sandro penna

Inediti di Fabrizio Miliucci

,

1#

Ti ho scritto
una lettera dʼamore
e mi ha risposto
la tua casella mail.

I miei indirizzi
non sono più aggiornati,
i miei messaggi
tornano al mittente.

Provo a immaginare dove sei.

Proverò a bloccare il mio exploit
come suggerisce il mio pc.

 

2#

***
A questʼora decollano gli aerei in tutto il mondo
fili invisibili uniti ai fili di quei libri
aperti
il vortice del tempo ci ricorda
le navi passano nei cieli, dicono: – è facile sparire
inglobano il non essere del / nellʼinfinito.

A questʼora succede in tutto il mondo
quello che è successo a noi.

Le hostess preparano i cuscini sorridenti;
potrebbero saperlo da questo messaggio non scritto
non voluto, può darsi che lo sanno già. (2015)

 

3#
Sballo a Fontanigorda

Sono stato tutto il giorno occupato
ho avuto pochissimo tempo
gli impegni mi hanno
del tutto assorbito.

Quasi non ho respirato.

Sono stato impiegato
in una urgentissima operazione
il tempo non poteva
davvero aspettare.

Fai una questione dʼonore.

Cʼè stato un momento
in cui ho disperato
oberato da così tanto lavoro.
A stento non sono svenuto.

Eppure non ti ho chiesto aiuto.

 

4#
I libri

I libri
riardono
più certamente di una voce.

I libri non sono altro da sé
non vanno avanti senza pause
i libri possono soffocare animali di tutte le taglie: stai attento ai libri.
Quando provi a nuotare nei libri
ogni parola
appare più lucida che nella realtà
perché nella realtà non esistono i libri.

Pensavo di essere solo uno sconfitto
e affollavo le case
di labirinti
di libri
per nascondermici dentro.
Ho comperato scaffali per lunghezze interminabili
e li ho riempiti di ninnoli e di libri
ma alla fine non avevo più sangue nelle vene.

Non ho potuto fare altro che inaridire
mentre leggevo le tue storie sui libri
e non ho potuto fare altro che convertirmi
allʼinutile presenza di me stesso
guardando nello specchio della pagina.

 

Ci sono dieci pause che valgono
in una vita intera.
Dieci vuoti
dieci spazi non scritti.

 

5#
Sbattere

………………………………………..a Carlo Bordini

Molto spesso ho paura di andare a sbattere. Sogno
di tuffarmi da una piattaforma di cemento
cammino nel buio schermando lo spazio di gesti da insetto

mi alzo in piedi di scatto
e non mi ricordo perché.

 

#6

Narcisso

tempo, scusa, fermati
fammi ʼsto piacere
facciamo che domani
non arriva mai

tra poco vado a letto
e tu ti fermi no?
e poi io non è che muoio
ma resto lì per sempre
e non mi sveglio più

 

#7
condizione

non sapevo cosa fosse la solitudine,
passavo i giorni chino sui libri – il sole
era unʼombra pallida che avanzava
dalla finestra di sopra.
i giorni erano come dei poveri momenti
di stordimento. la mattina passava
a scrivere furiosamente
parlavo di quella periferia nuova
e solitaria. dividevo le ore con un
taglio di luce sopra la tangenziale,
i ragazzi mi guardavano in maniera
sospetta, interrogativa, curiosi.
chinavo la testa per il pomeriggio.
rincasavo sul tardi, mangiavo, era
come una nuova educazione alle cose.
la macchina perdeva pezzi mentre
andavo per strada.

 

#8

O nonostante tutto saranno poche righe
di silenzio, affonderà nei giorni
come una porta aperta –
cassato ogni altro tipo di rivalsa
vivevano, vivrai fuori dalle
conclusioni.

O no non ne sapremo niente altro
che ciò che apparirà in tele visione
tu te ne andrai di là in silenzio
ci siamo separati pochi istanti
fa.

