scuola

Gli undici addii #3: “Ricevimento”, di Gianluca Wayne Palazzo

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La mandria aveva pascolato mansueta fuori dalla porta dell’aula finché aveva creduto che il tempo sarebbe stato sufficiente per dare ascolto a tutti – e questo è uno dei piccoli segreti che i genitori ignorano della scuola: il tempo di un ricevimento non basterà mai davvero per tutti, perché l’unico tempo sufficiente sarebbe un tempo infinito, come infinite erano le storie, le vite, le spiegazioni, infinite la varianti dei loro figli e infinita l’inutilità delle parole.
L’unica cosa finita era il caffè nel mio bicchiere di plastica marrone, anche se facevo ancora il gesto di portarlo alle labbra, in una specie di rituale segno della croce.
Mi girava la testa, avevo sete e strani puntini blu lampeggiavano alla periferia degli occhi se roteavo le pupille. E i brulichii nervosi degli ultimi dieci o quindici uomini e donne che aspettavano il loro turno per parlare col coordinatore della terza G – io – si erano trasformati in muggiti di rabbia al passaggio del bidello.
«Tra venti minuti dobbiamo chiudere, cortesemente.»
Avevo tenuto il papà timido troppo a lungo? Non dovevo permettere alla mamma in carriera di rispondere continuamente al telefono quando era toccato a lei? Ci avevo messo troppo, davvero troppo a ritrovare il compito da mostrare alla sorella maggiore del mio alunno dislessico per dimostrarle, una volta di più, che era dislessico?
Con un sorriso che mi aveva regalato belle soddisfazioni in passato, troncai bruscamente l’aneddoto di una signora col cappello sulla magia della lettura dopocena al posto della televisione, e feci entrare un’altra coppia di genitori. Dovevano averne passati tanti di pomeriggi del genere, perché mi chiesero solo se era tutto ok con Alessia Lo Monaco e si accontentarono di un “Certo che sì” senza nemmeno sedersi. (altro…)

Gli undici addii #2: “Ricreazione”, di Gianluca Wayne Palazzo

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Eleonora finì di tracciare l’ultima sottolineatura con l’evidenziatore giallo, poi tolse il righello che aveva usato da base e osservò soddisfatta l’impatto grafico della linea, perfettamente sovrapposta a quella rosa subito sotto. Un boato grossolano attraversò la porta dell’aula insieme ai soliti quattro imbecilli che correvano dietro a una palla di stagnola e mulinavano calci sul pavimento lercio di briciole di pizza e appiccicoso dei succhi rovesciati. Era solo metà ricreazione e la professoressa Bergamotta aveva già perso il controllo della classe.
Forse aveva ragione suo padre. Forse avrebbe dovuto cambiare sezione l’anno precedente, meglio ancora in prima media. La terza G era l’evoluzione esponenziale degli scricchiolii che si registravano fin dal primo anno, e della mancanza di coraggio del consiglio di classe di bocciare chi bisognava bocciare.
Eleonora osservò con disappunto la sbavatura dell’evidenziatore sul bordo del righello. Detestava dover scegliere fra una riga dritta e un righello sporco. Per quanto stesse attenta c’erano le tracce del giallo, del rosa e dell’azzurro. A proposito, l’evidenziatore azzurro era quasi scarico. Doveva ricordarsi di passare in cartoleria.
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Gli undici addii #1: “L’ora di buco”, di Gianluca Wayne Palazzo

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Se ne stava là, immobile e stilizzata come una felce in un quadro di Rousseau, la testolina china dai capelli corti, rossi e sgargianti, e un fermaglio azzurro a forma di fiocco a blindare un ciuffo laterale più lungo. Giulio non avrebbe saputo definirlo, ma certamente era il frutto di un taglio che aveva nome e cognome.
Fissava da qualche secondo il monolite trasparente del distributore automatico di merendine, come se aspettasse il momento giusto per agire. O forse si stava solo specchiando, lo sguardo da sotto in su.
Giulio sapeva soltanto che era arrivata a scuola da due settimane, una supplenza breve probabilmente, insegnava lettere nel corso C e vestiva di nero, con tratti femminili su abiti da maschio. Quel fiocco la faceva somigliare a Minnie, ma la sezione dura del profilo del viso, privo di tondi, e il naso a punta, davano la sensazione che ci fosse dietro una dose di malvagità, e che usurpasse quella somiglianza per un secondo fine.
Decise che se gli fosse capitato di portarla a letto le avrebbe fatto togliere quel fiocco dalla testa, per una questione di autenticità e per vedere dove andava a rotolare il ciuffo.
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Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

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Poeti a scuola # 3. Intervista a Daniela Attanasio

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Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la terza di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?  

