Sartoria Utopia

Supernove (Sartoria Utopia 2019)

SUPERNOVE – POESIE PER GLI ANNI 2000 (Sartoria Utopia, 2019).

Cinque artiste unite in un collettivo per una poesia attiva che integri la dimensione estetica e etica,  che sia punto di partenza per risanare/inventare parole, cose, creature, mondi.
Poesie come messaggio, rimedio, ponte, manciata di sassi.

Manuela Dago, Roberta Durante, Francesca Genti, Francesca Gironi e Silvia Salvagnini danno vita a un lavoro corale dove le parole della poesia si intersecano con immagini fotografiche e collage.

Il cofanetto Supernove-Poesie per gli anni 2000 contiene 47 cartoline da spedire o conservare, per una poesia che sia messaggio e ponte di comunicazione privato e politico, fuori da una inattuale turris eburnea, dentro la durezza della realtà e la dolcezza della vita interiore.

Manuela Dago nel ciclo Rotocalco Micidiale realizza poesage di matrice dadaista, dove parole e immagini operano un cortocircuito beffardo e spiazzante, giocando con eleganza formale e forza poetica con luoghi comuni e attualità.

Roberta Durante, da un dolce e sconnesso paesaggio interiore, spedisce le sue Cartoline Siberiane, biglietti e messaggi, dove aleggia il mistero di un lessico familiare che invita il lettore a scaldarsi sulla soglia di una stanza illuminata in mezzo al nulla.

Francesca Genti, in amoroso dialogo con i trovatori provenzali, compone il poemetto i baci si possono dare ragionando sui limiti desiderio e sui confini dell’Altro da Sé, sull’eros e sulla sua sublimazione, sulla matrice di una poesia che ha come legge e fine un’inesauribile nostalgia di conoscenza tramite i sensi.

Francesca Gironi, affiancata dalle meravigliose fotografie di Francesca Tilio, con le poesie Faccio una bambina e Le femmine sono stupende mette a punto due piccoli e potenti manifesti politici che parlano della condizione e del coraggio delle donne, parole oneste e crude, senza perdere la tenerezza.

Silvia Salvagnini, tramite delicate immagini e parole sussurrate, orchestra cura nei luna park,  manifesto ecologista in versi e rime, dove semplicità e musicalità danzano insieme su una melodia di carillon, per rimediare disastri e ipnotizzare l’apocalisse.

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Viola Amarelli, Il Cadavere felice

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017; € 20,00

 

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

*

una città fantasma verde e gialla
al centro di ogni solitudine
sbiadisce, si prosciuga
giorno a giorno svuotata
di persone, suoni ed erbe

la valle e gli elefanti, qui a occidente

*

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.

*

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

*

potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

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Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte

Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte, Sartoria Utopia, 2017; € 22,00

 

Dalla sezione Shakespeare a Berlino

 

Gli esperti hanno scoperto una malattia
che non causa problemi al cuore
si manifesta in condizioni stabili
di benessere fisico e sanità mentale
il solo sintomo conosciuto è la felicità
ma sovente è associata con la bellezza
e un feroce desiderio di libertà
Non esiste ancora un farmaco per curarla
profilassi tastate sugli animali
confermano che ammalarsi è necessario
e che l’origine del morbo è la catarsi
Trattamenti naturali come inedia
pallidità o tenere due lacrime su un diario
non producono giovamenti a lungo termine
per questo male che è progressivo
e aumenta l’aspettativa media
di superare il centesimo anno di età
Come detto. Non esistono cure al momento
come quella del famoso professore
che parlava l’altro ieri alla tv
è una malattia che non si può curare
e si guarisce soltanto con il dolore

 

*
Il mio angelo e il tuo hanno la stessa età
lo stesso volto dell’identico avversario
le stesse barbe tagliate con un rasoio
le stesse giacche, le stesse cravatte
che camminano nude nel corridoio.
Il mio angelo e il tuo hanno un velo
a seconda degli usi e del fuso orario
e volano in terra e cadono in cielo
alla ricerca di un tempio o un bunker
dove scrivere e andare in rovina.
Ci sono due corpi almeno, che al mio
angelo e al tuo hanno tenuto testa
Non hanno spine. Non hanno lacrime né corone
e neppure i disturbi all’addome
provocati dai sacerdoti in festa
quando sfilano i coltelli dalla guaina.
Il mio angelo e il tuo hanno lo stesso nome
le stesse facce di cristo e hitler
mescolate in un unico immaginario
dove i creatori sono arrivati tardi
e tutti i giudici condannati
dai tribunali dei giudicati
Il mio angelo e il tuo sono due bastardi
e dormono ancora sotto alla stessa lapide
con gli occhi in fuori e le gambe storte
perché nessuno li ha separati mai
da questa specie di addio alla morte

