Sandra Petrignani

«Non fate troppi pettegolezzi»

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Com’è noto, Cesare Pavese pose fine alla sua vita nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino. Sul comodino c’era la sua ultima opera, Dialoghi con Leucò, il libro cui teneva di più («l’unico che vale qualcosa» scrisse in una lettera). Pochi mesi prima, a giugno, si era aggiudicato lo Strega con il libro La bella estate, pubblicato nel 1949 da Einaudi. In quell’occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella della sua amata Connie. Ne Il mestiere di vivere Pavese aveva annotato: «22 giugno Domattina, parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? E poi?». Lo Strega, a quanto pare, non servì a risollevarlo dal suo stato interiore. Leggiamo ancora dal suo diario: «17 ag. […] Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita».
Per ricordare oggi Pavese, riportiamo di seguito dei passi tratti dal libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, pubblicato da Neri Pozza (2018). L’estratto proviene dal capitolo intitolato Non fate troppi pettegolezzi, che descrive in modo dettagliato il luogo, visitato dalla Petrignani, in cui avvenne il suicidio (pp. 212-215). Per la bibliografia di riferimento riguardante le citazioni contenute nel seguente testo, si rimanda sempre a La corsara, pp. 441-450.

All’Hotel Roma conservano la stanza com’era, anche se non l’hanno trasformata in museo ma l’affittano ai clienti come tutte le altre. Si trova in un’ala dell’albergo che è rimasta ferma agli anni Quaranta, perché molti preferiscono il décor originale alle comodità contemporanee. Di Pavese magari non sanno nulla e dormono tranquilli nella “sua” stanza, all’oscuro di tutto. Io all’oscuro non ero quando ci sono capitata. Una notte a Torino, nella 346. Il numero 3 davanti al 46 è un’innovazione dei nostri giorni, un’aggiunta per indicare il piano. Ho salito a piedi la scala ampia, accarezzando il vecchio corrimano di legno. Ai tempi l’ascensore non c’era. Mi sono recitata in testa i versi che Pavese scrisse nei mesi precedenti a quell’agosto caldissimo: «Sei la vita e la morte […] Il tuo passo leggero / ha riaperto il dolore». Nell’ultima pagina del diario, il 18 agosto, aveva annotato: Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto. In quello stesso diario aveva anche scritto: L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui con La bella estate si è aggiudicato lo Strega («la Stregoneria» lo chiamava lui beffardo). «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, l’autore della discussa biografia, Il vizio assurdo. L’anno in cui pubblicò l’ultimo romanzo, La luna e i falò, composto furiosamente in tre mesi.
«Credo che Pavese sia il più importante, complesso, denso scrittore italiano del nostro tempo» disse Italo Calvino in un’autointervista del 1956 (in Sono nato in America…), e in un articolo per l’Unità su Il compagno (ora in Saggi): «Pavese i suoi libri se li lascia crescere addosso come funghi, non li stimola, non li sollecita, non li forza: nascono da sé come frutti maturi, e devono portare dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro». Che cosa aveva dunque imparato per poter scrivere La luna e i falò, suo testamento letterario? Ancora una volta la morte, il suicidio. È un libro pieno di morti.

La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. «Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno» recita un’altra famosa poesia. E fu un gatto, tramanda la leggenda, il primo essere vivente a infilarsi nella 46 quel 27 agosto del 1950, una domenica, quando il padrone dell’albergo prese un grimaldello e forzò la porta. Non vedeva quel cliente da una notte e un giorno e la cameriera il giorno prima di era lamentata di non essere riuscita a rifare la stanza chiusa dall’interno. Pavese giaceva sul letto, la testa sul cuscino, vestito. Aveva tolto solo la giacca e le scarpe. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno». Cosa sapranno mai i gatti che noi non sappiamo?
«Ci sono state due ristrutturazioni, ma la 346 non è stata toccata» mi ha garantito il portiere. Se non per i servizi igienici. Per il resto la stanza è rimasta come compare nelle foto del tempo sparate dai giornali dopo il suicidio, foto in bianco e nero. Adesso, in più, vedo i colori. Vedo la finestra in fondo, il lampadario triste, un armadio incassato nel muro, di legno biondo con un ornamento rosso intorno alla serratura, una poltrona di cuoio rosso ai piedi del letto singolo addossato ad angolo alle pareti. Si sentono, dentro la poltrona, le vecchie molle sotto l’imbottitura. È una stanza stretta e lunga. Di fronte all’armadio un tavolo piccolo, di legno, col ripiano ancora una volta rosso. Di fronte alla poltrona un attaccapanni a pannello montato su un mobiletto a ribalta con un ripiano a righe multicolori. Vado alla finestra. Gli infissi sono moderni, coi doppi vetri; ma una volta girata la maniglia ci si scopre dietro un’altra finestra, quella originale, dalla vernice bianca scorticata. Qui non c’è una maniglia da girare, ma quel tipo di chiavistello che hanno le vecchie finestre piemontesi, su modello francese. Lo alzo e guardo la piazzetta sottostante, la piazza Paleocapa con al centro la statua dell’ingegner Pietro Paleocapa, insigne patriota del 1848; intorno i vecchi palazzi con gli abbaini nei tetti scuri e, in basso, gli archi del portico a separare la piazza Paleocapa dalla piazza Carlo Felice. È bello questo scorcio di città.
«La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara» scrive la Ginzburg. «È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta ad oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura col cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».
Pavese quel giorno si è affacciato dalla finestra della 46 fumando l’inseparabile pipa. Hanno trovato cenere sul davanzale. Ma non era solo la cenere della pipa. Aveva bruciato qualcosa. Del piccolo falò rimase la lettera mezzo carbonizzata destinata a Pierina. Il diario l’aveva lasciato a casa, sul tavolo, con sopra scritto di suo pugno il titolo, dunque già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione. […] Aveva quarantadue anni quando si è ucciso.

