Seamus Heaney

Ben Mazer, Poesie di febbraio (trad. di Angela D’Ambra)

 

Ben Mazer
Poesie di febbraio
February Poems[*]

 

1.

Il sole brucia bellezza, senza posa prilla il mondo,
benché ora a letto tu dorma, un altro giorno
alacre te ne vai sul marciapiede, nel tuo paltò cammello,
in un’altra città, con la mano saluti da un battello,
o studi in una biblioteca d’archivio,
come Beethoven, e pensiero è prodigio.
Non struggerti, come i fiori, il tempo e l’atmosfera
o il lombricaio, le piantine inumate in primavera,
al mattino, col caffè, non supporre non m’importi,
ch’io trascuri quell’eterica vita che in vita tu porti.
Oh, averti ora vorrei, in tutta la tua gloria,
del pluri-popolato transatlantico la storia
di ciò che noi fummo, tempo verrà d’obliare
essere così ricchi e transitori, e pure non bramare.

1.

The sun burns beauty, spins the world away,
though now you sleep in bed, another day
brisk on the sidewalk, in your camel coat,
in another city, wave goodbye from a boat,
or study in an archival library,
like Beethoven, and thought is prodigy.
Do not consume, like the flowers, time and air
or worm-soil, plantings buried in the spring,
presume over morning coffee I don’t care,
neglect the ethereal life to life you bring.
O I would have you now, in all your glory,
the million-citied, Atlantic liner story
of what we were, would time come to forget
being so rich and passing, and yet not covet.

 

2.

Mensola infinita, d’oriuolo sguarnita,
la parete uniforme s’interrompe, e con figure scorre,
in solitudine perfette, il tempo s’è fermato,[1]
e il vento va correndo tra le chiome degli alberi:
questa è perfezione, in pura isolazione,[2]
oblio mai tanto pieno d’ogni senso,
ché sono amato, e la finestra deve fermare
la neve che soffia a raffiche dal polo.
Vasto viavai di fiocchi e fiocchi senza speme di terra,
colma il cielo col brulichio[3] di balenii e brillii
sul lustrore del vento, pel mio albero diletto,
e nel tenebrore io so cosa tu sei per me:
oltre le griglie di luci d’appartamenti impilate,
nella parola che è nulla, e nel mondo che è nottate.

2.

Infinite mantel, bereft of a clock,
the flat wall stops, and runs with figures,
perfect in solitude, time has stopped,
and the wind goes running through the hair of the trees:
this is perfection, in pure isolation,
oblivion never so rich with all meaning,
because I am loved, and the window must stop
the snow that comes blowing down from the pole.
Vast earth-forlorn traffic of flake after flake
fills the sky with the bristle of glimmer and glint
on the sheen of the wind, through my favorite tree,
and in blackness I know what you mean to me:
beyond the stacked grids of apartment lights,
in the word that is nothing, and the world that is nights.

(altro…)

I poeti della domenica #259: Seamus Heaney, La penisola

 

LA PENISOLA

Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo

Ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo.

E guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.

(altro…)

Alba Gnazi, Verdemare

Se Dafne incontra Ondina sulla riva
si sporge l’una, l’altra emerge cauta.
Non più umane per scelta o non ancora?
Gli arti intrecciati ascoltano la cincia.

(A.M. Curci)

 

