scritture

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

.

savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
(altro…)

diverse scritture – Francesco Dal Corso (post di natàlia castaldi)

di Francesco Dal Corso
.
.
Settembre o della tarda estate.
Quando le ombre incominciano
________________a scalpitare
Un po’ più in là stregarsi d’incanto
Quando la luna acquista fierezza
_________________soldo nel cielo reclino
Raccolgo le forze, non ancor dissipate
Quando arriva settembre e il meglio
_______________________dell’estate.

Calpestava il riverbero di mezzogiorno
a torso nudo, sfidando sassi glabri
______________________e antichi
mio figlio e l’ultimo resto di un’estate
______________________  lontana
ora che la soglia viene, resistendo all’enigma.

Luccica di irriverenza, partorisce
e sfregia la quotidiana inclemenza.
Lidi lontani e vette immote
________________ed il tornare.
Non canta lodi, solo improvvide trasformazioni.
Senza di essa non saprei che dire, né vivere.
Un vero spasso, la poesia.

Nulla accade all’improvviso
se non per noia, per finta, a tradimento.
Nulla accade dietro l’angolo
se non nei sogni o in racconti mediocri.
Nulla accade davvero
lontano dalle scene, in cui si va
______________________e si viene.

L’ultima sigaretta, quella del condannato
e ad occidente la Luna e Venere, a capolino
sotto le nuvole.
Gracchiai qualcosa, nel respiratore.

Ero uno di loro, un tempo.
Conoscevo i destini del mondo,
provavo gioia e disperazione.
Mi accadde di guarire, separati
_______________il bene e il male.
Un naufragio di onnipotenza.

Sarei tornato in compagnia degli altri,
a patto che si levassero di torno.

Un tempo scrivevo al passato, terra di
_________________malinconiche aspirazioni.
Poi sono venuto al presente ed ho incontrato
superbia, ira e desiderio.
Ho tentato infine le vie del futuro
prendendo alla sprovvista i delitti dell’accadere.

Voglio raccontare la realtà prima che essa accada
Voglio aggredirla, travolgerla, vituperarla.

Non faccio sconti, questa volta.

La mamma che avrei voluto me lo diceva spesso: non accontentarti, figlio mio, io mi arrampicavo sugli alberi prima di diventare un disegno nel volume della tua infanzia.

Arrancando tra le strofe se ne scoperchia tutta la fragilità, il loro transitare lungo la faglia tra luce e ombra. Ogni capitolo ha bisogno di incoscienza, per sopravvivere. E una volta scritta la parola ‘fine’ non c’è nulla in grado di salvare l’epoca del sublime.
Non saprei cosa aggiungere, senza lasciar accampare il superfluo.
E non se ne va più via, una volta che gli si concede una mezza riga.

La certezza che vi sia qualcosa, che non lasci soli uno specchio d’acqua o un brano di cielo.
Un barlume di salvezza, simile allo sguardo dell’animale quando ci si strappa i capelli, o come la scritta su di un muro che recita: la lettera.
E ne abbiamo di francobolli da leccare, sperando in una risposta.
Il tonfo delle buste, nella cassetta della posta, lascia scivolare le disperazioni lungo lo specchio dell’anima.

Lo appese alla volta celeste, dimenticandosi delle rivoluzioni degli astri.
Il secchio della speranza toccò terra prima che le nuvole scendessero all’altezza delle sue abitudini.
Tonfo sordo, divenendo sasso.
Il mondo, lungo l’orizzonte, ancor più bello e dolente.

Una conchiglia, incastonata nel cavo dell’ascella.
Al risveglio vi ritrovai l’ora legale,
nascosta tra cristalli liquidi.
Immaginando di scorgere la luna del giorno
prima, sorseggiando un bicchiere d’alba,
puntellai di pericoli le rotaie del quotidiano.

In prossimità del margine, prestare attenzione.
Facendosi margine, aver cura di tralasciare ogni cosa.
Avendo fiducia che tutto, infine, troverà il suo posto.

______________________

Francesco Dal Corso

courtesy of Francesco Marini

Francesco Dal Corso è nato a Mestre il 2 aprile del 1973 e vive in provincia di Venezia con la sua famiglia. Una laurea in filosofia e una passione per l’astronomia, nel suo cursus studiorum. A partire dal 2010 inizia a scrivere secondo una forma minima di costanza, pubblicando alcune cose dapprima sulla piattaforma Splinder (paroleinlontananza) e migrando poi su allorizzonte.wordpress.com. Condivide con Francesco Sarti il “progetto” Feritoie (feritoie.wordpress.com).

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Vincenzo Mancuso: La macchina nella mente – inedito (post di Natàlia Castaldi)

Hercules - A. Calder

Hercules – A. Calder

.

.

.

.

Vincenzo Mancuso

inediti da

La macchina nella mente, 2009

.

.

.

.

dalla sezione Effetti della catena

 

(turno di notte)

Può non dirne la prima col fruscio pesante.
E’ che barcolla nelle briciole sotto un getto monocromo
assimilando il freddo alluminio sulla tosse.

Il fermo mascelle nell’acqua la rallenta, la fa
ancora più talpa. Minzione nascosta.

Lo spazio sulla vetrata
da’ la geometria delle occasioni.

*

Cultura del freddo ai lati di via S. Cristoforo.
Calano in borsa coi tic gli appunti
delle nocche, le nevrosi. Effetti della catena.