 

*
Il presidente era pagato da twitter
e l’opponente da Il pranzo è servito
Il calciatore dal campionato
Il costruttore dall’edilizia
Il poliziotto dalla perizia
il premiolino dalla litania
di Loro inguardabili. E Noi che ci miglioriamo
Era questo apparato di cazzo e ano
e l’oblìo delle vacanze al mare
in quei piccoli paesini del sud
dove ciccione faceva rima con ombrellone
e pallone con sottoproletario
Era una mamma con la minuscola
l’asinello i re magi il bue
e le cene che tornavano in orario
Era uno che si credeva Napoleone
di guerra e pace volume 2
dei copia-incolla, dei Fred e Wilma
mutati in droni con la memoria
Il moralistico senso di pena
per l’uomo che invece della realtà
credeva di vivere nella Storia

Queste cose belle e preziose
esistevano come la statistica
come la punta del mio dito
come la gobba di Leopardi
come il negro di Porgy and Bess
e il suo uso dell’infinito
Esistevano. E tutti non ci credevano

 

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‘Immagini pedagogiche’ nell’opera di Silvia Salvagnini e Vivian Maier

Credit Vivian Maier courtesy of the Maloof Collection

Silvia Salvagnini e Vivian Maier: ‘immagini pedagogiche’ dell’infanzia fra poesia e fotografia
© Alessandra Trevisan

Oggi desidero proporre l’inizio di un discorso-percorso critico fatto di comparazioni “coraggiose” tra due artiste molto distanti tra loro culturalmente, geograficamente, dal punto di vista generazionale e artistico proprio, entrambe in grado tuttavia d’imprimere quella che si potrebbe definire ‘una peculiare “verità” pedagogico-artistica contemporanea’. Non è la prima volta che su questo blog si tenta un raffronto tra due o più voci che apparentemente non hanno nulla in comune, non per legittimare un punto di vista ma per aprire al nuovo, spostando lo sguardo e/o la messa a fuoco. Desidero tuttavia partire da un dato: Vivian Maier è tra le fotografe che Silvia Salvagnini ama; questa realtà è un’intuizione che, nel 2014, ha dato inizio ad un percorso nelle parole dell’autrice che oggi prosegue con tenacia.
Propongo di considerare ora alcune parole-chiave da tenere a mente per leggere le rispettive opere e in particolare il tema della “pedagogia”; esse sono ‘immagine/i’ (che, etimologicamente, contiene la parola “idea”), ‘infanzia’, ‘bambine’, ‘osservazione’ e ‘conoscenza’.

Vivian Maier (1926-2009), street photographer statunitense scoperta postuma, per tutta la sua vita ha lavorato come bambinaia coltivando privatamente la propria arte, al di fuori di movimenti artistici e di circuiti commerciali. Tra le immagini del suo vasto archivio curato da John Maloof ne ho selezionate alcune che raffigurano l’infanzia e che vediamo nel video caricato all’interno di questo post; l’interesse si è rivolto alle bambine, ed è declinato come segue: si va dal ritratto singolo o collettivo, di fronte o di spalle di bambine anche colte nell’atto del gioco con coetanei. Vi sono bambine sole e accompagnate da adulti, spesso le madri o altre donne; di diversa estrazione sociale, dai quartieri alti ai sobborghi; bambine bianche e afroamericane; vi sono inoltre foto di manichini per abiti da bambine e bambole finite nella spazzatura, queste ultime “ricordo del gioco”, un “residuo o resto” – raramente Maier ha fotografato oggetti ma, talvolta, l’ha fatto, e sono vecchie reti, sedie rotte, etc. Siamo nello stesso “campo semantico”, dunque.
Nella prima fotografia siamo di fronte ad un autoritratto – caratteristica di Maier –, in un gioco di specchi e di volti, tra generazioni ma anche tra pedagogo (etimologicamente “colui che conduce” anche verso la/nella realtà) e infante, tra adulte e bambina, gioco che incide dal punto di vista dello sguardo così come della tecnica e della visione, della ‘composizione’, ossia del “fare uno” vero anche per Salvagnini (di questo ho trattato qui).

