Sardegna

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Il grande nudo

neo

C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

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Sud – in caso di arte

Nuovo Cinema

Da quando sono tornato in Sicilia mi imbatto spesso in una specie di equivoco critico per il quale certe rappresentazioni del Meridione sono viste dai meridionali come un giudizio sprezzante nei confronti loro e della loro terra. Un mio amico, peraltro molto intelligente e di ottimi gusti artistici, si è recentemente scagliato pubblicamente e un po’ per gioco contro Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, definendolo “una cagata pazzesca” che svalorizza la Sicilia raccontandola in un modo anacronistico e attraverso il punto di vista di uno “snobbettino” che una volta partito sembra vergognarsi delle proprie origini “avendo evidentemente conservato il cervello di un paesanello coi sensi di inferiorità”. Ora, il mio amico non ha in generale tutti i torti, nel senso che in Tornatore c’è spesso un indugiare compiaciuto nel vintage, ma non mi pare il caso di Nuovo Cinema Paradiso, che è piuttosto il ritratto sincero e commosso di un mondo che non può che essere perduto e ricreato, visto che fa tutt’uno con l’infanzia del protagonista. Che peraltro da adulto non ha niente di snobbettino e non pare vergognarsi affatto delle sue radici, pur essendosene drasticamente allontanato. Mi colpiscono invece questi trattamenti ideologici dell’arte, questa specie di rancore, molto intellettual-siciliano, verso ogni rappresentazione trasfigurata dei nostri luoghi. Lì forse c’è davvero un complesso irriducibile di inferiorità (che è l’altra faccia di un altrettanto irriducibile complesso di superiorità) di noi isolani e in generale di noi meridionali. Se dico ideologico è perché tutte le ideologie sono nette e unilaterali, e finiscono insomma per vedere un aspetto solo delle cose, quello più utile al loro discorso e quasi sempre l’aspetto più superficiale, che nell’arte finisce per coincidere con quei referenti di realtà sui quali la finzione si è innestata. Ma se è inevitabile che ogni opera d’arte parta da presupposti reali, inevitabilmente poi da quei presupposti si allontana e si emancipa. Quando cioè Tornatore parla della Sicilia non parla SOLO della Sicilia, come Garcia Marquéz quando parla del Sudamerica non parla SOLO del Sudamerica e Montale quando parla della Liguria non parla SOLO della Liguria. La Sicilia gioca invece in questo caso il ruolo di una periferia che sta anche per le altre periferie del mondo, sconvolte nel bene e nel male da quegli effetti di immaginario che un centro emittente ha prodotto con i suoi film, rendendo inadeguata la vita che si faceva prima, cambiandola nei sogni e nelle aspirazioni (sulla condizione della perifericità scossa e travolta da cambiamenti arrivati da lontano, consiglio L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie di Stefano Brugnolo). Ma per sentirsi periferici non occorre essere per forza abitanti delle periferie in un senso strettamente geografico, basta percepirsi improvvisamente defilati e in ritardo rispetto a un qualche importante mutamento generale in corso, come la rivoluzione della bellezza e dei costumi che investe gli abitanti di Giancaldo. Credo sia per questo che Nuovo Cinema Paradiso è piaciuto e piace ancora ovunque, a meno di non pensare che fuori della Sicilia la gente provi piacere a sentir parlare male o in modo sminuente della Sicilia e dei siciliani.

