sellerio

proSabato: Andrea Camilleri, “Ho finito” (da “Conversazione su Tiresia”)

Ho finito

Forse vi state chiedendo la vera ragione per la quale mi trovo qui.
Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato registra teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotto in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne.

Ora devo andare.

Vi chiederete cosa faccio adesso. Attualmente vivo a Brooklyn e ogni tanto mi chiamano per fare la comparsa in un film. Nella mia ultima interpretazione ero Tiresia che vendeva cerini, persona e personaggio finalmente ricongiunti.

[…]

Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.

 

da Conversazione su Tiresia, Sellerio, 2019

Matteo Meschiari, Appenninica (inediti)

di Matteo Meschiari

foto-meschiari

 

da Sequenza artica (tre piste in Appennino)

2. Licheni

Salendo da queste parti – come ogni volta che ci si allontana dalle pianure – si sostituisce la latitudine con l’altitudine: tagliando a una a una le linee di livello si avanza in verticale verso nord. Oltre il limite degli alberi cominciano le terre estreme, come una tundra, dove è possibile trovare residui vegetali dell’ultima glaciazione. Vicino a questa driade, ad esempio, c’è una pietra incrostata di licheni. Altri licheni uguali a questi, ventimila anni fa, crescevano sui massi. Attorno si allargava una marea incurvata di ghiacci pleistocenici, mentre quassù c’era solo pietra: uno spazio complesso di montagne, ghiacciai, morene, acque di scioglimento, detriti. E sui detriti i licheni, quelli di ogni ghiacciaio, di ogni montagna, di ogni paese a nord. Così diffusi e così al limite, si può pensare il loro giallo come una mappa che ridisegna se stessa a ogni nuova pulsazione glaciale. Ma il giallo dei licheni è anche un terreno dove l’inessenziale brucia, dove il pensiero è freddo come il ghiaccio.

3. Lettura di un ghiacciaio

Era qui
tra quei faggi

lo sento nelle gambe
quando la valle si incurva
quando un residuo di morena
si corruga

il suo azzurro scivola giù
nella mente
dalla pietra al cervello
segnandolo di sé
strisciando la sua grana
sopra il duro delle parole

il suo freddo
non è mai immaginario
è immaginabile
è radicato al terreno
concreto

per vederlo
seguo placche di arenaria

se piove
è un riflesso verticale
di milioni di volumi
è il fondo livellato
di un’era

se nevica
è novembre in Appennino (altro…)

Ben Lerner – Nel mondo a venire

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Ben Lerner – Nel mondo a venire, Sellerio, 2015. Traduzione di Martina Testa. € 16,00, ebook € 10,99

Premessa

Ho due amici, Cristiano (De Majo)  e Andrea (Pomella), caso vuole che entrambi siano scrittori e che nonostante questo siano miei amici. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlare con loro di Ben Lerner, in particolare di questo libro: Nel mondo a venire, entrambi ne hanno anche scritto (in fondo aggiungerò i link ai loro articoli, la rete è l’archivio più grande del mondo, usiamolo), ma soprattutto me ne hanno parlato. Ora, dovete sapere che Cristiano e Andrea non sono tipi che si entusiasmano facilmente e se lo fanno non lo danno a vedere. Cristiano mi ha parlato di Lerner in preda, invece, a uno sconfinato entusiasmo, con una certa luce negli occhi, davanti a una birra, quasi rimproverandomi per il fatto che io non lo avessi ancora letto. Cristiano è napoletano, ma quasi mai parla in dialetto, eppure mentre mi parlava di Lerner in italiano ho avuto la sensazione che stesse cazziandomi mentalmente in napoletano, immaginavo una serie di “Nientedimeno, non l’hai letto ancora? Ma si scem’? È pure poeta, maronna”. Cristiano negherebbe questi pensieri. Quando mi parlò di Lerner avevo già il libro, ma non lo cominciai, avevo paura di restare deluso, pur fidandomi molto della sua opinione. Tempo dopo ne parlai con Andrea, al telefono. Fu una delle nostre solite brevi telefonate, dopo i saluti finiamo ai libri, al calcio e alle cazzate, quella volta arrivammo a Lerner. Andrea mantenne fede al suo, proverbiale, non entusiasmo, e mi disse poche parole, mi restò impressa una frase, che, più o meno, suonava: “Il modo in cui scrive è la letteratura del futuro”. Non avrei potuto rimandarne la lettura ancora a lungo.

[…] scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

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Riletti per voi #2: Lady Bell, Piccolo manuale di giochi per viaggiatori