In realtà non ho avuto molte occasioni d’incontro con gli studenti, o meglio, ne ho avute ma non continuative, piuttosto saltuarie. Non è così usuale che i poeti vengano invitati a parlare nelle scuole a meno che non siano proprio loro a cercare e a mantenere rapporti di conoscenza e amicizia con i professori. In ogni caso tutte le volte che sono andata ho trovato un clima mite e turbolento, distintamente segnato da chi è intellettualmente curioso e vivo -e anche ‘attrezzato’ a ‘sentire’ la poesia- e chi invece percepisce questi incontri, proprio perché saltuari e occasionali, come tempo da dedicare al non-studio e al disturbo.
Penso che nella scuola superiore italiana – e lì che mi sono sempre trovata –  gli incontri e i raffronti con artisti, poeti, scrittori, scienziati, filosofi, musicisti ecc, dovrebbero fare parte del programma scolastico e produrre risultati di studio. Un poeta contemporaneo può parlare della sua poesia o di quella di un poeta passato con più passione, maggiore apertura d’indagine e visione d’insieme di un qualsiasi manuale di letteratura, offrendo in più agli studenti l’esperienza, sofferta ma anche esaltante, di chi “si accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando”.
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Poeti a scuola #2: Intervista a Maria Grazia Calandrone

Fotografia di Dino Ignani

Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

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Poeti a scuola #1: intervista a Elio Pecora e Franco Buffoni

Questa che segue è la prima di due interviste doppie in cui quattro poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui vi capita, nei vostri incontri con le scuole, di rapportarvi più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Elio Pecora

Elio Pecora

Elio Pecora: Da trent’anni vado nelle scuole. Ho cominciato dai licei  e sono stato poi chiamato in molte scuole elementari e medie. In tutta Italia, da Sondrio a Catania. In tutte ho trovato e trovo attenzione, ragazzi e ragazze particolarmente dotati, insegnanti a volte increduli ma presto entusiasti. Dai primi anni Ottanta, prima come consigliere poi come presidente dell’Unione Lettori, che peraltro gestiva un premio annuale di poesia, sono andato nelle scuole a parlare di poesia contemporanea e dei poeti che annualmente proponevo alla lettura e alla votazione di cinquanta fra istituti superiori ed elementari. Non ho visto né usato differenze di tono o di metodo. Con i giovani e giovanissimi è sufficiente uscire dagli schemi scolastici e avvicinarsi ai testi come a organismi vivi e prossimi.

Franco Buffoni: La mia ultima esperienza è stata con una classe terza, la III I del Virgilio; ero convinto sarebbe stata una classe di maturità, e invece si trattava di giovanissimi sedicenni. Io, che ho insegnato per trent’anni all’università, ho dovuto complicare e semplificare, sentirmi un nonno che viene a trovare e parla di Coleridge, Wilde, Cardarelli, Montale, e di ritmologia, del confine in poesia tra la musica e la prosa. Nell’ultimo incontro abbiamo letto Jucci, e lì è stato gratificante: si è vista la presa di un libro che è quasi un romanzo sul cuore di un sedicenne.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

E.P. Presentandomi, come da sempre mi presento in carne e ossa, ovvero privo di maschere e di atteggiamenti, ma certo di quel che do, non ho avvertito sorpresa, piuttosto un’ammirazione impastata di affetto e di vero interesse. Non andavo e non vado coronato di alloro, pure è accaduto in più di una scuola che uno e più alunni riferissero all’insegnante, o addirittura mi scrivessero, di avermi visto circondato da una luce. Tuttora sorrido di simili dichiarazioni, ma rimane che i più giovani, privi come sono di pregiudizi e di stretture mentali, riconoscono la poesia quando  e dove si palesa.

F.B. Si è avvertito molto. Una ragazza, ad esempio, ha commentato: “È entrato imponente come Farinata degli Uberti, all-black-dressed“. E poi Farinata nero è diventato un nonno.

Avete una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

E.P. Non ho modalità. Per lo più parlo per un poco della poesia come educazione ai sentimenti, come parola esatta, distillata, destinata a durare, e come possa la poesia, e la memoria della poesia, giovare alla conoscenza di noi stessi e del mondo. Rispondo in tutte le scuole, minori e maggiori, a molte domande tutte vive e vitali, chiarisco come una poesia va letta rispettandone i versi e il ritmo, chiamo gli studenti a leggere. Niente di più.

F.B. Ci sono vari modi, dipende dai tipi di scuola e dal bagaglio culturale dei ragazzi. Ma a volte meno bagaglio vuol dire anche essere più naïf, e qui si può arrivare più direttamente al sentimento. Bisogna tornare a un linguaggio comune in base alla scuola di appartenenza, quindi ai programmi, e all’età. 

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Vi viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

E.P. Ripeto anche qui quello che vale per ogni arte e anzitutto per la poesia e per la musica. La poesia non va capita, va sentita. Per questo viene ritenuta difficile da chi pretende di spiegarla e di interpretarla. Ho assistito a molti esiti felici di questa mia visione della poesia. In molti casi sono stati gli studenti, anche i più piccoli, a dimostrare quanto un verso e un’immagine potessero dare di emozione e di percezione. Il poeta, se è tale, non è mai incapace. Troppo spesso l’incapace è chi legge e non possiede gusto ed è stretto nelle sue stretture.

F. B. Vexata quaestio: il testo è autosufficiente o per conoscere è necessario sapere la biografia dell’autore o addirittura una spiegazione della poesia? Tutti questi atteggiamenti possono essere condivisibili se non portati all’estremo. Che il testo sia dogmaticamente autosufficiente è un’illusione. Per contro, dovrebbe essere autonomo. Ma è necessaria, specie a una certa età, una mediazione.

Chi avreste voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

E.P. Negli anni del mio liceo non usava invitare a scuola autori di nessun genere. Comunque erano numerosi i poeti che avevo conosciuto e amato nei libri e che leggevo anche fuori dei programmi scolastici. Allora poi, oltre che  da Leopardi, ero preso- e dura ancora- dai poeti greci e latini: e quelli mi visitavano  di continuo nel silenzio della mia stanza ogni volta che tornavo ai loro testi.

