scrittura

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

Antonio Devicienti, La gente, la terra, la scrittura

Foto ANSA

Antonio Devicienti, La gente, la terra, la scrittura

1.
E ancora, mia scrittura, eccoti che ancora ti confronti con ferita non rimarginabile nel corpo della terra e della gente: eradicano gli ulivi (quei corpi attorti dal vento, escavati dal tempo, quelle menti di pazienza e generosità); scavano nel corpo del mare e della terra, comprano e vendono secondo inconfessabili eppur chiari fini.

2.
Guàrdati, mia scrittura: impotente e piagnucolosa nel contemplare l’offesa, quest’atto di ritornante fascismo.

3.
Ma tu vedi la tua stessa gente, povera e nobilissima, mobilitarsi. E sii, allora, voce tra le voci: impara dalla tua gente.

4.
Hai mani nude e un respiro che abbraccia i secoli, mia scrittura, le stesse mani della tua gente, gente di Terra d’Otranto e d’Africa, gente andina e d’un’Asia affamata: tu sei terrosa materia, groviglio di radici, calcinato sale di Sud-Est, stazione di passo. Tu sei pietra vivente e adriatica acqua della nascita.

5.
Che cosa avrebbe inventato Antonio Leonardo Verri, il poeta, furioso e furibondo per l’offesa non rimarginabile, che cosa avrebbe fatto il poeta dalle unghie sporche di terra?

Un altro appello ai suoi fratelli poeti e, mia scrittura, ecco, tu lo vedi, egli è qui, cammina con le gambe della gente che va a fronteggiare la polizia, si distende sull’asfalto davanti ai camion del saccheggio, grida altissimo il suo NO.

6.
A poesia está na rua” (Sophia de Mello Breyner Andresen / Maria Helena Vieira da Silva)

La poesia che da gran tempo insegui eccola, la fa la tua gente che porta con sé i suoi bambini e, alzate le mani in segno di non-violenza, fronteggia la polizia. Stanno rubando la terra alla gente salentina (e l’Africa lo sa, è successo e vi succede ancora, e l’America latina lo sa, è successo e vi succede ancora, e vaste regioni d’Asia e d’Australia lo sanno, conoscono l’offesa irrimediabile). Ma la gente, la tua gente resiste.

7.
Depredano il mare, depredano la terra.

Da decenni lasciano la mia gente ammalarsi di cancro.

E tu, mia scrittura, ti pavoneggerai ancora sull’osceno palcoscenico del tuo solipsismo?

8.
E ancora tu, mia scrittura, che impari a essere visionaria, vedi in ogni trasparente corpo d’olivo il profilo d’ogni nativo americano, d’ogni aborigeno australiano, d’ogni Africano ucciso dai predatori – e le cancellate erette a proteggere il cantiere dell’offesa replicano i molti muri che mutilano il corpo della terra, che arroganti dileggiano i poveri della terra.

Le aree adiacenti il cantiere sono assegnate nella disponibilità delle forze di polizia” (dall’ordinanza con la quale il Prefetto di Lecce ha disposto la requisizione dei terreni adiacenti il cantiere per la costruzione del pozzo di spinta della TAP – Trans-Adriatic Pipeline – in territorio di Melendugno in provincia di Lecce).

 

Antonio Devicienti, di origine salentina, gestisce il blog personale www.vialepsius.wordpress.com ed è redattore di «Carteggi Letterari» e di «Perìgeion».

Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

Almanacco-

Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)

“Senti le rane”: intervista a Paolo Colagrande

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Bisognerebbe esser capaci di raccontare le cose, spiego a Sogliani, mica come le raccontiamo noi.
A parlare è Gerasim, narratore di una storia che da sola occuperebbe poche pagine: quella della passione del parroco Zuckermann, ebreo convertito per chiamata divina e già santo per la comunità di Zobolo Santaurelio Riviera, verso la bella Romana.
“Come le raccontiamo noi”, in un momento astorico in cui l’ormai ex parroco Zuckermann è poco più in là dal luogo dove si consuma la narrazione, è la maniera omerica di raccontare ai tavolini di un bar di provincia, quando sembra che tutto il reale sia compreso e possibile in ogni singola vicenda.
Quel “noi”, in effetti, è Gerasim, che da solo si sobbarca l’onere del racconto, mentre Sogliani sbotta, indirizza, trancia, gioca all’interlocutore distratto e all’editor impazzito, creando un ulteriore schermo tra il lettore e il centro del discorso.
Quanta maestria c’è nel libro di Paolo Colagrande, Senti le rane (Nottetempo 2015). Maestria di registro e di tono, dosaggio di cliffhangers, uso puntuale di digressioni colte e di grassa risata. Lasciatemi fare un esempio anche lungo, per un libro irraccontabile fuori dalle circonferenze in cui già racconta se stesso: (altro…)