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La seconda puntata è dedicata a un manualetto “sui generis”, nato con intenti quasi bellici e diventato, per il lettore d’oggi, motivo di sorriso.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Che il viaggio non fosse più questione di nobile iniziazione e di Grand Tour, ma accessibile, se non necessario, ad ogni livello sociale e sotto qualsiasi motivazione, questa era cosa che non dava certo piacere all’aristocratica Florence Evelyn Eleanor Bell.
Autrice di commedie, romanzi, articoli, libri per ragazzi, sempre attenta ad analizzare ciò che considerava come il decadimento della morale comune (emancipazione femminile su tutto), Lady Bell decise di prendere la penna nel 1889 per equiparare la stereotipata conversazione salottiera a un gioco di scacchi (Come aprire e chiudere una conversazione), dimostrando la perdita di ogni raffinatezza di fronte alla scelta asettica di mosse obbligate.
Come sottolinea la curatrice di Piccolo manuale di giochi per viaggiatori (Sellerio 1990), Loredana Polezzi, la formula funzionò: sovrapporre gioco e comportamento umano, non come accostamento antropologico ma come se il degrado dei costumi visto dalla Bell facesse dell’uomo moderno una bambolina osservabile, priva di qualità, preda di comportamenti stereotipati.
Dopo Piccolo manuale di giochi per salotti londinesi, dunque, e Piccolo manuale di giochi per dimore di campagna, il nostro Piccolo manuale di giochi per viaggiatori offre un ritratto caricaturale di chi si sposta per vacanza o per lavoro. Il titolo è una trappola: non sono offerti passatempi per i viaggiatori, ma sono loro stessi, come pedine da osservare sulla scacchiera, il gioco di cui Lady Bell spiega le regole a un complice lettore, che si presume aristocratico come lei e come lei giudicante ciò che osserva. La satira è più che feroce; e parte del fascino del libro per il lettore di oggi, sottolinea ancora Loredana Polezzi, è nell’impossibilità di poter essere dalla parte dell’osservatore. Ciò che è osservato è troppo radicatamente simile a noi per poter essere preda di sarcasmo: i tic, gli imprevisti, la gestione dello stress sono descritti con una bravura deliziosa dalla quale il tempo ha eroso ogni giudizio.
Chi non ha mai giocato a “Vengo anch’Io”? (altro…)

Mai più senza # 9 – Solaris

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

Ho letto Solaris in due giorni.
Il primo giorno era sera, ero nel letto, in dormiveglia, la bellezza della scrittura mi teneva sveglia ma il corpo era distrutto, ho dovuto staccare per il troppo sonno verso un terzo del libro. Quella notte ho sognato di urlare senza suoni, di correre in cucina camminando su un paio di gambe oblique.
Il secondo giorno era mattina. Ho ricominciato da capo, sul divano. Il sogno era più vicino alla natura del libro di quanto lo fosse il ricordo della lettura (un libro sugli strati più profondi della mente non può che agire così), ma nonostante il terrore ero calma, quasi beata da tutta quella incomprensibile bellezza. Come Chris Kelvin. Il libro è percorso da un aggettivo: “calmo”. Non ho letto la sconfinata bibliografia su Solaris, non voglio farlo prima di stendere questa nota, ma sono certa che qualcuno l’avrà notato. Ovunque si dice, accanto alle cose tremende che accadono sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, che qualcuno è calmo.

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“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi. Recensione

Fabio Stassi recensione

Narrare una ‘voce’, raccontare la storia di una voce e la Storia attraverso una voce che sia tante, tante voci che risuonino nello spazio di un romanzo: questo è Come un respiro interrotto di Fabio Stassi (Sellerio, 2014). Una prosa che sfida la narrabilità del ‘vocalico’ perché ciò che ‘resta nell’oralità’ non può con facilità essere ‘detto’ (nella sua totalità) attraverso la scrittura.
La protagonista, Soledad, è una cantante dalle qualità uniche; il suo canto procura “la sensazione di mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore” come amava dire Coltrane su di sé. Soledad destabilizza, ammutolisce; le sue peculiarità canore non hanno eguali eppure, durante la sua carriera, non inciderà mai una nota. Le sue ambizioni mancate, la sua vita alla ricerca di un senso, e tutto intorno una famiglia per metà siciliana per metà sudamericana, complicata e stratificata; e poi gli amici musicisti, i maestri, l’Italia del secondo dopoguerra e Roma, Palermo, che aprono a scenari narrativi che conosciamo, ad esempio quelli de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.
La musica è letteralmente pretestuale al romanzo: serve a dare un ritmo alla vicenda di Soledad-tutta-voce e agli altri personaggi che parlano attraverso di lei, come fosse lei stessa a fare da filtro al loro ‘dirsi’: musica funzionale alla costruzione della prosa familiare e sociale, dunque; musica diegetica a tutti gli effetti. Musica, secondo l’autore, sempre in ‘tempi dispari’, che parte spesso in levare cercando una direzione non sempre riconoscibile, dando la possibilità al lettore di arrangiare il proprio ritmo di lettura e, soprattutto, di ascolto. ‘Levità’, a ben vedere, può essere cifra di Stassi, dal momento che la sua scrittura gode di un riuscito tentativo di rendere leggero ciò che pesa, anche i fallimenti, anche la morte, anche tutte le mancanze (i respiri interrotti?) di cui si fa un’esistenza.