Alba Gnazi, Verdemare. Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018

Un incontro tra Dafne e Ondina, tra l’umana che si fa albero e corteccia e la creatura dell’acqua che osserva e sprofonda e poi riemerge. Questo è ciò che ho pensato, sin dalla prima lettura di Verdemare, la seconda raccolta di Alba Gnazi, recentemente pubblicata dalle edizioni La Vita Felice.
Verdemare si colloca perfettamente all’incrocio tra l’omaggio agli affetti più profondi, il «carteggio postumo», la memoria, la commozione (la dedica A Nonna Anna costituisce a mio parere una chiave di accesso ai testi raccolti) e la luce della bellezza. La bellezza è di casa, qui, ma occorre saperla riconoscere, così come accade in miti e fiabe quando la persona amata, per scelta o per condanna, mette alla prova l’amore assumendo tratti aspri, sembianze acri, mimetizzando la maestosità, dissimulando la dolcezza. La bellezza è qui, anche quando questa è «bigia», quando ha la luce cruda e crudele della partenza pressante, dell’inverno inclemente, quello stesso al quale Ingeborg Bachmann conferì valenza universale nei versi de Il tempo prorogato («ché le interiora dei pesci si sono raffreddate al vento./ Arde misera la luce dei lupini/ il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia»).
È la prima delle nove sezioni che compongono la raccolta, Invernata toscana, a introdurre chi legge a questa peculiare bellezza, che non si potrebbe concepire separata da un paesaggio particolare, quello regionale indicato nel titolo, paesaggio che allo stesso tempo diventa allegorico, esattamente come avviene in Exposure (“Allo scoperto”) di Seamus Heaney, il quale è peraltro, insieme a Eliot, Montale, Amelia Rosselli, destinatario di uno dei Quattro omaggi dell’omonima sezione. Allora è la gora, luogo e termine ricorrente in questa prima parte, la gora di dantesca, così come di luziana memoria, a farsi lume al procedere: «Alibi di fine inverno/ presidiano gore e/ boschivi intermezzi» (Winter Line).
Leggo Biancazita, la poesia che conclude Tornare all’acqua, la terza sezione, come il centro di una raccolta che non perde mai il ritmo, anche quando lo cambia, anche quando passa dall’affresco-metafora dell’inverno permanente della prima sezione alle forme stringate della seconda, che porta il nome del sottotitolo del volume, Cronologia inversa di un andare, all’epica amorosa dei Quattro omaggi, la quarta sezione, alla memoria intrecciata di nonna e nipote nell’ottava, sezione che porta lo stesso titolo della raccolta, Verdemare. La consuetudine con il dialetto pugliese della mia “nonna Anna” mi fa leggere Biancazita come “Biancasposa”, alla quale brinda la «Musa in carne e fole», quella «Vite rubra, fulva/ di operosi compromessi» che ne apre la seconda strofa. Bianca come l’alba (e Alba è il nome dell’autrice) che si schiude nell’incipit, Biancazita pare davvero alludere a una manifestazione antropomorfa del rinnovarsi quotidiano delle promesse della natura: «Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri/ a valico tra i profili dei monti; sul paese/ con le mani ai fianchi;/ rassetta a oriente i malintesi/ stretti con l’eterno,/ coprendoli di nebbie.».
Alla promessa di luce di Biancazita risponde la complessità di Luce migra, altra poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale: «Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,/ la sciarada di luminarie che riluce/ dove passa il tuo silenzio;/ intendi il riflesso che vibra/ in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,/ la lanterna;/ luce migra e tu sii migrazione,/ sii mappa, sii sudor di lucerna». Sarà allora l’accoglimento della complessità in un rinnovarsi di concepimento e gestazione a dare sostanza plurisensoriale e, insieme, spirituale alla poesia.

© Anna Maria Curci

Winter line

Alibi di fine inverno
presidiano gore e
boschivi intermezzi.

Inconsumabile la verità
di ogni piccolo fiore
lasciato a sovrintender
la libertà della pietraia.

Il calanco tra i rivi riscuote
il canto sommesso del porcospino
innamorato degli anemoni di aprile. (altro…)

Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti. Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca edizioni 2017

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca.
I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge.
Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi?
Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per salti, Per tumulti, Per spazi inaccessibili.
Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn).
Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). (altro…)

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

Franco Buffoni, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli)

Franco Buffoni: Avrei fatto la fine di Turing.             Avrei fatto la fine d Turing

.         Avrei fatto la fine di Alan Turing
.         O quella di Giovanni Sanfratello
.         In mano ai medici cattolici
.         Coi loro coma insulinici
.         E qualche elettroshock.
.         Perché era un piccolo borghese
.         Il mio padre amoroso
.         Non si sarebbe sporcato le mani.
.         Controllando l’impeto iniziale
.         Vòlto allo strangolamento
.         Del figlio degenerato
.         Ai funzionari appositi
.         Avrebbe delegato
.         La difesa del suo onore.

.

