Sandro Bonvissuto

“Dentro” di Sandro Bonvissuto. Recensione di Gabriele Gabbia

Scrivere e vivere sono i due estremi della stessa corda. Due risposte differenti ma ugualmente buone alla stessa domanda. E perciò devi scegliere di usarne solo una per volta, non le puoi usare insieme. Però puoi usarne una per amministrare l’altra e muoverti nel trascorso scomposto e lacerato.”
E proprio da un trascorso scomposto e lacerato sembra erigersi a ritroso l’intera struttura letteraria di Dentro, primo romanzo di Sandro Bonvissuto, edito da Einaudi pochi mesi fa.
Una prova implacabile e agra, appassionata e umanissima quella dello scrittore romano.
Assemblata attraverso uno stile al contempo monolitico e desultorio, semplice e filosofico, la narrazione di Dentro si pone come composito scisso in tre capitoli in ciascuno dei quali l’autore isola e dispiega tre momenti autobiografici dell’esistenza: il fallimento e la caduta nel primo, l’inesorabile diarchia dell’amicizia durante l’adolescenza nel secondo, e il trionfo dell’infanzia che supera sé stessa nell’attesa di una svolta da conseguire con fatica nell’ultimo, componendo così un mosaico attentamente miniato, volto a ripercorrere e sbrogliare le tappe di un percorso mnestico  personale e collettivo com’è quello di ciascun individuo.
Il carcere col suo trauma, con le sue inquietudini claustrofobiche e oscure segna Il giardino delle arance amare, parte iniziale del testo, ove l’autore attesta “il punto più basso di un’esistenza”, le peripezie della totalità-specie animata dalle singole vicende, dalle peculiarità di tutte le sue figure costrette a fare i conti con le inibizioni spaziali e la distanza dagli affetti, le menomazioni sessuali e le alterità etniche, oltre che con le meschinità dei propri reati, aggravate da quelle inflitte dalla crudeltà del personale interno e dallo Stato, entrambi impietosi fino al parossismo: “Certe volte capitava che le guardie, radunate in squadre, o «squadrette» come le chiamavamo, non potessero fare a meno di picchiare qualcuno dei detenuti. E non era semplice capire il perché; il motivo scatenante lo conosceva forse solo il diretto interessato. Ma, dopo il pestaggio, non era facile vederlo per sapere come fossero andate le cose. Spesso infatti, dopo esser passato sotto le mani della squadretta, finiva piantonato in infermeria per giorni. E se chiedevi che fine avesse fatto, ti dicevano che era in infermeria per via di un incidente. Così, quando poi il detenuto tornava in sezione tutto pestato e pieno di lividi, quelli che lo riaccompagnavano ci dicevano che era caduto dalle scale. Lo ripetevano mille volte, in modo che comprendessimo bene.
Eppure, nonostante le sofferenze gli abusi e le umiliazioni subite, e la sensazione avvilente di una perdita costante (“tutto ciò che stavo perdendo era qualcosa che aveva a che fare in fondo con l’amore”), Bonvissuto ci suggerisce attraverso l’evocazione descrittiva del giardino di casa sua che il senso di nullità e di resistenza dell’essente è quello necessario a comprendere non solo la realtà carceraria, ma l’intero ordine cosmico, l’intera esistenza: “Nel giardino davanti a casa mia c’è un albero di arance amare. Mi ero sempre chiesto a cosa servissero, perché non sono buone da mangiare. (…) Queste arance stanno lì sull’albero, poi cadono per terra. Non servono a niente. Eppure esistono.
E di essenza, resistenza alle regole e alla disciplina è intriso anche il secondo capitolo, Il mio compagno di banco, elaborato ed ispirato dalla scoperta della scuola come realtà costitutiva in cui cominciare a respingere la realtà fattiva (“era esattamente a questo che mirava l’istruzione obbligatoria: far emergere le capacità individuali all’interno di una collettività fingendo di unire, per dividere”) e il senso di responsabilità che su di noi essa carica.
Quel noi in realtà rivelatosi, insorto ed opposto alle istituzioni per la prima volta non per congiungersi al prossimo, bensì con l’intenzione di desumerne il massimo della libertà e del potere solipsistico attraverso un’inaspettata, perifrastica alleanza (un’amicizia indimenticabile): “Aveva detto «noi». E mi sembrò fosse la prima volta che risuonasse quel pronome nell’aria, riferito anche a me.” (…) “Al mattino già sapevo che da quel giorno non avrei più dovuto fare delle cose, ma che avremmo dovuto fare delle cose, e questo perché pensare per due era già diventato l’unico modo di pensare.” (…)“La Diarchia avrebbe regnato così anche nella vita di tutti i giorni. Bisognava stare sempre vicini, come in classe, pensare col banco nel cervello.
Peccato che l’unica cosa che poteva spodestare quel banco nel cervello installatosi come un’egemonia e frangere quel simulacro di diarchia greca arriva, come sempre nella vita di tutti, e non può essere diversamente incarnata che da una figura femminile, perché “le donne sono l’unica cosa che non è tanto facile condividere.” Non tanto, almeno, quanto lo è invece la lezione che si apprende Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, lacerto conclusivo del romanzo in cui la ventura della condivisione si fa feconda e spontanea, pregna di quel nitore possente che solo l’estate e l’infanzia possono avere, “perché l’infanzia non ha case, l’infanzia ha strade”, e “bambini e orologi sono due cose incompatibili”.
Un esordio letterario, quello di Sandro Bonvissuto, che ha già ricevuto un plauso meritato per il coraggio e l’onestà, l’intelligenza indomita, ma soprattutto per la voglia di scovare, nonostante tutto, anche se a ritroso, la luce, dopo tanto buio, perché “Non è vero che si cresce lentamente e armoniosamente, si cresce tutto insieme. In un giorno. In un’ora. Questa è la storia. (…) Era d’estate, e non avrebbe potuto essere diversamente.

(c) Gabriele Gabbia