scorcio

La tua scia degli addii – di Savina Dolores Massa

Cara Savina nave malandrina,

è quasi finita. Forse hai iniziato a pettinarti le chiome, a depilarti le gambe e le ascelle, a scegliere tra i tuoi abiti quello più fru fru. Oppure no, tornerai a casa sporca e sciancatina, purché in fretta possano scendere gli uomini che hai custodito tanto a lungo. Forse hai già salutato i ragazzi di Somalia. Non so se li stai giudicando o se anche a loro un poco ti eri affezionata. Così la penso io che ti rifletto il nome. Sono certa che tu sei una nave capace di guardare oltre le apparenze. Un po’ madre che sa sempre perdonare. Una femmina che sa distinguere i rapaci dai cardellini. Per undici mesi il tuo nome ha invaso la testa di migliaia di persone, atterrendole, arrabbiandole, mortificandole, illudendole. Gente d’Italia e di India, con il cuore chiuso a pugno. So che hai preso tu i colpi, cercando di proteggere ventidue marinai in desolazione d’amore. Eppure dondolavi, Savina, per garantire loro almeno qualche istante di riposo: perché ogni nave – e lo sa solo chi ama tanto il mare – è la madre che sostituisce la carne sulle ossa rimaste asciutte in terraferma.

Ora saluterai i tuoi figli, che verranno esplosi in aria per la gioia da mani che hanno atteso troppo a lungo di toccarli. Non ti rattristare: le madri lasciano sempre andare i marinai. La prima notte in cui ti ritroverai sola a contare qualche stella, ricorda che nessun figlio è capace mai di dimenticare fino in fondo chi, pronta, ninna i pianti, chi raccoglie il vomito, chi abbraccia anche se con braccia ferrose e corrose dal sale di un oceano, o dallo smarrimento di maschietti. Di questi uomini cantati in molte lingue, ora noi terrestri vedremo il volto un po’ color cemento, e occhi, con le pupille accese come solo hanno i gatti in primavera, quando cercano l’amore rinunciato nell’inverno. Spero che, prima di poggiare i piedi a terra, i tuoi marinai si voltino, almeno una sola volta, per guardarti.


S.D.M. (22 dicembre)