F.B. Pasolini, che ho conosciuto più tardi, negli anni ’70. A scuola ci avevano portato a vedere il suo Vangelo secondo Matteo. Ma anche Sereni, e la Rosselli.


Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936) è poeta, saggista, traduttore e autore di testi teatrali, racconti, romanzi e letteratura per l’infanzia. Ha collaborato con diversi quotidiani, riviste e programmi Rai. Tra le sue ultime raccolte figurano Tutto da ridere? (Empiria 2010), Nel tempo della madre (La vita felice 2011), In margine, congedi ed altro (Oedipus 2011), Dodici poesie d’amore (Frullini edizioni 2012). Sue anche numerose curatele ai poeti Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza (quest’ultima per Poesie 1971-1996, Mondadori 2002). Dirige la rivista internazionale Poeti e poesia.

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è saggista (L’ipotesi di Malin, Marcos y Marcos 2007), traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori 2005), narratore e poeta. Presentato su Paragone nel 1978 da Giovanni Raboni, tra i suoi ultimi lavori figurano Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). Ha insegnato per trent’anni letteratura inglese e letterature comparate. Nel 1989 ha fondato e dirige Testo a fronte. Il suo lavoro è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012).

Kipling (ancora un racconto sui cuccioli d’uomo)

J.L.Kipling o W.H.Drake, illustrazione per "L'Ankhus del Re", 1895

J.L.Kipling o W.H.Drake, illustrazione per “L’Ankhus del Re”, 1895

 

Le dicono che potrebbe approfittare di quell’ora a settimana per far leggere ai cuccioli un libro. Nina insegna così, un’ora a settimana per classe, un totale di quindici ore. Nessuno si aspetta che conosca tutti i loro nomi – del resto, nessuno immagina che passi tutte le sere a giocare a memory con le loro fototessere – ma tutti confidano nel fatto che ci sarà affiatamento: la forbice di età, tra Nina e quel nugolo di undicenni, è straordinariamente stretta. Stretta a livelli imbarazzanti, considerato come ancora Nina corra per i corridoi quand’è in ritardo e con quanto equilibrio interiore affronti i problemi burocratici.
Leggesse un libro, le dicono, e avesse solo cura di scegliere un libro popolare.
Nina sa – lo sa – che si sono rivolti alla persona giusta. Si sente come l’uomo al telefono in Pulp Fiction, quello che “risolve problemi”. Nina ha a curriculum la conversione a Harry Potter di fior di esponenti della generazione precedente alla sua; per lei, la sesta stagione di Buffy è il massimo esempio di opera d’arte totale; scrive saggi sui fraseggi vivaldiani, ma scoppia in lacrime durante le sessioni di kick boxing con la sorella appena lo stereo rimanda Formidable.

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Class enemy

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Si può chiedere, a una ragazza di sedici anni che confessa tra le lacrime di voler lasciare la scuola, di cercare la parola “fallito” nel vocabolario e di leggerla ad alta voce? Si possono fare, con lei che si dichiara incapace di capire perché vive, raffronti con Mozart, che sapeva bene cosa desiderava per sé dall’età di cinque anni? Mi sembra di no, e questo è il torto, oggettivo, del professor Zupan, se proprio si vuole cercare in questo episodio uno dei misteriosi mattoncini che spingeranno di lì a poco una ragazza depressa al suicidio. Non importa che la ricerca nel vocabolario serva da base alla frase “non è questo che vuoi per te”; non importa che il paragone con Mozart occorra a ricordarle le sue grandi doti di pianista; l’adolescenza ha un codice retorico e oltrepassarlo è un rischio che bisogna essere pronti ad assumersi.
Il professor Zupan, supplente di tedesco arrivato in una classe slovena a sostituire l’adorata docente in maternità, rivoluziona da subito didattica e approccio con quella che ritiene una classe lasciata a sé. Saluto in piedi, perché il rito distingue l’uomo dall’animale; lezioni in lingua; ogni gesto scelta didattica, agli occhi di un pubblico adulto, e immediatamente frainteso dai ragazzi nel solco di quella ferita che si chiama (e che loro attribuiranno al professore dall’inizio alla fine del film) “nazismo”. Quando Sabine muore, Zupan, già malvisto, si muove con gelida delicatezza (“forse preferireste andare al bar”, è invece la reazione molto più apprezzata di un collega): fa, e nel fare sbaglia, ciò che ha fatto fin dall’inizio, trattando da uomini che il lutto può rendere uomini migliori dei semplici ragazzi, doloranti e aggressivi; pone il confine tra la tragedia e la disgrazia; alla retorica buonista sostituisce la grazia severa degli epigrammi di Mann.
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Fascia numero tre (il ritorno dei cuccioli d’uomo)

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(Le madri spiano i loro figli crescere. Godono della loro bimbitudine dal momento in cui a reggerli basta l’avambraccio a quando iniziano a cambiare la voce. Comincia, dopo, un’avanzata che riguarda tutti. Nell’anagrafe lo scarto può essere qualunque, ma una soltanto la sua direzione.

I professori di scuola media spiano i loro alunni crescere. Riscuotono bimbi dagli occhiotti enormi e i corpicini striduli, e li scortano fino al confine tra il cucciolo e l’uomo. Poi, semplicemente, tornano indietro e ne attendono di nuovi. Mentre la loro linea anagrafica prosegue, ricevono a ritroso. E come se non bastasse questo scandalo, un altro se ne deve sopportare: nessuna Madre Natura prevede che le sorti di un bimbo andato riguardino il professore che l’ha visto andare.

