seconda guerra mondiale

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. (Nota di P. Grassetto)

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte, Ponte alle Grazie, 2018, pp. 230, € 16.00

Leggere l’ultimo libro di Ritanna Armeni nei giorni in cui, in televisione, scoppia la polemica sul caso Collovati, che avrebbe affermato che le donne non possono occuparsi di tecnica calcistica, è un fatto che fa riflettere. Ovviamente nulla ci interessa il calcio. Sorprende però che ancora si discuta di questa facezie mentre, nel 1941, c’erano donne che per affermare la loro parità con gli uomini erano pronte a rischiare la vita al fronte; il romanzo Una donna può tutto di Ritanna Armeni (Ponte alle Grazie 2018) non è un libro di guerra ma un testo sulla parità di genere.
Ritanna Armeni, nota giornalista, in questo libro tra storia e inchiesta ci narra le avventure delle “Streghe della notte”. La scrittrice fece un viaggio in Russia e riuscì a raccogliere, poco prima della sua morte, la testimonianza di Irina Rakobolskaia, anni 96, vicecomandante del reggimento 588, ultima “strega” ancora vivente.
Il libro alterna passi nei quali la Armeni racconta la sua esperienza e le sue impressioni, che ricava nel ricevere il racconto-diario della sorprendente Irina, a passi nei quali la storia di quest’ultima diviene vero e proprio romanzo. La stessa giornalista, nelle prime pagine del libro, spiega come ella stessa non sapesse bene come affrontare la narrazione di questa storia affascinante e sorprendente. Quando inizia a prendere in mano il racconto-diario di Irina vede come in questo «ci sono sentimenti, sofferenza, lutto e c’è anche patria, socialismo, disciplina, vittoria ma anche ironia. E c’è fortissima la spinta alla conquista della parità con l’uomo desiderata talmente tanto da scegliere di morire pur di ottenerla». Questo elemento permea tutta la narrazione: il desiderio di essere pari all’uomo, una parità pur sancita dal socialismo che porta queste donne ad impegnarsi con forza, tenacia, sprezzanti del pericolo.
La guerra nella Russia socialista, la seconda guerra mondiale in cui siamo immersi, scoppia all’improvviso. Irina era studentessa universitaria di fisica; amici e compagni di studio partono per il fronte. Lei pensa che anche le donne dovrebbero essere chiamate a uno sforzo supremo, invece nessuno le chiama. La parità con l’uomo che il socialismo ha promesso si è fermata innanzi alla guerra.
L’armata Rossa soffre di fronte al nemico. Irina viene casualmente a sapere che l’Armata cerca volontarie da mandare al fronte. Irina, che sa usare la mitraglietta e sa paracadutarsi, si arruola e come lei centinaia di donne.
Dopo un’accurata selezione entreranno nell’aviazione un gruppo guidato da Marina Raskova, per allora un mito, donna dotata di brevetto di pilota e di navigatrice, decorata con la massima onorificenza. Sarà lei ad andare da Stalin chiedendogli di istituire una compagnia di donne che facciano parte dell’aviazione militare; dopo varie obiezioni da parte di Stalin, Marina afferma che “una donna può tutto” e cosi viene ascoltata. (altro…)

PoEstate Silva #52: ‘Resistere a Roma’ di Giuseppe Ferrara

Il documentario rievoca il periodo della Resistenza a Roma, l’attentato di Via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine con scene di fiction, fotografie di repertorio e le testimonianze dei protagonisti di quei fatti. Si tratta di un documento del 1966 di Giuseppe Ferrara reso disponibile dall’© Archivio dell’Istituto Luce.

Il «Terzo libro» di Caproni (Einaudi, 2016)

caproni

Giorgio Caproni, Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 2016; € 11,00