L’erotismo è arte #2: Man Ray

Man Ray, nato Emmanuel Rudnitzky (Filadelfia, 27 agosto 1890 – Parigi, 18 novembre 1976), è stato un pittore, fotografo e regista statunitense  esponente del Dadaismo.
Pur essendo un pittore, un fabbricante di oggetti e un autore di film d’avanguardia (Retour à la raison (1923), Anémic cinéma con Marcel Duchamp (1925), Emak-bakia (1926), L’étoile de mer (1928), Le mystères du chateau de dé (1929) precursori del cinema surrealista) è conosciuto soprattutto come fotografo surrealista, avendo realizzato le sue prime fotografie importanti nel 1918.
Emmanuel nasce a Filadelfia nel 1890, ma è a New York che cresce e completa gli studi: termina la scuola superiore ma rifiuta una borsa di studio in architettura per dedicarsi all’arte. A New York lavora nel 1908 come disegnatore e grafico. Nel 1912 inizia a firmare le sue opere con lo pseudonimo “Man Ray”, che significa uomo raggio. Acquista la sua prima macchina fotografica nel 1914, per fotografare le sue opere d’arte. Nel 1915 il collezionista Walter Arensberg lo presenta a Marcel Duchamp, di cui diverrà grande amico. l’artista surrealista Marcel Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada che era iniziato in Europa come un rifiuto radicale dell’arte tradizionale. Nel 1919 dipinge le sue prime aerografie, immagini prodotte con un’aeropenna, uno strumento di ritocco di uso comune per un grafico disegnatore. A New York, con Marcel Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada che era iniziato in Europa come un rifiuto radicale dell’arte tradizionale. Dopo alcuni tentativi senza successo e soprattutto dopo la pubblicazione di un unico numero di New York Dada nel 1920, Man Ray affermò che “il Dada non può vivere a New York”. Nel 1920 Duchamp torna a Parigi._Man Ray, che in precedenza aveva rinunciato a trasferirsi in Francia a causa della grande guerra, lo segue. A Parigi Duchamp gli presenta gli artisti più influenti di Francia, fra cui anche André Breton Il successo Parigino di Man Ray è dovuto alla sua abilità come fotografo, soprattutto di ritrattista. Il suo studio fotografico è frequentato dalla Parigi bene, alla ricerca di un ritratto diverso dall’usuale. Man Ray rivoluzionò l’arte fotografica. Grandi artisti dell’epoca come James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau e molti altri posarono di fronte alla sua macchina fotografica. Nel 1922 Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, che chiama ‘rayographs’. Una rayografia è una immagine fotografica ottenuta poggiando oggetti direttamente sulla carta sensibile, procedimento apparentemente semplice, ma che seppe usare per immagini altamente suggestive.
Man Ray scoprì per caso le rayografie nel 1921. Mentre sviluppava alcune fotografie in camera oscura, un foglio di carta vergine, accidentalmente, finì in mezzo agli altri e dato che continuava a non comparirvi nulla, poggiò, piuttosto irritato, una serie di oggetti di vetro sul foglio ancora a mollo e accese la luce.
L’artista ottenne così delle immagini deformate, quasi in rilievo sul fondo nero. Attraverso i suoi rayographs, termine costruito sul suo cognome, ma che contemporaneamente evoca il disegno luminoso, poteva sondare ed esaltare il carattere paradossale e inquietante del quotidiano.
Nel 1924 nasce ufficialmente il surrealismo, Man Ray è il primo fotografo surrealista. La produzione dei suoi lavori di ricerca va di pari passo con la pubblicazione delle sue fotografie di moda su Vogue. Si innamora della famosa cantante francese Kiki (Alice Prin), spesso chiamata Kiki de Montparnasse, che in seguito divenne la sua modella fotografica preferita. Insieme a Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, fu rappresentato nella prima esposizione surrealista alla galleria Pierre a Parigi nel 1925. Nel 1934, la celebre artista surrealista Méret Oppenheim, conosciuta per la sua tazza da te ricoperta di pelliccia, posò per Man Ray in quella che divenne una ben nota serie di foto che la ritraggono nuda in piedi vicino a un torchio da stampa. Insieme alla fotografa surrealista Lee Miller che fu la sua amante e assistente fotografica all’epoca utilizzò sistematicamente per primo la tecnica fotografica della solarizzazione.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale obbliga Man Ray, che è di origine ebrea, a rientrare negli Stati Uniti. Nel 1940 arriva a New York ma poco dopo si trasferisce a Los Angeles. In questo periodo insegna fotografia e pittura in un college, espone in varie mostre le sue fotografie, fra cui anche alla galleria di Julien Levy di New York. Finita la seconda guerra mondiale Man Ray ritorna a Parigi, dove vivrà fino al giorno della sua morte, in questi anni continua a dipingere ed a fare fotografie. Nel 1975 espone le sue fotografie alla biennale di Venezia.
Negli ultimi anni della sua vita Man Ray fece spesso ritorno negli Stati Uniti, dove visse a Los Angeles per alcuni anni. Tuttavia egli considerava Montparnasse come casa sua e vi fece sempre ritorno e fu lì che morì il 18 novembre 1976. Venne seppellito nel cimitero di Montparnasse. Il suo epitaffio recita: Non curante, ma non indifferente.

http://www.manraytrust.com/

[web]

La mente paesaggio di Laura Pugno

Giulio Perrone Editore, 2010

Questa raccolta è suddivisa in 5 parti, ognuna delle quali è un percorso per arrivare alla fine, dove la poetessa Pugno, raccoglie una sequenza di segnali che arrivano alla mente “paesaggio”.
Un percorso pieno di domande, un viaggio lungo il fiume del sè, dove ci si chiude per ricrearsi poi spazio.
Nella prima parte c’è la realizzazione dell’essere Uno e man mano c’è la scoperta del nuovo mondo, navigandosi dentro e fuori fino all’arrivo del “tutto”, superare per completarsi.
Fino a regredire e ritrovarsi a disperdere la parola.


