scritture

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (Parte seconda)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la seconda parte de Il Mondo, carta del tutto. 

[qui la parte prima]

«Secondo me dovresti andare», mi disse E indicando il solito rifugio degli sceneggiatori di thriller senza idee, il condotto di aerazione.
«Ha ragione», continuò T. «Sei, ecco, no, non sei la più mingherlina. Ma sei giovane, puoi scappare più veloce se le cose si mettono male.»
Mi guardarono tutte come se fossi stato il Messia. Un eroe. Evidentemente un martire, agli occhi di M, che venne chiusa nello stanzino delle scope.
«Non telefonate. Non vi muovete. Non vi picchiate. Vorrei trovarvi tutte in un posto e sane di mente quando torno», dissi.
Fu così che mi ritrovai per strada, uno svincolo silenzioso e senza stole di statale deserta, pieno di cartacce, con vista su pastore tedesco investito. Non c’erano balle di fieno solo perché eravamo in una periferia di città, e non c’erano gli avvoltoi – ma c’erano i gabbiani, in genere impazziscono, preferiscono farlo a mezzanotte ma quella mattina urlavano a poco più di venti metri sopra la mia testa, a mucchi. Uno stava pasteggiando, ad ali aperte, incredibilmente grande per avere paura di me, da un cumulo di carne sanguinolenta abbandonato sull’asfalto. Non era un corpo morto; era una bistecca scivolata da un cartoccio che rotolava poco lontano. Per dirla tutta era a ben tre metri dal corpo morto di R, caduta a piombo dalla finestra della sua camera probabilmente la sera prima. Forse i gabbiani non sono quegli assaggiatori di cadaveri su cui il campo si stringe nelle discariche; non capisco perché la stessa bestia possa rappresentare libertà e grandezza quando ha per sfondo il mare e omicidio e putrefazione quando abita in città. O forse, più semplicemente, l’animale aspettava che proseguissi prima di assaporare la signorina R, e si stava dando solo un tono. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #18: LA LUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Luna, carta della chiaroveggenza.

 

Sono un animale da lavoro. Datemi responsabilità, scadenze, e ognuna di quelle piccole fibrillazioni che il mio incarico prevede (sono un insegnante, dovrei fornire al mondo un alto livello di competenza e il massimo grado di improvvisazione) e io le porterò avanti in anticipo e con voce ferma. Mi costa molto: mi costa un’ansia montante dal risveglio al caffè alla colazione in strada al viale fino al cancello percorso un piede davanti all’altro, tanto che sembra io mi stia avviando verso la fossa dei leoni, tanto che ogni volta mi sussurro: vorrei fosse domenica. Quotidianamente dimentico che tutto passa, e che le mie scartoffie sono sotto controllo, e che una volta in aula divento un mattatore. Ma ogni volta, percorrendo il viale con il mio cornetto al miele chiuso nella borsa, mi sussurro: vorrei fosse domenica.
Poi la domenica arriva, e non posso fare altro che staccare la sveglia nella speranza di dormire fino a lunedì. Qualche volta mia madre mi chiama, verso le tre del pomeriggio, e fa ironia: potevi anche fare una sola tirata fino al funerale.
Per i miei amici, per qualche strana disposizione delle stelle, sono qualcuno da cercare durante la settimana, quando sono tanto oberato da doverli incastrare alla fine di una giornata di impegni. Le loro domeniche sono deputate ad altro, non come le mie. Certo, è il giorno della lavatrice, e quello in cui passo l’aspirapolvere con più perizia, e così va via ben un’ora delle otto di veglia che mi separano dal lunedì. Sbrigo piccole cose, come sentirmi occupato se vado un’oretta a leggere in un bar, o camminare fino al supermercato per la spesa settimanale. Ma ancora, il carico di ore della domenica, nella mia casa che si restringe come un paio di pupille non abituate a guardarmi, mi grava sulla schiena. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #16: LA TORRE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Torre, carta della rottura.