Le parole-chiave del Terzo libro di Caproni, per meglio dire e approfondire, credo, quanto evidenziato da Enrico Testa nella prefazione di quest’ultima edizione Einaudi, sono i portoni e i colpi. Si tratta di “parole-elemento”, azzardando ulteriormente nel dire, che nei versi del grande livornese si accompagnano a un motivo continuo: l’aprirechiudere. Motivo esaltato mediante due verbi se possibile ancor più essenziali, e ricorrenti: premere, da una parte e, dall’altra, spingere, in particolare l’essere spinti a. Tutto questo cresce nel libro alla luce di un impeto e soprattutto di un costante gemito. Gemere, in effetti, è il verbo che forse alla fine più colpisce, insieme al premere. Perché torna, torna con insistenza e forza in tutte le prime poesie, risalenti all’arco temporale 1944-47 e racchiuse nelle brevi sezioni intitolate Due sonetti (il primo dei quali, Alba, è semplicemente meraviglioso) e Gli anni tedeschi (nella suddivisione che li distingue: I lamenti e Le biciclette).
Il Terzo libro, è noto, è la ricostruzione riproposta dall’autore stesso nel 1968 di una raccolta non pubblicata e confluita poi nel Passaggio d’Enea del 1956: una sorta di auto-antologia che vide a suo tempo l’aggiunta di poesie tratte dal Seme del piangere del 1959 e dell’allora recente Congedo di un viaggiatore cerimonioso (1965), oltre ad alcuni inediti.
E se nel quadro complessivo dell’opera, a lettura compiuta, spiccano ancor oggi le celebri Stanze della funicolare (che terminano non a caso con «un portone»), sorprende e anzi quasi schianta il cuore (oggi come ieri, o forse più di ieri) avvertire con quale nettezza negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale (1944-45) le poesie di Caproni fossero in grado di spazzare via di colpo ogni possibile “facile” retorica civile, ogni canto o meglio “lamento” universale, costruito potremmo dire a tese larghe, nell’orizzonte di una coralità troppo “scontata”.
È nel suo, vorrei dire, specialissimo io che invece Caproni condensa «tutta una generazione d’uomini che, nata nella guerra e quasi interamente coperta – per la guerra – dai muraglioni ciechi della dittatura, nello sfacelo dell’ultimo conflitto mondiale, già in anticipo presentito e patito senza la possibilità o la capacità, se non extremis, d’una ribellione attiva, doveva veder conclusa la propria (ironia d’un Inno che voleva essere di vita) “giovinezza”». Sono parole sue. Parole che racchiudono in una tutte le voci di un’Italia perduta. Tramite la voce, nello spartito e nel canto di Caproni, classe 1912, prende corpo un intero dramma, sottile e profondo.
Sappiamo, Giorgio Caproni porta ai ferri corti, con l’io e con Dio. Per forza, e per fortuna. Mira e bersaglio presi benissimo. È una dimensione, questa, che verrà acuminandosi più tardi nella sua vita e nella sua opera, senz’altro, ma già qui si sente. E svetta dal profondo. Preme, appunto, geme, spinge e scalpita. D’altronde, volendo gettare altra luce sul tema, mi piace riprendere e citare una dichiarazione di Wallace Stevens: «La più grande idea poetica del mondo è ed è sempre stata l’idea di Dio».
Tutta questa idea, attraversando il libro, sembra concentrarsi qui, in «quel tempo ormai diviso» della giovinezza perduta, come recita un lembo di verso de Le biciclette. L’io diviso di tanto, tutto Caproni.
E il saggio finale di Luigi Surdich in questa nuova edizione Einaudi, nello sciogliere questo e altri nodi, è davvero prezioso e importante.

Cristiano Poletti

In conclusione, due poesie: il secondo dei due sonetti d’apertura, Strascico, e l’Arpeggio finale:

 

Strascico

Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta – odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitìo un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

1945.

.

Arpeggio

Cristo ogni tanto torna,
se ne va, chi l’ascolta…
Il cuore della città
è morto, la folla passa
e schiaccia – è buia massa
compatta, è cecità…

196…

 

 

 

Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

Mi piacerebbe recensire, in una giornata così pertinente, l’ultimo romanzo di Donato Cutolo, 19 dicembre ’43. La data del titolo sfiora quella della battaglia di Montelungo (16 dicembre), che vide il ripiegamento tedesco sotto l’avanzata italiana e degli alleati. Clima di guerra mondiale, dunque, sfasatura di appena tre giorni, popolati, nel romanzo di Cutolo (la cui topografia è appena mutata ma perfettamente riconoscibile) da frammenti di ricordi, ricerche di superstiti, bandoli di rappresaglie, ferite.
Mi piacerebbe recensire questo romanzo, dicevo, ma temo di non poterlo fare senza due operazioni preliminari.

Innanzitutto il legame con quelle che sono le due opere precedenti di Donato Cutolo, entrambe edite, come 19 dicembre ’43, per ZONA: Carillon (2009) e Vimini (2012). C’è ben poco ad accomunare i tre libri per quanto riguarda le storie (la prima, una vicenda d’amore in un mondo che si colora in base all’umore dei personaggi; romanzo di formazione di un adolescente dopo la morte della nonna la seconda), ma tutto nella loro volontà di percorrere, per servire la narrazione, ogni possibile forma espressiva.