E poi ci sei tu. La terza fascia, l’Idonea, la Convocata per dieci giorni o più, quella per cui il cortometraggio si riduce a pannello di fototessere con didascalie scritte al volo. Non fai in tempo ad abituarti alla fitta con cui le viscere si adattano al tuo ingresso in classe – quell’inaspettato, mai voluto, istinto materno che ti coglie tra il “non mi pagano abbastanza” e il “che ci fa quell’altro in piedi sulla sedia” – che dovrai affrontarne un’altra ben diversa alla tua uscita definitiva. Perché tu sei l’Eternamente Mobile e la Sempre Innamorata, e per ogni nome che sarai riuscita a mandare a mente avrai dieci visi di cuccioli d’uomo in agguato in piena notte, e non c’è durezza che tu possa costruirti perché sia mai diverso da così.)

Tutto inizia con te che vieni chiamata per una supplenza di cui tempi e contenuti rimangono mistero di Fatima fino alla stipula del contratto. Passi la sera della vigilia a pregare di non essere presa; rispolveri tutte le nuances dell’apparato fonico di un canide: guaisci di nostalgia per i bimbi della scorsa tornata; ringhi al ricordo di tutti quei registri da compilare; uggioli per la tempistica che potrebbe costringerti a mandare a scatafascio gli altri tre progetti che si tenevano in piedi grazie a un delicato equilibrio architettonico chiamato “rapsodia di stuzzicadenti”.

Ti presenti alle otto sapendo che sarete in tanti; uno sarà il Prescelto, gli altri finiranno a fare colazione in un bar, smadonnando per il freddo e la levataccia improba e augurando al suddetto tre scrutini settimanali da otto ore ciascuno.
Quando il tuo nome coincide con quello del Prescelto, abbracci tutti. La prima cosa cui pensi è se hai abbastanza olio di semi, a casa, per fare quella parmigiana di melanzane fritta due volte che è il vanto della tua famiglia. Per quanto sia matematico il percorso che ti ha portato fin lì, vuoi portarne una teglia che ricopra le scrivanie di chiunque abbia avuto a che fare con il tuo modulo di convocazione.

Due minuti e ventisette secondi più tardi sei in classe.

Sono venticinque.

Hanno undici anni.

C’è un’unica età, ormai, che sei in grado di riconoscere quando cammini per strada, e sono gli undici anni. Con le tue idee orientative riguardo all’anagrafe offendi inavvertitamente le signore e traumatizzi gli adolescenti, ma non manchi un undicenne di una settimana; non importa quanto sia precoce o ancora bambino – la sua undicennità ti richiama, ti scompone le viscere, ti attiva una chimica interna più vicina alle gatte che all’uomo.

Vi spiate. Vi studiate alzando la coda. Comincia già a dispiacerti, perché escludi nella maniera più categorica di poter imparare i loro nomi e più di un paio delle loro abitudini. Dopo qualche giorno, li riconosci fuori dalla scuola per la loro cartella, rispondi loro per nome quando ti chiamano di spalle, decritti i loro temi al lume di candela avendo ben presente il faccino cui vorresti urlare in testa.

Anche le colleghe, nel giro di pochi giorni e nonostante la loro permanenza in sala professori sia una danza, cominciano a diventare conoscenti. Le due che si somigliavano per taglio di capelli rivelano lentamente età, gusti, voci, nomi, tempi diversi, e tu sei stata quasi ridicola, in quel tempo nebbioso dei tuoi primi giorni, a non prenderti la briga di distinguerle. Impari quasi tutti i nomi, le materie che insegnano; di una, due, tre, la bevanda preferita al distributore. Tre hanno la tua simpatia, due la tua stima, una la tua gioia all’ingresso in sala professori: il suo carattere ha una forma, c’è un’esistenza coerente e coesa che affiora tra il lessico di cortesia, e per te è un nove.

I nomi sono tutti belli, non riesci a capire se si tratta di botta di culo o della tua condizione di frenesia perenne (c’è il lavoro a renderti felice, ci sono i ritmi a renderti agitata, e i tre caffè alle otto del mattino per il colpo di grazia). Gli adulti spesso hanno un doppio nome, allora creano un composto, o scelgono con quale presentarsi; i bambini con un doppio nome lasciano a te la scelta, come se non avessero ancora deciso a quale aderire con tutta la carica di destino che hanno a potenziale. Tu, che per lavoro crei esseri fittizi e li battezzi e hai questo come attimo dominante del tuo atto di creazione, scegli e scegli bene.

I cuccioli d’uomo si stupiscono a sentirsi chiamare per nome di battesimo. L’appello diventa, per loro, uno sbattere di ciglia. Spesso hanno bisogno del cognome per essere sgridati con efficacia. Dici loro che la tua è una scelta affettuosa, ti fai bella con quest’idea in attesa che un collega, giustamente, ti ci strangoli. La verità è che i cognomi romani sono per te un mondo nuovo e misterioso e tu sei fisiologicamente incapace di mandarne a memoria fosse pure uno solo. Da te tutti sono Esposito, Russo, Criscuolo, Amato, Proto e altri sett’otto, e tu hai imparato cinque lingue e tre alfabeti e uno strumento musicale a due chiavi ma non sei riuscita a imparare altro cognome che non fosse questo.
Anche loro rifiutano di mandare a memoria te, forse per nemesi. Sarai sempre, per loro, la professoressa D’Amato. Lo sarai sui loro diari, sui quadernini dei voti, sugli avvisi rivolti ai genitori. Se il cielo vuole, lo sarai anche nelle maledizioni al momento del cinque, sviando le punizioni dell’Altissimo.