In meno di due anni − gli ultimi due − Franco Buffoni ha dato alla luce tre libri di poesie: Jucci (Mondadori, 2014), O Germania (Interlinea, 2015) e il nuovo Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli Poesia, 2015). Come fosse mosso da una irrefrenabile vena, Franco Buffoni con un’ipotetica trilogia, o se vogliamo un polittico, ha sondato e scandagliato ogni anfratto dell’animo umano alla luce (incerta) di questo scorcio di secolo che ci ha immessi nel vero nuovo millennio, giungendo forse pure a farsi suo malgrado profetico in O Germania, libro che tratteggia ogni viva contraddizione di una dimensione social-economica fattasi poi cronaca di recente.
Una coscienza a nudo è ciò che emerge con fermezza dalle poesie inserite nella nuova raccolta; una coscienza che non solo interroga la storia (oserei dire che continua ad agire in Buffoni la lezione di Seamus Heaney), ma punta pure il dito, indica i colpevoli e i loro molti − troppi − voltafaccia.
Ed ecco allora che Alan Turing e Giovanni Sanfratello si fanno immediatamente simboli di ogni violenza contro chi non è riconosciuto per ciò che è, per il suo essere naturalmente ciò che è, per il suo pensare liberamente. E se la storia di Alan Turing ormai è nota, con un bel ritardo pari al ritardo delle scuse ufficiali, meno nota è la vicenda individuale di Sanfratello. Ed è così che ancora una volta spetta alla poesia il compito di portarci a riflettere sui limiti più che evidenti, palesi, di una società che negli ultimi anni sta smantellando ogni conquista passata in fatto di diritti civili. La castrazione chimica subita da Turing e il suo suicidio sono il simbolo della negazione della fisicità, dell’eros, della passione, della sessualità. Il rapimento di Sanfratello da parte dei famigliari e la sua riduzione, dopo ricoveri forzati, elettroshock, coma insulinici, allo stato vegetativo, sono il simbolo della negazione alla vita pur di non accettare l’esistenza di qualcosa che è altro da sé, e che per comodità chiamiamo diversità.
Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con la poesia: c’entra, certo, perché centra il nervo scoperto dell’ipocrisia, lo pone sotto i riflettori e lo porta a nostra conoscenza. E allora è chiaro il perché di quest’urgenza di dire, di pubblicare da parte di Buffoni: perché se non si parla, se non si sollevano le questioni che i soliti noti vogliono far tacere, tutto alla fine davvero sarà ridotto a un silenzio di tenebra.
(altro…)

Poesie per l’estate #25: Seamus Heaney, Digging

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

heaney2

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

(Seamus Heaney, Death of a Naturalist, 1966)

Scavando

Tra l’indice e il pollice riposa
La mia penna tozza e comoda come una pistola.

Sotto la finestra il suono netto e stridulo
Della vanga che affonda nella terra ghiaiosa:
Mio padre, che scava. E guardo giù

Finché la schiena gli si abbassa fra le aiuole
E torna su come vent’anni di prima
Piegandosi a tempo tra le piante di patate
Dove stava scavando.

Con lo stivale rozzo annidato sul vangile
Spostava l’asta fermamente contro
La parte interna del ginocchio. Sradicava le piante
Affondando la lama lucida e noi raccoglievamo
Le nuove patate, ci piaceva
Sentirle fredde e dure fra le mani.

Per Dio, il vecchio sapeva maneggiare la vanga.
Proprio come il suo vecchio.

Tagliava più torba mio nonno in un giorno
Di ogni altro uomo nella torbiera di Toner.
Una volta scesi a portargli il latte
In una bottiglia col tappo di carta. Si alzò
Lo bevve, e si rimise subito al lavoro
Incidendo e tagliando nettamente, sollevando
Zolle sulla spalla, e scendendo sempre più giù
Per trovare quella buona. Scavando.

E mi torna in mente l’odore freddo della terra
Delle patate, lo scalpiccio sulla torba fradicia,
I colpi risoluti della vanga tra le radici vive.
Ma io non ho la vanga per seguire uomini così.

Tra l’indice e il pollice
Ho la penna.
Scaverò con quella.

