Scheiwiller

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)

Coriandoli a Natale #10: Anna Maria Carpi, Ogni trentun dicembre

Anna Maria Carpi. da qui

Anna Maria Carpi. da qui

a G. Benn

OGNI TRENTUN DICEMBRE chi vorrebbe essere solo?
Spalla a spalla e calici levati − guai a chi pensa
che c’è la morte.
Dicono gli occhi: il più tardi possibile,
e improvvisa e indolore.
Vuote le strade, inutili, tutta l’ultima notte
brilla, di casa in casa, dalle finestre accese,
«mi basta non soffrire»
«viva il domani».

Questa notte d’inverno,
quando fuori piove e l’anno muore,
quando di là della parete aspettano
che ne incominci un altro:
a che serve, mi chiedo. Io non lo voglio.
Questo mio letto di famiglia è un regno,
di qui vedo i miei quadri, le mie carte,
la porta aperta sulla stanza interna,
e le coperte,
la rossa e la marrone,
e in fondo al letto i miei due animali,
inerti, piatti,
la bianco-rossa-nera e lo striato,
che non sanno di sé e nel sonno rimpatriano.

Così anch’io − senza io, senza chi sono,
di primordi, di corpo e di calore,
senz’aldilà né dopo,
rimpatriare nel sonno.

 

© Anna Maria Carpi, in E tu fra i due chi sei, Milano, Scheiwiller, 2007.

‘3 dicembre’ di Vittorio Sereni

Una lettura ingenua (e compilativa) di 3 dicembre di Vittorio Sereni

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3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.[1]

Il 5 dicembre 1940 Vittorio Sereni scriveva all’amico Giancarlo Vigorelli di avere «dedicata, nelle inten­zioni e non dichiaratamente, all’Antonia» la poesia 3 dicembre, una delle otto poesie nuove composte a Modena dopo uno di quei periodi, a volte lunghi, a volte meno, durante i quali il poeta non componeva nulla. Di lì a un mese la poesia avrebbe visto la luce in «Tempo» (a. V, n. 1 [2-9 gennaio 1941]), insieme a Paese, unite col soprattitolo Due poesie.[2]
Dell’amicizia che legò Sereni ad Antonia Pozzi molto è stato scritto;[3] fu un legame sincero, di dialogo, e anche di ricerca, da parte della giovane poetessa, di un reale confronto che forse a un certo punto lei sentì venir meno, come se pure Sereni, come già alcuni amici della cerchia di Banfi, non le riconoscesse quella patente di poeta che Antonia sentiva di meritarsi. (altro…)

I poeti della domenica #62: Bianca Tarozzi, Ritorni

dal sito Venipedia

dal sito Venipedia

RITORNI

Questa vita m’inonda
di barattoli vuoti,
recipienti inservibili, frammenti
di specchi, vetri rotti,
manici senza bricchi,
cartoline, brogliacci
minutamente scritti.

Cha farne? Ed egualmente
a pezzi, o rabberciati,
innumeri frammenti
del passato, insensati
momenti.

Illeggibile saga in movimento!
Tutto scompare dentro
il presente inspiegabile, il suo punto
di fuga vorticoso, punto vuoto.

Pure la mente mi presenta, a tratti,
prima che si inabissino nel fondo,
le nebulose istantanee di famiglia,
i frammenti di vita inesplorati,
i parenti perduti:
lo zio prestigiatore, l’altro zio
autore di disegni per ricami,
la zia ricamatrice ha tra le mani
le stoffe luccicanti di lustrini
nell’atelier che è quasi una soffitta:
la stanza bassa,
con le ragazze al tombolo, al telaio;
il lucernario in alto,
i fili sui rocchetti
e per terra pezzetti
colorati di stoffe variopinte:
rasi, velluti, tulle.

Ricordo un mio cugino molto amato −
Walter − tornato
della Francia: scriveva
poesie solo in francese, su foglietti
sparsi, svaniti
nel nulla, dedicava qualche rima
per gioco a me bambina.

I miei parenti artisti! Gli inventori
di fantasiose vite, i sedentari
esploratori delle notte, i vari
eccentrici e gli amanti dei motori.

Savie le donne, molto più di loro,
pazienti curatrici di giardini,
ricamatrici, madri innamorate
di imprevisti bambini. (altro…)

Goffredo Parise a New York

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall'amico Igi Polidoro nel 1961

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall’amico Igi Polidoro nel 1961 – © Getty Images