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Reloaded (riproposte estive) #13: Roberto Bolaño, la parte della letteratura

 

Roberto-Bolano

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa ,forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). (altro…)

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

parigi 2010 - foto gm

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

 

 

Siamo fermi per imprecisate cause tecniche o, forse, per problemi di circolazione, o, magari, per un guasto alla linea, da quasi mezzora. A Romano, ma prima eravamo a Treviglio. Quello che vedo fuori dal finestrino del treno, da un bel pezzo, è un supermercato Lidl. Un ragazzo, avrà una ventina d’anni e indossa una maglietta dei Nirvana (tutto è probabilmente finito prima che lui nascesse), continua a telefonare a qualcuno. Ripete che non sa quando arriverà a Padova. Riaggancia, richiama (la stessa o un’altra persona?), dice qualcosa di vago, ma soprattutto ripete come un mantra che non sa quando arriverà a Padova. Tre, quattro, cinque volte di fila. Poi mi guarda. No ragazzo, con maglietta gruppo grunge che ascoltavo quando tu non c’èri, nemmeno io so quando arriveremo a Padova. Ammesso che Padova esista ancora quando ci arriveremo. Non so nemmeno quando ripartiremo da qui a dire il vero. Cerco solidarietà sui social network. Solidarietà che arriva blanda, già stanca come tutti noi sopra questo treno. Una signora e la figlia, simpatiche, chiamano a casa e si accordano per la preparazione di una rapida pasta al tonno, preparazione a cura del padre/marito, a quanto pare. Ridono del poco entusiasmo manifestato dall’altro capo dello smarthphone. La figlia legge un saggio di Kierkegaard, uanem’.

Nel frattempo abbiamo percorso qualche chilometro. Ora siamo fermi sotto un ponte, preferivo il Lidl. In queste circostanze, l’avrete notato anche voi, ci sono sempre i ferrovieri (li chiamo ancora così per nobilitarli) che vanno su e giù per il treno a passo veloce: manifestando impegno, ansia, piglio. Peccato abbiano già più volte dichiarato la loro impotenza circa il problema manifestatosi. Non ne sanno una mazza. Alla mia destra, al momento, mucche. Diosanto. E queste da dove saltano fuori? Una cinquantina di deliziose mucche pezzate, tipo peluche ma più in carne. A questo punto non capisco perché tutti quelli in cravatta non l’abbiano tolta, quello seduto di fronte a me nemmeno la slaccia. Impassibile. Soffre in silenzio. Un altro abbastanza giovane e molto calvo, anche lui in cravatta, studia il russo, ve lo giuro. Solo che sulla dispensa che ha davanti c’è una foto di David Beckam. Gesù, sta traducendo dall’inglese al russo, e l’ho sentito parlare in dialetto veneto, al telefono, non più di dieci minuti fa. Prima delle mucche. È ormai tempo di mettere in carica gli smartphone, coraggio ragazzi. La scritta Panico lampeggia, come un semaforo notturno, negli occhi di chi non ha un caricabatterie con sé; ma la stiamo prendendo tutti abbastanza bene per ora. Il livello di rassegnazione raggiunto da questo ex popolo è da record. Siamo partiti da Milano da un’ora e mezza e nemmeno si vede Brescia, ma ancora nessuna situazione alla Palahniuk qui. È tutto molto Delillo, tipo Rumore bianco ma un po’ meno. Noi siamo l’ovatta. Il rumore ce lo teniamo dentro. Il disastro non è percepito né ci riguarda. Riesco solo a pensare di quanto slitterà la mia cena con Anna e se riusciremo a sentire Alessandra cantare.

Sto leggendo Americani di John Sullivan, una raccolta di saggi,  una delle nuove fichissime frontiere della Letteratura Americana. Nel primo saggio, Sullivan, racconta la sua esperienza di tre giorni a un Festival di Christian Rock. Sì, esattamente. Un vero Happening in cui centomila credenti felici e esaltati seguono i concerti di band, che fanno facile rock evangelico, schitarrando al Signore. Uno dei ragazzi con cui Sullivan parla a un certo punto gli dice: «Se scrivi di noi posso chiederti una cosa? […] Mettici che amiamo Dio. Puoi dire che siamo pazzi ma di’ che amiamo Dio.» In treno partono le Madonne.

Sarebbe divertente se adesso ci alzassimo tutti in piedi e agitando le mani a destra e sinistra cominciassimo a intonare qualcosa tipo: Siamo abbonati al Signore, noi siamo abbonati al Signore, schioda il treno da Treviglio, schioda il treno da Romano e il Signore ti perdonerà. (Ripeti coro 2 volte). Qualche fila più in là c’è uno che dice che finché non cominceremo a spaccare tutto non cambierà mai niente. Comincio il mio solito gioco, attività molto stupida che consiste nel tentare di indovinare dove scenderanno quelli seduti più vicino a me. Il tipo non mi tolgo la cravatta lo voto Brescia. Ha sempre avuto l’espressione di chi l’avrebbe scampata prima degli altri. Il nirvaniano, come tutti sanno, va a Padova. Madre e figlia sono una terra di mezzo, voto Verona, forse provincia. Dove le attende la mitica pasta al tonno. Il traduttore dall’inglese al russo per me va a Vicenza. Ha la faccia antipatica. Quando faccio questo gioco colloco sempre gli antipatici a Vicenza, sbagliando naturalmente. Sottovaluto sia Vicenza che le persone. In realtà questo abbinamento nasce dalla collocazione di Vicenza lungo la tratta Milano – Venezia; per cui dopo Verona, quando non ne puoi più e prima di Padova con la Laguna ancora troppo lontana. Niente di personale ma cazzeggio da pendolare. Le stazioni per i viaggiatori sono tacche. Vicenza è una tacca problematica, è un scavallamento ma anche un vertice di stanchezza. Abbiamo ripreso a viaggiare, ritardo previsto: settanta minuti (ma saranno di più), i ferrovieri improvvisamente sanno tutto. Ci rimborseranno, capirai. Non azzecco mai le previsioni circa l’ordine di discesa per viaggiatori. Quasi sempre quelli con l’aria da stronzi vengono con me fino a Venezia. Sulla campagna tra Brescia e il Garda precipita un tramonto spettacolare, salvo quest’immagine insieme a quella delle mucche. Una ragazza non si è mai svegliata, questo sì che è culo.

