Senza Categoria

non puoi

con virgole o carezze

intercedere a tuo favore

-ristretto il senso come di caffè riscaldato

pessimo sapore  di  nausea all’alba-

non puoi inseguirti tra fumo e grigiore

d’aria che ancora non esplode forte

nello schiamazzo della pioggia che arriva

-la senti? ha saltato il fosso del cortile

accudendo all’unico filo d’erba –

stesso filo consunto che ti leghi ai fianchi

che t’incarta i giorni

liberandoti solo dentro il buio

sotto mosche feroci sulla pelle di bambino

– la vedi? quella chiazza di viso libera sul mondo?-

non puoi contrastare la nuvola gravida

che di paese in paese custodisce semi

e di complice vento si fà nutrice

sentendoti freschezza sul corpo rigenerato

che non lenisce il morso della belva

-il bambino… portalo via  O R A!-

nella tua stessa pozzanghera di pioggia

fatti respiro epidermide soffio

ventre e umidità di marea

culla protezione…

nido

Turno in due tempi

Turno in due tempi

Ufficio pensionati (turno I)

Lo sportello apre alle otto e mezza
ma loro sono qui già dalle cinque.
Mostrano l’epica del risveglio,
i furbi giochi d’anticipo
a chi arriva dopo e si rammarica
del ritardo: il marito con la febbre,
la telefonata del figlio emigrato
in terre in cui è tornata l’età
dell’oro – è questione di pulizia,
di trasporti che portano in orario,
senza attesa e la spesa si fa
da sé, non andando al mercato
per questo il figlio non è più tornato.

Siedono le facce rugose
abbracciate alle borse e ai portafogli
con le foto dei figli, figli
essi stessi: fanno battute
di spirito per animare
la gestazione: rinasceranno
presa la pensione, trascorreranno
le fasi della vita in forma
compressa sino alla pubertà:
di nuovo fertili con gli euro
in tasca volgeranno alla terra
di qualcuno a consumare l’amplesso
sdraiati sul prato col prato diafano

-e noi, scusi, noi che numero abbiamo?

Calendari (turno II)

Gli addetti che portano i calendari
li appendono e poi spariscono.
Strani tipi, ubiqui come i luoghi
dei colloqui cui tentiamo di accedere
col possesso di un periodo
settimanale, un giorno, un’ora, una data
che in quanto data è subita
ma vissuta come trionfo festivo.
Tu in coda
                  tre snodi
                                  più avanti
mi accenni un saluto nervoso
come un bambino sul trenino alle giostre.
Ci saranno le nostre date?

I nomi-numeri-in-un-elenco sono
appesi al muro bianco tra scritte sconce
e noi non sappiamo dove guardare:
troppe le voci da disambiguare
-amori, amicizie sicure, no-Future
provando a scorrere il calendario
col dito: è o no il nostro onomastico?
Si festeggia qualche assunzione?
Ricerchiamo il nostro nome
o quantomeno un suo reciproco,
perché l’equivoco è una meta del reale
…e tu in fondo
                         alla fila
                                      fai intendere
di essere un giorno feriale.

Luciano Mazziotta

giunchi

Difficile crederci ma i giunchi si sono spezzati.

 Implacabile il vento  ha modificato la trama, le pieghe, la capacità di opporsi alle folate improvvise, quando  lasciava un segno curvo su di loro, per poco, che rialzavano subito il fusto, eretto, frizzante all’aria ed al contorno immaginifico che li accoglie.

Giunco di palude, di stagno, di mare.

Ogni loro filamento modificato, al centro del fusto.

 Fusto che ora si dibatte tra terra e cielo, capo chino, curva vegetale confusa tra radici e pretese di voli.

 Nessuno  ha consapevolezza…nell’immenso fluttuare del verde sfuma, nel silenzio, l’errore della linfa perduta.