Violet - Nicola Ruoppolo

Violet – Nicola Ruoppolo

Donato Cutolo è un compositore (perfino le indicazioni di capitolo o altre ‘flashback’ o ‘flash-forward’ diventano ‘play’, ‘rewind’, ‘fast-forward’), e si avvale a sua volta di collaborazioni con musicisti del calibro di Fabio Tommasone (Carillon), Fausto Mesolella (Vimini, 19 dicembre ’43), Daniele Sepe (19 dicembre ’43). Paolo Rossi presta la voce, in una traccia audio, al primo capitolo di 19 dicembre ’43, con una lettura rasposa, sconsolata, paratattica, tanto simile alla prosa del libro. Non è possibile separare, e questo vale per l’intera trilogia di Cutolo, ciò che è scritto da ciò che è ascoltabile (i cd riportano tracce audio che, da accenni di milonga a brevi linee melodiche, si prestano a perfetta colonna sonora), così come non era possibile separare i toni del mondo dall’umore individuale in Carilllon o i colori dell’arcobaleno dalle personalità dei personaggi in Vimini. Cui l’artista napoletano Nicola Ruoppolo ha, ad esempio, dedicato un’illustrazione, a testimonianza di come la natura dei testi di Cutolo siano l’apertura verso varie forme d’espressione.

La seconda remora che mi impedisce di recensire 19 dicembre ’43 come romanzo su una storia privata all’intero della Resistenza (storia di amicizia messa in pericolo dalla guerra, di terrore, di bombardamento, di vita d’amore ostacolata dalla continua paura che lui-lei vengano passati al filo del nemico) è che 19 dicembre ’43 non è un romanzo, checché ne dica l’occhiello in copertina. Sotto qualsiasi analisi si voglia fare (dalla lingua alla struttura ai personaggi) 19 dicembre ’43 è una fiaba.

copertina

Il luogo è ben preciso, certo: un Paese asserragliato dalla guerra, dove più che il dramma della storia viene messa in luce l’impossibilità di qualsiasi intimità, nel male («tutto in frantumi. piccoli soprammobili, bicchieri, mobili, sedie, stoviglie, ogni oggetto è imbrattato e trasfigurato, violentato, fatto a pezzi e sparso ovunque») come nel bene («Filarono di orto, di casa in casa, i contadini non ostacolavano la corsa, li facevano passare dalle cucine, dalle stanze da letto, dalle finestre.»)
Una situazione di perdita dell’intimità che va oltre la guerra, che diventa perdita dell’identità stessa. Questo il brano di un momento in cui Ettore, il protagonista, si specchia in un lago per lavarsi non sapendo che i tedeschi sono in arrivo:

– Sbaglio o sto invecchiando, Giorgio?
Si girò verso l’amico che però non fece una piega, rattrappito com’era dal freddo, ma quando volse di nuovo lo sguardo verso l’acqua trasalì: vide la sua faccia macchiarsi poco a poco di chiazze scure,  e in pochi attimi diventare completamente nera. Sfigurata.

Un altro termine che caratterizza una fiaba è l’inverosimiglianza dei personaggi, intesa come loro essere superficie di contenuto simbolico. Delle creature di Cutolo noi conosciamo, per suo volere, appena la linea che dal vissuto va al pensiero e quindi all’azione, e questo rende i loro comportamenti tanto credibili quanto ipoteticamente universali. Ecco allora i due amici, Ettore e Giorgio, il loro legame che risale ai primi della guerra, Ada, detta la fata per la sua bellezza e per la generosità con cui cuce per chi è più povero; ecco l’orco, il tedesco, che le fa scendere una mano sui capezzoli; e Aldo, figura quasi muta, gestore di una biblioteca che sembra cattedrale in mezzo al nulla, uomo che sa senza bisogno di sapere; ecco l’oggetto magico più che transizionale (il suo fazzoletto azzurro, che Ettore preme sulla ferita per fermare il sangue e non sentire dolore). E la prosa, che è paratattica e tesa alla ridondanza, alla ripetizione.

Chi si aspetta un semplice racconto di resistenza si armi, insomma, alla fiaba. La vicenda di Cutolo tra i giovani protagonisti e il lupo tedesco si scioglie non con la vittoria di questa o dell’altra parte, ma grazie a dinamiche che hanno a che fare con la rimozione e la memoria, il lutto come processo che è quasi incantesimo. Il finale verrà, ovviamente, taciuto; ma è il finale di una fiaba, esattamente, non di più.