L’interpretazione parziale e regionalistica è d’altronde uno dei pregiudizi interpretativi che Francesco Orlando ha cercato di smentire nel saggio L’intimità e la storia: lettura del “Gattopardo”, a proposito del capolavoro del suo maestro diretto Tomasi di Lampedusa. La domanda che si poneva Orlando era delle più semplici ed empiriche: com’è possibile che un romanzo definito “siciliano” e a volte addirittura “borbonico” ha ottenuto un successo portentoso in ogni parte del mondo, lontanissimo dalla Sicilia e dalla vicenda risorgimentale italiana? Badiamo che domande simili possono essere poste per ogni grande opera letteraria, solo apparentemente vincolata a un contesto e in realtà capace di parlare all’umanità di ogni tempo e ogni luogo. Nel caso del Gattopardo abbiamo a che fare con il declino di una classe, quella aristocratica, raccontato però, ci dice Orlando, da un punto di vista interno all’aristocrazia stessa, cosa che mai era avvenuta nel romanzo europeo fino a quel momento. Il pathos della consunzione di un intero mondo giudicato dalla Storia obsoleto e tramontato non è certo però un esclusivo sentimento della nobiltà ottocentesca siciliana al tempo dell’unificazione, rispetto alla quale la nascita del romanzo è peraltro distante molti decenni (da qui l’accusa di tradizionalismo e ritardo culturale espressa da Vittorini, che lo rifiutò per Einaudi, cadendo in uno dei più grossi malintesi della storia editoriale italiana). Nemmeno l’appartenenza dello stesso Tomasi a una nobiltà ormai ampiamente decaduta basta a congedare la sua opera come il testamento di una classe sociale. Se Il Gattopardo ha ormai il valore di un classico, ed è tradotto e letto in ogni altro continente, questo avviene perché in effetti attraverso la condizione di una certa aristocrazia siciliana ha raffigurato una condizione periferica essenziale, il sentimento del sentirsi tagliati fuori dalla Storia, isolati e pronti a essere sostituiti dal nuovo che avanza. Per dirla con Matte Blanco (il cui pensiero avevo provato a spiegare qui), per effetto di quella logica simmetrica che prevale nelle nostra emotività e che generalizzando tratta l’individuo come se fosse la categoria, la Sicilia di Tomasi sta per tutte le Sicilie del mondo, per tutte le province del mondo, per tutte le periferie fisiche e mentali del mondo. Ogni esperienza estetica è di fatto esperienza di una infinita estensione del senso, e per questo nessun referente reale, come dicevo all’inizio, può bastare a spiegare un’opera d’arte. Rispetto a Nuovo Cinema Paradiso c’è naturalmente una ben diversa enfasi portata sui cambiamenti epocali, un giudizio sul Tempo filtrato attraverso la lucida coscienza del Principe di Salina. Che non è affatto, sostiene Orlando nel saggio (e anche a un certo punto in una lunga e appassionante intervista, per chi vuole qui), l’eroe di un inveterato immobilismo siciliano, il preteso avversario di ogni progressismo. Consapevole della necessità del cambiamento, dietro la sua assenza di illusioni si nasconde invece un’invincibile capacità di illudersi ancora; per effetto di quella logica della negazione freudiana che nega per affermare, dichiara che tutto è inutile proprio perché ne sente l’utilità; dice insomma “non ci spero per dire segretamente ci spero”.