Ti scopri incapace di mettere note. Ne metti una sola: lui è appeso a una tapparella e tu decidi all’improvviso di essere troppo giovane e troppo preziosa per il mondo delle umane lettere per finire in galera. La collega dell’ora successiva ti trova quasi in lacrime per i sensi di colpa; un’altra ti fa notare, con dolcezza, che hai segnato la nota il giorno sbagliato.

Del resto ignori per quale miracolo non hai ancora smarrito un registro, dato accidentalmente fuoco a un documento ufficiale, sparpagliato temi in giro per corridoi o fatto partire comunicazioni riservate in una involontaria mail di gruppo. La tua sbadataggine ha studiato il codice penale alla voce “scuola” e ha deciso di aspettarti ogni giorno fuori dal cancello, per poi rifarsi comodamente nel pomeriggio. Mai un ritardo, mai un’assenza, solo sigarette fumate illegalmente al volo fuori dal cortile nelle ore di disposizione, denunciandoti tra l’altro sul blog di critica letteraria di cui sei redattore. Del resto ne hai incontrati, per strada, fuori dall’orario scolastico, e hai soppesato l’ipotesi che inghiottire una sigaretta potesse poi non fare così male; e sai che dovrebbe esserci un punto a riguardo nella Ad extirpanda, ma hai sempre detto loro la verità: hai fatto una cazzata da adolescente, e sai che loro saranno più intelligenti di te con i loro polmoni e le loro finanze e non ci cascheranno.
Non usi esattamente questi termini. Sei una persona dal livello di sboccaggio medio-alto, eppure il turpiloquio ti aspetta fuori con la sbadataggine, e varcata la soglia ti scopri la regina del bon-ton verbale. Dentro di te alberga una belva; fuori sei tutta crinoline, e potresti impersonare Angelica se Claudia Cardinale avesse bisogno di una pausa caffè. Sei composta come un’Amish il giorno delle nozze. Ineccepibile. Anche quando hai l’istinto di sbattere scimmiescamente il registro sulla cattedra nel tentativo di attirare un barlume di attenzione, non tiri in causa un santo, non scomodi una parte anatomica, non disturbi un equilibrio tra chi è vivente e chi purtroppo non lo è più. Hai il dubbio che grazie a te Jadis di Narnia sia finalmente riuscita a realizzare il suo sogno di tornare in vita.

L’attenzione va a classi. E a ore. Solo una tuta d’amianto può preservare da una classe turbolenta a ricreazione; altre classi schizzano in piedi in fila composta, militaresca, e si auto-impongono il silenzio mantenendo ai minimi termini il livello di chiassometro, impedendoti così le più normali operazioni, quali fare lezione seduta sulla cattedra con i piedi penzoloni e controllare periodicamente l’orologio a muro sussurrando “per amor del cielo quando vado via di qui”. La media prevede che tu scopra potenzialità che farebbero commuovere a posteriori la tua vecchia insegnante di canto, da sempre impegnata nel tentativo di convincerti che la tua voce ha il potere di trapassare una porta di legno e far accorrere gente dal corridoio al grido di “professoressa che ha si sente male”.

Una volta richiamata l’attenzione come un novello Orfeo, potrai pronunciare la Frase.

Perché l’attimo che tutti dovrebbero vivere prima di lasciare questa valle di peccatori è quello della Frase scaraventata in mezzo ai discoli. Il loro giocare con il concetto nel dubbio che altri ne possano arrivare – l’occhio che si illumina, il braccio steso sul banco con il viso pronto ad appoggiarsi che resta a mezz’aria, silenzioso, disposto all’accoglienza e all’ascolto. Venticinque cuccioli d’uomo in ascolto può essere una scena bastante ad essere felice.
Scorgere quella stessa Frase in un tema declinata in una maniera da farla apparire ai margini dell’illegalità e preceduta da un “come la professoressa ci ha detto” può essere una scena bastante a ritirarsi in clausura, ma non conta. Conta la gioia della prima Frase, e di quella gioia conta il brivido panico della seconda. Perché il tuo programma ministeriale può riguardare gli Urali, le suffragette o l’apocope, ma non sfuggirai a farti impronta di te, e ti ritroverai a sgolarti contro quella prosa a finto tirar via con tutte quelle diamine di ripetizioni e l’abitudine fastidiosissima di parlare di sé in seconda persona, la più orribile tra le maniera di esprimersi.

