Sentieri Merdiani

L’assalto inquieto | Teodoro Potenza

 

L'assalto inquieto, di Teodoro Potenza, Sentieri Meridiani Edizioni 2010, testi a cura di Daniele Maria Pegorari (collana: Le Diomedee)

L'assalto inquieto, di Teodoro Potenza, Sentieri Meridiani Edizioni 2010, testi a cura di Daniele Maria Pegorari (collana: Le Diomedee)

 L’assalto inquieto | Teodoro Potenza

Sentieri Meridiani 2010
collana Le Diomedee
testi scelti da Daniele Maria Pegorari

Quella di Teodoro Potenza è «la poesia dell’uomo che si spoglia di tutto, solo di fronte a Dio, e cerca di giungere alla Verità» (Daniele Maria Pegorari) e in questa ricerca sembra vano ogni sostegno terreno e «inebrio mi assido / su una roccia sbriciolata / […] È così che nasce il sogno di una volta / il sogno di sempre».
In una ricerca sofferta, addolorata da una fede che svuota, sulla via d’un cristianesimo che barcolla, la poetica di Potenza anche barcolla. Inciampa  e cade dalle più alte sfere della metafisica ai più bassi incidenti quotidiani. E sembra propria questo il motore propulsore della sua poesia, questo inciampare: questa incapacità di trovare La Soluzione Finale, la sintesi perfetta fra Idea e Fenomeno, la realizzazione del proprio essere.
Nonostante la Parola si sia già fatta carne, e poi luce, e poi immensa potenza, la Parola di Potenza è impotente di fronte al reale, è stanca, inquieta. L’attesa della Realizzazione non nutre lo spirito del corpo e dell’opera, ma «mi magra, mi spasima, mi cancrena le ossa / e mi trista la stasi» (da Nella tua attesa…).
C’è un’eco di tutti i temi del postmoderno, che pesano, che sono montaliani nelle figure d’insolita asprezza e furore, nei verbi forzati al transitivo. Eco d’un dissidio: l’incapacità di affrontare la vita fuori dalla poesia se non con un assalto inquieto, l’impossibilità di proferire una vera Parola, che sia più potente, più viva della vita. Il rifugio dell’uomo nella letterarietà.
I poeta di fa «povero scemo / che alla vita rinuncia / per imprimere scarne parole / su un pallido foglio» (da Con le lacrime agli occhi…)

 Parola uguale silenzio

 Questa vita che trema nell’amore
non è degna di parole che siano
al suo grado di bisogno e di fame.

Dico che poetare sia di poco grado,
anche se talora le parole sono musiche.
Dico che sia maggiore il vivere.

Alcuni poeti si volgono spesso,
sulla linea di assenza e di carte sudate,
ma la vita ha fame d’amore,
non ha bisogno di parole.

Vive di silenzi, come tra gli amanti,
uno sguardo dice tutto e perdura.
L’amore ha fame d’amore e non di parole.

Potenza è un killer della parole. Le sciupa, le ripete, le confonde, le mischia, le spacca con le lame affilate dell’assassino.

 Notte di festa

È in notti come queste
che crescono killer
all’ombra della gioia.
Non adorano le feste i nemici della pace:
figgono punti su un foglio,
strategie per dare un senso
a questa vita mancante.

 La vita è altrove – scriverebbe Milan Kundera. La vita  «nel mio mattino / in un pugno di labbra / la vita s’addimena» (da Fuoco che abbatte le strade…).
La vita è arida, ostile, fa paura al poeta che non riesce a contenerla – quindi a raccontarla. Al massimo si limita a dirla: è una vita dicibile con «una voce stanca / un inchiostro tenue».
Una vita verso la quale non si può (non resta) che tentare un assalto inquieto e pauroso. Ma l’assalitore della vita poi è anche l’assalito: «sussulto che m’assali / e che mi forzi a vegliare, / a girare le strade la notte / in un piccolo sobborgo, / un puntino nel mondo» (da Dialoghi al Padre).

 Vita mi sei arida

 Riemerge la grànula imago:
vita mi sei arida
come questa spoglia terra.
Vita mi sei arida
come questa secchia vuota,
che giù dal pozzo riempie
la sua capienza d’acqua:
una bocca che ride.

Però l’Apollo di Potenza non è l’Apollo di Kundera, e non muore miseramente, non si assesta in una stasi che lo consuma. Anche se «sono solo ossa messe insieme, / scheletro di vita senza forze, / l’unica realtà a cui potrei appartenere / questa scrivania da cui scrivo» (da A mo’ di autoprefazione), ritorna sempre prima o poi l’animo Poetante a mettere la Parola – questa magia che, discesa, svela le geometrie nascoste, l’ordine e la passione, l’amore a la concretezza, l’Amore e la Volontà, allo stesso tempo. Ed ecco che «rapido accorre un genio / e torna in me il sereno, ma non già dal cielo cristallino» (da Nella tua attesa…).

 Non ho mai accesa
così questa vita,
così stretto al mio niente,
che è pure qualcosa,
quando anche il niente
se ne va via di casa.

Ritorna il poeta alla vita della luce, a dare una significazione nuova alle cose, una nuova penetrazione decifratoria. La poesia di Potenza è un albero arso che si staglia a un orizzonte inquieto. Un albero che tende al cielo, a cui «non resta che ritornare nel sole»  (da Toccando il fuoco…).

illustrazioni a L’assalto Inquieto (Sentieri Meridiani 2010) a cura di Nicola Cardone

Teodoro Potenza è nato a San Marco in Lamis (Foggia) nel 1989 e vive a Foggia, dove ha seguito studi tecnici. L’incontro con l’insegnante di Letteratura sarà determinante per il suo futuro: farà nascere in lui la passione per gli studi umanistici, coltivata con instancabili letture. Frequenta attualmente la facoltà di Lettere e Filosofia di Foggia.