Quest’ultima constatazione dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ambigue le ideologie trasferite nell’arte: un campione dell’aristocrazia come don Fabrizio può diventare al tempo stesso il segreto portatore delle istanze opposte agli interessi della sua classe. Se dunque il Sud raccontato non è mai esattamente il Sud reale, a questo sfalsamento se ne aggiunge un altro, quello tra testi letterari e discorsi ideologici. Pur potendo cioè partire da visioni del mondo forti, da sistemi valoriali ferrei, qualunque opera d’arte, come nel caso del Gattopardo, saprà comunque dirne al tempo stesso il rovescio e le contraddizioni. Per questo risulta improprio il trattamento colpevolizzante che un particolare filone di studi, che prende le mosse da Edward Said, riserva a un certo tipo di letteratura, accusata di essere strumento di potere (rinvio a S. Brugnolo, “Obiezioni a Said”, Between, I.2 (2011), http://www.between-journal.it/). Said si scaglia in particolare contro il discorso che l’Occidente farebbe da sempre sull’Oriente per tenerlo soggiogato e sotto controllo, chiuso dentro un’immagine esotica e immobile. Per questa ragione si parla da qualche anno e sempre più insistentemente anche di una “orientalizzazione” del Meridione italiano, rappresentato in una mescolanza di pittoresco e drammatica arretratezza. Ho letto da poco Cristo si è fermato a Eboli, e insieme alla descrizione di una Lucania disperata per malaria e povertà sentivo però anche una fascinazione che andava ben oltre il semplice pittoresco. Levi ci presenta cioè il paese di Gagliano come un luogo in cui possono ancora adempiersi parti di noi faticosamente rinnegate, il desiderio della stasi contro la necessità del divenire, il pensiero magico e superstizioso contro quello razionale. Gli orientalisti diranno che il trucco è proprio quello, dare il contentino dell’esotismo inchiodando al tempo stesso il Sud a un destino storico senza riscatto. Ma la lucanità come la sicilianità come la sardità come la napoletanità sono classi logiche da assumere in modo ampio, o nel confronto ingenuo con i loro referenti reali non potranno che sembrarci maschere eccessive e false; o al peggio, come per Said, riformulazioni ideologiche del mondo. Prendiamo il caso limite della letteratura d’inchiesta, alla Saviano, a volte sorprendentemente contestato dall’opinione pubblica: parlando con napoletani, mi è sembrato che il problema non fosse l’evidenziazione del fenomeno camorrista, quanto la narrazione e il colore aggiunti a questa, e quindi, per così dire, gli aspetti letterari, che creavano una certa immagine totalizzante della Campania. Che poi è appunto quello che fanno tutti i processi estetici, dove prevale la logica simmetrica. Pur partendo insomma da aspetti reali (c’è qualcosa di vero in un Sud più arretrato e superstizioso del Nord), l’arte poi li potenzia, li oltrepassa, li rende universali. Quando però questa espansione del senso viene ignorata, si finisce per attribuire alla letteratura poteri e responsabilità che non ha rispetto alla realtà concreta: se l’Oriente è così, è anche perché certi scrittori lo hanno a loro volta colonizzato con le loro opere; se il Sud è così, è anche perché la letteratura e il cinema lo hanno rappresentato in un certo modo; e così via. Mi viene in mente il romanzo di uno scrittore belga simbolista, Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach, che dava della città un’immagine provinciale, sonnolenta e luttuosa proprio negli anni in cui questa cercava di riprendersi nei commerci grazie alla realizzazione di un nuovo porto. Rodenbach fu insomma accusato di avere “orientalizzato” Bruges mentre i suoi abitanti cercavano di “occidentalizzarsi” definitivamente. Non pare che la ripresa economica della città sia avvenuta di meno a causa del romanzo, né che il romanzo abbia funzionato e funzioni di meno per non essere stato un reportage esatto.

@Andrea Accardi

 

Ottavio Olita, Anime rubate

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Ottavio Olita, Anime rubate, Città del sole edizioni 2015. Prefazione di Dante Maffia

“Al di là di colpa ed espiazione” è la traduzione letterale del titolo di un libro di Jean Améry (pseudonimo di Hans Mayer), che in Italia è stato tradotto come Intellettuale ad Auschwitz.
Anime rubate, il romanzo più recente di Ottavio Olita, narra di colpa, di espiazione e di ciò che si trova al di là della colpa e dell’espiazione, oltre e accanto, ciò su cui solitamente preferiamo calare il velo della dimenticanza. Non sembri azzardato affiancare la devastazione provocata sui sopravvissuti ai campi di sterminio quella sofferta dai sopravvissuti ai sequestri di persona (questo è infatti, tra i temi affrontati in Anime rubate, quello dominante). A confermare il collegamento proposto c’è uno scambio di battute tra due personaggi femminili, di grande rilevanza nel romanzo: Maddalena Calvi, avvocato, e la sua assistita Alice Maltese, insegnante, già vittima, poco più che ventenne, di un rapimento che squassa la sua esistenza per sempre. Ebbene, questo passaggio mi sembra centrale e niente affatto trascinato per il verso dell’esagerazione:

”L’altra cosa importante è che è la prima volta che questo magistrato si occupa di un sequestro di persona, quindi è bene che lei gli racconti anche le angosce, le paure, la violenza di un reato di cui nessuno parla più e che è stata una vera piaga sociale ed economica per tutta l’isola”.