 

La prima volta che se ne accorse, Lei si era fermata su una sedia in cortile per fumare una sigaretta prima di rientrare a casa. Faceva buio molto presto, e il cielo del pomeriggio era di un gonfio grigio scuro: così qualcuno, in un piano alto dello stabile, aveva acceso una luce che l’intelaiatura del cemento di fronte assorbiva, restituendo un riflesso morbido e azzurro. Bisognava alzare lo sguardo verso l’alto per accorgersene, e Lei lo vide quasi per caso, dal profondo del suo cortile. Per qualche memoria che non le apparteneva, provò tenerezza e fumò la sua sigaretta per intero fissando la luce impressa contro il muro, che portava la sagoma verticale del telaio di una finestra. Quando ebbe finito la sigaretta si alzò e non pensò più a quello che aveva visto.
Ma quella sera, quando stava per mettersi a dormire, si accorse che puntando lo sguardo da un angolo della stanza riusciva a vedere la sagoma del riflesso sul muro di fronte, perché la finestra da cui proveniva la luce era proprio accanto alla sua. Allora trascinò il letto in modo da riuscire a guardare il riflesso, che le conciliò il sonno.
Il giorno dopo non pensò al riflesso finché fu di nuovo ora di tornare a casa. Accese la sigaretta in cortile come aveva sempre fatto, e solo allora il gesto le fece ricordare di alzare lo sguardo verso il muro. Il riflesso era di nuovo lì, della stessa forma e con la medesima intelaiatura di come lo ricordava. Fumò una prima sigaretta, poi una seconda, e continuò a guardare quella forma cercando di capire se le ricordasse qualcosa che poteva giustificare tutto quell’affetto. Perché era affetto vero e proprio quello che portava per quella sagoma azzurrina, come lo si potrebbe portare a un luogo che ci è stato caro da bambini o a un oggetto regalato da una persona amata.
«Guarderò questo riflesso come i giapponesi sistemano i fiori o prendono il tè», disse a se stessa, «con la stessa tenera attenzione.»
All’improvviso, alla terza sigaretta, vide il profilo del riflesso cambiare: l’asse del telaio scorse fino al limite della zona illuminata e una forma tonda e scura, con tutta probabilità una testa, ne occupò la parte centrale. Lei provò un’immediata rabbia per quell’intrusione. Non le importava che fosse grazie al suo vicino che quel riflesso esisteva: lui non aveva il diritto di interrompere quel sortilegio con il volgare gesto di affacciarsi alla finestra. Spense la sigaretta sotto il piede, la buttò nel cestino comune e salì le scale di corsa per non correre il rischio di incontrare il vicino se fosse uscito. Di nuovo, quella notte, sistemò il letto in modo da guardare l’area illuminata e riuscì a prendere sonno prima che la luce si spegnesse. (altro…)

Le allegre gattare

Vorrei farvi il quadro della situazione. Di come la nostra vita sia cambiata da una normale sussistenza tra umani a uno scenario tipico di Durrell, benché gli animali siano solo tre, almeno l’ultima volta che ho telefonato a casa.
Quattro, se si conta il bengalino che è l’estasi e il tormento di Morgan, ma di questo avremo modo di parlare.
Quando mia sorella mi disse che avrebbero preso un gatto, io stavo tirando fuori un maglione da uno stand dell’oviesse. Aveva una buona percentuale di lana, e nonostante questo me lo potevo permettere, ma non l’ho mai comprato, perché l’idea di un gatto in casa Amato era un evento storico e dovevo prendermi un po’ di tempo per barcollare. Voleva dire, innanzitutto, che Madre avrebbe smesso di pronunciare quotidianamente la frase “come vorrei avere un gatto se solo non limitassero tanto negli spostamenti e poi forse questa casa non è adatta ad avere un gatto sai i divani poi”.
Giulia mi disse che sarebbe stato un norvegese, e di cercarlo su internet. Smanettai subito con il telefono e mi spaventai. Si profilavano chili e chili di essere vivente, con metri quadri di pelo annesso.
Io ero lontana, ovviamente, quando la piccola arrivò. Era ancora piccola nel senso che stava ancora su una piastrella, il suo visetto era leggermente diverso da adesso, come più stuporosamente largo. Era tutta nera, salvo il bianco dei guanti delle zampine e della lacrima che dal principio della fronte si allargava al musetto, e poi alla pancia, un’unica livrea soffice come il cotone. Morgan avrebbe perso questa batuffolosità per un mantello lucido e setoso, ma questa è un’altra storia; Salomé sarebbe rimasta sempre così, con la morbidezza leggermente stopposa di un gatto piccolo. Io vivevo attaccata al telefono, anche se non ero il tipo che si affeziona ai gatti (e ignora l’esistenza dei cani), il mio era un interesse estetico ed epistemologico, e il punto in cui andò a incunearsi tutto il mio interesse fu la scelta del nome.
Madre sospirava:
«Oh, avrei sempre desiderato avere una gatta e chiamarla Grace.»
Mia sorella era fervidamente occupata nelle operazioni di spoglio. Io, a distanza, proposi Matilde, in omaggio alla creatura che ha ricevuto le più meravigliose poesie d’amore che un essere umano abbia mai dedicato alla sua legittima compagna e non a un’irraggiungibile figura, perché nel secondo caso sono buoni in molti, ma nel primo riescono pochissimi.
Madre continuava a sospirare, vocina lieve al di là del telefono, oh come vorrei chiamarla Grace.
Non so perché non le prestammo nessuna attenzione, anche se il nome in fondo piaceva a tutte e due. Forse quel continuo sospiro e l’uso indefesso del condizionale ancoravano l’enunciato all’ambito della velleità, e le nostre orecchie continuavano a non registrarlo. (altro…)

