scuola

Gianluca Wayne Palazzo, Il paradosso della Luna

Gianluca Wayne Palazzo
Il paradosso della Luna
Il Seme Bianco, € 14,90

 

Un professore di liceo dalla birra facile e il pallino del surf che narra in prima persona. Una giovane studiosa di Leopardi che tratta il suo poeta come farebbe un tassidermista e gli altri umani con abbastanza spiccia confidenza da non trattenere superbie e scatti d’ira. Lui ha quasi quarant’anni e una malinconia ben strutturata che a volte lo rende scomposto, lei ha delle fragilità su cui non ha la minima intenzione di stare a discutere serenamente e un naso importante e magnetico. Lui ha deciso di appropriarsi del colore dei suoi occhi attribuendole un azzurro che non esiste, lei di se stessa ha ben chiara la proprietà e ha deciso di non innamorarsi mai. Potrebbe sembrare l’inizio di una ballata cavalleresca, se il tutto non fosse così perfettamente calato nella realtà quotidiana (il rancore per la differenza di tranquillità economica, per fare un esempio triviale) e se i due personaggi non resistessero così bene allo scavo.
È a un seminario su Leopardi che Valentina e il protagonista si incontrano. Lui è un professore di liceo e sta portando lì i suoi alunni, lei è tra i relatori. Qualsiasi cosa Valentina pensi in proposito, l’attrazione è quasi immediata. Lei accende con messaggi pieni di emoticon, e di quella sproporzione emotiva che l’uso di un’emoticon tra le mani di un quasi trentenne spesso porta con sé; lui si fa strada in un sentimento montante come in mezzo a una foresta tropicale. E fa presto a scattare il paradosso che dà titolo al romanzo: proprio la gravità che avvicina due corpi fa sì, come sta accadendo tra la Terra e la Luna in questo stesso istante, che i corpi aumentino la velocità con cui si sfuggono e inizino a respingersi.
La Luna è il collante di tutto il romanzo, Leitmotiv che compare come titolo a ogni capitolo e quasi perseguita il protagonista fin dal primo seminario leopardiano. Leggende, paradossi, sonate, modi di dire, perfino aneddoti sul cinema tempestano il malcapitato narratore che ora si arrende e ora protesta contro questo continuo segnale. Assieme, la Luna sostiene l’architettura del romanzo e ne aiuta la sua composizione in variazioni su tema, la sua costruzione in scene drammatiche e mai in gratuiti racconti. (altro…)

Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

*

Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Martingala #1: Il Rombo

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fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo. (altro…)

Gli undici addii #11 – “Ultima campanella”

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foto trinitynews

 

di Gianluca Wayne Palazzo

Sono trascorse le ultime ore di quest’anno, gli esami sono lontani e non sono più nemmeno scuola, non c’è più nemmeno lo stesso rapporto con le facce che ti hanno scrutato ogni giorno di ogni settimana per un anno intero, quando non c’era più bisogno di simulare di essere componenti diverse della razza umana e si arrivava a comprendersi, almeno in parte, almeno per qualche porzione di ora, al di là dei voti, dei giudizi, della cattedra. Con gli esami tornerà tutto come prima, come fosse il primo giorno, la Grande Recita della scuola, docente e discente, i ruoli, il catalogo delle perversioni e delle mansioni, e poi la rupe immonda da cui vi tufferete tutti (eccetto qualche facinoroso talebano dei vecchi tempi), appena chiusi i conti con promozioni e bocciature: i social network – quando sarete tutti amici e li vedrai crescere, i tuoi alunni, come fossero esseri umani normali.
Ma perché?
Hai pensato a questo negli ultimi dieci minuti, seduto alla sedia della tua cattedra, della tua terza G, quando li hai guardati uscire dall’aula nella catarsi finale dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola – un’ora di educazione fisica! – prima dell’ultima campanella, l’ultimo orgasmo gridato, la transumanza degli gnu, il guado sanguinario di quel fiume da documentario che divide il Serengeti dal Masai Mara, il bagno di sangue di zebre e bufali offerti in pasto ad alligatori affamati, che senza sapere sanno che quel giorno potranno finalmente mangiare…
Che stai dicendo? Perché non sei tornato a casa, la tua ultima giornata di lavoro non è finita? È perché la classe ti ha stupito, ultimamente, diciamo dal ritorno da Venezia, li hai trovati come… come cementati gli uni agli altri, capaci di cavarsela anche da soli, anche senza di te?
Ma no. È stata la sua firma, tastata sotto un pollice liscio da intellettuale (questo ti dicono che sei) quando volevi essere un uomo d’avventura, e dell’avventura non hai che l’impulsività che ti caccia nei guai di infinite gaffes. La firma curata di lei, così minuta, così ricercata, quell’unica firma sul registro della tua classe, in occasione di qualche sostituzione, forse di uno sciopero a cui hai aderito, e lei no.
Ti sei forse innamorato di quella firma, di quei capelli rossi, di quella nuca? Forse l’hai fatto, ma sai che non ti sei innamorato di lei, perché così hai deciso con esattezza irrevocabile il giorno in cui, semplicemente ignorandoti, ti ha spezzato il cuore. (altro…)