“Beh, allora avrà modo di fare un rapido apprendistato sulla capacità che ha l’uomo di diventare peggio delle bestie quando mette via umanità e sensibilità per farsi rubare l’anima dal richiamo del denaro, anche di quello sporco di fango e sangue”.

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Reloaded (riproposte estive) #14: Ottavio Olita, “Codice Libellula”. La verità negata (doppia nota di lettura)

 

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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Venti anni fa, il 2 marzo 1994, un elicottero della Guardia di Finanza, nome in codice “Volpe 132″, con due uomini a bordo, Gianfranco Deriu, maresciallo, e Fabrizio Sedda, brigadiere, sorvola la costa meridionale della Sardegna. L’ultimo contatto radio con l’aeroporto di Elmas avviene alle 19,15: «Ci dirigiamo sull’obiettivo segnalato sul radar». Alla domanda: «Volpe 132, quale obiettivo?» non c’è risposta. Silenzio anche al successivo tentativo di collegarsi con l’equipaggio, alle 19.52. “Volpe 132″ è scomparso, inghiottito, cancellato. Quella che segue è una storia, specialità nostrana, di testimonianze ignorate,  di depistaggi e crimini, di «verità negate», la storia del caso definito  come “Ustica sarda”, che ha visto sei interrogazioni parlamentari –  la più recente del dicembre 2013 – e la richiesta dell’istituzione di una Commissione di inchiesta. A 20 anni esatti dal 2 marzo 1994 Poetarum Silva presenta, con una doppia nota di lettura, il romanzo che Ottavio Olita, giornalista e scrittore, ha dedicato al caso “Volpe 132″: “Codice Libellula”. La verità negata.

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La Domenica (il giudizio) e Salvatore Satta

san paolo 2013 - gm

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto.
Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all’isola): ma il doppio cognome era solo un’apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l’usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull’uno e sull’altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d’ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell’ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare su toccu pasau, il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L’indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l’intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l’ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c’è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa’ è Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com’erano ciascuno nell’avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?

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Non c’è il minimo dubbio che Pietro Catte in astratto non sia una realtà, come non lo è alcun altro uomo su questa terra: ma il fatto è che egli è nato ed è morto (lo attestano quegli irrefutabili atti), e questo gli dà una realtà nel concreto, perché la nascita e la morte sono i due momenti in cui l’infinito diventa finito, e il finito è il solo modo di essere dell’infinito. Pietro Catte ha tentato di sottrarsi alla realtà impiccandosi all’albero di Biscollai: ma la sua è stata una vana speranza, perché non si può annullare il proprio essere nati. Per questo io dico che Pietro Catte, come tutti i miseri personaggi di questo racconto, è importante, e deve interessare tutti: se egli non esiste nessuno di noi esiste.

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Salvatore Satta – Il giorno del giudizio – Adelphi

in-side stories #6 – Limba

biennale arte 2011 - foto gm

in-side stories #6  – -Limba

(ad Andrea Parodi, in memoria, e a Bruno Lai)