da madreperla

tu-io sei quella che rimane
corpo quasi identico
visibilità estrema del da te
non visto,
non per anni
come con naturalezza viene il vento
a muoverti le foglie
nella mano

da la mente paesaggio

come una pasta di pane che lievita
contro
le pareti d’argento, si gonfia
più ancora del resto del corpo
è fatta d’acqua

è un sasso bianco
che distingui contro la carne della mano

da gilgames’

il guscio d’osso
o, rovesciata la struttura,
lo splendore –

il sonno è una nebbia,
il sonno è una form di pane
accanto alla testa

la bellezza del tuo corpo è coperta

da il nuovo mondo

corpo coperto di corteccia nuova,
tolta
la struttura delle ossa

smisuratezza,
avanti coi kayak,
muovendo
acqua con fango,
rovesciando il corpo in acqua

con spalle nude
nella neve

da the mirror

dove sei adesso
il sole cuoce il pane
è perfezione

completato il corpo
e tu lingua puoi perderti
qui e non
altrove

Biografia

Laura Pugno nasce a Roma nel 1970.
Per diversi anni ha lavorato nelle redazioni di case editrici, riviste e siti web, soprattutto di cinema. È stata lettrice di sceneggiature, e consulente per la Rai.
Ha tradotto più di una decina tra saggi e romanzi dall’inglese e dal francese e insegnato traduzione all’Università di Roma “La Sapienza”.
Collabora con le pagine culturali del “Manifesto” e con la Cronaca di Roma di “Repubblica”.
Nel 2005 è stata finalista al premio di poesia Antonio Delfini e ha vinto il premio Scrivere Cinema all’Autumn Film Festival.
Premio Libro del mare, nel 2008, per Sirene e Premio Dedalus per Quando verrai, nel 2009.
È presente in varie antologie di poesia e prosa.

Sito personale:

http://www.laurapugno.it/

Altre pubblicazioni:

Tennis, libro a 4 mani con Giulio mozzi  [Nuova Magenta Editrice, 2001]
Sleepwalking [Sironi Editore, 2005]
Il colore oro – poemetto [Le Lettere, 2007]
Sirene [Einaudi, 2007]
Testi teatrali nel 2008
Gilgames’ – plaquette [Transeuropa, 2009]
Quando verrai [Minimun Fax, 2009]

Poesie di Raffaele Di Pietro

Sono incappata in Raffaele, in uno dei miei molteplici giri internettiani, il suo blog, che poi linkerò, possiede una fonte molto corposa di versi e sentire profondi.
Non hanno vuoto le sue parole, sono sempre collegate con fili sottili alla sua vita e al cuore molteplice delle cose.

Fermo


Mi fermo appeso agli spigoli
Della tua bocca che prende
Il mio desiderio riposto
Dietro una curva di buio
E lo ripiega nel punto nato
Dalle nostre parole di sempre
Che non finiscono di dare
Voce a questi giorni spietati
Di quello che dicono silenzio
Come fosse lo stesso filo
Che mi tiene diviso da te
Ma legato alle tue labbra


Nido D’Acqua


La mia croce
nutrita sul monte del tuo seno
nel tuo nido d’acqua
cercava un dolore;
sulle nostre labbra
con una sola lingua
cantavo la mia passione.


O.


Senza giri di metallo
Tra le mani
Paralleli indizi
Dai gusci delle unghie
Indirizzi di graffi
Dalle tue scalfiture.

Anelli con la mia bocca
Per ogni tuo dito
Un battesimo di saliva
Che discende e scorre
Fino dentro le ombre
Che non respirano più.