 

Nota dell’autore

Dopo la pubblicazione del mio primo (e fin qui unico) volume di versi (Nuove poesie, Perrone, 2010) sono passato da un momento di entusiasmo a uno di dubbio. Perché scrivere (e pubblicare) poesie? Negli anni questa domanda si è ingigantita, trasformando quel che per me era stata, fino a quel momento, la scrittura. Il distillato di quasi un decennio di dubbio e di momenti contraddittori è una raccolta che ho deciso di intitolare Gli errori. Si tratta di un insieme molto diseguale di pochi testi superstiti (circa trenta) che segna definitivamente il passaggio da un primo stadio di fiducia incondizionata nella poesia (e forse anche in altro) ad un secondo stadio che è contemporaneamente molto più disilluso e ancora bisognoso di illudersi.
Gli errori è un libro interrotto, distratto e diviso, come le due sezioni che lo compongono. C’è una volontà di canzonetta sardonica, unita però al punto più basso che ho raggiunto in vita mia. Anche sotto il profilo metrico e melodico mi rendo conto di una bipolarità piuttosto accentuata, è come se a un certo punto non avessi più avuto voglia di canticchiare un ritmo piacevole. Se dovessi scegliere tre ascendenze nobili (oltre i miei Gozzano, Sereni, Penna e Caproni) sceglierei il Montale di Satura, il primissimo Testa (quello di Le faticose attese) e Carlo Bordini, una persona amica cui, tra l’altro, uno dei testi che allego è dedicato.

E un altro corpo dice: “Creatura breve” di Gabriele Galloni

 

Creatura breve (Edizioni Ensemble 2018) è il terzo libro di Gabriele Galloni, dopo Slittamenti (Augh edizioni 2017) e In che luce cadranno (RPlibri 2018), una trilogia unitaria che trova qui il suo momentaneo esaurimento. Il merito di Galloni è innanzitutto quello di avere avuto un’intuizione stilistica, e cioè la scelta di adottare il discorso sui morti come strategia retorica, come il punto di vista di qualcuno che contempla freddamente, con precisione autoptica, la realtà distesa sul tavolo. Esperienza scarnificata, ridotta alla cartilagine e all’osso: scrittura scarnificata, con accento emotivo spostato su qualcosa che non viene detto (un esperimento simile, altrettanto riuscito, è stato quello di Carmen Gallo, con i suoi appartamenti o stanze frequentati da figure intraviste, diafane, spettrali, come in un teatro d’ombre cittadino, un incubo svuotato dalla paura). Nessuna rilettura a posteriori della vita alla Edgar Lee Masters, nessuna costruzione etica sul mondo. C’è in questi testi come una sensualità raggelata, un Sandro Penna lunare, perfino nei componimenti più apertamente erotici, che abbondavano in Slittamenti e ritornano in Creatura breve: dettagli scabrosi colti con voyeurismo indifferente, “dietro il portone socchiuso” (Creatura…, p. 38). Che il nuovo libro prosegua nel solco del precedente lo mostra il primo testo, un outtake che descrive per un nuovo segmento le peripezie silenziose dei morti. La folla unanime degli estinti è infatti la stessa che riempiva In che luce cadranno, i morti continuano a popolare “l’inquieta vastità della casa” (In che luce…, p. 35), attraversano i corridoi, sostano nel bagno, in cucina, e su di loro convergono perfino gli apparecchi (il frigorifero “aperto nell’Erebo” – Creatura, p. 17 – o “in dialogo amoroso con le stelle” – In che luce…, p. 13). Ma soprattutto è come se Galloni nel suo terzo libro riprendesse un’intuizione già proposta nell’altro, che ogni discorso sui morti non può che diventare simmetricamente un discorso sui vivi, su quanto di morto i vivi si portano addosso, “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione” (In che luce…, p. 9), i “gelati/ caduti di mano ai ragazzini” (In che luce…, p. 45), “l’insieme di tutti gli oggetti […] che dimentichiamo puntualmente/ lungo la strada” (Creatura…, p. 18), le cose “le tante perdute” (Creatura…, p. 19), e al limite “due chiamate perse” (Creatura…, p. 44). La nota di commento surreale e ironica che chiude la sezione Ritratti di comunità in sei giorni (“Qui finisce la galleria di ritratti per il poco tempo concesso all’Autore”, Creatura…, p. 31) può quindi essere anche considerata come una dichiarazione di poetica, laddove poesia è tutto ciò che il poco tempo – e la poca luce caduta- ci ha mostrato prima che andasse perduto.