(Traduzione di Franco Buffoni, Scavando, 1991)

Intervista a Paolo Febbraro

 

foto di Dino Ignani

foto di Dino Ignani

1) Paolo, comincerei chiedendoti del tuo libro uscito da pochissimi giorni, Leggere Seamus Heaney (Fazi, 2015), in cui ripercorri la vita e le opere del grande poeta – premio Nobel nel 1995 – recentemente scomparso. Sarei curiosa della genesi di questo libro, del metodo che puoi esserti dato sin dall’inizio per trattare un materiale così vasto ed estrapolare chiavi di lettura considerata anche quella che può essere, a volte, un’arma a doppio taglio: l’amicizia con l’autore.

Ho conosciuto personalmente Seamus Heaney nel luglio del 2009, nella città toscana di Cetona, sede di un premio prestigioso, la cui giuria aveva scelto lui come personalità internazionale e me fra i cinque finalisti italiani. Prima di allora, Heaney era per me solo uno degli ottimi poeti del panorama mondiale: avevo letto delle sue poesie, non moltissime, grazie alle traduzioni di Franco Buffoni. Ma aver conosciuto lui e sua moglie Marie mi ha introdotto davvero alla sua figura umana e artistica. Una volta pubblicato il mio saggio più impegnativo, L’idiota. Una storia letteraria, nel 2011, mi venne in mente di tentare una lettura complessiva della sua opera, che intanto prendevo a conoscere sempre meglio. Capii presto che avrei scelto come chiave di apertura l’essere Heaney un poeta dell’attraversamento, della cucitura, della difficile conciliazione fra gli opposti: una pietra di guado, o stepping stone, come ha riconosciuto lui stesso. Da questa idea centrale si dipartirono poi altre scoperte, come il rapporto fra Heaney e l’antica poesia anglosassone e irlandese, o con Virgilio o con il nostro Pascoli. Più volte parlammo di questa mia impresa. Purtroppo, la mattina del 30 agosto 2013, quando grazie ad amici irlandesi seppi della sua scomparsa, mi resi conto che avrei dovuto terminare il mio saggio senza il conforto del suo genio affettuoso. Le mie parole persero l’eco che la sua lettura avrebbe rimandato.
HeaneyC’è poi dell’altro: riflettendo su questo mio libro, mi sono accorto che l’ho scritto anche per mettere a disposizione di autori e lettori italiani un contravveleno, una controproposta. L’Italia è afflitta da una – idealistica, hegeliana – dichiarazione di morte nei confronti della poesia, con tanto di sanzione accademica. Questo ha portato al discredito di tutti gli autori, anche di quelli onesti e valorosi, con tanti medio-poeti o verseggiatori che ne hanno approfittato per rifugiarsi nel piccolo narcisismo di un poetare quotidiano, crepuscolare, cronachistico, dimesso; o viceversa, per tendere muscoli che non hanno, alzando i toni. Proporre criticamente la poesia di Heaney, e la sua splendida saggistica, significa per me mostrare di quale entità sono i problemi che la poesia può superare e metabolizzare, e quale sia la sua “normale” grandezza, l’ampiezza delle sue soluzioni formali, la profondità del suo “pescaggio” nelle tradizioni. Credo insomma che il mio sia anche un libro militante, da mettere a disposizione della nostra cultura.

(altro…)

Dal canto loro

cetra_6

Evocare, “chiamare fuori”, questo viene a dirci l’etimologia.
Chiamare, ecco, o richiamare, qualcosa fuori di noi, che sia originario.
Pensandoci, sembra di poter dire che all’origine si volga, sempre, il canto; alla fonte, una fonte perduta. Si canta ciò che, irrimediabilmente passato, si vorrebbe recuperare, condurre nuovamente a sé, ritrovare.
Cantare, dunque, è come costruire ponti, tra l’uomo aggrovigliato nel vortice del sé attuale e ciò che di sé più profondamente è stato (è sempre stato, originario appunto), e che probabilmente è ancora lì, gli si manifesta vicino, nella semplicità della vita, ma non è più in grado di riconoscere. Riavvicinare, questo è, ed è un compito essenzialmente sacro.
Per Zanzotto «la poesia vuol essere un po’ di tutto: musica, pittura, logos, corpo: insomma ha infinite pretese».[1] Ma fra tutte queste possibili dimensioni, queste ammissibili pretese, come può soprattutto non stupire, ancora e ogni volta, il miracolo originario e distintivo della voce?
La voce e la sua intonazione, il canto, figlio del respiro, è ciò che il poeta cerca più di ogni altra cosa, in effetti. Il respiro del verso, il (suo) canto. Respiro, che è anzitutto alito, anima, spirito. Lo cerca (e può – forse – trovarlo) a partire dal silenzio. Esclusivamente dal silenzio, infatti, potrà sprigionarsi la potenza del ritmo, per vocazione, azione del respiro.
Si tratta di qualcosa “per legame musaico armonizzata”, secondo Dante.[2] Cantare: riformare parole nel quadro di un’armonia, trovarne la giusta misura, spostarle in un campo di dolore, quindi attraversarlo e infine superarlo.