© Giovanna Amato

“La filosofia della composizione” e i cuccioli d’uomo

filosofiaMentre sono troppo impegnata ad augurarmi di non avere alcuna luce di panico negli occhi per le conseguenze di quello che ho appena detto, il bambino realizza i miei incubi aprendo la bocca: «Quindi, professoressa» scandisce, incantato «lei è una scrittrice!» Gli altri ventitré sollevano i musetti e spalancano le undicenni pupille, estasiati.
«Non ragionerei così per assoluti», provo a biascicare; «ho solo detto che scrivo.» (per amore di verità, la frase completa è stata: «se ho passato tre anni a sfasciarmi la testa su un romanzo non vedo perché voi non dovreste passare un pomeriggio a prepararmi un tema.») «Scrivo; lavoro con una penna in mano parecchie ore al giorno; non mi spingo a dire che sia un lavoro socialmente riconosciuto, il cielo ci salvi da siffatto segno di civiltà, ma vi assicuro che supera le sei ore e quaranta sindacali e almeno nelle intenzioni contribuisce come tutte le altre attività umane alla rotazione terrestre. Non ho crisi mistiche (al massimo esaurimenti nervosi), non intingo la penna d’oca nel sangue e vi prego soprattutto di non visualizzarmi mai intenta a firmare la cessione di diritti milionari ancora mezza ubriaca per il book-party della sera precedente.»
«Lei è una scrittrice», sospira dopo un attimo di silenzio una pargola in seconda fila. Tremo.
«È la prima volta che ne vedo una», flauta una voce dall’ultimo banco; ne riconosco la provenienza dal braccino proteso come verso una pianta rara.
Prenderli da piccoli, penso. Domani mi organizzo, continuo il pensiero. Per il momento, mi limito ad andare in paranoia per i possibili commenti in sala professori: Katherine Mansfield, oggi hai spiegato le pianure europee o era troppo disturbo? (Signora!, rispondo nella mia immaginazione, il mio era un discorso di umiltà, non di superbia!; ma sulla spalla della signora in questione, Danielle Steel con ali e forcone sussurra al suo orecchio Lei si illude di essere una di noi, una di noi, una di noi…)
«Anche io voglio fare lo scrittore!», esclama un bambino cui sto affannosamente cercando di spiegare da giorni l’utilità di prendere un libro in biblioteca. «Anch’io!», «Anch’io!», gridano gli altri uno per uno, abbattendo sulle mie speranze una sequela di pietre tombali.
Il giorno dopo ho nello zainetto un saggio di Poe, La filosofia della composizione. Al suono della campanella, aspetto che i bimbi si siedano, poi lo sollevo come un Graal.
«Oggi, bimbi, scopriremo cosa ha da dirci sul lavoro dello scrittore una bellissima persona che è vissuta un po’ di tempo fa.»
La collega di sostegno, incuriosita, si sporge a guardare la copertina di un elegante celeste fiordaliso, e assume improvvisamente lo stesso colore. «Poe?», mi sussurra. «Poe!», confermo io, contenta. Improvvisamente vengo assalita dall’immagine di una madre furibonda in sala professori: «…allora corro in camera sua, cercando di calmarla, e cosa vedo sul comodino? ‘Il pozzo e il pendolo’. La professoressa ci ha detto che era una bella persona, mi dice lei, in lacrime… Mezz’ora per farla addormentare… Le ho dovuto leggere ‘Il piccolo principe’, si rende conto? ‘Il piccolo principe’! È a lei che affidiamo i nostri figli?»
Respiro profondamente.
«Dunque, bimbi. Credo che in questo preciso momento storico si abbia un’immagine degli scrittori un po’ falsata. Non è colpa vostra, e non è nemmeno troppo una colpa finché non aprite una casa editrice o non rispondete ‘cazzo, in fondo in fondo sì’ alla domanda ‘hai anche tu un manoscritto nel cassetto?’» La collega di sostegno caracolla per il linguaggio che ho usato, ma ha deciso di darmi tutta la sua fiducia, e di questo colgo l’occasione per ringraziarla.
Leggiamo insieme qualche rigo. Poe si chiede, con la tenera ingenuità degli americani che scoprono il metodo stemmatico un secolo dopo Lachmann, perché i suoi colleghi scrittori ‘preferiscono lasciar intendere di comporre in una sorta di sottile frenesia – un’intuizione estatica’, e tengano nascosti ‘il complicato e barcollante formarsi del pensiero’, ‘le vere intenzioni che trovano espressione solo all’ultimo momento’, ‘le fantasie perfettamente delineate ma scartate con disperazione in quanto non addomesticabili’, ‘le selezioni e i rifiuti operati così timorosamente, e i tagli e le interpolazioni così dolorose’: insomma ‘tutte le ruote e i pignoni, e i marchingegni per lo spostamento delle scene, e le scale a pioli e le botole, e i tiri di canapa, e il colore rosso e le tacche in nero’. Soprattutto, l’immane, gioiosissimo lavoro che fa della scrittura non un attimo di sfogo creativo ma lo sforzo rigoroso che esige ‘la stessa precisione e consequenzialità di un teorema matematico’.