Il mondo grande e terribile di Gramsci

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

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La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
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diverse scritture – Francesco Dal Corso (post di natàlia castaldi)

di Francesco Dal Corso
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Settembre o della tarda estate.
Quando le ombre incominciano
________________a scalpitare
Un po’ più in là stregarsi d’incanto
Quando la luna acquista fierezza
_________________soldo nel cielo reclino
Raccolgo le forze, non ancor dissipate
Quando arriva settembre e il meglio
_______________________dell’estate.

Calpestava il riverbero di mezzogiorno
a torso nudo, sfidando sassi glabri
______________________e antichi
mio figlio e l’ultimo resto di un’estate
______________________  lontana
ora che la soglia viene, resistendo all’enigma.

Luccica di irriverenza, partorisce
e sfregia la quotidiana inclemenza.
Lidi lontani e vette immote
________________ed il tornare.
Non canta lodi, solo improvvide trasformazioni.
Senza di essa non saprei che dire, né vivere.
Un vero spasso, la poesia.

Nulla accade all’improvviso
se non per noia, per finta, a tradimento.
Nulla accade dietro l’angolo
se non nei sogni o in racconti mediocri.
Nulla accade davvero
lontano dalle scene, in cui si va
______________________e si viene.

L’ultima sigaretta, quella del condannato
e ad occidente la Luna e Venere, a capolino
sotto le nuvole.
Gracchiai qualcosa, nel respiratore.

Ero uno di loro, un tempo.
Conoscevo i destini del mondo,
provavo gioia e disperazione.
Mi accadde di guarire, separati
_______________il bene e il male.
Un naufragio di onnipotenza.

Sarei tornato in compagnia degli altri,
a patto che si levassero di torno.

Un tempo scrivevo al passato, terra di
_________________malinconiche aspirazioni.
Poi sono venuto al presente ed ho incontrato
superbia, ira e desiderio.
Ho tentato infine le vie del futuro
prendendo alla sprovvista i delitti dell’accadere.

Voglio raccontare la realtà prima che essa accada
Voglio aggredirla, travolgerla, vituperarla.

Non faccio sconti, questa volta.

La mamma che avrei voluto me lo diceva spesso: non accontentarti, figlio mio, io mi arrampicavo sugli alberi prima di diventare un disegno nel volume della tua infanzia.

Arrancando tra le strofe se ne scoperchia tutta la fragilità, il loro transitare lungo la faglia tra luce e ombra. Ogni capitolo ha bisogno di incoscienza, per sopravvivere. E una volta scritta la parola ‘fine’ non c’è nulla in grado di salvare l’epoca del sublime.
Non saprei cosa aggiungere, senza lasciar accampare il superfluo.
E non se ne va più via, una volta che gli si concede una mezza riga.

La certezza che vi sia qualcosa, che non lasci soli uno specchio d’acqua o un brano di cielo.
Un barlume di salvezza, simile allo sguardo dell’animale quando ci si strappa i capelli, o come la scritta su di un muro che recita: la lettera.
E ne abbiamo di francobolli da leccare, sperando in una risposta.
Il tonfo delle buste, nella cassetta della posta, lascia scivolare le disperazioni lungo lo specchio dell’anima.

Lo appese alla volta celeste, dimenticandosi delle rivoluzioni degli astri.
Il secchio della speranza toccò terra prima che le nuvole scendessero all’altezza delle sue abitudini.
Tonfo sordo, divenendo sasso.
Il mondo, lungo l’orizzonte, ancor più bello e dolente.

