunga e disperata caccia a un serial killer in Louisiana, durata diciassette anni. Attraverso archi temporali diversi, vengono raccontate le vicende private e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto. Nel 2012 due agenti della Polizia di Stato della Louisiana interrogano separatamente i due ormai ex detective e ora investigatori privati, chiedendo ad ognuno chiarimenti ed informazioni sul caso del brutale ed efferato omicidio di Dora Lange, che nel 1995 li aveva resi famosi.

In True detective si parte dalla più classica delle contrapposizioni, ovvero l’eterna lotta fra il bene e il male, apparentemente opposti e inconciliabili, il tutto condensato negli stilemi propri della classica struttura del giallo, di cui Alfred Hitchcock è stato il padre fondatore. Perché dunque tante attenzioni e tanto clamore verso questa serie? Innanzitutto, alcuni elementi nella struttura narrativa di True Detective funzionano alla grande. Per esempio, i diversi piani temporali e il gioco di verità e menzogna nel racconto del passato fatto nel presente provocano una grande curiosità e attesa per ciò che potrà accadere e contribuiscono a nobilitare il plot, che forse, senza questi balzi temporali, ne risentirebbe in quanto a tensione e mistero. Ancor prima che venisse trasmesso l’episodio pilota,  il creatore della serie, Nick Pizzolatto, dichiarò al New York Times che True Detective non è più complicato del fatto di usare l’indagine attorno a un crimine come una specie di formaggio fuso in cui immergi un’indagine sul carattere umano”. Questa bizzarra metafora “formaggiosa” rispecchia benissimo quelle che sono le priorità e  l’essenza stessa della serie. Proprio qui sta infatti la carta vincente, ovvero l’intrecciarsi delle vicende umane e private dei protagonisti alla mera (e non originalissima, se vogliamo) caccia al serial killer. Durante il corso delle otto puntate che compongono la prima stagione, infatti, la storia riguardante l’indagine non è sempre prioritaria.

Altro motivo di grande interesse è sicuramente il personaggio del nichilista Rust, interpretato da Matthew McConaughey, perno su cui ruota tutta la vicenda. Grande detective in grado di far confessare anche il più reticente dei sospettati, misantropo, solitario, introspettivo, alcolista, drogato, e chi più ne ha più ne metta, è una figura molto carismatica, che ha permesso a McConaughey di rilanciarsi come attore drammatico, dopo una prima parte di carriera non propriamente eccellente, fatta di commedie romantiche strappalacrime. Insomma, il detective Rust ha davvero un innegabile fascino.

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Non bisogna  però dimenticare Martin. Con i suoi conflitti interiori, la sua passione per  le donne,  i problemi con le figlie e il matrimonio in crisi, il personaggio interpretato da Woody Harrelson ha, nondimeno, una profondità e delle sfaccettature che lo rendono profondamente umano.

Altri elementi curatissimi sono le location, i paesaggi vasti e desolati della Louisiana contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa e angosciante, mentre la sigla, accompagnata dalle note di Far From Any Road del gruppo alternativo country statunitense The Handsome Family, è già diventata un cult.

La morale di fondo della serie è una profonda riflessione sulla vita. La figura del detective dall’animo bivalente assurge a metafora della condizione umana: da un lato sembra avere tutte le caratteristiche dell’uomo in rivolta metafisica di Camus, che insorge contro la propria misera condizione, dall’altro è una persona che, al motto di (come direbbe Rust) “la vita fa schifo” e pur trovando tutto assurdo ed incomprensibile, è dotato anche di un innato senso di giustizia, intesa come virtù morale, sulla quale modella ogni sua azione.

© Nicolò Barison