Gli undici addii #10: “Gita”, di Gianluca Wayne Palazzo

gita

Foto venicethefuture.com

Brillava una falce di luna sui canali davanti all’albergo. Anja e Marco guardavano i riflessi liquidi delle case, stanchi, i gomiti poggiati sulla ringhiera del balconcino.
«Ho le palle piene di tutta quest’acqua», disse Marco, soffiando via il fumo della sigaretta.
«Stai a Venezia, ti tocca l’acqua» rispose serafica la ragazzina d’origine slava, bionda e pallida, gli occhi celesti e quasi trasparenti fissi nel vuoto.
«Per me non è bella manco per niente. Se passa una gondola ci sputo sopra. Pure l’hotel mi fa cagare.»
«Caterina però t’è piaciuta, mi sembra» commentò Anja tirando dalla propria sigaretta.
Marco alzò le spalle.
«Ma chi, l’animatrice? Caruccia.»
Anja sogghignò. «Hai sbavato tutta la mattina. Sei ridicolo, quella c’ha trent’anni.»
«Vuoi scommettere?»
«Quello che ti pare.»
«Domani me la faccio allora.»
«Sei un pagliaccio.»
«E tu sei una polacca.»
«Sarebbe moldava.» (altro…)

Gli undici addii #9: “Sostegno”, di Gianluca Wayne Palazzo

foto Newsbeast.gr

foto Newsbeast.gr

Davanti alla facciata del piccolo teatro Amelia fuma, il cellulare all’orecchio e l’aria distratta, battendo ritmicamente il piede a terra.
Poco distante la sua classe fa merenda in attesa di entrare. Sullo sfondo Maria Sportiello tiene per mano Daniela Cinquina, l’alunna down assegnatale per il sostegno, e distribuisce i biglietti di ingresso ai ragazzini della terza C.
«Uno per volta!» dice Maria.
Amelia annuisce al telefono guardando fisso in alto.
«Ah-ha… Ho capito. Sì sì.»
«Mi dispiace per la Smart! Ti sto chiedendo scusa, Cristo!» dice la voce di un ragazzo dal telefono.
«Sì…»
«Scusa, capito? Scusa
Amelia annuisce ancora e scuote la cenere della sigaretta per terra, canticchiando.
«…mai quest’onda mai si fermerà…»
«Cristo di un Dio, ma stai cantando?»
«…gli squali non ci avranno mai…»
«Tu sei fatta male Amelia. Tu sei fatta ma…»
Amelia attacca. Tira dalla sigaretta e socchiude gli occhi.
Maria alza lo sguardo e le fa un cenno con la testa verso l’ingresso.
«Andiamo! Con calma e senza gridare…» dice Maria alla classe.
I ragazzini la superano in massa e si affollano verso l’entrata.
Daniela ride e tiene gli occhi fissi su Maria.
Maria sospira.
Amelia dà un’ultima tirata, poi butta la sigaretta per terra e segue i ragazzini soffiando via il fumo. (altro…)

Gli undici addii #8: “Approfondimento”, di Gianluca Wayne Palazzo

Approfondimento

 