© Giovanna Amato

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

berlino 2011 - foto gm

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

Ci sono cose alle quali non sono disposta a rinunciare. Non fraintendetemi, sono una abituata a fare a meno di molto, chi è vecchio come me sa di quel che parlo, chi è vecchio come me ha visto la guerra. La guerra è questo, abituarsi a fare a meno di qualunque cosa mentre cerchi di rimanere viva. Quando sei piccola, e io lo ero, puoi provare a trasformare ogni rinuncia in un gioco. Ad esempio avevamo inventato una specie di se dici che hai fame sei morto oppure giocavamo a trova il pane. Per un po’ funziona, poi capisci. Impari a riconoscere il terrore negli occhi dei grandi e in quel momento la guerra diventa anche una cosa tua. Comunque non intendo star qui a fare l’anziana che parla della guerra, che dio ce ne scampi. Dicevo, appunto, che so rinunciare e che l’ho fatto spesso, ma non intendo fare a meno delle mie piccole abitudini, prendendomi in giro da sola, le chiamo i miei momenti o i fatti miei.

Il giovedì mattina io vado al mercato. Non mi faccio influenzare dal clima né da eventuali problemi di salute stagionali, tantomeno da raccomandazioni del tipo: «Ma non uscire che hai il raffreddore, che ci devi andare a fare al mercato con il supermercato qui dietro» (mio marito prima che morisse). «Ma stai in casa che diluvia, io non ci vado» (l’Adriana, la Luisa o la Wanda a scelta). «Mamma, ma sei impazzita? Ieri mi hai detto che avevi la febbre.» (mio figlio che vive dall’altra parte del mondo e telefona ogni morte di papa, visto che ci sentiamo su Skype, ha un concetto bizzarro della parola: ieri). Io al mercato vado sempre, vado e basta. So a cosa state pensando: la risposta è no. Non sono una patita dei prodotti naturali e nemmeno di quelli a chilometri zero. Non credo che al mercato si trovi sempre roba migliore rispetto al supermercato che, tra parentesi, è dietro casa. Vado perché mi piace, perché mi dà l’idea di fare qualcosa di reale, qualcosa che non è sopravvivenza ma è vita. Il mercato è il luogo più vicino all’idea che ho di me. L’idea di me che mi sono fatta, per meglio dire. A questa idea che ho di me piace sorridere alla gente mentre è gentile, al mercato c’è tutto un sorridere,  un dire grazie, un dire per favore, un no, ma prego c’era prima lei, un aspetti che ho l’euro e venti in moneta, un mi fa un piacere grande, un è un po’ che non la vedo, un a casa tutti bene? un aspetti adesso l’aiuto a riempire il carretto. All’idea che ho di me piace tutto questo e certe volte anche a me, e allora vado al mercato per beccare una di quelle volte. Metti che un giovedì decida di stare a casa e capiti, invece,  una di quelle volte dove io e l’idea che ho di me ritorniamo a essere la stessa cosa.

Questo giovedì io e l’idea che ho di me non ci siamo incrociate.

Io avevo la tessera del Pci, io sono stata una militante del Pci. Io sono comunista. E in quanto comunista non sopporto la gente che non sa nulla e parla a caso. Questa cosa mi fa incazzare (passatemi il termine ma oggi sono furibonda). Non sopporto l’arroganza. Ripeto, io avevo la tessera del Pci, solo quella, tutte le derive e declinazioni successive non mi riguardano. Se poi la gente che non sa nulla e parla a caso ha meno di quarant’anni potrei uccidere. Adesso non prendetemi in parola, sono una vecchia signora col gusto della metafora. Oggi, mentre stavo comprando le mele da Giacomo, il fruttivendolo più simpatico che io abbia mai conosciuto, sento questi due ragazzi alle mie spalle parlare. Sintetizzo. La fiducia al Senato è ok; finalmente un giovane; cazzo questo qui ha le palle; visto come teneva la mano in tasca; è sicuro di sé; questo la spesa pubblica la riduce davvero; basta con i politici che fanno e non dicono;  hai visto quante donne? Farà una riforma al mese. Mi sono voltata, erano due studenti, avranno avuto vent’anni, li ho guardati, non ho fatto in tempo a pensare di tacere che già parlavo: «Cosa credete di sapere voi due? La mano in tasca? La sicurezza? Una riforma al mese? Voi che siete così giovani dovreste essere indignati, sconvolti, porca miseria, di avere un capo del Governo non eletto messo lì, uno che se la tira, un democristiano.» Mi hanno riso in faccia, hanno detto qualcosa tipo …rincoglionita e hanno fatto per andarsene via. Io avrei voluto inseguirli ma poi Giacomo mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto di calmarmi, che non era il caso, che quei due erano giovani e stupidi, che si meritavano tutto quello gli stava capitando. Mi ha detto che ero rossa in viso e che tremavo, mi ha fatto sedere dietro il banco della frutta e mi ha dato un bicchier d’acqua. Poi mi sono ripresa e Giacomo si è messo un po’ a parlarmi di Berlinguer, per calmarmi, come se Enrico fosse una tisana. Dopo un quarto d’ora mi sono alzata e prima di avviarmi verso casa, ho detto a Giacomo che non lo sapevo mica se quei due stupidi ragazzi se la meritassero quella roba, quel certificato d’inesistenza politica scritto sul loro futuro.