C’era questa cosa della Sardegna e dei sardi. C’era questa cosa di cui aveva sentito parlare, qualcuno glielo aveva raccontato. Questa cosa ricordava da molto vicino un luogo comune, eppure sembrava non esserlo. Questa cosa diceva, più o meno, che i sardi (specie quelli delle zone interne) sono riservati, silenziosi, solitari. Diceva che i sardi ci mettono molto a concederti fiducia e quindi la loro amicizia, ma che quando questo accade poi è per sempre. Sapeva questa cosa della Sardegna e, poi, che fosse una terra di rara e selvaggia bellezza. Quando gli proposero il trasferimento a Orosei, in provincia di Nuoro, per coordinare l’apertura di una nuova filiale della banca per cui lavorava, sapeva quelle due cose della Sardegna e che aveva una gran voglia di andar via da Roma. Gli sembrò sufficiente e (ci mise ventiquattr’ore a rispondere) accettò. Le informazioni minime che riuscì a reperire gli dicevano che Orosei era a un paio di chilometri dal mare. e che le spiagge presenti nel suo territorio erano bellissime. Il conforto del mare gli sembrò la cosa decisiva da conoscere sul territorio. Due mesi dopo partì. Passarono i primi sei, forse sette, mesi in cui i suoi rapporti con altre persone si limitarono soprattutto a quelli lavorativi o di sopravvivenza: la spesa, l’acquisto dei giornali, la colazione al bar. Il tempo libero lo trascorreva a leggere, o a fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, era inverno, e gli andava bene così. C’era un uomo della sua stessa età con il quale si incrociava ogni tanto al bar, si salutavano e basta. Aveva notato che l’uomo portava sempre un libro con sé, leggeva seduto a un tavolino del bar. Alcuni li aveva letti anche lui, ma fu un libro che lo convinse a rivolgergli la parola e a fargli pensare che potessero diventare amici. L’uomo stava leggendo Bambini nel tempo di Ian Mc Ewan, un libro doloroso, che aveva molto amato. Si avvicinò, gli parlò del libro, l’uomo, Pietro si chiamava, gli rispose, scambiarono qualche parola e si salutarono. La loro amicizia cominciò così, chiacchiere da un paio di minuti, soprattutto sui libri, sulle letture del momento di entrambi. Decise di andarci cauto, ricordava della cosa che sapeva sui sardi. Intanto aveva aggiunto i Tazenda ai suoi ascolti musicali, trovava che il sardo fosse una lingua molto musicale e che la loro musica non fosse affatto banale. Il cantante, poi, aveva una voce meravigliosa. Chiese a Pietro se avesse voglia di aiutarlo con la traduzione dei testi.  Pietro sorrise, un sorriso sincero, aperto e disse: <<Il sardo non si traduce ma se vuoi posso aiutarti a comprenderlo. Ricorda, però, che per comprenderlo devi imparare ad amarlo.>> Presero a vedersi di sera a casa dell’uno o dell’altro. Pietro era molto organizzato, aveva libri in lingua logodurese, poesie in lingua. Soprattutto aveva le proprie origini e storie da raccontare. Presero a confidarsi, erano due solitudini di origine diversa, quella di Pietro era quasi naturale, la sua, invece, era indotta. La scelta della Sardegna era semplicemente l’unica possibilità di sopravvivere che gli era rimasta. Facevano qualche passeggiata in spiaggia anche se Pietro non amava il mare e giravano spesso in paese e in qualcuno di quelli più piccoli della zona. Pietro diceva che per imparare la lingua di quella terra, avrebbe dovuto imparare la gente, avrebbe dovuto ascoltare le loro storie. Pietro gli domandava di Roma, la capitale del continente, la chiamava così, diceva che un giorno avrebbe voluto andarci, per via della bellezza, e poi a Milano che lì suonavano il jazz. Lui, invece, cominciava a sentirsi a casa in quei luoghi del silenzio, in quella vitalità aspra e respingente. Una sera a cena, il giorno dopo essere stati al Carassecare , ancora euforici per aver visto le maschere, gli antichi riti della Barbagia, Pietro disse che entro pochi giorni sarebbe partito per Londra, aveva un fratello che viveva lì da molti anni e che aveva problemi di salute, si sarebbe fermato da lui per un po’. La notizia fu pesante da digerire ma fece finta di niente, continuò a mangiare e a bere vino come se niente fosse., facendo brindisi e augurando a Pietro qualunque cosa. Mentre facevano due passi verso casa, e si promettevano di scriversi, Pietro mise la mano nella tasca del giaccone e tirò fuori un libro, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. <<Per quando sarò via.>> E aggiunse mentre glielo porgeva: <<Qui dentro c’è tutta la Sardegna che ti serve, ma non solo. Qui dentro c’è tutto.>> Pietro partì due giorni dopo, non si rividero mai più. Si scrivevano, Pietro aveva deciso di restare a Londra: si era innamorato di una donna tedesca che stava lì. Si promettevano visite che poi all’ultimo momento nessuno dei due portava a compimento. Dopo un po’ non si scrissero più, perché così vanno le cose. Ma non si dimenticarono mai l’uno dell’altro, proprio come fanno i sardi. Non si mosse più dalla Sardegna, aveva imparato l’alba sulla Marina di Orosei, aveva imparato la gente.