Haiku – Big Bite


Non segna ore
L’orologio dentato
Morso sul polso


Haiku – Shhh


Non si può dire
Con nessuna parola
Il silenzio

Note Biografiche

Raffaele Di Pietro nasce nel 1965 a Roma. Lavora come redattore presso una casa editrice universitaria. Cura progetti di laboratori teatrali e di scrittura nelle scuole superiori e per dirigenti di comunità, in ambienti di disagio psico-fisico e di recupero sociale:

  • Progetto “Teatroascuola”. Laboratorio teatrale scolastico curricolare.
  • Progetto “Narratores”. Laboratorio di scrittura creativa.
  • Laboratorio di scrittura antalgica. Per affrontare il dolore con l’uso delle parole.

Ha allestito materiali e sussidi di animazione per bambini e giovani.
Inedito come autore, scrive romanzi, racconti di etica narrativa, poesie e altro.
Tutor e-learning di giovani autori che seguono un percorso di formazione alla poesia.
Crede che la scrittura sia una forma di redenzione laica.
Dio ha scritto la Bibbia, all’umanità è rimasto il lavoro sporco.

Attività recenti:

2010

  • Pubblicazione del libro: L’OFFICINA DELLA SCRITTURA. Documenti e strumenti del Laboratorio di scrittura creativa, a cura di Fabio Di Pietro e Raffaele Di Pietro, EDES, Sassari 2010. Gli strumenti di lavoro, nella forma di schede di originale concezione, vengono proposti come modelli per promuovere un metodo di scrittura basato sul recupero dell’attrezzatura sensoriale dell’individuo.

2009

  • Adattamento e regia dello spettacolo: “NASTRI DI PAROLE PER GIROTONDI DI PACE”, testi di Paola Ruiu. Per Amnesty International, Sassari, nel 20° anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
  • Adattamento e regia dello spettacolo: “FIGLI DI…”. Per Le Case Famiglia AIDS “Villa Glori” della Caritas diocesana di Roma, in occasione del XX anniversario di apertura a Roma della prima Casa Famiglia per i malati AIDS.

mail: runondown@gmail.com

Sul blog http://runondown.splinder.com posta prevalentemente una selezione di opere poetiche.

http://teatrospot.blogspot.com

http://narratores.blogspot.com

sul bordo

strage di Bologna - Carosso -

 

Ha del tarlo il ticchettare leggero, l’invisibile galleria ,  

tornante che s’appresta al buio, nascosto.  

Tempo, tanto tempo scorso    

come di sbieco un’occhiata,  

 come di volo di piume strappate  

nell’aia di cortili d’altro secolo.  

Un cunicolo che svetta all’apice dell’idea, tessuto stramato da risvegli   

di vecchio corpo, teso all’indietro, di postura e ricordo…  

Dove?  

Dove finiscono i passi  

…sull’orlo del foro?! 

  

– marzo 2010 –

sola, i/o

Immobile davanti alle vetrine

che ti rapiscono lo sguardo

con luccichio intermittente

tra ipocrisia e bisogno

ti neghi alla pioggia

con un ombrello fatto d’ali,

ali di falena morente.

 

Le gocce dure sulla pelle

chiazzata di sonno e polvere

come nascondiglio notturno

di leopardo sui rami nascosto

tu, sulle soglie di periferie

che senza pena visibile

ti ospitano, al crepuscolo.

 

L’odore dell’aria

pesa sul cappotto di panno

sulle scarpe incollate alla strada

i capelli, che vorticosi

al vento in sosta su di te,

chiedono visibile presenza

fra le ciocche dei tuoi incubi.

giunchi

Difficile crederci ma i giunchi si sono spezzati.

 Implacabile il vento  ha modificato la trama, le pieghe, la capacità di opporsi alle folate improvvise, quando  lasciava un segno curvo su di loro, per poco, che rialzavano subito il fusto, eretto, frizzante all’aria ed al contorno immaginifico che li accoglie.

Giunco di palude, di stagno, di mare.

Ogni loro filamento modificato, al centro del fusto.

 Fusto che ora si dibatte tra terra e cielo, capo chino, curva vegetale confusa tra radici e pretese di voli.

 Nessuno  ha consapevolezza…nell’immenso fluttuare del verde sfuma, nel silenzio, l’errore della linfa perduta.

-giusto per un saluto, senza pretese. non so quando potrò tornare. un abbraccio, api-

appartenenza

immagine di Antonia Dettori

 

Afose   le   giornate,  si presentano opache come d’ambra in penombra.   