La New York di Goffredo Parise e, più in generale, il suo rapporto con l’America, costituiscono una parte importante dell’opera dell’autore veneto: la selezione di scritti autobiografici e giornalistici che oggi vi invitiamo a leggere lo testimonia e si collega, in parte, a quanto esprimeva Italo Calvino (da rileggere qui) negli stessi anni. Si entra così in alcune fra le pagine più interessanti del Parise non romanziere, attraverso alcuni reportage diversi fra loro: del 1961 i primi tre testi − lettere e appunti sparsi usciti postumi −, mentre risale al ’75 l’articolo in cui si accosta New York a Venezia e che apre a una serie di altri pezzi importanti apparsi sul «Corriere della Sera». Parise guarda agli Stati Uniti e in particolare a New York due volte (anche se nel ’61 il suo viaggio lo portò in Florida e in California) e la sua visione muta nel tempo. Una traversata di lavoro quella intrapresa per il produttore Dino De Laurentis nei primi anni Sessanta; di piacere o di esplorazione la seconda. L’abbuffata statunitense, tuttavia, e il desiderio di non perdere tempo, di vivere il più possibile l’esperienza newyorkese (non può non ricordare Emanuel Carnevali o Mario Soldati, in questo) si placherà in seguito: viene meno, cioè, l’urgenza di conoscere la città, i bar, gli angoli, di intraprendere relazioni fugaci; anche l’età è differente: nel ’61 Parise ha trentadue anni, nel ’75 ne ha quarantasei. L’approccio è, tuttavia, coerente: quello di un letterato che opera una re-visione. Parise si pone come un attento osservatore, in grado di cogliere negli “oggetti” al centro delle sue opere dagli anni Settanta – come riferisce anche Silvio Perrella nella prefazione al volume Rizzoli – gli strumenti per interpretare un luogo ma anche un sistema culturale. Per rifiutarlo e confutarlo, ripensarlo e aggiornarlo ai tempi (anche ai propri tempi letterari), Parise si serve di “dettagli”: è lì, infatti, che alberga il senso da restituire al lettore successivamente, con l’acutezza di chi è in grado di leggere le cose ma soprattutto − e prima − di chi sa leggere i sentimenti umani, le persone (i suoi Sillabari risalgono a quel periodo). Gli anni Settanta e Ottanta sono quelli dei viaggi nel mondo e dei reportage più significativi tra cui vi è anche L’eleganza è frigida («Corriere della Sera» e poi Milano, Mondadori, 1982), in cui protagonista è invece il Giappone, scorciato sempre da una prospettiva personale. Parise parlava già di America nei racconti de Gli americani a Vicenza (del 1956 ma pubblicato da Scheiwiller nel 1966) e, fra gli altri, anche in alcuni scritti critici di Quando la fantasia ballava il «boogie» (Milano, Adelphi, 2005. Qui, ad esempio, un pezzo su Robert Altman incontrato alla Biennale Cinema presumibilmente nel 1982).
New York “caput mundi”: la città desolata, assorta nella propria “cultura pop”, è il simbolo e il cuore del paese, il punto di partenza e d’arrivo per comprendere gli Stati Uniti in quel momento (e, forse, anche dopo). La relazione con gli spazi, le persone, la sessualità, ma anche il vuoto e soprattutto l’oggettivazione che l’autore fa della realtà sono cruciali in queste pagine. Restano esclusi dalla scelta pubblicata qui alcuni passi su Harlem, che meritano uno spazio a sé stante. Il lettore incuriosito, tuttavia, potrà trovare nel volume le considerazioni sull’incontro con la popolazione afroamericana, il graffitismo e molto altro ancora. In coda a questo post anche un’intervista RAI che si riallaccia ai temi accennati. Segnalo infine il volume di Pino Dato, L’ultimo anti-americano. Goffredo Parise e gli Usa: dal mito al rifiuto (Roma, Aracne, 2009).

© Alessandra Trevisan

N.Y., 20 marzo

Caro Vittorio,
arrivati ieri in questa folle città […] L’idea migliore è stata quella di venire in questo albergo che, come tutta la città ha l’aspetto babilonico di una tomba. Subito fin dall’entrata mi sono imbattuto in due donne di mezza età che parevano finte: vestiti finti che assomigliavano a quella carta crêpe dai colori inesistenti in natura: azzurrini, rosa fragola chiari, rosso lacca, rosso rossetto, e nel fondo dominante il nero. Un nero lacca da bara, come le porte della stanza, che si presentano veramente come quelle porte bronzee delle tombe di famiglia, sempre socchiuse nei grandi cimiteri. La serratura è d’argento, o di metallo argentato, con piccoli bassorilievi di sfingi o cose del genere, così da far pensare a una reale persistenza del macabro in tutte le cose: mi spiego sommariamente che questo macabro derivi da una mancanza di aggressione erotica, in sostanza da mancanza di eros. Infatti, passeggiando ieri a Broadway ho trovato un mucchio di bottegucce con aria di bazar in liquidazione, piene di oggetti di gomma o di plastica: tette finte, donne intere di gomma, da gonfiare, col buco tra le gambe, salamini di gomma rossa, che si chiamano “sigari di gomma” ma il cui uso è fin troppo chiaro, perfino cinture di castità all’uso antico ma fatte di latta ignobile e dorata, con relativa chiavetta: per uomo e per donna l’allusione erotica è continua ovunque, ma fa veramente pensare alla morte perché non un volto, non una espressione, non un corpo di donna, una bocca, degli occhi esprimono sensualità autentica, ma alienazione evidente di questa sensualità e quindi impotenza, frigidità.

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Poesie per l’estate #5: Cristina Campo, “Devota come ramo…”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Cristina Campo in una fotografia giovanile

Cristina Campo in una fotografia giovanile

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Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

(da Cristina Campo, Passo d’addio, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1956; ora in La tigre assenza, Adelphi, Milano, 1991)