-giusto per un saluto, senza pretese. non so quando potrò tornare. un abbraccio, api-

Donatella Prosperi – poesie inedite

Nuova proposta inedita: Donatella Prosperi, triestina, è una delle giovani poetesse di cui ho più stima. Scrittura limpida, cristallina. Molto ricercata ma allo stesso tempo diretta e coinvolgente.

Noterete leggendo, una grande cura nella scrittura. Una mano notevole.

Mi piacerebbe sentire la vostra opinone. Anche per Donatella, come per altre precedenti proposte, qui si tratta di inediti. C’è tantissima buona poesia non pubblicata e chi meglio di noi può saperlo?

Nelle prossime settimane continuerò il mio rastellamento sperando di continuare a farvi leggere belle cose. Buona lettura

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mappatura del contemporaneo

Credo che nella parola mappatura emozionale vi sia espresso molto di quanto in corso di discussione in questo periodo negli spazi in rete che si occupano di poesia. Quando uso il termine mappatura, mi piacerebbe che il suo significato comprendesse veramente l’esigenza che c’è di rispecchiarsi territorialmente nelle realtà che all’arte e al poetico fanno riferimento e supporto. Penso sia necessario costruire una cartografia dei locali che offrono occasioni e spazi d’incontro, di librerie che lavorano onestamente avendo ancora riguardo e amore verso il libro, di locali dove la poesia e l’arte possano essere non solo corollario per 4 consumazioni in più, ma sedi di movimento di opinioni culturale. (altro…)

Luigi Di Ruscio – una poesia

È la fossa di un fascista ammazzato brevemente
senza scarpe perché le scarpe se le è messe un vivo
senza scarpe perché un vivo doveva ancora correre
senza armi perché un vivo doveva ancora sparare
quando troverete da una siepe filo spinato che manca
state certi sarà stato prelevato per una gola partigiana
se troverete occhiaie scavate anche tra mille anni
ricostruite una storia vinta dagli uomini contro le bestie.

Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere (1966).

abbassare la guardia è tradire la memoria: 25 ora e sempre. (post di natàlia castaldi)

25 – ora e sempre

Tumuli di pianto
e fiori secchi
nel silenzio delle fosse
senza più dolore
memorie di marmo
e vili vivi
nel canto delle foglie
d’un autunno perenne.

*

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LA POESIA NELLA RETE. Due appuntamenti a Vimercate e Verona.

Il 17 aprile a VIMERCATE.

Incontro curato da Sebastiano Aglieco e Francesco Marotta.

Qui il programma completo

http://miolive.wordpress.com/in-evidenza-la-poesia-in-rete-sabato-17-aprile/

IL 24 aprile a VERONA.

Incontro curato da Alessandro Assiri e Claudio Di Scalzo.

Qui

http://www.pickwicki.com/pages/_Events.aspx?BID=5SZDFwzuu5AV6%2bfo3FoAtw%3d%3d&BDATE=24042010

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Ciò che resta del fuoco

Enzo Campi

Ciò che resta del fuoco

 

C’è qualcosa che fugge

nel guizzo di una fiammella

come un vortice d’atavica linfa

che non può esimersi di rendersi all’aria

per questo si leva

rigenerandosi dalla caduta di tono

nell’andirivieni di un supplizio

pervertito in estasi

 C’è un velo

dalle cui trame trasuda il lucore

come un baluginio

disposto a sacrificare il suo cuore

 nella trascendenza di un vortice di lapilli

per questo si inabissa

riplasmandosi nella levata in battuta

scandendo il ritmo di un dettato

convertito al silenzio

C’è quel fondo che riemerge

si fa superficie

e mostra le stimmate

del suo passato glorioso

per questo si sospende

allettandosi nel flusso

delle sillabe concubine

che trasfigurano

il timore del soffio

in un incanto di lava

Ma la cenere è alla porta

nemmeno bussa ed è di già entrata

per imporre il suo credo

e dettare le regole del gioco

Nulla dura in eterno

ma le cose

non si cancellano del tutto

ci sono parti

che sopravvivono e si trasformano

e quel residuo

del fuoco che fu

soffiato dal palmo di una mano

non aspetta altro

che ritrovare il limo

della madre terra

per rinascere a nuova vita

 