Guardo le facce di queste persone e immagino come vedano la mia, e sento le loro voci ripetermi la frase: « Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa? […] Mettici che è venerdì sera. Puoi dire che siamo strani o furibondi ma di’ che è venerdì sera.»

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© Gianni Montieri

La Domenica (e l’incomprensibile) e Roberto Bolaño

parigi 2012 - foto gm

 

Ricordo una notte nella stazione ferroviaria di Mérida. La mia amica dormiva dentro il sacco a pelo e io vegliavo con un coltello nella tasca della giacca, senza voglia di leggere. Be’… Sono apparse frasi, voglio dire, in nessun momento ho chiuso gli occhi né mi sono messo a pensare, ma le frasi letteralmente sono apparse, come annunci luminosi in mezzo alla sala d’attesa vuota. Dall’altra parte, per terra, dormiva un vagabondo, accanto a me dormiva la mia amica e io ero l’unico sveglio in tutta la silenziosa e schifosa stazione di Mérida. La mia amica respirava tranquilla sotto il sacco a pelo rosso e questo mi tranquillizzava. Il vagabondo a tratti russava, a tratti parlava nel sonno, erano giorni che non si radeva e usava la sua giacca come guanciale. Con la mano sinistra si copriva il petto. Le frasi sono apparse come notizie su un tabellone elettronico. Lettere bianche, non molto brillanti, in mezzo alla sala d’attesa. Le scarpe del vagabondo erano posate all’altezza della sua testa. Uno dei calzini aveva la punta completamente bucata. A tratti la mia amica si muoveva. La porta che dava sulla strada era gialla e la tinteggiatura aveva in qualche punto un aspetto desolante. Voglio dire molto tenue e al contempo completamente desolante. Ho pensato che il vagabondo poteva essere un tipo violento. Frasi. Ho preso il coltello senza riuscire a tirarlo fuori dalla tasca e ho aspettato la frase successiva. In lontananza ho sentito il fischio di un treno e  il suono dell’orologio della stazione. Sono salvo, ho pensato. Eravamo diretti in Portogallo e questo è accaduto molto tempo fa. La mia amica ha respirato. Il vagabondo mi ha offerto un po’ di cognac da una bottiglia che ha tirato fuori dal suo fagotto. Abbiamo parlato per qualche minuto e poi siamo rimasti zitti finché non è arrivata l’alba.

Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non vorrà più reggere. (Significativo, ha detto lo straniero). In modo umano e in modo divino. Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura.

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Roberto Bolaño – Anversa – Sellerio – traduzione: gruppo di lavoro coordinato da Angelo Morino

“L’ultimo ballo di Charlot” – conversazione con Fabio Stassi

Per parlare dell’ultimo romanzo di Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, edito da Sellerio nel 2012 e ora in cinquina al Premio Campiello, vorrei iniziare (quasi) dalla fine:

Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere. Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Il brano appena riportato è un approdo; se non del libro, del percorso di Charles Chaplin verso il personaggio che lo consacrerà al mondo: The Tramp, Charlot. Ma quello che racconta il libro è altro. Fabio Stassi ama i viaggi, i percorsi, le derive e gli sradicamenti, le storie picaresche di conquiste e riscatti, di crescite e di ritorni, i momenti in cui «l’uomo scopre il suo talento, e il suo talento diventa in quel momento il suo destino» (1). E ad essere narrata nel suo ultimo libro è l’avventura di Chaplin prima di Charlot, raccontata dalla stessa voce scrivente del protagonista, che decide di lasciare al figlio una lunga lettera, eredità di vita e di memoria, prima che la Morte venga a portarlo con sé:

Da sei anni, ogni Natale, mi viene a trovare la Morte. Si siede davanti a me e mi aspetta. Io allora indosso i miei panni di vagabondo e le recito una delle mie antiche scenette. Se lei ride, mi concede un altro anno di vita. È il nostro patto. Non morirò finché continuerò a divertirla. […] Ma stasera la Vecchia se ne resterà seria e fredda, sprofondata nella mia poltrona, anche di fronte a una gag perfetta. Perché la perfezione non fa ridere, Christopher. Questa è l’ultima volta che indosso il costume di Charlot.

Così, cadenzato dagli incontri passati con la Signora, si sbobina il lungo racconto di Chaplin dalla nascita – forse su un carrozzone di zingari – al successo. È il racconto di formazione di un’anima inquieta, dai mille talenti e sempre in viaggio, sempre pronto agli incontri più disparati e ai mille mestieri (imbalsamatore, allenatore di boxe, tipografo, scrittore di didascalie) con cui la vita lo mette alla prova. Ma con il temperamento che lo contraddistingue, che ne fa un personaggio compiuto e preciso, adulto; ed è da qui che, per entrare in questo libro piacevolissimo eppure strutturato e complesso, vorrei iniziare a conversare con l’autore.