@ Andrea Accardi

Outtake

I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo. (altro…)

PoEstate Silva #12: Max De Aloe, “Sandro Penna secondo me”

SANDRO PENNA
SECONDO ME

Musica, follie, racconti e bugie
intorno a uno dei più grandi poeti
del Novecento di e con Max De Aloe

Max De Aloe
voce narrante/armonica cromatica
e fisarmonica

Personaggio istrionico e carismatico, Max De Aloe ha saputo ritagliarsi un ruolo a sé stante all’interno della scena jazz contemporanea italiana grazie a progetti musicali sempre coinvolgenti in una commistione di arti e generi.
In Sandro Penna secondo me ci dà una sua visione fascinosa e umana del grande poeta umbro dove racconti, musica e poesia si miscelano fino a creare uno vero e proprio spettacolo nel quale fanno la loro comparsa, tra i tanti, Elsa Morante, Pierpaolo Pasolini, Umberto Saba e Eugenio Montale.
Max De Aloe è inoltre è considerato dalla stampa specializzata tra i più significativi armonicisti jazz in Europa con circa cinquanta CD al suo attivo, di cui 13 come leader, e prestigiose collaborazione con musicisti internazionali del calibro di Kurt Rosenwinkel, Adam Nussbaum, Paul Wertico, Bill Carrothers, John Helliwell dei Supertramp, Eliot Zigmund, Paolo Fresu, Michel Godard, Jesper Bodilsen, NIklas Winter, Mike Melillo, Don Friedman, Garrison Fewell, Dudu Manhenga, Franco Cerri, Renato Sellani, Gianni Coscia, Gianni Basso, Dado Moroni e molti altri.
Si è esibito in festival e prestigiose rassegne in diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Danimarca, Sud Africa, Zimbabwe, Mozambico, Madagascar, Brasile, Cina ecc. In ambito televisivo è stato ospite nel 2014 nel live show del sabato sera di Rai Uno al fianco di Massimo Ranieri e nello stesso anno è stato l’alter ego musicale di Federico Buffa nelle dieci puntate di Federico Buffa racconta storie mondiali per Sky Sport e Sky Arte. Max De Aloe ha anche realizzato diversi spettacoli in solo come “Un controcanto in tasca” da cui è nato il documentario omonimo per la regia di Francesco Vincenzi ma anche colonne sonore per il teatro e documentari, oltre a collaborazioni con poeti, scrittori e registi. Tra i tanti da annoverare Lella Costa, Marco Baliani, Oliviero Beha, Paolo Nori, Giuseppe Conte, ecc. In ambito pop ha collaborato con Mauro Pagani e Massimo Ranieri. Ha vinto negli ultimi tre anni il “Jazz It Awards” indetto dalla rivista Jazzit come migliore musicista italiano del 2014, 2015 e 2016 nella categoria riservata agli strumenti vari (viola, violoncello, armonica, banjo, arpa, mandolino. ecc.). È vincitore del premio “Orpheus Awards 2015” con il CD Borderline per la sezione jazz.

Samuele M.R. Giannetta: da “Il sonno limpido del mare”

 

Dalla mia vita il tempo

Dalla mia vita il tempo
scompare senza a fondo
ascoltare – se non parole
– il sonno limpido del
mare.

 

Prisma

C’è un prisma di specchio
gramo come pesce appeso ad un
amo.

Non è la foresta che qui
cerchi ma la sorgente ignota:
quella rimasta in attesa, fino
ad ora, solo dei tuoi occhi
sulle mie
voglie, come ogni mattina d’estate
torna al buio che l’ha ormai
occultata.

Non è la foresta ma più strette
fila di memorie
semiaddormentate
con le labbra affacciate al passato.

 

Quasi non me lo ricordavo più…

Quasi non me lo ricordavo più…
Il tremolio della tua voce che
questa sera – senza preavviso –
spalanca le finestre di casa
lanciandomi incredibilmente fuori.

Poi cosa ci sarà, ancora, da non dirci?