di mens ione

di mens ione

non di men s’io ne dessi grandi versi
o versioni da variati saccenti
di mitiche apollinee discendenti
d’essi diresti forse esser dispersi

da cuti più che non da fondi avversi
in gravi dati d’alteri alteri enti
– disse minati i semi dei sapienti
ora colante uno li controversi

disseminati altrove non d’io aspersi
apostrophi né credendo ai credenti
– se dici sedici dei sedicenti

viandante l’es empio che sei presenti
ti sien passati e futuri conversi
insieme ione a ione i versi che versi

______________

nota della redazione:

Si consiglia di leggere i lavori di Giovanni Campi, recentemente pubblicati su “La dimora del tempo sospeso”, al seguente Link:

http://rebstein.wordpress.com/2010/03/09/speculo-imaginario/

Fabio Michieli – Dire

volevo un libro chiaro per noi due:
una pagina bianca quasi pura

Si apre così Dire di Fabio Michieli. Questi due versi contengono molto del senso che ho trovato nella lettura delle poesie di Fabio. Un senso di purezza. Una purezza che non è quella del bambino, non ingenua. Una purezza che sa di qualcosa di alto. I sentimenti veri, l’amore, quasi sempre lo sono. Ma lo è anche una certa ricercatezza della scrittura, una precisione di stile che rappresenta anche, secondo me, un profondo rispetto per la poesia, per chi ne ha alimentato la grandezza.
Quello che colpisce uno come me, uno che “esce” pazzo per la letteratura contemporanea, americana soprattutto, è come si possa restare secchi davanti a poesie scritte in uno stile totalmente diverso da quello prediletto. Questo vuol dire due cose a mio avviso. La prima, è che sotto lo stile impeccabile di Michieli ci sia tanta sostanza. La vita. La seconda è che la bellezza viene prima di qualunque stile e va oltre il gusto soggettivo. Vi propongo qui alcune poesie tratte dal libro e ve lo consiglio sinceramente.

.

TANGO PER S.

un triste tango chiuso in un casquet –
e i sensi si sciolgono in quell’abbraccio
dove lui comanda se lei seduce –

(stacca il tacco dal fondo e accenna un passo;
ne attacca un altro, mentre i corpi fondono
all’unisono movimenti e musica)

goccia dopo goccia il tempo svapòra

(sbatte il tacco, e il viso schizza il fango)

****

(vestigia terrent)

stringo la maschera mentre le ceneri
già si posano sulle teste tonse
ai falsi pudori quaresimali…

e fosse tutto cielo o tutto mare
l’azzurro che invade il giorno sereno
sarei lieto d’attenderne il declino:

ma le ceneri che ho nere sul capo
le ha posate il vento che ancora sparge
reliquie di chi arse ieri sul rogo,

nell’ultimo scorcio di Carnevale

****

quale fuoco non scalda
se simile ad altri non brucia ma vive?

quale voce non grida
se quella che qui passa sordamente non senti?

ma è un riso di sole ciò che accende
il mio volto trasognato in un volo
di sguardi rubati a quest’oscurità

e non so mai quand’è giusto finire

****

trovate quella parte che ho lasciata
andare tra le spire del suo vento
portatemela intatta come neve
prima che un piede posi tutto il peso
del corpo scomposto di nuova vita:

e così non mi resta che accettare
l’evidenza schiarita della luce
che rimbalza su questo volto il manto –
e fosse pure calce dura al suolo
l’attesa scongiurerebbe lo schianto?