Insieme, smontiamo Il Corvo, seguendo le parole di Poe. Partire dalla fine è la sua prima lezione: «È soltanto avendo la conclusione perennemente sott’occhio che possiamo dare a una storia la sua indispensabile impressione di consequenzialità, o di rapporto causale tra i vari incidenti, rendendoli – al pari del particolare tono dei vari momenti – funzionali allo sviluppo dell’intenzione narrativa.» Traduco in linguaggio più semplice, ma capisco che i bimbi hanno già colto perfettamente. Faccio loro l’esempio: che intenzione ha, verso di noi, Il Corvo? Una sola: mostrarci la disperazione di un uomo che si tortura con delle domande che lo rendono sempre più infelice, fino alla domanda definitiva. Come ha deciso, Poe, di mostrarci questa disperazione? Ha composto per prima quella strofa, la strofa di Leonore, «affinché, stabilito questo apice, potessi meglio graduare, quanto a serietà e importanza, le precedenti domande dell’innamorato. […] Graduare le strofe che l’avrebbero preceduta, in modo che nessuna di esse potesse superarla quanto a effetto ritmico.» Aspetto che i bimbi si rendano conto di quanta potenza, quanta severità, quanto strazio ci siano in questa decisione; mi accorgo che loro lo vedono bene, domani mi porteranno un tema che dice una e un’unica cosa, nella maniera più studiata e precisa possibile, lo so. Voglio di più: voglio che ognuno di loro si chieda, leggendo un libro, se chi l’ha scritto si è messo la mano sulla coscienza almeno la metà di quanto abbia fatto questo signore di cui adesso leggiamo, e se così non è posino il libro mandandone al diavolo l’autore. Quindi scandisco: «Se fossi stato in grado, nella composizione successiva, di costruire strofe più vigorose, avrei dovuto, senza scrupoli, indebolirle volutamente, in modo da non interferire con il risultato cruciale.» I bimbi spalancano la bocca.
Leggiamo altre cose, insieme. Leggiamo che il corvo non è un animale soprannaturale, ma semplicemente una bestiola che ha imparato a ripetere sempre la stessa parola, e casualmente è arrivato alla finestra di un tizio che ha tanta voglia di massacrarsi psicologicamente. Il pennuto sbagliato nel momento sbagliato. Un’opera d’arte sull’autotortura e sul dolore che grazie al genio dello scrittore non è un’opera di fantasia, ma un gioco psicologico che resta completamente nei ‘limiti del reale’. Voglio strafare, e qui non so quanto sono stata seguita, ma do per certo per le loro boccucce schiuse e i loro occhi lemurosi che un giorno molti di loro torneranno su questo concetto: «Tira via il becco dal mio cuore […] è la prima espressione metaforica del poema. Queste parole, assieme alla risposta – Nevermore – predispongono la mente a cercare una morale in tutto ciò che è stato narrato in precedenza.» Predispongono la mente, ci tengo a scandire: nulla viene detto, tutto viene delicatamente, magistralmente instillato, in un patto di fiducia tra esseri umani, perché l’opera d’arte sia lo spazio comune tra due sforzi mentali, quello di chi scrive e quello di chi legge, e perché sia questo sforzo mentale a renderci esseri umani migliori.
«Porca miseria», dice un ragazzino autorizzato dal mio linguaggio ben più veniale, «allora è veramente un lavoro.» Lo ringrazio mentalmente per l’espressione poco consona, che permette a tutti noi di tornare con i pedi per terra.
«Sì. Sì e no: è un lavoro fortunato, perché è come essere continuamente innamorati; ed è un lavoro sfortunato, perché non lo puoi toccare. E perché non ti pagano per farlo. Ma per il resto sì: è faticoso e importante come tirare su una casa. Come alzarsi la mattina presto per andare a pescare. Come aprire e tenere aperto un bar, come fa la signorina da cui prendo il caffè tutte le mattine prima di venire qui.»
«Ma tutte queste cose servono, professoressa. Scrivere a che cosa serve?»
«Vedi, in questo momento la signorina che mi ha preparato il caffè ti è servita moltissimo, perché ha fatto sì che io ricordassi che hai undici anni e frenassi l’automatismo di strangolare chi mi pone questa domanda. Tra dieci anni, le parole di un romanzo o un brano musicale ti daranno una gioia così intensa che ringrazierai di essere viva. Tra vent’anni, il buon lavoro di un politico ti permetterà di inserirti così bene da poter avere dei figli. Tutti serviamo, se sputiamo sangue ogni santo giorno. Io l’anno scorso credevo di non servire a nulla e di delirarmi addosso; non un amico, non un medico, ma tre versi in croce ascoltati per caso mi hanno fatto sentire per la prima volta parte del mondo, perfettamente in diritto di esistere. Tutti, anche gli scrittori, salvano letteralmente le vite. Tutti ci salviamo a vicenda, se facciamo bene il nostro lavoro, e tutti abbiamo un lavoro da fare per salvarci a vicenda.»
«E lei, professoressa, ‘sto lavoro, alla fine, lo fa? È una scrittrice?»
«No. Io sono una che scrive. Che lavora scrivendo sempre, continuamente, per avere la speranza, fosse solo per un rigo solo e per un solo, solissimo attimo, di aver fatto il lavoro dello scrittore. E poi, visto che nessuno mi paga, vi ammorbo dieci ore a settimana.»
La ragazza che aveva teso la mano come se fossi stata una begonia fosforescente stringe le labbra e mi fissa.
«Pure io volevo fare la scrittrice”, mi dice. “Ma forse è meglio che prima scopro se lo so fare.»
Per me va bene anche così, Ministero della Pubblica Istruzione, puoi anche evitare di pagarmi per i miei quindici giorni di supplenza. Anche perché ormai è passato qualche mesetto, e io comincio già a disperare.