Il moto è uno squittire elettrico fra le rampe,
preme sul collo, ricicla i fotogrammi, il grasso
del traffico va alla superficie delle cose

– da lì anticipa la sintassi dello scontro
nell’angolo preposto.

*

I cadaveri escono dalle maniere
(singole preparazioni) – il proprio di spirito nel blister
incontra dettami di un estraneo.
Dal tavolo al letto è acido
del non concesso, quello del 4
verso la marina che allenta.
Fa scatola di rame.

Cenere, sotto l’acrilico invernale
sta nei minuti dell’arpa, sul motivo umido
nelle fibre dove i gradi della visione
si spaccano fra le orde nelle serrande.

Legno afono duplicato dalle labbra.

*

Se esce è perché i vecchi ritornino
negli antri / dietro le quinte fastidiose
dei rodimenti dopo le vertigini, i gas
gli aggettivi automatici della creanza.

L’affetto nello stomaco vede la salita un azzardo
seccare sui marmi, nel progetto dei viali.

Lo sbandamento del sangue
è l’analisi dei passanti.

*

Non è propria
ma agita aria sul votivo del risveglio. Uno
consueto delle cinque
scalcia sulla malattia | l’editto al ripiano
col segno dove i segni spaventano
le amnesie nel corridoio:

(eccoci)

l’incendio decide una bolla
che anticipa il risultato.

Le hanno visto la testa separata dalle ore
prima degli abiti, la folla
in qualcuno dietro il cancello per Marilena.
Nel vetro ritagli di una tappa
oltre costruzioni. Anni impreparati.

*

(entrata nel sangue)

Il capo resuscita che la notte è invasa dagli stranieri.
Col collo pasticcio ferisce lenzuoli intermittenti.
Luci fresche.

Il pendolo cola in una pratica
(campanelli, precisi venditori sull’ingresso)
mentre gli appunti cedono alla mia mediana.
Compongono le distrazioni.

*

Verso il porto della sala orchestra un codice
spalanca le pareti, la gioventù in frazioni.
Cornici che si avverano ovvietà.
Dietro gli infissi la lentezza
pare un saluto che si nasconde.

*

Ritorna liquido e rovescia il primo aggettivo, l’acido
fino ai binari delle ringhiere, le vertigini sui tram.
La collera si sfiata, sfrega la fede
dove i nomi hanno messo le radici
dopo che le acque abitarono l’erede.

*

I cani sperano fra il loro grigiore, in teste
girate che il fattorino ha sorriso
e il cacciatore prende il muro con una tela.

Le tende respirano un precario:
è la superstizione in numeri
l’effetto dell’acciaio e della noia;
occasioni automatiche
in un orzo – res – microgrammi per le viscere
– trovandone posticipa lo scontro.

*

C’è sui beati una lesione di alba
vista dopo i cestini, dal collo
nei quadri prima dell’atto

(dico: scoperti che si accasciano e ritardi).

L’aiuola rianima in Rosario
in probabili verdure nella vasca
dove glossano gli improperi. Mesate.

Il verde è nuovo
e il tumore è nel sacco
nei grassi dei pedoni allineati.

*
                                                     7:00 am

Sposteremo le piante
con battute sconosciute, certi.
Dopo lo squillo, prima della rinuncia
è l’entrata nel sangue, nei corpi da separare
(pulitura dei vecchi)

la polvere incide
i colpi: è il velo che si comprende.

Appena il cotone lo ingoia
nel ritratto di chi è già versato
fibrilla sotto i castelli di via Immacolata
– è l’anima industriale che si sdoppia.

*

(montaggio)

Mentre la catena è nel piatto
l’esperta incarna proprietaria degl’angoli stranieri.
Nei fabbricati dell’apparenza
lascia la domanda che disturba, il moccio.
Sciroppi improvvisati sugli spettatori.

Il volume è nel tumulto necessario.

*

E’ viva nel rito delle carte, sull’inizio dei treni
fino al bagaglio dell’artista.

Nelle creme c’è la farsa della riconoscenza.
(Si prova a montare l’uovo: silenzio).

*

Entri nei suoi terremoti
come un restauro
dopo Gerusalemme; nelle offerte
i plurali della concentrazione.
Stiamo al carro fino agli anelli.

Nella sorgente appesa alla sedia scava
la polemica della carne, i voti via dal rogo.

Il ritardo è sul rumore del paragrafo
nel malanno dopo la coppia.

*

                                                                                        dico di A.

Pensa che il futuro sia degli armadi.

Usciranno tutte le risposte: l’esplosione
è nel tempo accumulato.

Se ne va di geografia
con i boccagli che la fanno Dio
per i fiori, approvata da un’ immagine.

E’ la scena madre, una breccia.

*

(purgatorio)

Le probabilità sono sui quaderni
nei cartoni, nello schermo
dove il motivo brucia una mano.
Su di lui c’è da affacciarsi all’aperto:
si scava dentro le partenze.

Lo senti dal suo purgatorio
con una doppia voce che ingrassa dopo la rinascita.
Pare sia l’esempio da spendere.

*

L’ultimo arrivato ha l’istinto nella macchina
sul lampione che l’allarga come un trofeo.
Cresce sulle costole e per le lunghe corna
quando gli occhi arrossano il suo doppio.

Dalle narici si capiscono
gli strumenti nella mente.