Maier sta conoscendo una fortuna critica notevole e un richiamo mediatico internazionale anche grazie all’uscita, nel 2014, del documentario Finding Vivian Maier. È comunque importante evidenziare aspetti plurimi di lettura della sua opera che riguardino i materiali che vi sto proponendo e il tema della “pedagogia”. Per ciò che concerne i soggetti – che ho parzialmente descritto – è Jeremy Biles nel catalogo Vivian Maier, Photographer a fornire puntuali indicazioni già nel 2011, parlando di «remarkable feel for composition». Inez de Coo in un saggio del 2016 dal titolo The Myth of Vivian Maier si pone il problema della selezione dei soggetti fotografici indicando la ‘disponibilità dei bambini’ legata esclusivamente alla professione di ogni giorno della fotografa. Ritengo però vi sia di più di questo; nel volume per Contrasto del 2015 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata saggisti diversi indicano tre aspetti cruciali utili al nostro discorso: Marvin Heiferman parla di «desiderio di assorbire tutto ciò che c’è da vedere nel mondo» attraverso la sua macchina Rolleiflex; John Szarkowski parla di una fotografia che necessita di «non riformare la vita ma conoscerla» dal punto di vista sociale; dal contatto con il mondo, attraverso video e audio (facenti parte dell’archivio) sempre Heiferman suggerisce − citando Kazin − che Maier stava «cercando la sua voce».

Secondo una mia lettura personale dell’opera questi aspetti si direbbero “estensibili” e procederebbero verso diverse direzioni. Nelle fotografie legate al mondo dell’infanzia compaiono parimenti bambini e bambine ma, essendo lei una fotografa donna, si ha come l’impressione che prediliga il mondo femminile catturato nei dettagli e in quelli che sono i «condizionamenti culturali» di un’epoca, come li ha definiti Elena Gianini Belotti nel suo celebre saggio Dalla parte delle bambine, la cui prima edizione esce nel 1973 per Feltrinelli in Italia (nel 1975 nel Regno Unito): dall’abbigliamento alle costrizioni sociali, anche nell’atto del gioco, con ruoli definiti, tipici, che la pellicola imprime, testimonia.

Più complessivamente e complicando i rimandi, è John Berger a fornirci il “motivo pedagogico” che la fotografia di Maier porta ‘in sé’: da Ways of seeing del 1972 «Seeing comes before words. The child looks and recognizes before it can speak.» Maier è consapevole del fatto che la scelta dei suoi soggetti non possa essere né ovvia né scontata, perché durante l’infanzia ‘guardare o meglio “osservare” è conoscere’.

Tenendo a mente queste caratteristiche peculiari volgerei lo sguardo verso Silvia Salvagnini, al suo mondo di immagini e disegni, trame e molteplici messaggi pedagogici, che spinge oltre la definizione di Berger. Il parallelo condiviso con la stessa autrice considera determinanti alcuni testi che tracciano un itinerario significante dal punto di vista dello stile, del linguaggio e dei temi: L’orlo del vestito. Storie di bambine contro le chiacchiere cittadine (Sartoria Utopia 2016, già citato) è un libro in cui visivo e poetico sono speculari come in molti testi dell’autrice: da un lato i collage dei vestiti fatti da brandelli di spartiti di musica classica ritagliati, spezzettati, piegati a fisarmonica, integrati al tratteggio complessivo del disegno; dall’altro le storie delle bambine protagoniste, narrate in pochi versi. Forte è l’utilizzo della rima cantilenante un po’ fiabesca e dell’anafora; i verbi (come la Neoavanguardia suggeriva) sono significanti poiché in movimento: mutano l’esito linguistico della poesia. I corpi delle bambine sono al centro del discorso e del disegno. Dal punto di vista della composizione sono la derivazione e l’anastrofe le figure retoriche più utilizzate capaci di incidere sul piano semantico e sintattico, tipiche del linguaggio tutto di Salvagnini. Scrivevo nel 2014 sempre sul nostro blog che: «Le bambine che si ribellano alle chiacchiere cittadine (agli stereotipi anche) lo fanno con tutto ciò che hanno a disposizione, anche la scomparsa del corpo e lo strumento-parola. Salvagnini, attraverso l’incrocio di linguaggi artistici diversi coniugati tra loro alla perfezione, concorre alla restituzione di un significato: la sua è una ribellione di forma e sostanza assieme che fa stile.» Eccone un estratto:

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Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Sartoria Utopia 2017, € 20,00

 

*

oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente

*

Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco

*

Quando la pelle pensa

Si fuma penombra fra le dita
i nostri confini sfumano
nei bassi del cuore
di cinque sensi
non uno
rimane al suo posto
radunati in superficie
chiedono alla pelle
di poterla toccare
quella infine pensa
e impara a godere
nell’essere l’organo più sociale
prima di tornare
ad estinguersi nel rituale
di quattro vestiti
che la sprofondano
celebrando un funerale
la pelle impara ora il dolore
dell’essere cerebrale

*

Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

*

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Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo
Edizioni Sartoria Utopia, € 22,00

 

ecco che si ripete:

infilarsi nel letto come
dentro una tasca orizzontale
diventare la lingua sepolta
sotto il palato
eppure parlare nel sonno senza voce
frasi rinsecchite di un amore labiale.

rigirarsi fra le coperte raggomitolato
e trafitto come un pollo allo spiedo.
nel buio non amo, non prego.