Oggi sono stata un po’ brusca, lo so, non vogliatemene.

Leda

@ Gianni Montieri

Arno Schmidt, Leviatano

Leviatano
Da molto tempo desideravo scrivere di questo libro, che ho letto nella traduzione di Dario Borso. Lo faccio oggi, nel centenario della nascita dell’ autore del Leviatano,  Arno Schmidt, nato ad Amburgo il 18 gennaio 1914, appunto. Una vita, la sua, che inizia nell’anno dello scoppio della prima guerra mondiale e che viene letteralmente attraversata dalla seconda, la quale lascia tracce profonde – solchi e sentieri che seguono vie proprie e, per la loro cruda e verissima originalità, tenacemente avversate – nella sua scrittura. A proposito di guerra, il richiamo a Hobbes non si limita soltanto al titolo della sua opera di filosofia politica, ma anche agli effetti dei conflitti bellici vissuti, patiti, subiti da chi scrive su vita e visione della vita. Keine Delikatessen, non c’è spazio per bocconcini delicati, né, tanto meno, per qualsiasi varietà dell’ottimismo: ecco qui l’intenzionale sarcasmo del sottotitolo leibniziano: Il migliore dei mondi.
Scelgo, per presentare questo libro, un itinerario a ritroso, e parto dalla traduzione di Dario Borso. In questa traduzione, pubblicata con il testo originale a fronte, «che va a sostituire quella semiclandestina apparsa su “Il Menabò” del 1966»,  ogni pagina ha fatto brillare, talvolta con detonazioni evidenti, costellazioni inusuali e insieme rigorose. Il passaggio dal testo originale alla resa, l’andirivieni tra il riconoscimento (“Sì, è proprio così”) e lo stupore di conferma (“non ci avrei pensato, però è proprio vero, qui si che sì squarcia il velo”) hanno costituito un pungolo continuo. Pungolo a che? Pungolo a cercare ulteriormente, ad approfondire, a leggere oltre. L’apparato critico, formidabile e unico per ricchezza di riferimenti e acume nell’estenderne la rete, è senz’altro, in questo caso,  uno strumento di ricerca e, allo stesso tempo, un istigatore di ricerche successive.
La vicenda, narrata in quaranta pagine, si lascia sintetizzare in una frase: durante la seconda guerra mondiale un gruppo di sbandati  tenta una fuga disperata dalla Slesia verso l’Ovest. Lo scenario – devastazione, disfacimento, crollo – unito alla scrittura di Arno Schmidt, lo stile scattante nella sua perenne tensione, scelte lessicali rigorose anche nella temerarietà, fanno di questo testo non solo il primo in ordine cronologico (la stesura è del 1946), ma il più efficace a palesare l’orrore della guerra. Überlebender, Umsiedler, sopravvissuto, migrante, Arno Schmidt guarda con lucida consapevolezza e con ironia sferzante sia agli sviluppi della storia e della vita quotidiana a guerra fredda in corso, sia alle proprie speranze, che la puntuale delusione rende utopistiche.
Nella premessa al Leviatano di Arno Schmidt, Dario Borso scrive: «Il sergente artigliere Arno Schmidt fu catturato sul fronte occidentale dagli inglesi il 16 aprile 1945, e subito internato in un campo di prigionia nei pressi di Bruxelles. Liberato alla fine dell’anno, si ricongiunse in qualità di profugo slesiano con la moglie Alice a Cordingen (Bassa Sassonia), dove lavorarono entrambi come interpreti in una scuola di polizia ausiliaria per tutto il 1946, fino alla sua chiusura. Lì il giorno di ferragosto AS concepì l’idea di un racconto di guerra, e sempre lì recuperò la carta per scriverlo, tra il 3 e il 22 ottobre 1946, in forma pressoché definitiva.»
Leviatano o Il migliore dei mondi  uscirà per i tipi della casa editrice Rowohlt nel novembre 1949, insieme a Enthymesis o Q.V.O. e Gadir o Conosci te stesso. Tra le voci che si levarono all’epoca, mi piace riportare qui quella di Alfred Andersch, dai microfoni dell’emittente radiofonica tedesca Hessischer Rundfunk, presso la quale curava la rubrica “Bücherstunde” (L’ora dei libri): il 4 gennaio 1950 Andersch saluta «l’ignoto autore del Leviatano» come «genio».
Il racconto si presenta sotto forma di pagine di un diario (nella finzione letteraria e, dunque, nella lettera di accompagnamento posta in apertura, scritta in inglese e datata 20 maggio 1945,  un quadernetto di fogli volanti inviati da Berlino dal soldato americano Jonny – sic! – alla moglie Betty, insieme a orologi e gioielli bottino di guerra), ma i momenti non sono scanditi dall’indicazione del giorno – fatta eccezione per l’annotazione iniziale 14.2.’45 – bensì da quella dell’ora o di un avverbio di tempo, che colloca l’azione «più tardi». La guerra, la fuga, la ricerca disperata di scampo come alternarsi confuso e ininterrotto di giorno e notte, «il lungo crepuscolo». Proprio dall’affermazione «il lungo crepuscolo» prende le mosse il brano che riporto qui e che mi ha immediatamente colpito per la forza e la precisione, per la padronanza della tecnica nel catturare l’immagine istantanea, per il ritmo impeccabile delle frasi brevissime, talvolta composte da una sola parola.