Prendiamo come fosse un invito questo frammento di Brodskij, tratto da Farfalla, VIII:

(…)

a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

                                    (trad. G. Buttafava)

Aggiungiamo al precedente quest’altro frammento. Sembra suonare anch’esso come un invito.
Tratto da Song, di Seamus Heaney:

(…)

Lì sono i fiori di palude del dialetto
E i fiori immortali della perfezione
E quel momento quando l’uccello canta
Quasi la musica di ciò che accade.

                                   (trad. F. Buffoni)

“Lì”, in quel punto, il poeta indica da una parte i fiori delle radici, quali emblemi della povertà da cui veniamo e che siamo; dall’altra, ma sempre nel medesimo punto, i fiori della perfezione, segno di un traguardo di fatto impossibile.
Questa è la canzone, questo il canto; anzi, musica che canta il luogo e il momento, come a prolungarlo. E quel “quasi” fa avvertire la soglia delicatissima in cui tutto pare raccogliersi e, improvvisamente, trovare spiegazione.

Un ultimo appiglio, allora, merita di essere individuato.
Per cantare, con orecchio all’origine, e durare oltre l’attimo.
Ancora Brodskij, da A Song:

(…)

I wish you were here, dear,
I wish you were here.
I wish I knew no astronomy
when stars appear,
when the moon skims the water
that sighs and shifts in its slumber.
I wish it were still a quarter
to dial your number.

I wish you were here, dear,
in this hemisphere,
as I sit on the porch
sipping a beer.
It’s evening, the sun is setting;
boys shout and gulls are crying.
What’s the point of forgetting
If it’s followed by dying?

Cristiano Poletti

[1] Conversazione sottovoce sul tradurre e l’essere tradotti in La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, 2004.

[2] Nel Convivio, ripreso in Per uno studio sul verso di Dante, di L. Pirandello. Mirabile, Pirandello, specialmente in questo passaggio: «Ai movimenti dell’animo rispondono certi movimenti del corpo: il suono della voce si altera, la respirazione diventa affannosa e le parole ora s’arrestano d’un tratto; ora precipitano. E di qui la misura del verso che ritma il sentimento e le modulazioni che rompono la continuità monotona del linguaggio comune».

Seamus Heaney, The Rain Stick

seamus_heaney

11 dicembre 2008. Arezzo, Facoltà di Lettere e Filosofia, seduta di laurea in Mediazione Linguistica. Sono in commissione e assisto alla discussione di una tesi di laurea sulla traduzione delle poesie di Seamus Heaney. La studentessa è emozionatissima, il relatore introduce il lavoro spiegandone con partecipazione difficoltà e insidie. Vengono lette alcune poesie, nella traduzione della studentessa. Dall’inizio della discussione, è uno strumento ad attirare l’attenzione di tutti. È The Rain Stick, che dà il titolo a una poesia di Seamus Heaney che per me, da quel momento e insieme a Exposure, serba la musica e diffonde l’universo di Heaney. La riporto qui nell’originale e nella traduzione di Erminia Passannanti:

The Rain Stick

Upend the rain stick and what happens next
Is a music that you never would have known
To listen for. In a cactus stalk

Downpour, sluice-rush, spillage and backwash
Come flowing through. You stand there like a pipe
Being played by water, you shake it again lightly

And diminuendo runs through all its scales
Like a gutter stopping trickling. And now here comes
A sprinkle of drops out of the freshened leaves,

Then subtle little wets off grass and daisies;
Then glitter-drizzle, almost-breaths of air.
Upend the stick again. What happens next

Is undiminished for having happened once,
Twice, ten, a thousand times before.
Who cares if all the music that transpires

Is the fall of grit or dry seeds through a cactus?
You are like a rich man entering heaven
Through the ear of a raindrop. Listen now again.