Una conchiglia, incastonata nel cavo dell’ascella.
Al risveglio vi ritrovai l’ora legale,
nascosta tra cristalli liquidi.
Immaginando di scorgere la luna del giorno
prima, sorseggiando un bicchiere d’alba,
puntellai di pericoli le rotaie del quotidiano.

In prossimità del margine, prestare attenzione.
Facendosi margine, aver cura di tralasciare ogni cosa.
Avendo fiducia che tutto, infine, troverà il suo posto.

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Francesco Dal Corso

courtesy of Francesco Marini

Francesco Dal Corso è nato a Mestre il 2 aprile del 1973 e vive in provincia di Venezia con la sua famiglia. Una laurea in filosofia e una passione per l’astronomia, nel suo cursus studiorum. A partire dal 2010 inizia a scrivere secondo una forma minima di costanza, pubblicando alcune cose dapprima sulla piattaforma Splinder (paroleinlontananza) e migrando poi su allorizzonte.wordpress.com. Condivide con Francesco Sarti il “progetto” Feritoie (feritoie.wordpress.com).

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Vincenzo Mancuso: La macchina nella mente – inedito (post di Natàlia Castaldi)

Hercules - A. Calder

Hercules – A. Calder

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Vincenzo Mancuso

inediti da

La macchina nella mente, 2009

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dalla sezione Effetti della catena

 

(turno di notte)

Può non dirne la prima col fruscio pesante.
E’ che barcolla nelle briciole sotto un getto monocromo
assimilando il freddo alluminio sulla tosse.

Il fermo mascelle nell’acqua la rallenta, la fa
ancora più talpa. Minzione nascosta.

Lo spazio sulla vetrata
da’ la geometria delle occasioni.

*

Cultura del freddo ai lati di via S. Cristoforo.
Calano in borsa coi tic gli appunti
delle nocche, le nevrosi. Effetti della catena.

Il moto è uno squittire elettrico fra le rampe,
preme sul collo, ricicla i fotogrammi, il grasso
del traffico va alla superficie delle cose

– da lì anticipa la sintassi dello scontro
nell’angolo preposto.

*

I cadaveri escono dalle maniere
(singole preparazioni) – il proprio di spirito nel blister
incontra dettami di un estraneo.
Dal tavolo al letto è acido
del non concesso, quello del 4
verso la marina che allenta.
Fa scatola di rame.

Cenere, sotto l’acrilico invernale
sta nei minuti dell’arpa, sul motivo umido
nelle fibre dove i gradi della visione
si spaccano fra le orde nelle serrande.

Legno afono duplicato dalle labbra.

*

Se esce è perché i vecchi ritornino
negli antri / dietro le quinte fastidiose
dei rodimenti dopo le vertigini, i gas
gli aggettivi automatici della creanza.

L’affetto nello stomaco vede la salita un azzardo
seccare sui marmi, nel progetto dei viali.

Lo sbandamento del sangue
è l’analisi dei passanti.

*

Non è propria
ma agita aria sul votivo del risveglio. Uno
consueto delle cinque
scalcia sulla malattia | l’editto al ripiano
col segno dove i segni spaventano
le amnesie nel corridoio:

(eccoci)

l’incendio decide una bolla
che anticipa il risultato.

Le hanno visto la testa separata dalle ore
prima degli abiti, la folla
in qualcuno dietro il cancello per Marilena.
Nel vetro ritagli di una tappa
oltre costruzioni. Anni impreparati.

*

(entrata nel sangue)

Il capo resuscita che la notte è invasa dagli stranieri.
Col collo pasticcio ferisce lenzuoli intermittenti.
Luci fresche.

Il pendolo cola in una pratica
(campanelli, precisi venditori sull’ingresso)
mentre gli appunti cedono alla mia mediana.
Compongono le distrazioni.

*

Verso il porto della sala orchestra un codice
spalanca le pareti, la gioventù in frazioni.
Cornici che si avverano ovvietà.
Dietro gli infissi la lentezza
pare un saluto che si nasconde.

*

Ritorna liquido e rovescia il primo aggettivo, l’acido
fino ai binari delle ringhiere, le vertigini sui tram.
La collera si sfiata, sfrega la fede
dove i nomi hanno messo le radici
dopo che le acque abitarono l’erede.

*

I cani sperano fra il loro grigiore, in teste
girate che il fattorino ha sorriso
e il cacciatore prende il muro con una tela.

Le tende respirano un precario:
è la superstizione in numeri
l’effetto dell’acciaio e della noia;
occasioni automatiche
in un orzo – res – microgrammi per le viscere
– trovandone posticipa lo scontro.