Un tempo Giulio aveva persino creduto che il suo mestiere gli consentisse di incidere, di migliorare un alunno o forse due, e con quei due una classe, con una classe la scuola, e con la scuola una generazione e il mondo. Oggi quelle lezioni di approfondimento in una terza B quasi sconosciuta – un’ora appena a settimana, una via di mezzo tra educazione civica e… cosa, attualità? – gli recavano in dono solo raucedine e sconforto. Era più fastidioso il ragazzino ignorante, il provocatore, quello razzista, la democratica illuminata in erba o quello che gli leccava il culo qualunque posizione lui sostenesse?
O era il dibattito il problema? Lui aveva adorato il dibattito, un tempo. E poi meno. E poi sempre meno. E poi non più. Alla fine il dibattito era soltanto il calcio d’angolo in cui riparare quando era spossato, la stura aperta a discussioni interminabili e sregolate.
Spannò un momento il vetro del cervello a un acuto improvviso, e realizzò che una ragazza nelle prime file stava perdendo il controllo. Era diventata tutta rossa e ripeteva qualcosa sulla cultura. La sua cultura, la nostra cultura…
«Sono le nostre radici, e sono cristiane!…» gracchiava, sporgendosi fuori dal banco.
«Guarda che Gesù è adorato anche dai mussulmani» le ribatté un tale in camicia bianca.
«Ma che vai dicendo, sei matto in testa?…» balbettò lei, sempre più stridula.
«Professore» lo interpellò Camiciabianca con sufficienza, «è vero che gli islamici considerano Gesù… insomma, anche per loro Gesù è… nel Corano, è…»
«Cor… ano!» rise una specie di hobbit sul fondo. Giulio fece finta di non aver sentito. (altro…)

Gli undici addii #7: Vacanze di Natale

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Giulio era morto di stanchezza, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il primo ciclo di mesi fino alle vacanze era stato massacrante, ma percorreva lo stesso il marciapiede a passo svelto, cercando di anticipare la campanella del mattino, perché sapeva cosa poteva accadere se la sua terza G rimaneva scoperta più di cinque minuti: l’ultimo consiglio di classe gli aveva schiarito le idee riguardo alla fatica che avrebbe durato per far ammettere tutti i suoi giovani scimuniti agli esami. E poi era il giorno prima delle vacanze di Natale, bisognava trovare il tempo e il modo per ingollare pandori e bere Coca Cola, perché tanto per cambiare le sue colleghe avevano negato la disponibilità a concedere un pezzetto delle loro ore per festeggiare l’arrivo delle feste e l’arrivederci a Gennaio.
Così quasi incespicò quando vide Amelia spuntare dalla strada e fiondarsi verso il cancello come un proiettile, senza un momento di esitazione. Prima che potesse pensare a qualcosa, la mano di un ragazzo biondo si poggiò bruscamente sulla spalla di lei e la trattenne. Era lo stesso che aveva scorto settimane prima, davanti scuola, accanto alla Smart blu, e sembrava fuori di sé. Giulio si fermò a distanza per osservarli. (altro…)

Gianluca Wayne Palazzo, “Gli undici addii” #6: Consiglio di classe

consiglio

Quel solito brusio di penne scivolate sul bancone della sala professori, i fogli ciancicati e le agende, le fotocopie fruscianti e l’ordine del giorno, il registro rosso dalla copertina ruvida per il verbale, sotto la faccia di uno scorato professore di musica, la plastica beige dei bicchierini di caffè della macchinetta, e poi un foulard, due foulard, fiumi di foulard da donna raggomitolati fra quadernoni, mentre una docente, la più anziana, faceva girare fra tutti una scatoletta metallica piena di caramelle…
Giulio ticchettava sovrappensiero sul registro personale, scorrendo senza leggerli i nomi e i cognomi della sua terza G. Già dieci minuti di ritardo accollati alla sua responsabilità di coordinatore, e mancavano ancora diversi colleghi. Avrebbe dovuto irreggimentare ogni intervento per sfangarla nei restanti cinquanta minuti, e questo significava frenare, imporsi, forse alzare la voce. Nell’anno di prova, come no, ottima idea…
Entrò agitatissima la vicepreside Zucchelli – storia e geografia nella sua terza G – scaraventò la borsa sulla tavolata e cominciò immediatamente a parlare.
«C’è Pannocchia? È già arrivato Pannocchia? Giulio, ti devo parlare della tesina. Mariagrazia, Luisa, poi vi racconto che è successo con la mamma di Noemi in terza B, ci risiamo come l’anno scorso…»
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Gli undici addii #5: “Sciopero”, di Gianluca Wayne Palazzo

da TatooTribes.com

da TatooTribes.com

 