 

*
non potere arrivare a te neanche se
fossi più veloce della mia ombra.

o se avessi parole al posto di pagine
o pagine al posto d’inchiostro
o inchiostro al posto di sangue
o sangue al posto di un corpo
o un corpo al posto di un’ombra.

 

*
mi piacerebbe chiamarti,
dirti allora passo da te
cinque minuti e arrivo.
ma non chiamo. o correre
nella luce fiamminga che
riempie la piazza del mercato,
oggi venti novembre, sotto
casa tua, proprio adesso che
si sta svuotando. ma non muovo
un dito. e almeno cosa penso?
neanche questo ti dico.
lo scrivo però a fondo
pagina, murato vivo.

 

(ritorno?)

ogni ritorno a casa è una sconfitta
ogni gesto arricchito di perdita
scavo millenario, quotidiano.
la traccia già segnata la via già tracciata
da troppi altri piedi penne pugnali
non avere ali saltando giù dalla finestra
come mandel’stâm senza essere mandel’stâm.

il solito sole sul davanzale non buca
l’ombra suicida del mio salto incompiuto,
il davanzale, anche il davanzale è una strada
che cola a picco a est e a ovest di sé
una sciarada inerme spiaccicata sulla pagina,
nell’aria. mio piede stupido segugio
che segue ancora le via del rifugio.

perché scavi domenica, perché domeniche
una dopo l’altra, perché tutte le volte
castelli di carte morte. giorni come questi
dove ogni movimento ogni sterzata
ogni parola è un replay riflesso incondizionato
dove non si può scrivere niente di nuovo.

non senti la mancanza, la distanza da queste
labbra essiccate, da questa lingua
nacchera rinsecchita. non immagini neanche
che il passato ritorna a ombre, a sassate.

(ogni ritorno ha in sé fughe, fantasmi
finestre aperte, invitanti)

(marzo/maggio 1998)

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un libro al giorno #6: Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia, ed. Sartoria Utopia

*

LA DOMENICA È UN PICCOLO AGOSTO

un morso, una maledizione,
un piccolo mostro, pura morte:
una storia da zucchero marrone.

*

© Francesca Genti

Un libro al giorno #6: Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia, ed. Sartoria Utopia

*

LE MASSICCIATE DI VIA FERRANTE
APORTI

Ascolto il canto della città consustanziato
di clacson e cardellini
-movimento- .

Nel cielo blu Yves Klein cʼè un reggimento
di giganti che giocano alle nuvole,
coriandoli cullati dentro il vento:
plastilina metafisica che forma
tigri, cavalli, astri in movimento.

Tutto quello che da testimone sento
mentre inabissa il viola della sera
è lʼavanguardia dello struggimento
è lʼinvasione della primavera.

*

© Francesca Genti

Un libro al giorno #6: Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Francesca Genti, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia, ed. Sartoria Utopia

*

NOSTRA SIGNORA DELLʼAZZURRITÀ

tutta la bellezza è struggimento
ma se penso alla cima del dolore
la associo soprattutto a un colore:
lʼazzurro primavera è il mio tormento.

il sole a fine aprile mi fa orrore
il pericoloso caldo appiccicato
il pazzo desiderio che mi invade
di liquefarmi azzurra nel creato.

Il tenero smottare del cemento
sotto il mio passo di cane vagabondo
cercando gentilezza per la strada

lʼabbraccio infedelissimo di un mondo
che mi considera un cane col cimurro
che mai potrà comprendere lʼazzurro.