*

C’è sui beati una lesione di alba
vista dopo i cestini, dal collo
nei quadri prima dell’atto

(dico: scoperti che si accasciano e ritardi).

L’aiuola rianima in Rosario
in probabili verdure nella vasca
dove glossano gli improperi. Mesate.

Il verde è nuovo
e il tumore è nel sacco
nei grassi dei pedoni allineati.

*
                                                     7:00 am

Sposteremo le piante
con battute sconosciute, certi.
Dopo lo squillo, prima della rinuncia
è l’entrata nel sangue, nei corpi da separare
(pulitura dei vecchi)

la polvere incide
i colpi: è il velo che si comprende.

Appena il cotone lo ingoia
nel ritratto di chi è già versato
fibrilla sotto i castelli di via Immacolata
– è l’anima industriale che si sdoppia.

*

(montaggio)

Mentre la catena è nel piatto
l’esperta incarna proprietaria degl’angoli stranieri.
Nei fabbricati dell’apparenza
lascia la domanda che disturba, il moccio.
Sciroppi improvvisati sugli spettatori.

Il volume è nel tumulto necessario.

*

E’ viva nel rito delle carte, sull’inizio dei treni
fino al bagaglio dell’artista.

Nelle creme c’è la farsa della riconoscenza.
(Si prova a montare l’uovo: silenzio).

*

Entri nei suoi terremoti
come un restauro
dopo Gerusalemme; nelle offerte
i plurali della concentrazione.
Stiamo al carro fino agli anelli.

Nella sorgente appesa alla sedia scava
la polemica della carne, i voti via dal rogo.

Il ritardo è sul rumore del paragrafo
nel malanno dopo la coppia.

*

                                                                                        dico di A.

Pensa che il futuro sia degli armadi.

Usciranno tutte le risposte: l’esplosione
è nel tempo accumulato.

Se ne va di geografia
con i boccagli che la fanno Dio
per i fiori, approvata da un’ immagine.

E’ la scena madre, una breccia.

*

(purgatorio)

Le probabilità sono sui quaderni
nei cartoni, nello schermo
dove il motivo brucia una mano.
Su di lui c’è da affacciarsi all’aperto:
si scava dentro le partenze.

Lo senti dal suo purgatorio
con una doppia voce che ingrassa dopo la rinascita.
Pare sia l’esempio da spendere.

*

L’ultimo arrivato ha l’istinto nella macchina
sul lampione che l’allarga come un trofeo.
Cresce sulle costole e per le lunghe corna
quando gli occhi arrossano il suo doppio.

Dalle narici si capiscono
gli strumenti nella mente.

*

Le leggi sono topi
annulleranno le altezze.

Con sufficienza ai lati della bocca
gira la controra delle porte. (Pausa)
E’ il mammifero nel viaggio della prossima nazione.

Sembra tutto attraversato dalle donne, pieno
nelle sue atmosfere. E’ il tamburo battente.

[nota bene]:

Le sue percussioni hanno erbe altissime
periferie da rifare, linguaggi.
Vivono oltre distese mute
che salutano da una cornice.

*

(l’escluso)

Dopo il quinto rullo di scale
si stende il braccio della tregua.
Gli affetti apparterranno alla città, ai suoi dialetti.

L’ora prende il largo in un altro corto di fede:
le stanze proiettano il suicidio
(job, style, motori di ricerca).
Si alza l’acqua degli esclusi.

*

Il rito evapora
ma l’affanno è il risultato degli scarti.
E’ il male peggiore.

Mi vedo nella bolla che viene
con la faccia allungata dall’aspettativa
fino al tavolino. Chiuderò
il legno di una generazione.

*

Il film finisce nella gola:
salto con la nostra ballerina
con l’astronauta che mi spacca la testa
per un gettone (odore di ospedali
calendari, frequenze da coniugare).

Galleggia il miracolo che mangio:
la felicità è un ritratto una compagnia.

_____________

dalla sezione Novelletta

 

 

La conta è dei metri quadri a ogni ventata d’improperi.
Era la meta, il documento.
In sogno è una testa nera poi calva che saluta.
La negazione dell’occidente: la casa.

*

Dall’ultimo piano di ferro
si scorda il peso degli esseri in difetto
il soccorso possibile.
Le grandi voci mangiate in processione.
Il cemento sono i lati in agilità
sul verde ridotto, certe volte Calder.
Una morte bellissima.

