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proSabato: Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca

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Un piccolo fatto di cronaca

…..Un giorno X, dopo aver vagato tutto il pomeriggio in città, si ritrovò, all’imbrunire, quasi in campagna, là dove le case sono ormai sparse e finiscono le corse degli autobus.
…..Quando fu la sera, ancora in quel punto della periferia, e trovandosi casualmente in compagnia di Y, egli fu fermato dalle guardie. Le quali domandarono a X, fra l’altro, perché si trovasse proprio in quel punto della città. X spiegò che, dopo aver girovagato molto e senza un fisso itinerario, era in quel punto che si era trovato, proprio in quel punto così senza ragione. Le guardie si accontentarono della spiegazione, come parve a X, ma poi domandarono a Y la stessa cosa. E Y disse che abitando in campagna aveva l’abitudine, quando poteva e con la sua bicicletta, di fare delle corse verso la città.
…..Le guardie allora si guardarono con espressione. Domandarono come si erano conosciuti, X e Y. X e Y risposero quasi in coro la naturale cosa: trovandosi insieme sullo stesso metro quadrato di globo, si erano prima parlati a proposito del tempo, poi dell’autobus che passava loro vicino, eccetera, eccetera. Avevano così fatto un poco di amicizia e, parole su parole, era venuta quell’ora.
…..Ma a questo punto le guardie persero la pazienza. E il loro capo disse: «Sentite, signor X, a chi volete dare da bere che dalla vostra casa di via Mazzini, girovagando e girovagando siete capitato qui, e proprio qui a cinque chilometri e più di strada? E a chi volete dar a intendere che proprio qui, e per caso, avete incontrato Y che viene dalla campagna e con la bicicletta per caso, anche per puro caso, proprio qui si ferma?»
…..Rispose X: «Ma vi assicuro, signora guardia, che è la pura verità. Potevo capitare in qualsiasi altro posto. E anche Y poteva capitare, come credo, in un altro posto qualsiasi. Solo, allora, non ci saremmo conosciuti. Anzi, non avremmo nemmeno incontrato voi guardie. Io avrei incontrato un’altra persona, Y un’altra, o forse nessuno, se voleva, nessuno.»
…..Ma, com’è facile immaginare, una tale spiegazione parve infantile a tutte le guardie e specialmente al loro capo che infuriò: «Signor X, ma per chi mi avete preso? Ma se voi stesso mi state dando la conferma delle vostre bugie! Ma come: voi andate girando per tanti chilometri e vi ritrovate in questo, in questo punto; Y viene dal lato opposto e si trova in questo, in questo punto. Voi non vi conoscevate e fate la conoscenza, voi due fra milioni di persone, proprio voi due, e dove? In questo punto! Signor X, non dico che questo sia un assassinio, ma vi porterò in cella tutti e due per punirvi delle vostre bugie.»
…..E il giorno dopo, nella sua cella, e già sapendo che la sera stessa sarebbe stato messo il libertà, il signor X pensava languidamente alla bellezza di quell’avventura. Soltanto, nemmeno lui sapeva perdonarsi quelle assurde bugie. Sentiva bene, adesso, come si fosse diretto tutto il giorno verso quell’incontro. Rivedeva, del resto, Y approdare dolcemente verso di lui con la sua bicicletta fino al palo dei fili elettrici, dove anche lui si era fermato. La campagna era bellissima da quel punto e l’ora del crepuscolo era senza dubbio quella fissata.

© Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca, in Cose comuni e straordinarie, a c. di Elio Pecora, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2002. Il racconto proposto è datato «7 aprile ’41-v.Brescia ore 1-1,30 (0-mezza), pubblicato su un quotidiano non identificato nel 44/45» [nota del curatore].

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].