*

Le leggi sono topi
annulleranno le altezze.

Con sufficienza ai lati della bocca
gira la controra delle porte. (Pausa)
E’ il mammifero nel viaggio della prossima nazione.

Sembra tutto attraversato dalle donne, pieno
nelle sue atmosfere. E’ il tamburo battente.

[nota bene]:

Le sue percussioni hanno erbe altissime
periferie da rifare, linguaggi.
Vivono oltre distese mute
che salutano da una cornice.

*

(l’escluso)

Dopo il quinto rullo di scale
si stende il braccio della tregua.
Gli affetti apparterranno alla città, ai suoi dialetti.

L’ora prende il largo in un altro corto di fede:
le stanze proiettano il suicidio
(job, style, motori di ricerca).
Si alza l’acqua degli esclusi.

*

Il rito evapora
ma l’affanno è il risultato degli scarti.
E’ il male peggiore.

Mi vedo nella bolla che viene
con la faccia allungata dall’aspettativa
fino al tavolino. Chiuderò
il legno di una generazione.

*

Il film finisce nella gola:
salto con la nostra ballerina
con l’astronauta che mi spacca la testa
per un gettone (odore di ospedali
calendari, frequenze da coniugare).

Galleggia il miracolo che mangio:
la felicità è un ritratto una compagnia.

_____________

dalla sezione Novelletta

 

 

La conta è dei metri quadri a ogni ventata d’improperi.
Era la meta, il documento.
In sogno è una testa nera poi calva che saluta.
La negazione dell’occidente: la casa.

*

Dall’ultimo piano di ferro
si scorda il peso degli esseri in difetto
il soccorso possibile.
Le grandi voci mangiate in processione.
Il cemento sono i lati in agilità
sul verde ridotto, certe volte Calder.
Una morte bellissima.

*

Punta la creta
e quando risale c’è la breve galera dei piani riservati
le inferriate che gessano il cortile.
E’ così la macchina nella mente sui campi da sgrassare.
I cieli paese, pagine del salto ripetuto, il binario
sono le vie dei giusti.

*

[Scariche sul lato malato della veduta. Rientro di voti.
Dalla finestra il largo imbuto successivo (la sentenza studiata).
Il tema umano della novelletta1].

*

Le ripetizioni hanno movenze segrete
strettoie, spiriti di vetro.
Un rosso che invade dopo le tensioni
dopo la salita tirata.

*

Negli occhi è una nave che saluta
un cantiere mobile
la fuga sotto le facce idiote, il tricolore:
la faccenda della resistenza.

*

Sul registro della fine si riduce nei suoi santuari,
nella preghiera indelicata del prolungamento.
Questa è la figura in attesa, la tenerezza.
Passaggi di consegne, metodi gelo dei numeri – sono le chiavi.

*

Dal nostro doppio senso
è stata una traccia, una cosa molle che trasloca.
Le stagioni vengono e vanno, maggio
è tornato e non ce ne siamo accorti 2

_________________________
note: 1 – da La Teleferica / 2 – da La Capanna Indiana – A. Bertolucci

Sordo – da “Cartografie” – inedito di Viola Amarelli (post di Natàlia Castaldi)

Milarepa

Milarepa

Non sento  più tanto bene, io che ascoltavo le chiacchiere dietro ogni muro e porta chiusa, e i passi a decine di metri. Nessuno mi ha mai preso alle spalle. I sensi, affinati e affilati. Cedono, impercettibilmente, a poco a poco, o di colpo, non che abbia importanza, visto che comunque ti incazzi, di brutto.

Una stupidità incazzarsi, è l’età e anche una rinite alle tube. Aereosol. Che palle. Poi so che ci si abitua, trovare nuovi equilibri, pare che funzioni così, l’adattamento, uno dei capisaldi del successo nostro mammifero.  Occorre convivere con il corpo, uno strumento che si usura, ma anche usurante, roba da gettare la spugna.

I sensi. Mi rassicuro, impercettibilmente, o di colpo come adesso che so in fin dei conti di esser stato sempre un po’ sordo. Alla  musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui dò credito giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba. Per il resto mi fido dei gusti degli amici; qualche volta per non sfigurare accompagno le donne di turno ai concerti, fingo di interessarmi. Me la cavo parlando dell’allestimento, o del pubblico o rimasticando ovvietà mischiate a gusti da dandy. Funziona, le persone tendono sempre a darti credito se decidono che devi, in qualche modo, essere interessante.

Rock o da camera per me è lo stesso, puro sanscrito, buffo per chi nell’orecchio ha eletto una vita. Una vita anche sensuale, con le bocche e i denti che serrano il lobo e l’atrio, terminazioni nervose alle stelle, la lingua verso Eustachio, l’ignoto di tromba, piacere pieno, va bene così. Un sentire da donna, un orgasmo alla Mozart, a crederci, credo, credo in molto, dopo averlo provato, sulla pelle. O all’orecchio possibilmente.