 

Tra gli insolubili spessori

Tra gli insolubili
spessori del mattino, al
sole vivo
di giugno, un solo
desiderio m’è lontano…

 

Le labbra che me

Le labbra che me
cercavano sono mute
ormai.
Senza nome tornano
al silenzio di uno specchio
nella stanza ingiallita.

Diapositiva dell’assenza:
tu ritorni un poco bambino
al tuo Amore che tempo più non ha.

Sosto in questa stanza
al fuoco quieto della memoria.

Io che non ero di nessuno
e ora brucio infinito.

 

Bellezza che

Bellezza che cadi
sul mondo e sui corpi
affamati di morte: noi due
lontani, in tanto sonno.

È la felicità
– l’ombra di un attimo –
persa con innocenza?
Se ci sfioriamo fingendo
quello che veramente
qualche volta siamo.

 

Samuele M.R. Giannetta
Il sonno limpido del mare
L’erudita, 2017

I poeti della domenica #230: Sandro Penna, “Salivano lente le sere”

RENZO VESPIGNANI, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Renzo Vespignani, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Salivano lente le sere…

a Renzo Vespignani

Salivano lente le sere
e il mondo restava beato.
La giovinezza mia era la lieve
lieve gioia imprevista di soldato.

Venne la guerra poi o, nella vita,
non salirono più lente le sere.
Polverosi i tramonti. Ed infinita
la noia fitta delle primavere.

da © Sandro Penna, Poesie 1922-1976, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

I poeti della domenica #229: Sandro Penna, “Al pari di un profilo conosciuto…”

Sergio Scatizzi, Nudo

Al pari di un profilo conosciuto…

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
fra gli altri animali, unica terra
la tua forma casuale quanto amai.

da © Sandro Penna, Croce e delizia [1958], in Poesie, Garzanti, 1989; ora anche in Poesie scelte e raccolte dall’Autore nel 1973, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

#MeridianoPenna

Penna MeridianoConsiderazioni a margine di
Poesie, prose e diari di Sandro Penna

di Fabio Michieli

 