Il lungo crepuscolo. Trascinare.  Buio bisbiglia, al modo di un pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso. Trascinare. Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò pieno il primo astro: grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare. Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.

Dopo le 18.00

Già notte; ma brucia ovunque nella città di rame (prima là in fondo è crollata la chiesa cattolica). Fatto forse trenta viaggi ciascuno e sbuffato (e le raffiche di mitra crepitavano sopra i tetti);  si sono aggiunti altri, tre vecchi e due giovani in uniforme HJ (all’inizio non volevano collaborare alla «fuga», ovviamente). Abbiamo a occhio oltre cento quintali nel tender. Uno dei meccanici già attizza; se la portiamo sotto il bocchettone dell’acqua, va a finire che parte. Le donne e i bambini hanno recuperato da un carro-bestiame paglia vecchia, per cavalli, puzza, e piena di pulci garantito. Sto sdraiato tutto davanti in angolo, e accanto a me Anne Wolf. Comanda già nel vagone, e quindi ha prescritto anche questo. In città scoppia e trema.

(Arno Schmidt, Leviatano o Il migliore dei mondi. A cura di Dario Borso, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013,  p. 21)

Ho chiesto a Dario Borso di aggiornarmi circa la sua attività di traduttore  di Arno Schmidt. So che ha terminato la traduzione e la cura del romanzo Die Umsiedler e il desiderio di leggere anche questa sua traduzione non può che farsi più forte nel giorno del centenario della nascita di Arno Schmidt. Questa è la risposta che mi ha inviato (grazie, Dario!)

«Mentre negli Stati Uniti esce la prima traduzione mondiale di Zettel’s Traum (il romanzo più lungo al mondo, se si esclude la Recherche proustiana che uscì scaglionata in sette volumi), qui in Italia nessuno, né grande né medio né piccolo editore, vuole assumersi il rischio di pubblicare Die Umsiedler [I migranti], romanzo breve di una sessantina di pagine che è il gemello di Paesaggio lacustre con Pocahontas (da me curato tre anni fa per Zandonai). Ciò pur essendo la mia traduzione e cura degli Umsiedler finanziata dalla Arno Schmidt Stiftung di Bargfeld, e i diritti concessi praticamente gratis dalla casa editrice Fischer.
Dalla vergogna, mi sono messo in proprio per onorare decentemente il centenario della nascita: mercoledì 22 gennaio alla Biblioteca Centrale di Milano (la Sormani) si inaugurerà una mostra a cura mia e di Alberto Casiraghi titolata DA ARNO AL POLO E RITORNO (sottotitolo: viaggio di un libretto in cerca d’autore), mentre il mese prossimo uscirà in diffusione gratuita per i “Foglietti del Baghetta”, a cura mia e di Domenico Pinto, il pamphlet di Arno Schmidt Ateo ? – Altroché !. Amen.» (Dario Borso)