«Ricorda che non puoi fare lezione.»
«Ok… Perché?»
«Si tratta di uno sciopero. Devi solo coprire la classe, non puoi fare lezione al posto del professore che sciopera.»
«Carlini.»
«Esatto.»
Amelia annuì.
«E come faccio a…»
Ma la vicepreside si era allontanata, con la solita fretta da scoiattolo che aveva quando era costretta a fare, insieme al proprio, il lavoro della dirigente. Il suo strofinarsi i capelli per l’ansia era un gesto apotropaico che non aveva mai sortito l’effetto di alleviare una grana, ma in compenso le aveva assottigliato i capelli sulla fronte in una sorta di stempiatura da stress.
Amelia poteva capirla. Poteva capire tutto quello che nasceva dalla frustrazione di non riuscire a… ottenere… i risultati… attesi.
Annuì a se stessa e raggiunse la scala che portava al secondo piano. Camminava con passo cauto, trattenendo l’istinto insensato di portare le ginocchia al petto, e la gonna stretta le si accorciò sulle gambe mentre saliva. Se la spinse in basso per la centesima volta. Che cosa le aveva detto il cervello di indossare una gonna così corta? Non aveva le gambe per una gonna come quella. Soprattutto non era il luogo per una gonna come quella. (altro…)

Gli undici addii #4: “Supplenza”, di Gianluca Wayne Palazzo

Alfred Stieglitz

Duchamp, Fontana, opera perduta, fotografia di Alfred Stieglitz

Si fermò davanti alla professoressa di tecnica accasciata contro la porta dell’aula, notando la linea irregolare delle sopracciglia, il colorito grigio e i capelli appesi alla testa che scivolavano giù, svogliati, in sfumature di ruggine. Un guizzo della pupilla si sostituì al saluto e subito la donna abbandonò l’uscio, spalancandogli davanti un’interminabile ora di supplenza in una classe non sua.
La terza E. Gustosissimi aneddoti nei consigli di classe della sua terza G dai colleghi che se le spartivano entrambe, e a volte persino in collegio docenti. La coordinatrice, si diceva, aveva lanciato la provocazione di un sette in condotta collettivo, per dare un esempio. La provocazione era caduta nel nulla.
Bisognava inventare qualcosa. Soltanto uno sprovveduto sarebbe entrato in quell’acqua sporca e tempestosa senza un piano, senza un protocollo a cui affidarsi per uscirne interi. Giulio si rese conto che si era fermato appena prima della soglia di visibilità, e fissava una scritta a pennarello sul muro accanto allo stipite della porta, senza capire. Uno scroscio di risate potente come se venisse da un teatro con tremila paganti lo investì dall’interno.
Represse una sorda disperazione e varcò la soglia. Quasi non se ne accorsero. Sbatté la porta e metà del chiasso scemò. Li guardò, quasi tutti in piedi, le fauci bavose nell’aria densa di ignoranza, testosterone e scariche di elettricità statica, le T-shirt sudate, materiale sufficiente a due o tre cartolerie sparpagliato a terra. Alle sue spalle una lavagna sfregiata da scarabocchi primitivi, e di fronte a lui un pacchetto di patatine gonfio d’aria nelle mani di un ragazzino.
Non uno qualsiasi, si rese conto Giulio. Il più celebre fra loro, quello che Pannocchia – il prof di ginnastica – in una pausa pranzo informale aveva proposto di abbandonare ad Auschwitz durante la visita nel Viaggio della Memoria.
Luca Sgarella. (altro…)