Nota al testo: Limba in logodurese significa: lingua

© Gianni Montieri

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Tazenda – Carassecare (album Tazenda 1988 – di P. Marras e L. Marielli)

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Deus, ses in s’aera?
Deus fattu a bisera
Cras a mandzanu bo’ lasso sa vida e micch’ando
Cras a mandzanu su mundu affanculu che mando

Deus, bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende

Balla chi commo benit carrasecare
A nos iscutulare sa vida
Tando tue podes fintzas irmenticare
Tottu s’affannu mannu ‘e sa chida
E su coro no, no s’ispantada
E sa morte no, no chi no b’intrada
E sa notte fraga’ ‘e bentu de beranu
Ses cuntentu?

Deus, a mala ‘odza
Soe solu che foza
Chito su entu a mandzanu at a benner cantende
Amus a facher muttetos in paris riende
Deus bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende
———————————————-
TRADUZIONE IN ITALIANO

—— Carnevale ——

Dio, sei nell’aria?
Dio reso ridicolo
Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado
Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia guardando
Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale
A scuoterci la vita
Allora potrai anche dimenticare
Le grandi preoccupazioni della settimana
E il cuore no, non si stupisce
E la morte no, non c’entra
E la notte sarà invasa dal vento della primavera
Sei contento?

Dio, per forza
Sono solo come una foglia
Di mattina presto verrà il vento cantando
Canteremo insieme ridendo
Dio esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia vedendo
Gli agnellini saltare

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Ascolta il brano

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Leggo un bell’articolo di Paolo Rumiz su La Repubblica di domenica 27/11. Rumiz compie un percorso, nemmeno tanto breve, nella Storia d’Italia. Lo fa attraverso le catastrofi: alluvioni, terremoti, frane, valanghe e così via. Ho trovato l’articolo molto interessante. La lezione è ovvia: non impariamo mai, né dalla storia né dai nostri errori. Qui, però, mi preme sottolineare un aspetto del brano di Rumiz quello che ancora una volta ci spiega quanto siano importanti le parole, le loro origini e i dialetti. Prendiamo  i tre termini del titolo, tre dialetti diversi. “Maluventu” in sardo significa : vento cattivo, i piemontesi lo registrarono male, “maldiventre” e il tratto di mare così denominato divenne tremendo per le navi che lo attraversavano. “Ruina” la frana più estesa che sia mai avvenuta in Italia – Ancona 1982, dai Romani in poi, lì non si era mai costruito. “Toc”, il Vajont, che significa  all’incirca: qualcosa che sta in bilico. Un nome ignorato e duemila morti. La riflessione che provo a fare è semplice: davvero possiamo continuare (se non a imparare da ciò che succede da sempre) a sottovalutare il valore di una parola? Di un nome? Oggi molto spesso si sente dire: chiamiamo le cose con il proprio nome. La frase la si usa soprattutto quando non si è molto chiari su ciò che si vuole. Non potremmo cominciare a considerare, allora, l’importanza di un nome dato a un luogo? O pensiamo davvero che chi sia venuto molto prima di noi sia stato tanto idiota e sprovveduto da dare un nome a caso?

Gianni Montieri