G. Il ritratto di Chaplin che emerge dal tuo libro, Fabio, è solidissimo, e non serve alcun salto per accostarlo non solo alla sua figura storica, ma alla profonda natura di qualsiasi gesto comico: il sottofondo di malinconia. Tracci una figura forte e consapevole ma sempre umile, riservata. E mi sembra che la chiave di questo suo atteggiamento sia in una frase che compare verso la fine del libro: «averla alle spalle, la miseria, è come averla sempre davanti».

F. Il passato ci condiziona. In questo, il personaggio letterario esemplare è Gatsby. Il passato condiziona e insegue, non lo si può fuggire. Anche Chaplin ne era consapevole, sapeva da dove veniva, ma non sapeva ancora chi era. Per questo tutto assume per lui un senso di lotta, soprattutto l’esperienza artistica. Il cinema è il tavolo dove si gioca la sua partita. Riuscire o non riuscire è una sfida mortale: non si tratta solo di rappresentare, in ogni film c’è un investimento emotivo totale. Sin dall’inizio, dalla sua infanzia, quello di Chaplin è sempre stato un dialogo con la morte. Chaplin si muove davvero come se avesse la morte sempre davanti, non solo la miseria. C’è qualcosa di disperato nel suo corpo. Una disperazione fisica, dalla quale non potrà guarire. In lui la memoria è uno sguardo permanente. Quello che è in gioco, e che noi vediamo nelle sue scene comiche o malinconiche, è realmente un uomo che lotta per la sua vita. In questo, ogni suo gesto è insieme pieno di disperazione e di speranza. E ci commuove.

G. Ogni tuo romanzo nasce da un innamoramento verso personaggi o eventi che fanno parte della memoria storica o collettiva, che tu “adotti” e restituisci dischiusi: il furto della Coppa Rimet, la storia dello scacchista Capablanca, per non parlare del tuo lavoro sui personaggi letterari amati in Holden, Lolita, Živago e gli altri. Ora Charlie Chaplin.

F. Sì, sono come degli oggetti che mi sono portato dietro in tanti traslochi. Quello che resta, in parte, delle passioni della mia infanzia e adolescenza, piccoli incroci attraverso i quali ho iniziato a scoprire il mondo. Tutto è materia di racconto, io credo. Gli scacchi, il cinema, la lettura: scrivere di quello che ho incontrato da ragazzo mi restituisce come un piccolo senso di meraviglia. O forse è quella meraviglia provata per la prima volta che non si smette di inseguire. Ricordo esattamente quando su una bancarella di Porta Portese ho comprato per poche lire un manuale di Capablanca o l’autobiografia di Chaplin. Da allora ogni scacchiera, ogni libro sono diventate delle scatole magiche. Un illusionismo, una cerimonia, come quella che si celebra dentro a un cinema quando si spengono le luci. Un’attesa.

G. Se penso al tuo romanzo nell’insieme, mi vengono in mente i tanti mondi in cui il tuo Chaplin ha fatto capolino. Ma mentre questi mondi si allacciano e si susseguono, una peripezia più grande, preparata fin dall’inizio, arriva nella seconda parte dare al destino del protagonista una direzione: la ricerca della scatola in cui è racchiuso il segreto del cinema. È allora che quella che narri è una fiaba, il viaggio dell’eroe verso l’“oggetto magico”. E mi ha colpito molto che proprio il mandante di questo viaggio lo ritenga, alla fine, inutile. Tutto si è già risolto per vie burocratiche; non c’è bisogno dell’eroe e del suo ritrovamento. Ogni fiaba necessita di un’antagonista: e qui non è la Morte, accolta invece come un’amica. Antagonisti sono tutti coloro che sono sordi alla bellezza, che non danno seconde possibilità, che, appunto, spezzano la fiaba.

F. Hai ragione, in questa storia la Morte per prima cambia d’abito, prova una sua pietà, è complice non avversaria, cerca di risarcire gli uomini. Rifiuta quasi il suo stesso ruolo, denuncia una stanchezza. Conseguentemente, c’è anche la rinuncia alla figura dell’antagonista. Restano gli ostacoli, le prove, il viaggio, il percorso insomma di formazione. La ricerca e il movimento. Ma tutto quello che conta è la consegna, la restituzione. Il tentativo di rimediare a una mancanza. Come se l’antagonismo vero, quello più intimo, segreto, doloroso, fosse dato in partenza, dalle mancanze nelle quali si nasce. Mancanze di ogni genere, che solo la fantasia può correggere. Correzioni, quindi. Proiezioni, visioni, azioni gratuite, che non hanno bisogno di un rivale per avere un impulso.

G. E poi c’è il viaggio vero, quello che è perdita del luogo natale ma anche curiosità e riscatto. Ti propongo due parole su cui muoverti in libertà: America e migrazione.

F. America è una parola larga. A casa mia, dentro la mia famiglia siciliana, veniva pronunciata spesso, e ogni volta era come se venisse squadernata sul tavolo una sterminata carta geografica. C’era chi dall’America era tornato, chi invece aveva fatto scomparire ogni traccia, chi ci aveva trovato la fortuna. Almeno due o tre generazioni precedenti alla mia ci avevano fatto la spola. America voleva dire che esisteva un altro lato del mondo, un altro lato delle cose. E anche la consapevolezza che per raggiungerlo bisognava attraversare un oceano. Non so spiegarlo bene, ma mi viene in mente che questa parola per me, che volevo sapere ogni racconto di chi c’era andato, era come un prisma che scomponeva la luce e mandava riflessi molto diversi l’uno dall’altro. Da un lato la luce abbagliante del sogno, dall’altro il dolore di chi in questo viaggio aveva perso sé stesso o molte altre cose. Era l’avventura, ma anche lo strappo, il coraggio e la necessità, la scommessa e la coscienza di quello che si è. E con tutte queste voci me ne parlavano.