proSabato: Sandra Petrignani, Elsa Morante: madre barbara e carnale

«Tutte le volte che l’arte, oltre a farci conoscere le cose, ci dà il superiore benessere di riconoscerle, vuol dire che ha toccato e sfiorato qualche grande immagine primitiva, anche se non sa dircelo il nome. E sono lì immagini affidate ai miti e poi alle favole». Giacomo Debenedetti scriveva queste parole a proposito di Elsa Morante in un saggio raccolto nel volume Intermezzo (Milano, 1963), sottolineando quanto la scrittrice «ci attira a cercare il nocciolo della sua verità nei domini del mitico». La grande immagine primitiva che torna in ogni libro di Elsa Morante ha un nome imponente e preciso: si chiama Madre, e come nelle favole, assume le sembianze a volte di madre-fata, a volte di madre-matrigna, a volte di fata e matrigna insieme. Nessun altro scrittore ha saputo sondare l’inferno/paradiso del materno con altrettanta lucidità, disperazione e ferocia. I miti sono feroci ed Elsa Morante è stata narratrice crudele nello svelare, senza addolcimenti di maniera, il contenuto profondo, barbaro e violento della maternità.
Nel 1970 in un saggio introduttivo a un volume su Beato Angelico che intitolò Il beato propagandista del paradiso (in L’opera completa dell’Angelico, Milano, 1970) dice lei stessa: «… i santi dell’arte mi si fanno riconoscere perché portano sul corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per aver scontato in se stessi, fino alla consumazione, la strage al comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute». Cos’è la «croce materna» e perché «inchioda noi tutti»? Tutti, uomini e donne, abbiamo un’esperienza comune la separazione dal corpo della madre, la cacciata dal limbo. E «fuori del limbo non v’è eliso», recita il verso di una poesia introduttiva a L’isola di Arturo (Torino, 1957). E in Aracoeli (Torino, 1982): «Vivere significa l’esperienza della separazione».
La «croce» è dunque quell’antico abbandono, il tradimento originario che dobbiamo tutta la vita scontare. I romanzi di Elsa Morante sono drammatizzazioni di quell’evento indicibile. In tante variazioni possibili, attraverso diverse incarnazioni del rapporto madre/figlio siamo chiamati a confrontarci con la nostra ferita primordiale, con l’abbandono e la separazione iniziali, iniziatici.
Che il rapporto sia idilliaco e appassionato, carico di odio e incomprensione non fa differenza. L’esistenza è comunque un’illusione destinata provvisoriamente a velare la verità della morte; la bellezza è illusione, maschera temporanea della putrefazione del cadavere; la giovinezza è illusione, aspettativa leopardianamente vana di una festa che non verrà o verrà deludente o mortuaria. Forse nessun altro scrittore, se non Kafka, aveva voltato il pugnale nella piaga con altrettanta crudezza e senza mediazioni.
L’originalità della Morante su questi temi, rispetto agli scrittori che sempre si citano per lei, appunto Leopardi, Kafka, Schopenhauer, sta proprio nell’aver ricondotto lo strazio e la contraddizione insiti nella condizione umana a un moderno carnale «trauma della nascita». E questo senza indulgere a didascalici psicologismi semplicemente mostrandoci il girare a vuoto dei suoi invasati passionali personaggi, il loro vano tormento, lo scacco delle loro umili ho sproporzionate ambizioni. Ricorriamo ancora ad Aracoeli, straordinario romanzo finale in più sensi (oltre una lacerazione e una rivelazione tanto definitive quale strada ancora avrebbe potuto percorrere la Morante?): «Per troppi anni non ho voluto riconoscere, nei giri monotoni della mia canzone, il tema ossessivo di un destino necessario. E finalmente vedo adesso tutta la ridicolaggine di certi miei contorcimenti assurdi, nei tentativi ripetuti di uscite dalla mia pelle. E dalle tante camminate e rincorse e accattonaggi di me che andavo mendicando risposte d’amore contro ogni riconferma spietato della Necessità. E le attese incalcolabili di una smentita. E le ricadute. E i sorrisi confidenti davanti a facce fredde. E le povere gratitudini per concessioni svogliate. E i brividi e le presunzioni irrisorie. Niente. Nessuna risposta. Da quando ho perso il mio primo amore Aracoeli mai più mi si è dato un bacio d’amore».
Manuele il protagonista del romanzo ha avuto un’infanzia felice: è stato amato teneramente dalla madre Aracoeli d’un amore avvolgente, totale, esclusivo. La sua fortuna non l’ha però messo al riparo dalla «croce materna». Aracoeli s’ammala e lo rifiuta, fugge e lo abbandona, muore e lo lascia definitivamente e per sempre. Comincia il suo destino di reietto. Se nemmeno la madre ha saputo conservare l’affetto e proteggerlo dalla crudeltà della vita, chi mai potrà farlo? L’esperienza del rifiuto viene rivissuta in mille altre variazioni possibili attraverso la crudeltà di «carnefici» diversi e diversamente motivati. Manuele crede di sapere la ragione della sua infelicità: è brutto e sgradevole, Aracoeli l’ha amato finché era un bambino bello e riccioluto che suscitava l’ammirazione dei passanti. La favola del brutto anatroccolo è qui offerta capovolta secondo un procedimento tipicamente morantiano. Pensiamo alla fiaba del carbonaio in Menzogna e sortilegio (Torino, 1948), dove il principio cristiano «gli ultimi saranno i primi» è ribaltato: gli ultimi resteranno gli ultimi. E la legge dantesca del contrappasso viene ironicamente corretta: il signore che non faceva nulla in vita continuerà a sollazzarsi da morto, il macellaio che sgozzava sarà sgozzato, il carbonaio che bruciava gli alberi per fare carbone sarà straziato è bruciato. (altro…)