DIRE di FABIO MICHIELI – L’arcolaio – 2008

@ recensione di gianni montieri

tra la vita e la morte alla luce di una stella

Enzo Campi

Tra la vita e la morte alla luce di una stella

 

Poniamo che di notte

ci sia una stella

pronta a rischiarare il cammino

di un viandante

perso nel labirinto del discernimento,

intento

nel vagliare

se sia più giusto seguire

questo o quel sentiero,

là dove il primo

conduce alla tenebra

di una vita ingloriosa

e il secondo invece

alla luce di una morte gloriosa.

Poniamo che la stella,

in un eccesso d’umanità,

si conceda il lusso di rivolgersi

ad un comune mortale

e che gli racconti di come,

in una notte del passato,

un altro viandante,

allo stesso modo arrovellato,

si pose in postura desueta

proprio al centro di quel bivio

rimuginando sul da farsi.

Il viandante ascoltava

in silenzio religioso e si riversava,

di buon grado e con gran soddisfazione,

in quella voce, suadente e mansueta,

che gli svelava il segreto

per scegliere la giusta via da perseguire.

Fu così che la stella continuò

ricordandogli quell’altro viandante  che,

in verità,

non si limitava al solo ascoltare,

bensì poneva quelle domande che,

nel suo intento,

avrebbero potuto risolvere

il suo stesso divenire,

sempre partendo dall’idea

che fosse solo una la strada da seguire.

Qui la stella

pose il primo ostacolo apostrofando,

con tono sommesso e delicato,

che il dire Uno quando si è di fronte al Due

non è certo una cosa

da prendere alla leggera,

che la complessità dell’idea

di una strada da seguire

non può essere svilita da una presunta unicità,

solo perché la comune ragione

vuole che sia l’Uno

a dettare le regole del cammino.

E il fatto

che la prima strada conduca alla vita

e la seconda, invece, alla morte

non significa

che la prima

sia più dignitosa della seconda

e che la morte sia,

in virtù di questo principio,

il rovesciamento della vita.

Fu così che il

viandante provò a fare una domanda:

ma, se la mia vita,

quella che finora mi sono illuso di vivere,

non è stata certo un gran diletto,

si pensi solo al costante dileggio

che si indirizza,

di solito,

verso quelli che vestono i panni del poeta

e che sotto la luna,

bevendo il vino e l’assenzio della disperazione,

si dilettano a disquisire

dell’eterna rotazione

di quel cosmo indefinito

e della circolarità del nostro cammino

che continuamente si morde la coda

ripartendo sempre dal principio,

se la mia vita,

dicevo,

è stata sempre quella di dover combattere

contro quella falsa umanità,

dal mattino fino a sera,

giorno dopo giorno,

per recuperare un tozzo di pane raffermo

con cui sfamare

l’impossibilità di essere vivo,

se la mia vita

si può definire infine vera vita,

allora,

io mi chiedo,

non sarà forse più dignitosa la morte?

La stella sorrise,

rincuorata

dal senno illuminato del viandante e,

rispondendo sempre in terza persona,

come per ripetere le stesse frasi

che aveva già detto al primo viandante,

nel caso si possano ancora aver dei dubbi

sul fatto

che la storia comunque si ripete

e ritorna sempre uguale

nell’insana, straziante pratica

di girare in eterno e in tondo,

continuò nel ricordare che,

in un’altra notte,

persa nell’eco del passato,

non uno

ma ben due viandanti

si posero dinanzi al bivio,

scontrandosi a vicenda

sull’idea che entrambe le strade

fossero da definire in eguale peso e misura

perché se in una ci si illudeva

di svilire la vita

per l’appunto vivendola,

nell’altra invece

ci si illudeva

di vanificare la morte

offrendosi come vittima sacrificale.

Il viandante

non poté esimersi dal ribattere:

che io sia una vittima

questo è indubbio,

vuoi solo per il fatto

che non c’è discernimento

nell’abusare del proprio potere

contro chi,

come me,

non ha armi con cui difendersi

se non quelle di indirizzare il proprio canto,

di notte,

alla luna

e di glorificare l’idea

di un pensiero e di un sentimento,

e per questo sono sì vittima,

ma solo nella vita

e non certo nella morte,

per cui mi sovviene un dubbio,

perché devo offrirmi in sacrificio alla morte

se sono già una vittima della vita?