Rosario Palazzolo – Cartoline dall’orlo

palazzolo

Cartolina numero uno
La Paura (di Luca Mannino)

Marta ha paura. Una paura fottuta. È chiusa in camera, la sua camera da letto. Marta mette tutto ciò che può davanti alla porta, affinché nessuno entri. Mobili, sedie, tutto. Marta piange, perché sa che è inutile. Marta chiede perdono, a chi continua a sbattere sulla porta. E Marta urla. Marta impazzisce dalla paura. E urla. Urla sempre più forte. Marta trema. E Marta ha un’idea, una speranza, a un certo punto. Fingersi morta. Le sembra una buona idea. Dovrà solo renderla credibile, la sua morte. Adesso si organizza. Prova. Simula un infarto. Chiunque entrerà la vedrà morta e la lascerà perdere. Pensa, Marta. Forse. O forse no. Basterà toccarle il polso, per accorgersi della fregatura. Impiccarsi. Simulare un’impiccagione è difficile, ma non impossibile. Quel chiunque s’impressionerà, e non approfondirà. Sicuro. Marta si organizza. Adesso è lì, su una sedia. Pronta a saltare.

CARTOLINE DALL’ORLO (è un laboratorio di Progetto Santiago)

Laboratorio itinerante di scrittura e creazione teatrale
a cura di Rosario Palazzolo

— A Salerno, Reggio Emilia, Milano, Genova, Piacenza, Savona, Figline Valdarno, Palermo, Pavia, Torino

— Una produzione
Progetto Santiago e Teatrino Controverso >>>>>

Dieci città, dieci cartoline, uno spettacolo, un libro
Il laboratorio si svolgerà in due fasi, nella prima i partecipanti analizzeranno la struttura di un testo, e approfondiranno le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le metamorfosi, lo skaz, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, le didascalie, le revisioni, e gli esercizi saranno pratici, perlopiù, e deduttivi, e analitici, e ci si confronterà col gruppo sviscerando i testi e predisponendo il lavoro futuro e per futuro s’intende la seconda fase, ché il resto del percorso consterà di approfondimenti via mail e via skype – solo per gli iscritti non di Palermo – due in tutto, nei quali i partecipanti svilupperanno e limeranno e definiranno il testo e infine i più maturi – dieci in tutto – verranno raccolti in un piccolo libro, che potrebbe essere anche un grande libro per quanto piccolo di dimensioni, un piccolo grande libro, diciamo, quindi, pubblicato da Progetto Santiago, e poi altri dieci verranno messi in scena in uno spettacolo, un piccolo grande spettacolo col medesimo titolo del libro e col medesimo titolo del laboratorio, e cioè Cartoline dall’orlo, per l’appunto, e lo spettacolo debutterà a Palermo a giugno 2016.

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Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Quattro volte libro

abete

Comprare un libro è davvero solo girare per librerie andando a naso o provvisti di nota della spesa? Leggere un libro è davvero solo spaccarsi un polso nel tentativo di reggere I Miserabili a letto? Amare un libro è davvero solo lisciare la giusta fermata di metro perché non si può lasciare a metà la sfuriata di Jane Eyre? Scrivere un libro è davvero solo ridursi psicologicamente a dover tornare a controllare sei volte di aver chiuso il gas?
Quattro recenti esperienze mi hanno convinta di no. Da un anno a questa parte, sono certa che poche cose nutrono la solitaria attività del lettore (e dello scrittore) quanto una robusta interazione, e poche superano in risultato smagliante l’intenzione quanto una bella dose di serendipità.