©Anna Maria Curci, 18 gennaio 2014

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Arno Schmidt (Hamburg 1914 – Bargfeld 1979) è il prosatore forse più rappresentativo e certo più ardito del secondo Novecento tedesco. Ammirato da Hesse come da Jünger, da Benn come da Grass, egli ha saputo via via crearsi in patria e all’estero uno stuolo di fedelissimi il cui zelo è pari all’ironia e allo spirito critico – non in Italia però, a conferma di una nota anomalia. Umiliato da sei anni di guerra e prigionia, povero in canna fin quasi alla morte, Schmidt fece dell’umiliazione una forza e della povertà una virtù: da ciò forse l’inconfondibilità del suo stile, che tende al risparmio pur nello sperpero dei mezzi espressivi. Del resto, com’ebbe a dire appena uscito il Leviatano, lui mette il dado, all’acqua penserà il lettore.  (dalla quarta di copertina)

Dario Borso insegna Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano. Impegnato da sempre a decifrare la modernità (tra Marx e Hegel, tra Benjamin e Diderot), è noto soprattutto per le sue traduzioni da Kierkegaard e Celan.

Barbara di Jacques Prévert, tra poesia e canzone: un’ipotesi di lettura

a Josyane F. per avermi dato il ‘La’, e a Danilo C. per il Do minore.

Les Amoureux aux Poireaux, 1950 – Robert Doisneau

Barbara

Nel 1946, in pieno dopoguerra, Jacques Prévert pubblica Paroles, la sua raccolta più famosa che contiene Barbara, un lungo testo in prima persona che scorcia il bombardamento della città bretone di Brest avvenuto nel 1944 filtrato nel ricordo di una ragazza, osservata nei suoi movimenti lungo le vie, nei suoi incontri fugaci, nella freschezza di alcuni gesti quotidiani che, in versi, diventano fotogrammi brevissimi che fissano per sempre un avvenimento doloroso ed epocale della storia francese. Nell’intento di ‘versificare l’evento’ partendo da un qualcosa che riguardi più intimamente l’uomo, calando la storia nella Storia, Prévert trasforma un’anonima vittima in un simbolo. La sua lingua è accessibile e immediata, mai ‘simple‘ bensì incisiva, perché dice tutto in pochissime voci: in primo luogo l’utilizzo di pochi aggettivi che fanno vedere l’azione ossia la giornata di pioggia in cui l’io s’imbatte con l’occhio in Barbara «Raggiante rapita grondante»; la pioggia è “sage et heureuse”, ossia «buona e felice» come la protagonista. Prévert sceglie dei lemmi facili (non semplicistici!) in linea con la sua dote di riuscire a comunicare sempre l’essenza delle parole, che acquisiscono nelle sue liriche una forza ancestrale (com’è anche quella negativa, in questo caso, della guerra). E dunque, in questo senso, anche qualcuna di esse va a pescare nel ‘familiare’: “connerie” «cazzata» o “créver”  ad  esempio, che assume il significato gergale intransitivo di ‘morire’; l’immagine risultante è quella delle nubi che – comunemente – prima dei temporali “incarnano” le sembianze dei cani, cani che poi si trasformano in cadaveri a filo d’acqua, vittime sacrificali della tempesta di bombe “de fer/ de feu d’acier de sang”.
La ripetizione conferisce un senso musicale accordando l’actio all’emozione, che è poi anche quella del coup de foudre dell’io nell’innamoramento istantaneo: si pensi all’*emotionem nel senso di *emovère ossia «portar fuori», perché in questa lirica è tutto un muovere verso l’esterno (anche il «dimenticare» è ‘portare fuori dalla mente’). Ogni verso dev’essere visibile e udibile, anche nell’incatenare le sillabe e i giochi-con-le-parole; ad esempio quello del “tu”, che il francese pretende sempre come pronome espresso se soggetto. Questo avviene anche con i sostantivi, con gli aggettivi, con i verbi. Si può dunque ipotizzare vi sia un rimando etimologico molto vivo: “rappeler” ossia «ricordare» contiene nella lingua madre la presenza della voce (e ancora della parola) e in quella di destinazione *cor-cordis e dunque l’antico credo secondo cui il cuore è sede della memoria (in fr. ‘apprendre par cœur’). Tuttavia pare essere il nome proprio Barbara a possedere un senso ambivalente: etimologicamente designato come «chi parla con suono rozzo», il termine barbaro si rende poi come «straniero e ostile». Si può ritenere ben oculata questa scelta nominale da parte di Prévert, perché da un lato − e banalmente − risulta assolutamente musicale, dall’altro si unisce alla scelta di un lessico gergale e da un altro ancora è aderente e pertinente al tema drammatico della guerra e della distruzione di Brest da parte dell’esercito tedesco (storicamente indicato come “barbaro”).