Son sordo anche a molte sfumature emotive. A gelosie, e invidie, e risentimenti, per dirne qualcuna. Non sono nelle mie corde e quindi non me ne accorgo se non quando me le rinfacciano o spiattellano in faccia. Orgoglioso, e strafottente, dicono. Vai a spiegare che sono un po’ sordo. Vai a spiegare che non è disinteresse, è proprio che non le riconosco. Capisco l’accidia, la rabbia, la golosità, insomma i miei di difetti, non quelli degli altri. Ho imparato quindi a restar muto. Per non ferire. Un bel sordomuto Acconsento placido o lascio passare, scorrere, prima o poi le persone si abituano a come sei, quelle che incontri ogni giorno, quelle che ovviamente a forza di starti vicine diventano sorde, muri di gomma. Fonoassorbenti.

Confondere lo stile, le scelte formali, con una qualsivoglia impostura; cicaleccio, tra poco grilli; il passaggio di tempo marcato dal passaggio di suoni. Inventarsi il silenzio, la cornice dintorno. Inventarsi che non sei sordo, è il rumore che si acquieta. Tanto torna. All’orecchio, come l’immagine di Milarepa, un’icona che ascolta assorto e seduto. Ascolta, il rumore di una mano, chiaro, chiaro, una mano che applaude da sola.

 (da “cartografie”, inedito)

nuove liriche dell’incompiuto #2 (post di Natàlia Castaldi)

a Viola: grazie per l’eternità di ogni istante in cui mi sei stata vicina.

copertina VerdeAcqua, rigida appena,

scaffale 12: classici senza

tempo – etichettava quando voltò pagina

per entrare dove si sarebbero

prese per mano nel sapore acceso

del mattino.

Dunque, cominciò a reggere l’aurora

tra il freddo e le dita un tè bollente

– macchinetta, pochi cents, per farla breve:

il solito languore d’ossa.

Allora scrisse, come sempre scrisse,

con la profonda inutilità della

sua intuizione (che bene o male

qualcuno, prima, aveva già avuto

la medesima meglio riuscita ispirazione):

Mia Cara,

ci fu un mattino che come ogni mattino

raccolse ferocia e memoria,

poi venne l’acqua a ricucire gli occhi

alla ferita e di seguito furono

trapunta e piumino, la punta del naso,

una montagna di capelli, indifesi

come solo gli ombrelli spogliati dal vento.

La verità è sempre la solita vecchia

storia: Siamo nudi Piccoli grossi

Seni pronti ad allattare il Mondo al primo

Vagito finché non giungono Ruvidi i

saluti Neri Nei ai capezzoli Offerti

nel dove e nel quando la Vita incontra

l’insolenza delle cose rapide

[così inutili le più belle]

per dirsi l’eternità di un istante.

___________________________

articoli correlati: nuove liriche dell’incompiuto #1

___________________________

Durutti Column – Blue

*

.

.

pagina 84 (post di Natàlia Castaldi)

È una bugia d‘infinito questo biancore di spazi sospesi
nella presunzione di una plausibile appartenenza
che sgomenta
come la logica di un punto che non origini retta né parallelo

ad altro che ciò che tocca,

come la superficie oscena di una pagina virginale
e la b e l l e z z a ] quando somiglia alla perfezione e le si avvicina,

fredda] lenta.

[con l’imprevedibile ovvietà delle domande che non vorresti porti]

*

Pier Maria Galli – inediti (post di Natàlia Castaldi)

Joseph Kosuth - chair

Joseph Kosuth - chair

[gli studi più recenti sull’aria che riposa in una piazza deserta implicano uno stupore fisico, poiché fissano il colore del cielo ad un corpo scomparso (sebbene si tratti dell’immortalità lungo un’intera giornata)]

*

‎[i luoghi sono l’atteggiamento / terreno di un pensiero. / l’ombra di una sedia che non c’è / e il pomeriggio sul tuo seno]

*

forse era l’inizio di una sedia. prendi una stanza vuota
e al centro qualcosa che quando taci ti assomiglia. poi
possiamo solo scrivere che c’è una finestra, una finestra
da dove verrebbe quel chiarore delle cose, quelle cose
sopra le quali potremmo posare le mani, quelle cose che
ci direbbero che noi saremmo lì, dove c’è una finestra che
dà su una stanza vuota dove al centro quel sembrarci
di parole che fanno i luoghi del leggere, delle pagine che
ci nascondono alle mani e di tutti quei nomi che avevamo
prima che la sedia nascesse, lì dove ora sediamo, a volte
tacendo, a volte dialogando, soli di noi al centro di quella stanza
troppo nuda che è quella sola finestra da cui oggi ti scrivo
spiazzato dal malore infinitamente bello di quella sedia che ora c’è

*

Joseph Kosuth - light

Joseph Kosuth - light

.

.

[campagne commerciali e molteplici depliant sui cieli

– eppure basterebbe una bocca &
l’O di meraviglia a difesa dell’orizzonte]

*

.

.

.

.

(inverno con figure di vivi)

[questa assoluta dedizione a osservare
i passanti di plaza del carmen &
i finti cavalli delle giostre sulla
promenade des anglais – (al volo
covare un filo di vita &) esperti
a sbilanciarci vicino alla creazione
in miti punti geografici (noi/nei sulla pelle).
così venti artificiali queste voci d’inserti
dai nostri corpi (spaziosi) che sono
una specie di posto, ma
da nessuna parte]

*

‎[dentro una pagina
mi chiedi se fuori piove.
poi fuori piove davvero
affinché tu esista
sino a scriverne]

*

Silvia Lagostina

[elogio (privato) alla Satureja hortensis L.]

cresce una sera sola all’anno, tra le imbottiture del divano. può tuttavia impossessarsi di molte pagine rilegate nella brossura di una gonna (casomai tu sedessi accanto a me). le foglie vanno raccolte poco prima della fioritura (tra le 22.30 e le 23 di quell’unica sera) e le infiorescenze in piena fioritura (tra le 6.30 e le 7 del mattino successivo). si essicca in mazzi appesi in luoghi ventilati e ombrosi (come dentro una bocca che ci dissemina spontaneamente vagando nelle camere). quindi a mazzetti tra le dita si posi in una busta (e lì in quell’armadio che sappiamo, per le nostre cattive stagioni)

*.