La stella riconobbe,

in lui,

un certo talento

nel porre le domande giuste

e cominciò a sperare

in una pregnante risoluzione,

per cui continuò

nel racconto di una quarta notte,

ancor più remota,

definitivamente persa

nei meandri del ricordo,

quando i viandanti ovviamente erano tre,

ugualmente dibattuti dal fatto

che ambedue le strade,

nel bene e nel male,

potessero comunque condurre

all’idea di un’eternità,

perché,

se il senno è quello giusto,

ciò che conta

non è la risoluzione verso l’una,

che può sembrare lineare e diretta,

o verso l’altra,

che effettivamente

si crede curvilinea  e contorta,

ma solo l’idea

che possa esistere la possibilità

di porsi il problema

e che la vera risoluzione

sia nel gioco

o nel giocarsi il gioco dell’attesa,

nel lasciarsi cullare

in quella sorta di limbo

e aspettare,

con pazienza,

che il tempo faccia il suo corso.

Il viandante inorridì

e alzò le mani al cielo:

vade retro,

io non credo

che sia questo l’approccio giusto.  

S’incamminò quindi,

con passo spedito

e in assenza di criterio,

lungo la strada che pareva più luminosa

e che biforcava alla sua sinistra,

borbottando:

ma che storia è mai questa,

dopo trent’anni d’insani tormenti

non posso certo credere

che l’unica risoluzione

sia quella di fermarsi,

di notte,

in questo bivio desolato

e continuare a sperare

che un giorno qualcuno mi dica

“chissà che non sia proprio questo il tuo destino”.

E continuò,

con passo risoluto e sciolto,

a marcare la sua disillusione

sulla terra umida del sentiero che,

invero,

diventava sempre più oscuro,

tanto da impedire la visione

di ciò che si trovava

solo pochi metri più avanti.

Nell’inoltrarsi,

a più non posso,

in quella sorta di buio inquietante,

il viandante si scopriva

sempre più solo e abbandonato,

in uno spazio sempre più vuoto e indefinito

e che oramai perdeva consistenza

fin’anche nella stabilità del terreno

che si dissolveva,

lento ed inesorabile,

fino a sparire del tutto.

Cosicché il nostro viandante

si trovò a camminare

nel bel mezzo di un nulla

impalpabile e inquietante

e cominciò a chiedersi

fino a quando potesse durare

questo terribile e nuovo supplizio

apostrofando:

se ero solo nella vita

e se sono solo ancora adesso

in questo limbo

sospeso all’interno della vita,

forse era meglio esser solo

nell’anonimato di una folla brulicante

e magari indignata

che non l’esser solo,

adesso,

in questa sorta di nulla inconsistente.

E la stella,

sempre quella,

sempre sazia e sorridente,

continuava il suo racconto,

rivolgendosi ad un altro viandante che,

nel frattempo,

era sopraggiunto al bivio,

dicendo che dopo tanto filosofare

sulla possibilità

di un’impossibile comprensione

del disegno del destino

ci si rende conto che,

in verità,

il segreto era già svelato

fin dall’inizio del percorso:

la strada giusta è per l’appunto

solo una,

unica e indiscussa,

la strada giusta è sempre quella che,

in uno slancio di presunta presunzione,

si ritiene sia sbagliata.

Cosicché l’ultimo viandante

si sentì in dovere di fare una domanda:

io non ho nessuna riserva

nel credere

che la strada giusta

sia sempre e solo una,

ma se,

nel momento stesso in cui io mi orienti

verso questa o quella direzione,

la mia scelta sarà

comunque quella sbagliata,

ha dunque senso

che io sia qui a porre la domanda?