Les Amoureux de l’Opéra, 1950 – Robert Doisneau

Non per casualità ma perché il poetare di Prévert è molto legato al suo amore per il cinema − che è stato anche sua professione −, questa lirica potrebbe richiamare alla memoria quest’arte; leggendola viene alla mente Jeff Jeffreis (James Stewart) in Rear Window-La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: quell’osservare curioso e minuzioso con il binocolo e la macchina fotografica, è proprio del verso di Prévert che non seziona l’immagine (in senso surrealista) ma si lega moltissimo a una poetica che metta l’occhio al centro, con altri mezzi. Si pensi in questo senso di nuovo ai verbi del testo: ad esempio “oublier” ossia «dimenticare», dal latino pop. *oblitare, da ‘oblitus’ part. passato di ‘oblivisci’ che è anche «perdere di vista». Ed è ancora dunque un’altra tecnica a presentificarsi, quella della fotografia, soprattutto quella del contemporaneo Robert Doisneau [nelle foto qui utilizzate], con i suoi volti rubati da uno scatto – in analogico! -, con i suoi momenti privati resi pubblici e pertanto universali: un richiamo per nulla accidentale, dal momento che la condivisione storica delle arti trova qui dei punti di tangenza cruciali.

La poesia di Prévert è stata oggetto di saccheggio da parte della musica, un saccheggio sage che le ha reso giustizia, che ha fortificato la bellezza delle paroles; si pensi a Les feuilles mortes, divenuta un celeberrimo standard jazz grazie all’intervento di Joseph Kosma. Gli anni sono gli stessi. Johnny Mercer tradusse in inglese Prévert nel 1947, rendendo ancora oggi il brano Autumn Leaves intramontabile.
Prévert paroliere lo è già in partenza poiché scrive pensando anche alla musica del testo: la propensione alla rima e alla già citata ripetizione sono esempi di questa sensibilità. La Francia ha tuttavia una tradizione di cantautori degna di nota: si pensi a Léo Ferré, George Brassens e Jacques Brel, autori le cui parole trovano degna collocazione in un confine tra canzone e poesia. In questo seppur approssimativo e facile elenco si può inserire − interpretativamente parlando − anche Yves Montand, attore e cantante italiano naturalizzato francese durante in ventennio fascista. Fu uno dei grandi amori di Edith Piaf, e anche colui che diede voce  ad alcune liriche del poeta francese in Montand chante Prévert (1962). La sua interpretazione di Barbara è pregnante ed è basata per lo più su una melodia in 2/4, tempo che può richiamare la pioggia, il camminare (la marcia) ed è anche il tempo dello sguardo poiché binario, soprattutto nei versi “Un homme sous un porche s’abritait/ Et il a crié ton nom/ Barbara“, ove si suggerisce un ritmo del passo e un’attenzione verso un ‘changement’ acustico e di significato; l’opposizione del crepitìo della pioggia/tempesta di bombe e la contrapposizione tra amore/violenza bellica giocano sia su un a-tempo sia sul rubato. Già la lirica di per sé contiene una scelta fonetica interessante e significante, che ribatte sulla fricativa S (o sul suono) e sulla dentale T (‘toi’, ‘cette’, poiché in finale di parola non si legge); nella canzone ciò è rispettato − e si ascolti bene Montand mentre canta “maintenant“, come scompone le sillabe, insolitamente −. La musica di Kosma accompagna la sillabazione, spostandosi agilmente da una tonalità minore ad una maggiore, laddove anche la tonalità diventa significante. Tuttavia moltissimo spazio è lasciato al ‘rubato’, al ‘senza’-tempo in cui il respiro si fa più ampio: si pensi all’incedere nella seconda metà del testo, in cui vi è un velocissimo ed incessante cambio-sequenza visivo-uditivo. Il rubato di Montand è prevalente e significante così come lo è il pianoforte della versione originale, ed intensifica il legame con il visivo conducendo verso ‘quella’ meta e, contemporaneamente, allontanando l’orecchio  da essa, producendo un lieve cortocircuito di tempi ‘altri’: una perfetta prosecuzione dell’intenzione prévertiana.

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