G. C’è un tema che sento molto tuo (penso, non dirò qui perché, a un altro tuo libro) e che ricorre spesso in L’ultimo ballo di Charlot. È un tema universale e molto antico, ma che tu usi con grande intelligenza: il bisogno di sottrarre allo scorrere del tempo la persona amata, che scatena l’inventiva dell’uomo verso nuove forme d’arte. Penso al cinema, sì, nato per conservare i movimenti della ragazza amata, ma soprattutto all’imbalsamatore, che riceve in commissione da un mafioso il corpo della fidanzata perduta. Ho trovato molto bello che chi ama davvero non fa di questo bisogno un’ansia di possesso o una violenza: lo stesso imbalsamatore, di fronte alla possibilità di conservare sua moglie, preferisce mantenerla nel ricordo.

F. Anche il ricordo può diventare un’ossessione, una violenza, la prosecuzione di un tentativo di possesso. La memoria che amo, invece, è quella della tenerezza. Una memoria che non si cristallizzi e continui a rispettare la libertà, la ricchezza e l’autonomia degli esseri umani. Quello che Rigoberto, Chaplin, Arléquin o l’imbalsamatore rifiutano è la fissità. Non vogliono che i ricordi, i desideri, quello che hanno vissuto, si trasformino in un corpo imbalsamato o in una statua. Vogliono vederli ancora in movimento. Qui l’antagonista è il Tempo. Il mito in cui ultimamente mi capita sempre d’imbattermi, e che forse riassume tutto questo, è quello di Orfeo. Per me, Orfeo è il migrante, l’uomo strappato dal proprio amore o dalla propria terra, un personaggio tremendamente contemporaneo, che vorrebbe far tornare in vita la casa della sua infanzia o ritrovare un porto nelle braccia perdute dell’amante. Non si rassegna alla scomparsa delle cose, al potere che ha il Tempo su di noi. È questa sua ostinazione che fa piangere gli dei, la manifesta vanità di ogni suo sforzo. Mi sono convinto che Orfeo sa dall’inizio che il patto che stringe con gli dei è una truffa. Sa che non potrà strappare Euridice alla morte. Potrà solo sottrarla all’oblio, e quindi al Tempo. Quando si volta verso di lei non la sta perdendo una seconda volta, e per sempre. Quello sguardo che le rivolge è uno sguardo consapevole e vittorioso, è il vero motivo del suo viaggio. Tutto ciò che gli può essere concesso è appena quella fuggevole possibilità di rivederla. Per questo Orfeo si gira, e lo fa all’ultimo momento, quando capisce che tutto sta per svanire nuovamente, che non riabbraccerà mai il suo fantasma. Potrà appena, con lo stratagemma di quell’accordo e con tutto il suo talento, riconoscerlo per un istante in una folla di ombre. Quando Chaplin restituisce la scatola magica o macchina dei sogni ad Arléquin, con dentro i funambolismi dell’amore della sua vita nel circo della loro giovinezza, è di quella visione che lo risarcisce. Lo sguardo di Arléquin, chino sulla scatola, è lo stesso ultimo sguardo di Orfeo verso Euridice.

© Giovanna Amato

(1) Così l’autore durante una recente presentazione (a cura di Anna Maria Curci e Marco Guerra) presso il Villaggio Cultura Pentatonic.

Fabio Stassi (Roma, 1962), di origini siciliane, è bibliotecario e scrittore. Esordisce con Fumisteria (GBM 2006) cui seguono, per Minimum Fax, È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e, nel 2010, Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999).

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Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Roberto-Bolaño