Il Fusto di pioggia

Capovolgi il fusto e quello che succede
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo leggermente

ed ecco un diminuendo che corre per le sue scale
come una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

(da qui )

Sempre di Erminia Passannanti, ho letto in volume un’altra traduzione di questa poesia:

Il Bastone di pioggia

Capovolgi il bastone e quello che accade
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
E tu che ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua,  lo scuoti di nuovo leggermente

e un diminuendo che corre per le sue scale
come una gocciolante grondaia. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e di margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che accade

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

Seamus Heaney (13 aprile 1939 – 30 agosto 2013)

da: The Spirit Level ( La livella a bolla d’aria). Per la traduzione e cura di Erminia Passannanti, Mask Press, Oxford, prima edizione 2007, seconda edizione 2012, p. 26.

“Allo scoperto” di Seamus Heaney


Allo scoperto

È dicembre a Wicklow
Alni grondanti, betulle
Eredi dell’ultima luce
Il frassino freddo a guardarsi

Una cometa che si era persa
Dovrebbe essere visibile al tramonto
Quei milioni di tonnellate di luce
Come un barlume di biancospini e falsi frutti di rosa

E talvolta vedo una stella cadente.
Potessi diventare meteorite!
Invece cammino tra foglie madide,
Scarti, terni al lotto ormai spesi dell’autunno.

Immaginando un eroe
Su un composto melmoso
Il suo talento come una pietra da fionda
Frullata per i disperati.

Come ho potuto finire così?
Penso spesso alla bella
Poliedrica consulenza degli amici
E alle meningi d’incudine di alcuni che mi odiano

Mentre siedo e soppeso, soppeso
Le mie elegie cariche di responsabilità.
Per che cosa? Per l’orecchio? Per la gente?
Per quelli che son detti dispersi?

La pioggia vien giù tra gli ontani,
Le sue voci, deboli conduttori,
Borbottano di allentamenti ed erosioni
Eppure ogni goccia evoca

Gli assoluti di diamante,
Non sono né internato né informatore
Un emigrato interno, cresciuto con i capelli lunghi
E pensoso, un fante di guerriglia irlandese

Scampato al massacro,
Che assume il mimetico incarnato
Da tronco e scorza d’albero, che sente
Ogni vento che soffia

Che, soffiando su queste scintille
Per ravvivarne lo scarno calore, ha perso
L’irripetibile portento,
La rosa pulsante della cometa

Seamus Heaney

(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

Exposure

It is December in Wicklow:
Alders dripping, birches
Inheriting the last light,
The ash tree cold to look at.

A comet that was lost
Should be visible at sunset,
Those million tons of light
Like a glimmer of haws and rose-hips,

And I sometimes see a falling star.
If I could come on meteorite!
Instead I walk through damp leaves,
Husks, the spent flukes of autumn,

Imagining a hero
On some muddy compound,
His gift like a slingstone
Whirled for the desperate.

How did I end up like this?
I often think of my friends’
Beautiful prismatic counselling
And the anvil brains of some who hate me

As I sit weighing and weighing
My responsible tristia.
For what? For the ear? For the people?
For what is said behind-backs?

Rain comes down through the alders,
Its low conductive voices
Mutter about let-downs and erosions
And yet each drop recalls

The diamond absolutes.
I am neither internee nor informer;
An inner émigré, grown long-haired
And thoughtful; a wood-kerne

Escaped from the massacre,
Taking protective colouring
From bole and bark, feeling
Every wind that blows;

Who, blowing up these sparks
For their meagre heat, have missed
The once-in-a-lifetime portent,
The comet’s pulsing rose.

Seamus Heaney

da: Seamus Heaney, North, Faber & Faber 1975