Spoglia dell’abito pesante giro in fondo – o proprio affondo? – in un lento   

torpore di cotonina leggera, marcata dal sole che ora staziona storto sui   

fianchi di una lucertola. La coda del mio occhio non   

sarà mai variopinta come   

il sonno  che si leva  dalle scaglie minuscole. Ho lo sguardo coperto da   

panno scuro, la bocca asciutta e i piedi che battono, come su legno   

di portone antico. 

 Un lato di ferro e metallo, l’altro di petalo e fibra.   

Nel mezzo, giusto una fessura.

di lato, verso il nord

georges la tour

e con il favore del buio

oltre la siepe   dei cardinali  inizierò a (altro…)

Ogni giorno

Isidro Ferrer

prima e dopo i fasti    dopo i pasti

ai potenti della terra

per disincastrare ciò che resta

un sistema innovativo

spazzolino no war

le setole rimuovono ogni residuo     ricordo

dei connotati umani

strappano ogni rimorso alla radice

ogni passaggio

ad ogni cambio di mano.

f.f- 15 aprile 2010- A favore

C’è un’altra uscita?

lilya corneli- dreaming of a heart

– C’è      un’altra uscita.

– C’è      ancora altra strada dopo questa

in cui mi ostino a guardare il sole la sua lanterna latente

le sue illusioni mirabili?

Quanto lontano conduce il torrente

che mi scorre in petto e nella luce si popola

di insetti come la(r)ve che lacerano il legno di un corpo

abitato e sempre

in ogni labirinto del pensiero abbandonato?

Quanto ancora le nuvole fil(tr)eranno le voglie

dei miei desideri verdi come tutte le cime

di questi pioppi allineati  in corsie di ospitali

dolorosamente radicati in ciò che inquina le nostre vite?

– Salutare

sembra essere l’unica azione concessa.

– Se ne vanno tutti     come stormi

amici e compagni     fogli scritti in un tempo che era la casa del lupo

e aveva in sé l’odore dei campi   in un notturno saluto

non l’abbandono.

– Salutare

quel ritrovare finalmente la terra

riempirsi di semi    nuovamente verdi

in un  ventre infiammato di fiori e profumi

in un corpo senza altro peso che il corpo

celeste nella densità  del silenzio nello smalto incorrotto del cosmo.

– Salutare questo crescermi in bocca del seme      la soglia del giardino

amore senza interesse e tessile piacere che genera

dalle sue notti case e popoli      fiumi

di suoni      esseri senza peccato

segreti      piantati nell’abito nuziale     nel ventre sfattosi

preghiera senza mittente e ancora corpo nel corpo di un altro

senza re-

missione.

– Rivoltata la zolla tutto cede

– Ancora?

– Ancora.

.

A  C. F.   1 aprile 2010- f.f.

http://fernirosso.wordpress.com/2010/04/01/c%E2%80%99e-un%E2%80%99altra-uscita/

Kleines Wissen (la piccola tempesta)

                                                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hätte ich mein Leben

reden lassen

würde Ich geheimlos

schweigen.

 

Mein Wissen liegt

auf mein abhängiges Wort,

nur ein kleines Reden

meiner Seele

wartet auf die nächste Gefahr

meiner Liebe.

 

Meine Augen sind natürlich gefrohren:

dicht und zartlos leer.

 

Sie drängeln wie ein Biss

gefühlsamer Entleerung

der Sehnsucht

die zart und fein

über die Spuren meiner Zukunft

stürtzen können.

________________________________

(Avessi lasciato parlare

la Vita

sarei ermeticamente

muta.

 

Il mio sapere giace

sulle mie parole dipendenti,

si distende solo su un piccolo vociferare

della mia anima

e aspetta il pericolo

del mio amore.

 

I miei occhi

senza spessore, candidamente vuoti.

 

Spingono come

la presa di un morso

il pieno

svuotarsi di nostalgia

che con dolcezza e finezza

intralciano le ombre…

del mio futuro.)