1. MERCATINO

Faccio parte della schiera di coloro che, squattrinati più che affezionati all’atmosfera, vanno in giro per mercatini a procacciarsi libri di seconda mano. Quando un giorno potrò pagare una bolletta con le royalties dei miei libri, il cielo ricorderà quest’attitudine e farà sì che la società del gas non abbia registrato l’autolettura, ma non prima che io mi sia ritirata a casa depressa per aver trovato su una bancarella una copia del mio libro. Con dedica.
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Consigli di scrittura

cp

In merito allo scrivere, allo scrivere poesia in particolare, Auden ebbe modo di esporre alcune verità indiscutibili, valide allora come ora.[1] Tra queste ne spicca una, semplice solo in apparenza, e riassumibile nel fatto che ciascun individuo, ai suoi occhi, appartenga a una classe composta di un solo membro. L’unicità, esemplificata così bene, sembrerebbe appunto una questione scontata. In realtà, si tratta dell’apertura di uno spazio complesso, d’immensa e anche preoccupante libertà. Intanto sarebbe la fonte per cui l’immagine che ogni autentico poeta ha del mondo è unica e irripetibile. Poi, da qui deriva che ogni “visione”, in poesia (il che, coinvolgendo la forma, riguarda essenzialmente lo stile, più che i contenuti), è visione del mondo. Detto questo, certo non mancano i “compiti”: caso mai dovesse esistere un giorno, da qualche parte del globo, una vera e propria università per poeti, tra i diversi punti a suo avviso essenziali, Auden indica la necessità da una parte di imparare a memoria migliaia di versi, dall’altra di possedere oltre alla conoscenza di una lingua straniera, anche quella del greco o dell’ebraico.[2]
Agli occhi di Čechov, invece, il soggettivismo era (ed è) da ritenersi una cosa tremenda.[3] Ciononostante, a Auden lo unisce proprio la convinzione dell’unicità della fonte. Tutto ciò che è unico non può generare finzione. L’arte deve anzi esclusivamente produrre una seria testimonianza delle nostre vite, e per questo non tollera la menzogna.
All’autore soltanto e alla sua coscienza, inoltre, appartiene la sfera del giudizio.[4] Ed è senz’altro il compito più difficile, capire se stessi e giudicare il proprio lavoro.
Tra i consigli di scrittura più validi da estrarre dalla miniera di Čechov, c’è quello di cercare la brevità, “il posto”, potremmo dire, dove la poesia si trova meglio. Sorella del talento, la brevità ci permette di entrare, e dalla porta principale, nel cuore dei nostri tempi. La contemporaneità pare indicarcela come strada preferibile, addirittura necessaria.
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Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

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Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

Solo 1500 N. 15 – Stai scrivendo o stai facendo un libro?

SOLO 1500 N. 15 –  Stai scrivendo o stai facendo un libro?

L’altra sera a un reading di poesia, Qualcuno mi pone questa domanda: “Allora stai scrivendo un nuovo libro?” La mia risposta è: “Veramente, no.” Il Qualcuno in questione, stupito, mi fa una seconda domanda: “Allora non stai scrivendo niente?” Risposta: “Certo che sto scrivendo.” A questo punto il nostro Qualcuno completamente disorientato sorride imbarazzato e tace. Un classico. Qui cominciano le mie domande, quelle che mi pongo spesso. Quanto poco c’entri, ad esempio, con la Poesia il collegamento diretto tra lo scrivere in versi e il progetto di farne un libro. Ora, è chiaro che vedere i propri versi su carta stampata, con una bella copertina, sia molto piacevole. Così come è vero che sia molto bello leggere recensioni positive sul proprio libro o presentarlo in giro. Ma non si scrive poesia per questo, almeno non si dovrebbe. Credo che nessun poeta possa sedersi una mattina al tavolo esclamando: “Ok facciamo un nuovo libro!” Perché si scrive, dunque? Si scrive per passione, per una forte esigenza interiore, per impeto, per vocazione. Si scrive per porsi delle domande, per comprendere, per non perdersi i dettagli. Si scrive per divertimento. Per seguire l’istinto o un ragionamento, per non perdere il filo o per trovarlo. I libri sono belli e sacri. Non sono uno scherzo né una passeggiata. Il pensiero di un libro dovrebbe venire molto dopo la fase della scrittura. Pubblicare una silloge è mettere il punto, delimitare un percorso e poi andare oltre. Pubblicare un libro in versi mi pare somigli di più a un voltare pagina che a scriverla.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   qui i link ai tre numeri precedenti:    N. 14  N. 13  N. 12

Allontanamento di classe – Piccolezze e follie

 

Conosco Savina Dolores Massa da anni e da anni la leggo con rinnovato stupore e ammirazione. Potrei anche fermarmi a questo, e basterebbe (altro…)