.

Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

.

[ora che si saprebbe cosa dire e se ci fosse un margine alle mani quindi ti scrivo c’è un margine alle mani e se ci fossero i lati del foglio quindi ti scrivo ci sono i lati del foglio ora che si saprebbe cosa dire è un rumore che si posa lui che scrive se ci fosse una mano che ti scrive quindi ti scrivo c’è una mano nel foglio che ti dice ora che si saprebbe cosa dire ed è un rumore che ti sposa
lui che scrive]

*

‎[5 semplici righe perché è un quasi sera, ed è inverno.
perché oggi potevo potarti le rose
con l’equilibrio di un bambino e non l’ho fatto.
perché è di un’irresponsabile bellezza
la sciagura di certe felicità inconsolabili]

*

‎[l’odore delle bocche

di mattina presto

è una camera d’albergo,

una stanza che forse

darebbe sul mare, e

tu che ancora dormi

ed io che scrivo

questa fame di restare]

(2011)

*

[sfere esitate i tuoi seni / per ricominciarti ogni volta / daccapo, finché e senza cessare / ti spoglia un vento / che solo immagina di esistere]

*

cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

‎[sono dentro le 5.58

di questa mattina e devo scriverti

in fretta una poesia,

pubblicarla sulle tue mani

che stanno su fino al dove tu leggi

prima che io ne esca senza sapere più

dove mi trovo,

in quale secolo,

in quale uscita da te, in quale

cosa o rumore,

il tempo non è mai questione di tempo

ma l’atto di una parola,

la durata di un foglio,

sapere da quali mani

cessando di scrivere sono caduto]

*

.

.

(lenzuola sfatte quando tornavamo, poesie abbandonate, uccelli di mare sul tavolo d’inverno, i rari passaggi da un cielo all’altro, voci nei corridoi e tendaggi e nient’altro, solo un limone nell’angolo buio della stanza, seni e una cesta d’uva per le labbra, odori all’orecchio della rosa, bel tempo di colline e l’avventura dello sguardo, tavolini sul lungolago inventati dall’inverno, ombre cancellate dal vento, paesi d’estate senza librerie, decorazioni sul viso ma niente sorrisi, dita che si manifestano in una mattina di pioggia, la mano aperta è un tempo nella poesia, quei baci come un gesto inconsueto, neppure per gioco il cielo ci sarebbe stato diverso, parlarti a lungo di gemiti senza una storia in bocca, la campagna che cammina rasente i muri del porto, accarezzarti il collo e poi sparire, il davanzale indifeso per tutto quello che vedevamo, lo spogliarsi degli specchi così da assomigliarci, quei grammi del tuo seno nell’ossessiva solitudine della folla, tutta quella bellezza solo intravista perché troppo sparita, ecc. – era ieri poco fa)

*

(cronaca da questo inverno)

[cosa ci fanno per strada
le strade in inverno
se mi sposti da un ramo
all’altro, scrivendomi
i primi rilievi di foglia,
i brevi seni alla tua ombra.

così accostami al vento,
diminuiscimi all’esodo
del tuo giungermi. sino a
quell’attenuarmi in disarmo
sopra ogni singola cosa
dentro al corpo che ti assegni]

*

‎[adesso il vento torna di corsa /nel cielo annoiato. / un’aria macchiata che chiami /col nome di una volta. / forse la stessa malinconia / ora moltiplicata per zero. / qualcosa di udito per maltrattare l’infelicità / quand’eri bambina al posto di te]

*

foto: Silvia Lagostina

foto: Silvia Lagostina

[ per inventarsi una bocca. non basta trovare una fessura a caso. bisogna modellare lo schienale ]

*

[le labbra non hanno, le labbra non hanno alcunché. / membrane come tu pensi il mio cortile ed il cielo, / lì dove il cielo sparisce nel cortile e lo chiami orizzonte. / perché siamo solo labbra, questo dirti, / quando solleviamo la bocca per respirare / come alza il cielo dal cortile quell’orizzonte che ci fantastica, / e lo chiamiamo amore]

*

uscita a vedere
ti siedi nei suoi occhi

(quella cosa aperta 24h su 24
senza mai pentirsene
che chiami cielo)

*

(invernale e privatamente, ore fa)

resto impigliato per un fianco.
dita come rami.
calore che non c’è nel pieno gelo
d’un tronco se solo le mani
non spiegassero le foglie
che t’inventano

*

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

(…oggi la curvatura dei rami d’inverno è un garbo dei tuoi seni, ti scrivo, quel nudo esiguo e mai recente. tuttavia nell’orbita immaginaria delle foglie osservi l’aldilà della stagione, ti dico. lì restano gli stessi rami, e quel loro curvare dove io mi assiepo senza strafare, e dove tu sei davvero seni sgorgati nel mio breve, e poco dopo volti a sagoma di boschi nel vivo di una mia mai poesia…)

(da un taccuino che non c’è, Orta 30.01.12)

*

‎(consolano queste mattine fatte d’inverno e di un chiaro bisbigliato e cedevole, le tue nudità per sentito dire)

– così dietro i vetri di questo restare –

[scriverti che l’infelicità / è solo un attimo disordinato / di meraviglia. la camicetta / che qualcuno ti apre, ed / entra solo qualche giardino / rimasto tra i rami / dopo una giornata di vento]

*

.

bellmer

.