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa, forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). Roberto Bolaño, con i suoi occhialini, il suo sorriso gentile, il suo zainetto, i mille mestieri fatti prima di cominciare a guadagnarsi da vivere vincendo premi letterari, con la sua creatività, non può essere inserito in nessuno schema predefinito eccetto quello dei grandissimi, che sono tali perché diversi da ogni altro. Ma com’è la scrittura di Bolaño? Qual è lo stile di questo genio che sognava di diventare detective della polizia? Forse per rispondere in maniera adeguata si può provare a viaggiare attraverso le cinque parti in cui è diviso 2666. La parte dei critici: la prima parte, è quella che è maggiormente collegata a I detective selvaggi (Sellerio editore 2009), infatti, i quattro protagonisti (la Norton, Pellettier, Espinoza e Morini) ossessionati dal misterioso scrittore Benno Von Arcimboldi, ricordano per certi versi, Lima e Belano che cercano irrazionalmente la loro scrittrice preferita Cesárea Tinajero, ne I detective selvaggi, appunto. I quattro critici (che eccetto Morini, sono preda di  un triangolo amoroso) si muovono, facendo fatica a distinguere tra realtà e letteratura (forse una cosa sola?), sulle tracce di Arcimboldi. Qui la scrittura di Bolaño è molto vicina alla scrittura classica europea. La cura di certi dialoghi tra i quattro amici, certi gesti, ansie, un delicato non detto, oltre al profondo (ma mai presuntuoso) dispiego di cultura personale, fa sentire il sapore dei grandi romanzi europei (soprattutto francesi e tedeschi). Ma è qui che da una semplice frase, ancora una volta, ricaviamo il genio dello scrittore cileno: «I venti minuti iniziali ebbero un tono tragico in cui la parola destino fu usata dieci volte e la parola amicizia ventiquattro. Il nome di Liz Norton venne pronunciato cinquanta volte, nove delle quali invano. La parola Parigi risuonò in sette occasioni. Madrid, in otto. La parola amore fu pronunciata due volte, una ciascuno. La parola orrore venne pronunciata in sei occasioni e la parola felicità in una (la usò Espinoza). La parola decisione risuonò in dodici occasioni. La parola solipsismo in sette. La parola eufemismo in dieci. La parola categoria, al singolare e al plurale, in nove. La parola strutturalismo in una (Pelletier). Il termine letteratura nordamericana in tre. Le parole cena e cenare e colazione e sandwich in diciannove. Le parole occhi e mani e capelli in quattordici» (da 2666 edizioni Adelphi 2007/2009). Ovvero come innamorarsi di una storia dal suo inizio. La parte di Amalfitano: qui Bolaño introduce nel racconto uno dei personaggi più belli e controversi della storia della letteratura, il professor Amalfitano. La sua vita è, forse, un omaggio alla letteratura e alla storia latino americana (quella dei colpi di stato, dei conflitti più dolorosi, degli esili). Il traduttore di Arcimboldi resterà indimenticabile non solo ai lettori ma allo scrittore stesso che ce lo farà ritrovare (negli anni precedenti alle storie di 2666 nel romanzo postumo: I dispiaceri del vero poliziotto). Amalfitano, colto e romantico, perduto, controverso e meraviglioso. La parte di Fate: è il mirabolante racconto delle derive, miserie e disgrazie, della vita intorno alla frontiera Messico – Nordamericana. Entra nel romanzo Oscar Fate, giornalista, altra figura chiave del romanzo, che è inviato a Santa Teresa, in qualità di cronista sportivo, per seguire un incontro di Boxe e, invece, (ironia della sorte e dello scrittore) si troverà invischiato nella sanguinosa serie dei delitti che avvengono nella città messicana. Qui la cronaca vera (da cui prende spunto Bolaño) diventa invenzione letteraria pura, fusa, mischiata, strappata in mille pezzi e ricomposta come solo un grande scrittore sa fare. La parte dei delitti: questa è, con ogni probabilità, la parte più difficile da masticare e digerire del libro. Il poliziotto (o chirurgo) Roberto, ossessivamente elenca le ragazze uccise dal (o dai) serial killer di Santa Teresa, descrive in maniera agghiacciante i particolari, mette il lettore davanti ai cadaveri. Non è morbosità ma necessità perché non potrebbe fare diversamente, perché raccontandoci i cadaveri ci mostra le storie di povertà, di miseria, di condizioni di lavoro terribili, di abbandono, in cui queste ragazze vivono. E muoiono. A differenza di altri scrittori latino americani, Bolaño non avrebbe mai speso venti pagine sulla descrizione di un albero, ma cinque a descrivere un cadavere sì, se in quel corpo c’è anche la storia di una vita. La parte di Arcimboldi: qui troviamo la serie dei capitoli che ricongiunge le altre parti del libro tra esse, chiude il cerchio con l’inizio della storia e, in un certo senso, con l’intera opera di Bolaño, con la sua vita stessa. In tutte e cinque parti del romanzo (così come in tutta la produzione) non mancheranno mai: l’ironia tagliente, l’invenzione letteraria, il piacere e il talento di saper fondere quest’ultima con la cronaca, la storia bellissima e terribile dell’America Latina, la capacità di far innamorare il lettore dei personaggi, di detestarne altri, di descrivere minuziosamente le scene e di lasciarne immaginare altre della stessa importanza, di farti viaggiare da Torino a Parigi, da Parigi a Madrid, da Madrid a Santa Teresa, nell’arco di un solo paragrafo. Forse è questa la letteratura di Bolaño, un grande viaggio tra la vita e la morte, un’infinita Commedia umana, dove la morte reale non è scissa da quella inventata, dove la morte del presente è collegata alla morte del passato, dove la vita e la morte si fondono e confondono come l’andata e il ritorno. In un’intervista (su youtube), il premio Nobel Mario Vargas Llosa, parlando di Bolaño dice (tra le altre cose) che la grande popolarità, l’immensa influenza della sua scrittura, probabilmente, siano dovute (oltre che alla bravura) al fatto che lo scrittore cileno sia stato mitizzato. Credo, piuttosto, che il grande talento e la bellezza dei libri di Bolaño insieme alla purezza del suo pensiero l’abbiano reso un mito, non il contrario. Lo scrittore cileno ci ha lasciato pagine di inestimabile valore letterario nel periodo storico in cui, in maggior misura, si è avvertita l’assenza dei “grandi romanzi” ed è per questo e per mille altri motivi dovremmo ringraziarlo. Chiudo con la risposta che diede Bolaño alla Maristain, circa il peso che aveva avuto nella sua vita il fatto di essere nato dislessico. «No. Mi ha creato problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012).