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

Strane Coppie 2016 (Ottava edizione)

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STRANE COPPIE

ottava edizione / Napoli-Milano
sette incontri fra grandi classici delle letterature mondiali
a cura di Antonella Cilento

7 aprile – 9 giugno 2016

Ci sono tutti i temi caldi del dibattito culturale attuale nel programma dell’ottavo ciclo di “Strane Coppie”, la rassegna culturale a cura di Antonella Cilento e del suo laboratorio di scrittura Lalineascritta. Sette incontri, sempre di giovedì (ore 18:00), dal 7 aprile al 9 giugno 2016 –stavolta anche con una tappa milanese – per affrontare, grazie all’aiuto dei grandi classici della letteratura mondiale e al contributo di illustri scrittori, traduttori e giornalisti, le problematiche delle città e delle periferie, in cui si posano sguardi stranieri, spesso laterali e divergenti rispetto a quelli abituali, che danno vita a maestose narrazioni di luoghi e passioni. Ma a “Strane Coppie” si parlerà anche di scuola e delle problematiche legate all’educazione e all’insegnamento in generale,nonché della nostra società contemporanea, in continua oscillazione tra denaro e libertà, tra frenesia e bisogno di lentezza. [… vai al sito de Lalineascritta per maggiori info]

Scarica i Pdf della locandina e dei comunicati stampa dettagliati:

SC_locandina 2016

comunicato generale cartella

comunicato 7 aprile

 

I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

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Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

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Pillole da Mantova #4 – (vite di altri)

Il sabato, a Festivaletteratura, è un pieno di eventi straordinari; è la giornata che attira più pubblico. Il weekend è il tempo giusto per concedersi un po’ di bellezza qui a Mantova, un bicchiere di vino, del buon cibo, e un po’ di cultura. Son così tanti gli appuntamenti del penultimo giorno che, per seguirli tutti, si corre di luogo in luogo ‘pensando con i piedi’, recitando dentro di noi una sorta di ‘grazie senza fine’: quale straordinaria occasione è, infatti, immergersi nell’opera di autori che hanno toccato la nostra esperienza di lettori, di affamati divoratori di poesie e romanzi, per amplificare il senso della lettura? Soprattutto credo sia necessario porre l’attenzione sul tema dell’ascolto e sulla parola che si fa corpo (di cui avrò modo di parlare anche nei prossimi giorni, in ripresa e a supporto di questa tesi). Ed è proprio questo il punto del post di oggi: la fame di trame, di storie; la fame di voce. La fame di ‘parole’ non mi rende personalmente mai sazia sin dalla prima esperienza al Festival, dieci anni fa appunto. Avevo compreso che uno dei quid di Festivaletteratura è la possibilità di rendere due volte fisica l’esperienza della lettura. Mi diverte sempre molto assistere ad eventi in cui gli autori divagano aggiungendo al loro libro quella dose di aneddotica che ci fa entrare nelle loro vite, ma mi sorprende soprattutto poter ascoltare la loro voce, entrare nelle vite dei loro personaggi attraverso il loro linguaggio di tutti i giorni. Oppure entrare nel loro laboratorio, nella loro ricerca attorno ad una figura. Una chiave d’accesso ‘altra’ e, in alcuni casi, fondamentale.

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