..

bellmer by p. (e una nota) (2007)

(1 bocca e seni e molteplici seni
dove un lavandino sbiadisce,
piano pianissimo,
nell’ora di chiusura dei testi.
poi il mio vocabolario consiste
di sole immagini,
spinte verso il basso
dalla folla muta dell’acqua
alle 11 della mattina)

*

.

.

[lirica n. 0] (61)

‎nei vestiti rimasti per terra
non giunse nessuno,
nemmeno il profondo delle ascelle
o un tono di seni.
sarebbe bastato le chiedesse
– in che nudo esistiamo

*

[lirica n. 0] (93)

qui da dove ti scrivo piove da giorni, e null’altro,
perché la nudità è una sosta,
quei seni retrocessi sino a sbottonare la pelle.
e dopo la mia finestra, in verità,
c’è solo un lievissimo maltempo,
e momenti sul petto,
come ti si oscurassero i seni nell’ombra che fanno le ossa

*

lirica n 2 - Pier Maria Galli

*

[lettera n.0]

all’interno hai tutto, perfino quell’ulteriore corpo di donna che ha la forma svestita delle mie mani. fuori quei due limoni posati sul tavolo e che ti fanno da seni. e come passando da una camera all’altra mi restano in cima alle dita, lì dove hai messo a tacere il chiaro delle cose, ma solo un’impressione di finestre dove stanno le tue più nude pareti

solo una poesia (post di Natàlia Castaldi)

Joseph Cornell

[nuove liriche dell’incompiuto – #1]

*

Il miracolo di quelle cose libere che si amano così,
così – quasi fosse
l’impossibilità di domare la pelle del mare,
o la riva del fiume quando devasta la saccenza
delle previsioni oltre l’abisso della sorpresa,
ma” è solo
[o_siamo] una parola, che svolta

  • dunque, eccoci: prossima scena:

il tavolino si allaga
dentro lo sguardo di una donna] lui osserva.
Si suppone che piovesse, non è detto un pianto,
si suppone ancora una sorpresa:

lei non chiese, lei non aspetta.

Ricapitolando, dunque
C’era una donna, poi fu un seno e più tardi ancora
un piccolo ristagno che chiamarono
cielo come il grido di chi nasce
nel silenzio di chi muore.
Si aggiunsero poi
un’unghia spezzata, lo smalto, pezzetti di memoria,
vetro colorato, calze a rete, – si disse un tempo
di una riga che saliva su per il polpaccio alla coscia

un’ascesa al paradiso.

Di tutte queste cose libere è la natura terrena
dell’amore quando mima il suono nel suo petto
che sembra mio così pieno,
piccolo grosso, distrattamente andato
giù dabbasso al ventre maturo

  • si disse un tempo: turgido, bianco, come qualcosa di incompiuto:

ma la natura distratta delle cose
è un equilibrio di terrena assoluzione,
la sorpresa per ciò che non sapremo.

_________________________
the Durutti Column
*Lies of mercy*

VIOLA AMARELLI (Le nudecrude cose e altre faccende – ed. L’Arcolaio, anno 2011) tag: nonrecensione (post di Natàlia Castaldi)

Violetta Valéry

canta

sempre libera

Viola Amarelli

sempre libera

scrive.

E cos’è la scrittura se non un canto libero?

E’

V I O L A,

un Amaryllis Viola

e s p l o s i v o

come la  v e r i t à

di  u n  f i o r e  che

NUDO E CRUDO

racconta:

cliccando sulla copertina si accede alla schermata per ordinare il libro

Le nudecrude cose e altre faccende.

Un libro lo percepisci bello o brutto da tante cose, nudecrude, per come sono. Così come un libro non può essere semplicemente bello o brutto, ma un universo di cose: belle e brutte. E di una cosa sono certa, questo libro non va recensito, ma regalato, diffuso, comprato e letto. E non certo perché si voglia far sparire la critica letteraria dai blog, o non si consideri degno, giusto, meritevole e opportuno lo sforzo e l’impegno critico di molti, diamine no! Ma semplicemente perché – grazie al cielo! – ci sono libri che dicono già tutto da soli, ed è un bene che parlino di sé da soli, in modo puntuale, nudoecrudo, sì da non accelerare il processo di completa estinzione del lettore di poesia.
Già, perché un libro nasce per essere letto, per colpire nel segno e dire qualcosa a qualcuno, che nella fattispecie dello scambio messo in gioco da un libro, altri non è se non il lettore stesso, che deve essere immaginato quale lettore comune (non necessariamente addetto ai lavori, per intenderci), da non svilire e umiliare con la critica trombona, che sembra volergli rammentare tra le righe di aver capito tutto e il contrario di niente, o di essere un probabile “deficiente” capitato veramente male.
Poi, un libro è anche un oggetto, una di quelle cose tangibili, oltre che fruibili per il suo utile contenuto, che necessitano e chiedono “possesso”; è un contenitore d’arte, arte esso stesso, e questo qui che tengo in mano fa piacere al tatto, restituendogli la cura, la precisione nella scelta della carta e del formato, che ne caratterizzano suono e odore colpendoti a prima vista – come per un coup de coeur – che si fissa sulla copertina, sul quel camminare e scorrere del tempo di ciascuno, fissato in un istante di bianco e nero dall’obiettivo di Orfeo Soldati.

