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“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

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Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

Cristiano Poletti: Porta a ognuno

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Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce

dentro e fuori di noi: la nascita

lo svela e la morte non lo cancella

A. PORTA

 

Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano PolettiPorta a ognuno (L’arcolaio, 2012; prefazione di Sebastiano Aglieco) nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, / perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia/ annuncia il freddo.), ma che va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura, lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, /raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita; solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.

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Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

LE VIE PROFONDE DELL’IO (LETTERA-LETTURA PER “PORTA A OGNUNO”)

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Gentile Cristiano,
ho letto con curiosità sincera e sincera partecipazione il tuo libro Porta a ognuno, pubblicato dall’Arcolaio nel 2012. Molti sostengono a questo proposito che il lirismo sia morto, che siamo oggi in una fase nuova della poesia: quella della “post-lirica”, dell’io decentrato, delocalizzato. Ai margini quindi del genere letterario in questione, almeno in senso tradizionale; un genere pertanto sempre più aperto ad altre forme: il racconto, il poemetto, il monologo di taglio teatrale, persino il romanzo. Un nome per tutti: il romagnolo Raffaello Baldini. Da tempo non credo in maniera così netta e totalizzante a questa definizione: il lirismo non è morto, si è semplicemente trasformato, diventando duttile, contaminato e aperto, senza dubbio; però vive ancora, resiste e la tua raccolta poetica ne è una prova, anzi un esempio emblematico, autentico, vibrante. Consistente e significativo, aggiungerei. In effetti qui l’io poetante concepisce la verità come qualcosa di assolutamente soggettivo, interiore ed intimo, come del resto sottolinea la nota affermazione sull’interiorità come luogo della verità da parte di Agostino, affermazione citata non a caso dal tuo stesso libro (p. 45). E il filtro dell’io coscienziale e lirico appunto in tutti i versi tuoi è fondamentale, un vero nucleo e insieme una forma, un approccio espressivo attraverso cui cercare e far emergere il nudo, semplice vero, senza menzogne o pose o ipocrisie: “La verità, niente interpretazioni/allora e ora” (p.  51). Così, il filtro lirico-soggettivo è talmente forte e strutturante che oggetti, cose, fasi del giorno e della vita, persone, luoghi e situazioni passano tutti attraverso questa dogana, questa tua poesia intima che chiede letteralmente (mi collego alle numerose frasi interrogative) un biglietto, quello della “verità” coscienziale, dell’autenticità profonda, dell’esame scavante che buca, brucia stereotipi e facili conclusioni. Quindi  vediamo un viaggio interiore, esistenziale, memoriale, con l’elaborazione del lutto, con i frammenti del passato che riaffiorano, con l’indagine sul tempo quotidiano, con la perlustrazione del vuoto esistenziale e  antropologico che assedia l’umanità “liquida”  (Bauman) e contemporanea.  (altro…)

“Dià lógoi”. Recensione di Mario Bazzi

Dià logoiIl dialogo al di là e al di fuori dei codici linguistici. Il piacere del dià lógos. La conferma che quello che ognuno di noi pensa e scrive, in qualche modo, viene pensato ed espresso da altri, con altre parole. Questa la missione di Dià lógoi (Edizioni CFR di Gianmario Lucini, Sondrio, pp. 69, 10 €), un volume che raccoglie le poesie di 22 autori siciliani che si sono ispirati ai disegni del giovanissimo artista bagherese Giuseppe Alletto.
Questa speciale “orditura di segni e parole”, che si avvale anche della prefazione di Tommaso Romano e delle note esplicative di Giuseppe Alletto e di Gianmario Lucini, presenta poeti quali Biagio Accardo, Sebastiano Aglieco, Franca Alaimo, Maria Patrizia Allotta, Saragei Antonini, Anna Maria Bonfiglio, Rossella Cerniglia, Gianpaolo De Pietro, Giovanni Dino, Elio Giunta, Emanuele Insinna, Maria Antonietta La Barbera, Giuseppe La Delfa, Piero Longo, Gianmario Lucini, Francesca Luzzio, Ester Monachino, Daniela Musumeci, Nicola Romano, Tommaso Romano, Marco Scalabrino, Lina Maria Ugolini.
Gli autori, veri e propri protagonisti della letteratura contemporanea siciliana, si confrontano tra di loro in una sorta di grande gara poetica dalla quale emergono le più diverse e le più (apparentemente) inconciliabili interpretazioni dell’arte e della vita, offrendo agli autori stessi, e soprattutto ai lettori, la possibilità di intrecciare un vero e proprio “dialogo” alla pari, non solo tra pittura e letteratura, ma anche tra le diverse poetiche e i diversi stili letterari, per giungere infine alla lettura poetica dell’opera pittorica di Giuseppe Alletto, definito nella prefazione da Tommaso Romano come “un artista geniale, tanto giovane quanto straordinario come pochi se ne sono visti negli ultimi anni, autore di centellinate opere totali, dove grafite e tecniche miste compiono il miracolo dell’oltrità e della visibile perfezione”.
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Sei inediti di Sebastiano Aglieco