*

Punta la creta
e quando risale c’è la breve galera dei piani riservati
le inferriate che gessano il cortile.
E’ così la macchina nella mente sui campi da sgrassare.
I cieli paese, pagine del salto ripetuto, il binario
sono le vie dei giusti.

*

[Scariche sul lato malato della veduta. Rientro di voti.
Dalla finestra il largo imbuto successivo (la sentenza studiata).
Il tema umano della novelletta1].

*

Le ripetizioni hanno movenze segrete
strettoie, spiriti di vetro.
Un rosso che invade dopo le tensioni
dopo la salita tirata.

*

Negli occhi è una nave che saluta
un cantiere mobile
la fuga sotto le facce idiote, il tricolore:
la faccenda della resistenza.

*

Sul registro della fine si riduce nei suoi santuari,
nella preghiera indelicata del prolungamento.
Questa è la figura in attesa, la tenerezza.
Passaggi di consegne, metodi gelo dei numeri – sono le chiavi.

*

Dal nostro doppio senso
è stata una traccia, una cosa molle che trasloca.
Le stagioni vengono e vanno, maggio
è tornato e non ce ne siamo accorti 2

_________________________
note: 1 – da La Teleferica / 2 – da La Capanna Indiana – A. Bertolucci

Sordo – da “Cartografie” – inedito di Viola Amarelli (post di Natàlia Castaldi)

Milarepa

Milarepa

Non sento  più tanto bene, io che ascoltavo le chiacchiere dietro ogni muro e porta chiusa, e i passi a decine di metri. Nessuno mi ha mai preso alle spalle. I sensi, affinati e affilati. Cedono, impercettibilmente, a poco a poco, o di colpo, non che abbia importanza, visto che comunque ti incazzi, di brutto.

Una stupidità incazzarsi, è l’età e anche una rinite alle tube. Aereosol. Che palle. Poi so che ci si abitua, trovare nuovi equilibri, pare che funzioni così, l’adattamento, uno dei capisaldi del successo nostro mammifero.  Occorre convivere con il corpo, uno strumento che si usura, ma anche usurante, roba da gettare la spugna.

I sensi. Mi rassicuro, impercettibilmente, o di colpo come adesso che so in fin dei conti di esser stato sempre un po’ sordo. Alla  musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui dò credito giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba. Per il resto mi fido dei gusti degli amici; qualche volta per non sfigurare accompagno le donne di turno ai concerti, fingo di interessarmi. Me la cavo parlando dell’allestimento, o del pubblico o rimasticando ovvietà mischiate a gusti da dandy. Funziona, le persone tendono sempre a darti credito se decidono che devi, in qualche modo, essere interessante.

Rock o da camera per me è lo stesso, puro sanscrito, buffo per chi nell’orecchio ha eletto una vita. Una vita anche sensuale, con le bocche e i denti che serrano il lobo e l’atrio, terminazioni nervose alle stelle, la lingua verso Eustachio, l’ignoto di tromba, piacere pieno, va bene così. Un sentire da donna, un orgasmo alla Mozart, a crederci, credo, credo in molto, dopo averlo provato, sulla pelle. O all’orecchio possibilmente.

Son sordo anche a molte sfumature emotive. A gelosie, e invidie, e risentimenti, per dirne qualcuna. Non sono nelle mie corde e quindi non me ne accorgo se non quando me le rinfacciano o spiattellano in faccia. Orgoglioso, e strafottente, dicono. Vai a spiegare che sono un po’ sordo. Vai a spiegare che non è disinteresse, è proprio che non le riconosco. Capisco l’accidia, la rabbia, la golosità, insomma i miei di difetti, non quelli degli altri. Ho imparato quindi a restar muto. Per non ferire. Un bel sordomuto Acconsento placido o lascio passare, scorrere, prima o poi le persone si abituano a come sei, quelle che incontri ogni giorno, quelle che ovviamente a forza di starti vicine diventano sorde, muri di gomma. Fonoassorbenti.

Confondere lo stile, le scelte formali, con una qualsivoglia impostura; cicaleccio, tra poco grilli; il passaggio di tempo marcato dal passaggio di suoni. Inventarsi il silenzio, la cornice dintorno. Inventarsi che non sei sordo, è il rumore che si acquieta. Tanto torna. All’orecchio, come l’immagine di Milarepa, un’icona che ascolta assorto e seduto. Ascolta, il rumore di una mano, chiaro, chiaro, una mano che applaude da sola.

 (da “cartografie”, inedito)