*

© Francesca Genti

Anna Lamberti-Bocconi, La signorina di Cro-Magnon

lambertibocconi - foto di thomaspopoli

Anna Lamberti-Bocconi, La signorina di Cro-Magnon, edizioni Sartoria Utopia, 2014, € 20,00

 

Quando lessi per la prima volta Canto di una ragazza fascista dei miei tempi (Transeuropa, 2010) di Anna Lamberti-Bocconi rimasi folgorato, e in seguito da quel libro non mi sono mai staccato, tornandoci diverse volte, ogni volta con più attenzione, senza però perdere lo stupore della prima lettura. La folgorazione di quando si incrocia il talento e ci si sente bene, come sempre si vorrebbe stare davanti a un libro. Quel libro era un poemetto in cui la storia e l’attualità, metrica e ritmo, si fondevano in maniera esemplare, un libro che non avuto il giusto riconoscimento. Ma il talento non si può mettere da parte, non sparisce ed ecco che ritorna. Oggi, nel 2014, a primavera, dentro un libro fatto a mano dalle tipe di Sartoria Utopia: La signorina di Cro-Magnon. Terminata la lettura del libro mi sono domandato se questo, per la Lamberti-Bocconi, possa essere il libro della vita e della vita fin qua. Che siano queste le poesie con cui ha deciso di marcare il confine e di mostrarci quello che è stato fin qui. Quello che è stato per lei ma anche per noi che leggiamo e ci incantiamo.

 

Guardare la disfatta evolutiva con tremendo distacco –
io, la signorina di Cro-Magnon, in piedi sugli acquedotti
romani, su dolmen e menhir – averlo dentro il futuro
tutto saputo già […]

(pag. 9)

[…]Sempre le stesse cose, che ne sarà
di me che ripeto e ripeto e ripeto canti
come da un iceberg, staccato dalla banchisa.[…]

(pag. 14)

 

La signorina di Cro-Magnon è una raccolta fitta e intensa, che concede poche pause e lascia invece molto spazio alla riflessione e alla meraviglia. La miseria umana è la grande protagonista di questi testi. «La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più[…]», scriveva David Foster Wallace (scrittore molto amato anche da Lamberti-Bocconi) ne Il re pallido (Einaudi, 2011); il nostro essere piccoli e soli, toccati e segnati in maniera indelebile dalle cose che accadono o che non accadono, da quello che perdiamo per sfortuna o per incapacità, dalla tenerezza (se va bene) e dai: doveva andare così (se è andata male). Dall’amore che sempre ci salva.

 

Alcune cose reputo piacenti
in questa vita che non mi dà pace:
bere del vino bianco col panino;
avere dei gatti certosini;
guardare una persona come tutti
sulla sedia a rotelle mentre ride;
andare al ristorante “Piero e Pia”
quando qualcuno mi viene a trovare.
Di tutte queste cose si materia
la mia incredibile solitudine.

(pag. 54)

 

La disperazione e la morte sono il filo che lega le molte poesie di questo libro. Tematiche difficili ma che chi scrive sul serio non può non affrontare, la differenza sta nel modo in cui le si racconta. Anna Lamberti-Bocconi, come Saramago o come Anna Maria Carpi, sa bene che la disperazione e la morte (ma anche la solitudine) sono cose che stanno con noi, cose che non si possono evitare, allora si può provare a renderle quasi amiche, parlando loro, tirandole per la manica della camicia e dire cose come: tu sei la morte ma io ho imparato a guardarti e a aspettarti, nel frattempo vivo, a volte con poco e, credimi, quel poco è già tanto e di questa nostra condizione, se mi gira: rido. O piango. Un forte odore di Milano, di posti veri, si respira. La Milano delle cucine, delle bocciofile, dei tram. La Milano che ti ammazza e che ti risolve la giornata. Milano è grigia solo per chi non sa guardarla.

C’è poco da fare, queste poesie arrivano dirette dove devono arrivare e non lasciano indifferenti, sono poesie vere. Non stupiscono né il perfetto controllo metrico di Anna Lamberti-Bocconi né il senso del ritmo, elementi, che contraddistinguono tutta l’opera della poeta di Città studi, elementi che non cedono mai il passo, il significato e il suono viaggiano sempre insieme.

Anna Lamberti-Bocconi sta dalla parte di chi prova a tenersi in piedi, che resiste alle botte che la vita dà, di chi sa che ogni tanto il cielo ritorna blu, per tutti. La poeta impara il disincanto ma non scorda la compassione.

 

©Gianni Montieri

 

 

Guardando le verdure,
il loro disfacimento composto
di fronte alle procedure,
mi chiedo se si può
dire di no alla morte:
se piano, se più forte,
se solo per amore.

(pag. 86)

 

Sogno di bere una fanta in una bocciofila
poco davanti a una fontana che gocciola,
dopolavoro di autisti e tranvieri, domenica,
sole d’estate che avvita i suoi raggi nell’anima.
Lì piano piano potresti capire che esisto
sempre, con te, senza te, col cuore di vento,
come la linea più bella che traccia una rondine
quando nel cielo rincorre l’arte di perdere.