La scorsa estate, col ‘Meridiano’ dedicato a Sandro Penna fresco di stampa, volutamente, ho rivisto Umano non umano di Mario Schifano; ho voluto rivedere il film per risentire la voce di Penna monologante («Tu te ne stai là… non parli… non dici nulla…», sbotta a un certo punto il poeta, guardando davanti a sé in direzione della cinepresa e rivolgendosi all’amico regista).
L’ho fatto perché ricordavo bene il momento in cui Penna, tenendo in mano una copia di Poesie, la prima raccolta completa delle sue poesie, uscita per Garzanti nel 1957 (d’ora in poi Poesie 57), fa capire chiaramente che quello sarebbe il libro che vorrebbe rimanesse di sé («questo libro è l’unico mio», dice Penna), malgrado l’editore non si pronunciasse per una ristampa del volume ormai andato esaurito. Il film è del 1969, le riprese probabilmente di un anno prima.
Si fa presto a collegare le parole del poeta allo scambio di lettere tra Amelia Rosselli e Pier Paolo Pasolini (un paio di queste lettere, con alcune mie considerazioni, costituirono il cuore di un breve intervento qui su «Poetarum Silva» qualche tempo fa); la Rosselli verso la fine degli anni Sessanta aveva da poco scoperto la poesia di Penna, e insieme aveva pure riscontrato che non si trovava una sola copia di una qualsiasi sua raccolta. Garzanti davvero non voleva saperne di ripubblicare allora Penna, probabilmente perché nel 1958 il poeta aveva consegnato Croce e delizia a Longanesi, passando sopra a un accordo verbale precedentemente stipulato.
Grazie a Pasolini, a un certo punto la situazione dovette trovare una soluzione e nel 1970 uscì il volume Tutte le poesie; come già per Poesie 57, nuovamente la poesia di Penna veniva organizzata per sezioni individuabili con le raccolte ufficiali pubblicate e alcune sezioni di inediti, questi ultimi accorpati per sommari limiti temporali.
Per i due volumi del 1957 e del 1970 (soprattutto per quest’ultimo) Pasolini è l’uomo chiave: è lui che nel 1957 convince l’editore a pubblicare un volume che raccolga tutte le poesie di Penna, e convince anche il poeta a raccogliere tutto in un unico volume con l’aggiunta di un centinaio di allora inediti. Sarà nuovamente Pasolini nel 1970 ad aiutare Penna a sistemare Tutte le poesie, consigliandolo nella scelta di ulteriori inediti, e a superare le riserve – già ricordate sopra – di Garzanti verso un nuovo libro penniano. Pochi anni dopo spetterà a Cesare Garboli il ruolo di consigliere di Penna, quando proprio a lui il poeta perugino si rivolgerà per allestire Stranezze, pubblicato nel 1976 sempre da Garzanti.
A Tutte le poesie del 1970 nel 1973 Sandro Penna fece seguire un’autoantologia intitolata semplicemente Poesie (d’ora in poi Poesie 73; il titolo Poesie ritornerà un’ultima e definitiva volta nell’edizione postuma del 1989). Si trattava di un’edizione tascabile, divulgativa: una scelta d’autore come Bertolucci, Caproni e Luzi ne fecero, senza mai dare a esse alcuna valenza sistematica e tanto meno fondante; pure Sereni e Zanzotto pubblicarono in quello stesso anno le loro autoantologie.
A nessuno verrebbe in mente di impostare la ricostruzione storica dei percorsi poetici individuali di questi maestri della poesia del Novecento sulle loro autoantologie. Perché, allora, lo si è fatto per Sandro Penna?
La domanda non è affatto retorica, perché è proprio sulla decisione di Roberto Deidier di fondare su Poesie 1973 la disposizione delle poesie all’interno del ‘Meridiano’ che ruota e ruoterà tutto il mio discorso. Una disposizione che consta in due sezioni: Poesie scelte e raccolte dall’autore nel 1973, ovvero Poesie 73, e Poesie 1922-1976, seconda sezione che raggruppa tutte le altre poesie di Penna, comprese quelle che raccolsero Elio Pecora in Confuso sogno (Garzanti, 1980) e Cesare Garboli in Penna Papers (Garzanti, 1984), fatta eccezione di quelle oramai dubbie pubblicate in Peccato di gola (Scheiwiller, 1989), disposte in un’unica sequenza cronologica, basata sulle date riportati dai testimoni censiti, sulla loro comparsa nelle raccolte ufficiali, nonché, in assenza di date certe, sulla nota datazione approssimativa (spesso su base aneddotica) già messa in pratica dal poeta stesso. Si noterà subito come la prima sezione non riprenda il titolo originale, Poesie, scelto da Penna per la propria antologia. (altro…)

I poeti della domenica #130: Sandro Penna, “Talvolta, camminando per la via”

penna-ombra

Talvolta, camminando per la via…

Talvolta, camminando per la via
non t’è venuto accanto a una finestra
illuminata dire un nome, o notte?
Rispondeva soltanto il tuo giudizio.
Ma le stelle brillavano ugualmente.
E il mio cuore batteva per me solo.

.

da Stranezze (1976), ora in Sandro Penna, Poesie, Garzanti, 1989

Tra lo Sbarbaro di Pianissimo e il mai abbandonato Leopardi (un qualsiasi Leopardi di un qualsiasi appello alla notte, alla luna, a un astro, una fonte, una ciocca, un batter d’ali…), Penna si riallaccia con questa poesia tarda a una delle sue primissime e più famose nell’immagine, evidenziata con forte enjambement, della «finestra/ illuminata» e nel richiamo al penultimo verso delle «stelle». Così «Notte: sogno di sparse/ finestre illuminate» si riallaccia al nuovo Penna che interroga la notte e il suo giudizio, al quale non risponde, però, il cuore solitario del poeta nella totale indifferenza delle stelle.

.

I poeti della domenica #129: Sandro Penna, “Forse sull’erba verde un dì nasceva…”

Sandro Penna, portrait by origa, pen&ink, 2012

Sandro Penna, portrait by origa, pen&ink, 2012

Forse sull’erba verde un dì nasceva…

Forse sull’erba verde un dì nasceva
la mia storia segreta: estremi ardori
di un sobborgo di vacanza.
Pioggia da gonfie nubi silenziosa.
Luci della città sulla campagna vuota.