Tutte le citazioni sono da E. A. Poe, La filosofia della composizione, Milano, La Vita Felice, 2012; traduzione di Luigi Lunari.

Una testimonianza da Scampia (intervista a una maestra)

scampia dal sito napolipuntoacapo

(Ho raccolto la testimonianza di una maestra di scuola materna di Scampia. Per ragioni da lei stessa indicatemi, che riguardano la privacy dei bambini, non riporterò il suo nome ma il “Maestra” simpaticamente storpiato in “Manestra” da alcuni di questi. buona lettura. GM)

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Ciao Manestra, quanti anni sono che insegni a Scampia?

Ciao Gianni,  sono dodici anni che insegno qui.

Quali sono i pensieri che ti accompagnano durante il tragitto da casa al lavoro, qual è il primo che fai dopo aver parcheggiato?

Devo dirti che i pensieri sono un po’ cambiati negli anni. In tutta onestà il giorno in cui ho saputo che la mia sede di lavoro sarebbe stata Scampia ho avuto paura ed ho subito inoltrato una domanda di trasferimento, ma come ho appena detto sono 12 anni che sto lì e del trasferimento mi sono dimenticata un mese dopo averla fatta. Cosa penso la mattina dopo aver parcheggiato? In genere guardo gli enormi palazzoni di cemento che mi circondano e mi chiedo come sarà andata la notte per chi ci abita……..

Una volta mi hai raccontato di un bambino che alla domanda “come è morto Gesù?” ti rispose “Gli hanno sparato”. Ho sorriso, ovviamente, immagino anche tu. Però c’è un mondo dietro questa risposta, c’è un modo – forse – unico di rapportarsi alle cose. Qual è la tua idea in proposito?

Eh si, al povero Gesù avevano sparato, perché è così che si muore purtroppo troppo spesso a Scampia. I bambini di questo quartiere vivono a volte una realtà che non dovrebbero conoscere affatto alla loro età, ma per alcuni di loro non è così. Allora, l’unica cosa che noi a scuola possiamo fare è fargli vedere che la vita non è solo questo ma anche altro e che tutti devono avere una possibilità di farcela

Mi descrivi brevemente la  tua scuola, soprattutto la tua classe, com’è? Quanti bambini hai quest’anno?

La mia è una scuola piccola, ma con aule molto belle e soprattutto gioiose e piene di colori e di vita… gran parte di quello che c’è dentro, escluso i mobili, l’abbiamo accumulato noi insegnanti negli anni, comprandolo, chiedendo agli amici con bambini di non buttare nulla dai libri ai giocattoli e di questo ne vado fiera. Quest’anno la mia classe è composta da 23 bellissimi bambini di 5 anni

Pochi mesi fa hanno sparato dentro una scuola a Scampia, cosa si prova? Hai  mai avuto paura?

Quel giorno io ero a casa ammalata e all’improvviso il mio cellulare si è riempito di messaggi di amici che mi chiedevano se quell’omicidio fosse avvenuto nella mia scuola.  Certo che ho avuto paura e, con tristezza, ti dico che per fortuna non è successo dove lavoro, ma solo il caso ha determinato che fosse una scuola piuttosto che un’altra.

Parlami di qualcuno dei tuoi bambini, i più divertenti, i più problematici

Sorrido a questa domanda perché negli anni i bambini mi hanno stupito tantissime volte con uscite da premio Oscar  ovviamente le più esilaranti sono in dialetto stretto e scritte non renderebbero mai l’effetto, comunque ti dirò di una bambina che mi voleva ripetere la storia di Biancaneve e disse “………. E i nanetti verettero Biancaneve a terra e ricettero: (lei si porta le mani al viso) uuhh mamma mi’è mort’ Biancanev!” .  Vedi, la vita qui è sempre teatro, già da piccoli si va in scena e si combatte più o meno per tutto, anche per quello che altri bambini danno per scontato come una famiglia con due genitori presenti.

Una delle mie convinzioni storiche è quella che nascere tre o quattro chilometri più in là possa indirizzare la tua vita in maniera molto differente, possa salvarti il culo. Ti conosco, più o meno, da trentacinque anni, immagino che tu possa pensarla nella stessa maniera. Tu, però, stai con questi bambini tutti i giorni, credi che non possano sperare in niente di meglio?

Esatto, come ti dicevo prima, ogni piccola occasione viene colta da noi insegnanti per dimostrare che la vita si può cambiare e che anche chi ha sbagliato può cambiare…. Desidero poi aggiungere che Scampia è fatta da tante persone perbene magari povere o senza lavoro ma che vivono una vita dignitosa sperando e cercando di dare un futuro migliore ai propri figli e queste persone sono la maggioranza te l’assicuro!

Voi insegnanti sentite la presenza delle Istituzioni al vostro fianco? O vi sentite soli?

No no non siamo affatto soli, le forze dell’ordine sono sempre presenti e nel territorio sono continuamente organizzate attività volte proprio a togliere quanto più possibile i ragazzi dalla strada. Ma molto c’è ancora da fare

Quanti dei tuoi bambini hanno genitori in carcere?

Sette su ventitre, cioè circa un terzo

Hai mai avuto casi di bambini che di colpo abbiano abbandonato la scuola?

Si ci sono stati dei casi di bambini che con le famiglie si sono allontanati “senza preavviso” proprio a causa di lotte tra clan e ti assicuro che sono bocconi amari da mandar giù. Ci pensi ogni giorno e speri che più che una fuga possa essere un nuovo inizio.

Quando ai telegiornali (o sui quotidiani) senti parlare di camorra, omertà, paura: a che cosa pensi?

Che queste cose esistono ma che si combattono con la vita di ogni giorno, con l’esempio di chi vive con onestà, magari povero ma onesto, senza arrendersi perché è così che si vince e si dona speranza.

Tu avresti potuto cambiare, negli anni, insegnare alle elementari, venire via da lì. Non l’hai mai fatto, perché?

Se sono capitata lì non è per caso, ma perché ho qualcosa da dare e spero di farlo nel miglior modo possibile

Ti piace quello che fai? Vale ancora la pena?

Dovevi vedere la pelle d’oca che avevo alla recita di Natale di quest’anno…