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VERSO IL MONTE

Le stagioni hanno i loro segni, i lenti
aquiloni della terra.
Saliremo verso il monte: i pioppi, le
querce, due linee incomplete che
tracciano una mano.
Ci saranno i decori, dopo
le stanze, i giochi appesi alle
pareti per il nostro perdono.

Ero lì, appena ieri, o forse non sono
mai stato lì.
Dipende tutto da una madre
da come ci partorisce.

 

GIARDINO CON NOCE

Una foglia si stacca ed è già un giudizio
eri a casa, e ora un dio ti ferma qui
tra le righe delle lenzuola.
Condannato dietro il muro
a sentire il mondo nei suoi passaggi
e invece vorrei finire questa
sentenza, rinforzare l’orlo
cospargere il pavimento con lo zolfo.

Da qui
dalla stessa umiliazione
il silenzio respira come un piccolo
figlio, una cosa precisa tra l’uno e
l’altro, tra me e te.

Le foglie si sono fermate.
Ascolta:
il vento è passione e passaggio
forse tornerai dal vento, un giorno, sotto
lo stesso noce.

 

GIARDINO INCOLTO

Per misura perdo, per
troppo retrocedere dello sguardo.
Guarda, i pioppi sono stanchi
fermàti dietro ai miei capelli
– se questo è restare allora
resto qui, immobile
nel passaggio delle nuvole.

Righe controllate, contate.
Il quaderno è finito.

 

COMPITO

Invento formule, lascio girare
le parole – non sto barando.
Ascolto col tatto
col semplice fiato dei bambini.

Ma ecco, guarda
io non parlo più di te
è di me che parlo
dell’ora per tutti, che ci redime.

 

ERI DUE

Senti i piccoli passi?
Ora maturano i suoni
i visi sfatti della resa
e io, tra le coperte a ferro e fuoco
invocavo questa sentenza:
giustizia per gli umiliati.

Dietro un muro
compatto si fermano le lacrime –
se tu vedessi appena un poco, ottuso!
Eri due, ricomposto in un
margine come un’immagine del ricordo.

Devi imparare velocemente
la tua parsimonia ti fa nemico.

 

OLTRE

E già non scrivo più
passaggio del treno tra le nebbie, già oltre
nella distanza della restituzione.

Questo accade alla bellezza:
averla oltre, dopo l’ultima parola di un padre.

Ecco, vedi?
La notte è finita.

 

Sebastiano Aglieco poeta e critico, è nato a Sortino (SR), il 29 gennaio 1961. Vive a Monza e insegna a Milano nella scuola elementare. Si occupa di teatro e scrittura per la crescita delle persone.
Ha pubblicato diversi libri di poesia: Giornata, La Vita Felice 2003; Dolore della casa, Il Ponte del Sale 2006; Nella storia, Aìsara 2009, Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013. Inoltre Radici delle isole, La Vita Felice 2009, che raccoglie tutto il lavoro critico svolto in rete e in diverse riviste. È redattore di “Gradiva”, “Il segnale” e dell’annuario di poesia “Puntoacapo”. Il suo blog è Compitu re vivi: (miolive.wordpress.com).

LA POESIA NELLA RETE. Due appuntamenti a Vimercate e Verona.

Il 17 aprile a VIMERCATE.

Incontro curato da Sebastiano Aglieco e Francesco Marotta.

Qui il programma completo

http://miolive.wordpress.com/in-evidenza-la-poesia-in-rete-sabato-17-aprile/

IL 24 aprile a VERONA.

Incontro curato da Alessandro Assiri e Claudio Di Scalzo.

Qui

http://www.pickwicki.com/pages/_Events.aspx?BID=5SZDFwzuu5AV6%2bfo3FoAtw%3d%3d&BDATE=24042010

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