.

da Stranezze (1976), ora in Sandro Penna, Poesie, Garzanti, 1989

La segretezza della storia di Penna è in realtà la vita portata innanzi alla luce sin dalla prima manifestazione della sua poesia; ma si tratta sempre della sua storia, perché il sostantivo è quasi sempre accompagnato dal possessivo: come in Ero solo e seduto. La mia storia… («Ero solo e seduto. La mia storia/ appoggiavo a una chiesa senza nome»), poesia che sembra quasi risponda all’attacco con domanda della poesia Ero solo nel mondo, o il mondo aveva: «Ero solo nel mondo, o il mondo aveva/ un segreto per me?»
Il Penna di Stranezze è un poeta maturo negli anni e nella poesia, malgrado non sia raro incontrare poesie antiche datate ex novo, ossia ricollocate tra poesie più recenti; è un poeta in cui la vena malinconica scorre copiosa, e dove lo sguardo fissa i luoghi luminosi del passato ora ingrigiti. Sicché gli «estremi ardori» forse qui valgono gli “antichi amori” estivi su cui incombono ora la pioggia silenziosa e le luci cittadine che riverberano sulla campagna, con un’immagine che sa di tutto fuorché di squallore, come invece vorrebbe il commento di Giuseppe Leonelli (cfr. G. Leonelli, Commentario penniano. Storia di una poesia, Aragno, 2015, p. 374).

.

1 2 3 Penna! #3: Quarant’anni e non sentirli?

20170115_122755Quarant’anni fa, il 21 gennaio 1977, moriva a Roma, nell’appartamento di Via della Mole dei Fiorentini, ma sarebbe più corretto dire nella sua camera da letto, Sandro Penna. Da più parti, e a più riprese, si è cercato di definire l’eredità della sua poesia nelle generazioni successive, e in un paio di casi, Saba e Mon­tale, si è scandagliata la sua presenza nella poesia a lui contemporanea.
Ora, se guardo all’eredità penniana in senso materiale, riscontro soltanto l’assenza nelle librerie italiane di Poesie, ossia del volume garzantiano che a partire dalla prima edizione del 1989 per almeno tre lustri ha permesso ai lettori, come me nati agli inizi degli anni Settanta del Novecento, di avvicinare la sua opera per non abbandonarla più, o per rifiutarla in blocco. Sì!, Penna può essere rifiutato in blocco sia per questioni di gusto (e uso “gusto” come l’usava Giovanni Nencioni quando cercava di definire il suo approccio alla poesia di Albino Pierro), sia per questioni morali. Se invece penso all’eredità morale della sua poesia, qui si aprono infinite finestre.
Alcuni giorni fa un mio amico catalano mi chiedeva come fosse possibile guardare a Sandro Penna senza vedere in lui non solo l’innamorato eterno dell’amore, ma pure una sorta di strenuo difensore della pede­rastia, che vista con i nostri occhi sfiora o a volte coincide con la pedofilia? Non posso nascondere di essere sobbalzato sulla sedia nel sentirmi porre questa domanda, perché rite­nevo la questione chiusa e risolta da anni. In Penna non c’è traccia di peccato, non c’è morbosità e so­prattutto non esiste una ma­schera che nasconda agli occhi della gente la sua vera natura:[1] Penna e la sua poesia sono là dove sappiamo di poter trovare entrambe. Nella domanda dell’amico si ripete un cliché antico; un cliché che non consi­dera alcuni aspetti che stanno alla base e della poesia penniana e della poesia europea del primo Nove­cento: agisce in Penna il Rilke del “fanciullo divino” (nonché il Rilke dell’angelo tremendo e dell’angelo neces­sario) che è superamento di ogni stereotipo; è la proiezione del desiderio d’amore che supera la carnalità, pur presente nella poesia del perugino. E Penna era consapevole di ciò – junghianamente consapevole? forse –, dal momento che ha sempre cercato di tenere tra le carte nascoste quelle poesie che egli sentiva “oscene”, e che cominciò a pubblicare solo quando, sopraggiunta la maturità anagrafica, entrò nella sua poesia anche quel velo di malinconia che impone di guardare tutta la sua opera non più soltanto nell’ab­bagliante luce, bensì in controluce. (altro…)