Gianni Montieri

Articolo letto e commentato da gianni montieri 

Nota: articolo già pubblicato sul numero 13 della rivista QuiLibri

Come leggono gli under 25 # 6 – Giorgio Fontana – Per legge superiore

FONTANA: LA LEGGE SUPERIORE E’ NEL DUBBIO DELLA COSCIENZA

di Maddalena Lotter

A lei sembra che il mondo sia migliorato?”, chiese.

In che senso?”

In generale. Da quando era bambino.”

L’ultimo romanzo di Giorgio Fontana edito per Sellerio (2011) affronta di petto due temi che, attualmente, risultano centrali per l’Italia: l’immigrazione e la giustizia, intesa in tutta la sua complessità di sfaccettature che coinvolgono, in un incontro/scontro, la regola indiscutibile della Legge e l’etica che non sempre la asseconda. Roberto Doni è di professione magistrato, vive una vita da uomo “arrivato”, con una compagna altrettanto impegnata nella carriera e una figlia fuggita all’estero per studiare; una famiglia del Nord Italia come se ne vedono tante, insomma, con dinamiche famigliari di incomunicabilità purtroppo comuni (il rapporto fra Doni e la figlia è compromesso, lei non sembra cercare un contatto e lui è piuttosto impacciato nello scambio epistolare). Irrompe su questo sfondo statico, asettico, quasi rassegnato in cui viene gestito l’importante ruolo della Giustizia, il fresco personaggio di Elena, giornalista freelancer che è figura portatrice di consapevolezza; Doni non può fare altrimenti, deve riconoscere le sue ragioni e assecondare le sue ricerche in merito al caso Ghezal, in cui è implicato un giovane immigrato. Elena scuote la fermezza di una classe giuridica arroccata sulle sue posizioni di sempre, mentre Doni incarna il ruolo dell’incertezza della società, quella che si mette in discussione, quella che non ha dimenticato il difficile percorso della Verità. Scrive Alfonso Berardinelli a proposito del personaggio del romanzo novecentesco: “sembra davvero esserci sempre, in modo ossessivo il rapporto difficile fra individuo e società … come se fra le leggi interiori (la coscienza) e le leggi esteriori (la società) non ci fosse più un rapporto stabile, spontaneo, accettabile e vitale.” (A. Berardinelli: Non incoraggiate il romanzo, sulla narrativa italiana, ed. Marsilio, pag 20); si accende questo stesso smarrimento anche in un uomo di rettitudine morale come Doni e in una giovane donna energica come Elena, con una differenza: il personaggio novecentesco era inadeguato alla società in continua evoluzione, ora è la società, immobile, granitica, ad essere inadeguata a chi vive nel romanzo e ai suoi lettori.

***

La giustizia come ‘tappeto’ nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana

di Alessandra Trevisan

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.

Pier Paolo Pasolini

La vita e il lavoro di Roberto Doni, magistrato sessantenne alle prese con un controverso caso d’accusa ai danni di un muratore tunisino, in galera per un crimine commesso dalle parti di via Padova, e la comparsa di una giovane giornalista free-lance, Elena, che intende cercare una nuova modalità di lettura del caso, nella speranza di salvare un uomo -a suo avviso- innocente. Narrare una storia di cronaca nera filtrandola attraverso gli ‘occhi di una legge altra’, in una Milano contemporanea che può essere ancora ‘casa’, luogo d’integrazione e anche ‘grigia poesia’: questo è Per legge superiore di Giorgio Fontana (Sellerio, 2011), un bel libro e lo dico subito per rompere il ghiaccio, e perché lo sento. Vorrei esplorare qui tre punti focali che ritrovo in tutta la scrittura di Giorgio, autore che apprezzo da anni per la limpidezza e la lucidità, l’intelligenza e l’esattezza.

In primo luogo la CITTÀ che pulsa ad ogni giro di frase, con la sua doppia anima rimasticata già in molte altre cose da lui scritte -ad esempio il magnifico reportage Babele 56, Terre di Mezzo, 2008-, una città che pare un formaggio pregiato smangiato dai vermi: Milano è qui vera, verissima, e «che non mente mai» come ben Fontana stesso ricorda. È sincera come in quell’altro bel volume di Aldo Nove Milano non è Milano (Laterza, 2006), e mi verrebbe da dire che della sua verità ci si innamora facilmente.

Il romanzo è poi pervaso da una colonna sonora lirica che accompagna la parola, che si fa appunto ‘poesia’ aumentando d’intensità: la MUSICA classica non è solo una passione del protagonista ma serve anche a far echeggiare degli stati d’animo, rinforzando, dando maggior vita alla scrittura, e ristorandola/ci. Ma è la GIUSTIZIA in questo romanzo ad accompagnare come un mantra il lettore, intesa come ‘necessità etica’; e allo stesso modo della luce invocata nei versi di Pasolini mette di continuo in dubbio e in bilico Doni; questa giustizia sta in ognuno dei fili della trama e nelle vite dei personaggi (e di tutti noi o quasi), ed è perciò un ‘tappeto’ tessuto con maestrìa. E mi sentirei di dire che sta anche in tutta la scrittura di Giorgio, che dice di sentirsi un ‘artigiano della parola’ ma per me è un ‘miglior fabbro’ di questa nostra letteratura italiana.

[Leggetelo se vi va su http://www.giorgiofontana.com]