E fa bene Viola in ouverture a citare Antonio Porta quando dice:

“Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di procurarne molte”,

perché non ci potrebbe essere introduzione migliore per questo libro e per la sperimentazione che Viola fa nel declinarsi in scrittura; dicevo giocosamente in apertura che la scrittura è “un canto libero”, e libera da schemi di maniera, mode e “scuole di pensiero” appare qui la scrittura di Viola, sempre attenta al ritmo, al taglio, alla cesura, al fine di quanto deve e vuole dire, senza mai cadere nel trito, nel già detto, nella facile risoluzione.
Dunque nudoecrudo questo libro, non ha bisogno di trombonate, né tantomeno di sviolinate, ma d’essere letto nel corso delle faccende, come stacco, intermezzo, riflessione, pausa, balletto, giravolta: gioiosa, amara, dolente, sarcastica, ironica, tanto quanto la vita e la memoria.
Ve lo sfoglio questo libro e ne piroetto alcuni brani, certa che oscurandomi, ciò che deve arrivare arriverà a destinazione, senza bisogno di interventi e benevolenze varie ed eventuali.

.

(generazioni)

1943

.

L’afa e la noia del ritorno

a casa dopo la scuola

tra sassi e rovi, balzando

gamba a gamba di corsa

vecchio gioco, ortiche e uccelli

ramarri e fossi e l’aria

bassa. La fame, le scarpe

orami preziose, i libri nati sciupati,

un altro giorno, muovere terra secca

polvere e foglie, al frastuono improvviso

la ragazzina alza la testa,

nuvole grigie e celesti insieme

il cielo si riempie ora di aerei, mai

visti tanti, vibra tutto intorno.

Fermarsi, attonita, gli occhi che

brillano tra le scie che ricadono,

lontano a valle nella città le bombe

e i botti, lontano la ragazzetta

sale su un masso per guardare meglio

pulsando il sangue come nei film

quando arrivano i nostri,

a valle nella città i morti che

lei non sa, non conosce, batte le mani,

avanti l’aria si elettrizza.

A valle gli ultimi lutti, atrocità

nascoste per ora fusoliere,

fumo e scintille, pura potenza

in movimento. lei vive, c’è

vivente tutto s’allarga,

la fine della guerra.

*

.

1978

.

Assorta alla larghezza dei seni

troppo tardi urlò di non sparare al passamontagna

asfissia di bambini

con la preoccupazione del dolore ai tendini causa scarpe basse

urtavano le vecchiette in fuga i mitra

vieni con me in Marocco Bedford camioncino cinquecento dollari

le gomme straziano i freni inchiodati dal basista

scientifico, non come i nomadi che sparano

da Land Rover ammucchiate

vicino al Marocco sfiorato Bedford

con l’occhio liquido pensava prossime notti con Nino

disattenta alle pozze di sangue ai lati

che giocavano la vita agli e-roi-ci

nei margini del telefono gridava dimessa

dalla raucedine notturna di una vita compressa

sola al respiro.

Perciò interrogata testimone depose non c’ero

ed era vero,

esclusa da guardie-e-ladri fin da piccola

era già in gabbia.

*

.

(biancoviola)

.

Riprende il corso il giorno

chiuso il frammischio

con le voglie intorno, fauci gentili

pronte a divorarti, ma la fortuna oggi

alleggerisce l’aria

scrosci di pioggia a ripulire terra

e cieli, sola.

*

.

(necessità)

.

Sarà polvere , e brezza, e cerchio in goccia

o in ombra,

e cenere, e fumo di spirali e afa

pioggia e verde, e odore di muschio

e gran silenzio,

e fiamme e rombi e razzi cadenti di scie striate

arcobaleni

argenti, fissi, immoti tristi

allegre sfingi

sarà l’acqua e l’aria e il fuoco con la terra

fino a una supernova

pura materia e spirito

iustum in perpetuum vivet,

basta e avanza al cuore.

*

.

(campagna d’inverno)

.

La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie

dei sempreverdi

i tronchi con i rami pazienti di vento

questa immane stanchezza di

nuvole in corsa, riepilogo di temporali,

spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca

restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli

.

ci vorrebbe un riposo incessante

un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,

il latte che è inacidito l’hanno

buttato nel pozzo, gli sciocchi.

***

______________________

articoli correlati:

su La dimora del tempo sospeso, Le nudecrude cose, a cura di Francesco Marotta

su Nazione indiana, VIOLA’s knives & αγωγή, a cura di Orsola Puecher

su Imperfetta Ellisse, Viola Amarelli – le nudecrude cose e altre faccende, a cura di Giacomo Cerrai

su Transito senza catene, Viola Amarelli – lenudecrude cose e altre faccende – nota a cura di Antonio Fiori

Il Massaggiatore di Salme – di Mario Scalzi

 


“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo

Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.

Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.

Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.

Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.

All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.

Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.

Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un angelo… – .

Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore?

Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola…le dica qualcosa…– ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia, non prima di avermi minacciato – … la faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa…- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.

Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno in questo caso, anzi, mi dispiacque che il colpo non fosse andato a buon fine. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.

Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.

Bussano alla porta. Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.

– Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… – senza neanche guardarmi.

– Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.

– La renda viva…un’ultima volta…- non sono quì per questo?

– Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…-, il silenzio  è complice.

Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra. Sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte di fronte ai miei occhi. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito. Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.

Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.

Ora sono solo. Io e la ragazza.

Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.

Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.

Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre. Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.

Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale –mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! – . Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta – . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.

Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.

Non so se gradì il mio regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.

Questo fino a poche ore fa.

Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, la prima cosa vista al suo risveglio: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.

Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.

Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio.

Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.

Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.

Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno.

Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti. Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.

Non sono spaventato, solo curioso – …troppo viva per la mia cura…- penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.

Sono stranamente sereno.

Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:

  – Mi manca il peso degli anni… ne conosco solo il riflesso…-

– …Signora Elpis…?- nascondo le mani incredulo.

– Si…mi scusi…pensavo a voce alta…- girandosi verso di me,

– come ha fatto ad entrare?…-

– la porta era aperta…-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.

– E’ ancora presto Signora…-

– …dipende dai punti di vista…-

– prego…?-

– …posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.

 Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione casa mia. Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.

– E’ bellissima…non trova?- di fronte al corpo della ragazza.

Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.

– …Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.

– Molti, ho perso il conto…-

– …Non le sembrano tutti uguali?-

– no…ricordo il viso di ognuno…-. Mento. Proteggo la mia esperienza dalla curiosità della donna. Le rispondo per inerzia – si…gli occhi di tutti…-

– proprio di tutti?-

– si… per ogni volto, un’anima –

– …lei è fortunato…-

 Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.

Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…-

Non crede in Dio signora?-

Credo in ciò che vedo –

E pensa tutto finisca con la morte? –

Si –

…in un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio…? –

…polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio? –

Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo…uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio…-

…e aspetta il tuono? –

…il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.

…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?-

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere

– Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina.

Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia…anche solo per un momento…poi magari tornerò della mia idea…ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta…- 

Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.

Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.

Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.

Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.

Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.

Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.

Per quel che serviva…

E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

Mario Scalzi

racconto tratto da

‘Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie’

 

Dopo la laurea in Lettere moderne inizio un percorso artistico/vitale tra letteratura e musica che mi porterà ad essere autore del soggetto e coatuore della sceneggiatura nel corto cinematografico “NoisyHours”(2009), aiuto-regista ed attore nel corto “Il Buio” e autore dei libri “Favole Spente” (Ilfilo,2006), “Il Buio Esaudito”(2011) e “Il Massaggiatore di Salme ed altre Strorie” (2011).
Attualmente svolgo il ruolo di sceneggiatore per la casa di produzione ‘Faiden Blass’, collaborando occasionalmente con diversi siti nella realizzazione di testi ed illustrazioni varie.
Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, suono il basso e la chitarra nel gruppo “ODH”, e tutti gli strumenti nel progetto personale “IlBuioEsaudito”

La tua scia degli addii – di Savina Dolores Massa

Cara Savina nave malandrina,

è quasi finita. Forse hai iniziato a pettinarti le chiome, a depilarti le gambe e le ascelle, a scegliere tra i tuoi abiti quello più fru fru. Oppure no, tornerai a casa sporca e sciancatina, purché in fretta possano scendere gli uomini che hai custodito tanto a lungo. Forse hai già salutato i ragazzi di Somalia. Non so se li stai giudicando o se anche a loro un poco ti eri affezionata. Così la penso io che ti rifletto il nome. Sono certa che tu sei una nave capace di guardare oltre le apparenze. Un po’ madre che sa sempre perdonare. Una femmina che sa distinguere i rapaci dai cardellini. Per undici mesi il tuo nome ha invaso la testa di migliaia di persone, atterrendole, arrabbiandole, mortificandole, illudendole. Gente d’Italia e di India, con il cuore chiuso a pugno. So che hai preso tu i colpi, cercando di proteggere ventidue marinai in desolazione d’amore. Eppure dondolavi, Savina, per garantire loro almeno qualche istante di riposo: perché ogni nave – e lo sa solo chi ama tanto il mare – è la madre che sostituisce la carne sulle ossa rimaste asciutte in terraferma.

Ora saluterai i tuoi figli, che verranno esplosi in aria per la gioia da mani che hanno atteso troppo a lungo di toccarli. Non ti rattristare: le madri lasciano sempre andare i marinai. La prima notte in cui ti ritroverai sola a contare qualche stella, ricorda che nessun figlio è capace mai di dimenticare fino in fondo chi, pronta, ninna i pianti, chi raccoglie il vomito, chi abbraccia anche se con braccia ferrose e corrose dal sale di un oceano, o dallo smarrimento di maschietti. Di questi uomini cantati in molte lingue, ora noi terrestri vedremo il volto un po’ color cemento, e occhi, con le pupille accese come solo hanno i gatti in primavera, quando cercano l’amore rinunciato nell’inverno. Spero che, prima di poggiare i piedi a terra, i tuoi marinai si voltino, almeno una sola volta, per guardarti.


S.D.M. (22 dicembre)