proSabato: Montale a Penna, 13 marzo 1934

montale-penna

13 marzo 1934

Caro Piumino,
.     e come faccio a farti vincere il premio con una di queste poesie di nudi fanciulli? Tutte insieme sono carine, ma una adatta al premio non c’è. Gli altri premiati avevano quel tanto di sentimentalismo, romanticismo ecc. da poter piacere a questi pittori, o da poter essere sostenute con loro e contro di loro. Qui capisci che se si presenta un concorrente classicheggiante o patriottico o umanitario sei bell’e fritto. C’è anche un accademico di mezzo, e sta a occhi aperti.
.     Ora dimmi: se puoi e vuoi concorrere con una poesia uscita sulla Gazz[etta] del Pop[olo] (e non sarebbe male anche per la réclame che ti farebbe Gigli), occorre che tu mi mandi altro. Se invece credi di concorrere con altro (inedito), mando 2 di queste poesie a Gigli, sperando di farle uscire fuori carovana, senza però esserne certo.
.    Non parlare a nessuno di questo nostro carteggio, e non prendertela con Pav[olini], che certo non aveva alcuna intenzione di sfottermi.

Un abbraccio da tuo
Eusebio

.

da Eugenio Montale-Sandro Penna, Lettere e minute 1932-1938, Archinto, 1995, pp. 28-29

Nei non molti anni durante i quali Penna e Montale si scrissero, e raramente si videro, non di rado capitò che parlassero di premi di poesia, e di concorsi vari. Nomi di giurati e consorterie, allora come ora, rendono l’idea del clima e della reale percezione del fare poesia nella prima metà del Novecento. Nel ’34 Penna aveva pubblicato qualche componimento in rivista, destando immediatamente l’interesse della critica, e lavorava, affiancato e spronato da Montale (e da Saba), a una prima raccolta. Questa avrebbe visto la luce soltanto nel 1939, senza più la presenza di Montale; ma già da questa lettera del ligure si capisce che comunque al primo innamoramento per la poesia di Penna era già seguito rapido una sorta di ripensamento, di dubbio morale, o di opportunità morale, celato dietro allo spauracchio della censura.
Il premio in questione molto probabilmente è l’Antico Fattore. Le poesie dalle quali scegliere qualcosa di altro andranno invece identificate in quelle che Penna inviò a Montale qualche giorno prima della lettera qui sopra riproposta, ossia quella del perugino datata 10 marzo. In quest’altra lettera Penna inviò a Montale le seguenti poesie: CittàVecchio cuoreSe desolato…Cronache di PrimaveraVacanzeAutunno; ovvero poesie che nel corso degli anni successivi vedranno la luce con titolo uguale o anepigrafe in rivista o in qualche più tarda raccolta, come nel caso di Se desolato io cammino… che verrà pubblicata in Croce e delizia nel 1958, o Cronache di primavera che, dopo essere apparsa nell’aprile del ’34 nella “Gazzetta del Popolo”, verrà ripresa dal poeta soltanto nel 1976 all’interno di Stranezze.

proSabato: Umberto Saba, Scorciatoia su Penna

carlo-levi-ritratto-di-umberto-saba-olio-su-tela

Carlo Levi, Ritratto di Umberto Saba, olio su tela

PENNA     L’amabile castità di questo poeta viene dal fatto che egli ci ha dato – senza che né lui né noi lo volessimo – i tanto attesi canti della maternità.

Trovato ho il mio angioletto
tra una losca platea,
fumava un sigaretto,
e gli occhi lustri avea.

Direbbe così (se così sapesse esprimersi) una madre, che ritrovasse, fuggito dalla sua casa, turbato dalla pubertà, il figlio diletto. O, se volete (ma è la stessa cosa) è Venere che parla del fanciullo Amore.

.

da Scorciatoie e raccontini, in Umberto Saba, Tutte le prose, Milano, Mondadori, 2001, p. 46