San Paolo

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari – di Stefano Brugnolo

Renzo e Azzecca-garbugli

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari: un esempio di malcostume intellettuale

di Stefano Brugnolo

 

Quanto dirò nasce dalla lettura di un articolo uscito su Repubblica del 7.8.2015. In realtà poi quel pezzo era l’anticipazione di un saggio uscito con il titolo Re Lear. Padri, figli, eredi (Edizione Saletta dell’uva, 2015). Non conosco quel libro e mi baserò solo sull’articolo. Leggendolo infatti non ho resistito alla tentazione di esprimere la mia irritazione. Intanto premetto che per me Massimo Cacciari vale qui solo come un esempio circa un modo poco responsabile di fare uso delle parole e dei pensieri. In secondo luogo aggiungo che quello che dirò, ammesso che interessi a qualcuno, non è certo ispirato da una attitudine anti-intellettualistica o anti-filosofica. No, a me piacciono tantissimo i discorsi complicati e difficili, ma pretendo poi che questi discorsi, per quanto difficili e complicati, mirino sempre ad essere intellettualmente onesti, mirino cioè a dire qualcosa di specifico, rendendosi comprensibili e criticabili. Parola per parola. Virgola dopo virgola. Massimo Cacciari costituisce invece l’esempio di qualcuno che quando scrive si sottrae a questi obblighi che per me sono di tipo etico soprattutto allorché qualcuno si pone nei confronti degli altri come un maestro di pensiero.
Dico poi subito che Massimo Cacciari (non sto parlando tanto del politico ma del filosofo) non mi ha mai convinto. Non mi convinceva né quando faceva il marxista-nietzschiano né adesso che dialoga con i teologi, parla d’angeli e discute come se niente fosse di trinità e transustanziazione. In definitiva mi sembra un pensatore nervoso, generico e confuso. Certo, ha letto un mucchio di libri, ma non li ha meditati a lungo e digeriti bene, e così alla fine non fa altro che echeggiare le idee degli altri, senza elaborarle originalmente e coerentemente. Non riconosco in lui una linea di pensiero ben definita e articolata ma tante suggestioni e echi poco amalgamati. Può parlare e letteralmente parla di tutto in totale spregio della specializzazione del lavoro intellettuale che imporrebbe di parlare solo di questioni di cui ci si è presi a lungo cura. Lui no, crede di poter dire la sua su non importa che e chi. E badate non è una esagerazione, ve ne rendete conto subito se date un occhio ai suoi titoli: ci trovate di tutto, e altro ancora. La convinzione credo è quella secondo cui se si è filosofi, e magari filosofi di genio, si possa speculare su qualunque fenomeno o aspetto del mondo, della vita, dell’essere. Ma non è vero, i filosofi moderni sempre più si consacrano a questioni specifiche di cui divengono esperti. Se ci si dedica a filosofare sulla politica, per esempio, non è detto che poi si pretende di speculare con identica cognizione di causa intorno alla morale, alla religione, alla storia, alla scienza, all’arte, alla letteratura, all’economia, all’architettura, alla mente, alla moda, al linguaggio, alla natura, eccetera. Conosco per esempio un filosofo americano, Arthur Danto, che nel corso del tempo ha dato notevoli contributi filosofici sull’arte moderna, per esempio sulla Pop Art come momento di svolta nel modo di concepire l’arte in Occidente. Danto è ritornato tante e tante volte su queste questioni, approfondendole e variandole, e in effetti a leggerlo si impara molto. Insomma quel filosofo come molti di noi cerca il generale concentrandosi però sul particolare. Ma va da sé che filosofi dalla vocazione generalista come Cacciari sentirebbero come troppo stretta una simile gabbia e che a loro piace pronunciarsi sul grande, sulle questioni prime e ultime. Il prezzo però che si paga allorché si fa questo è la genericità e la vacuità. E infatti quasi mai una proposizione di Cacciari o una sua serie di proposizioni mi sono sembrate affermare qualcosa di specifico e pregnante, degno cioè di essere discusso seriamente e a lungo. Le sue mi paiono quasi sempre words words words. Parole che ti cadono addosso e che ti travolgono come una slavina. Che magari ti imbambolano ma che non diventano mai una vera e propria argomentazione compiuta. Non è neanche che uno non sia d’accordo è che le sue affermazioni non sono del tipo di quelle che è possibile valutare per poi dichiararsi in accordo o in disaccordo. Più che proporre delle tesi mi pare che miri a suggestionare chi legge. Per darvi una idea di quel che intendo cito quasi a caso un passo:

Ma il Mare – che cosa ri-vela [sic] questo suo nome, questo nome, Mare, che il Greco ignorava? Lo ignorava forse proprio perché proveniente dalla radice “mar”, che indica il morire, dal sanscrito “maru”, che significa l’infecondo deserto? O non ci verrà esso, piuttosto, proprio dal ‘fondo’ mediterraneo, pelsagico? Mare è l’ebraico “mar”, è l’accadico “marru”: è il sapore salmastro di “Thàlassa”. E’ l’amaro della sua onda. È l’antico, mediterraneo nome di “hàls”.

Ora, vi chiedo è una parodia di Massimo Cacciari o è proprio Massimo Cacciari? …Vorrei potervi dire che è una parodia ma invece no: è proprio Massimo Cacciari, dal suo libro Arcipelago. È Massimo Cacciari al suo meglio, cioè al suo peggio. Chi legge Massimo Cacciari si sente un po’ come si sente Renzo con Azzecca-garbugli: mentre quello «mandava fuori tutte quelle parole» Renzo lo «guardava con un’attenzione estatica, come un materialone che sta sulla piazza e guarda al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.» Insomma, ci si sente spaesati ma anche incantati, stupefatti. Uno non sa bene di cosa esattamente si stia parlando, ma certo se ne sta parlando “alla grande”. Molti escono come storditi, piacevolmente ubriachi da queste immersioni nei discorsi di Massimo Cacciari, ma quasi mai saprebbero riassumervi il contenuto di quei discorsi. E in effetti se poi si va a vedere un poco più da vicino le cose che ha “veramente” detto allora l’incanto viene meno e subentra l’incredulità, il sospetto. Uno per esempio si aspetta che lui ci “riveli” finalmente cosa mai significhi questo magico termine: mare… Anche perché ha posto la domanda in quel modo enfatico, salmodiante: «Mare – che cosa rivela questo suo nome, questo nome, Mare?» E invece si trova a confrontarsi con una valanga di etimologie più o meno fasulle. Certo non sono pochi i filosofi che hanno giocato con le etimologie, e tra tutti vorrei ricordare il grande guru Martin Heidegger, che già se ne infischiava un bel po’ della loro attendibilità ma ecco qui Cacciari si rivela davvero una specie di imitatore acrobatico dell’oracolare ma austero Martin. E’ una specie di carnevale etimologico il suo. Si parte da etimologie magari fors’anche probabili per arrivare ad altre puramente immaginarie, basate quasi solo su assonanze, suggestioni vertiginose. E si tenga presente che molte di queste sue immaginarie etimologie gli provengono, come rivendica lui stesso proprio in Arcipelago, da Giovanni Semerano, un indoeuropeista largamente screditato dalla comunità scientifica (ma pregiatissimo da filosofi come Severino e Galimberti…). Prima di continuare con Cacciari fermiamoci un momento su questo Giovanni Semerano. Ecco un esempio del suo modo di procedere preso in prestito da Wikipedia.
Allora, in un suo libro Semerano considera il termine Ápeiron (ἂπειρον), parola centrale nella filosofia di Anassimandro. Questo filosofo definisce l’elemento da cui hanno origine tutte le cose, il loro principio (in greco antico arkhé) con il termine àpeiron, che abitualmente viene ritenuto costituito da a- privativo (“senza”) e da péras (“determinazione”, “termine”) e tradotto pertanto come “indeterminato” o “infinito”. Ora, Semerano riconduce invece il termine al semitico ‘apar, corrispondente al biblico ‘afar e all’accadico eperu, tutti vocaboli che significano “terra”. Non sono in grado naturalmente di intervenire sul merito della questione, anche se mi confonde un po’ questa catena di somiglianze per cui da un termine greco si passa a uno semitico (e biblico) e poi a uno accadico. Mi sembra da profano qual sono una strana accozzaglia. Massimo Cacciari che a quanto pare se ne intende molto più di me di tali questioni nella prefazione a un libro intitolato alla Dicotomia indoeuropeisti-semitisti (La Finestra Editrice, 2018) così descrive il metodo di Semerano: «si tratta di rilevare il meticciamento continuo tra distinti e opposti come il fattore fondamentale di ogni storia o destino. Forte di questo metodo, Semerano compie innumeri e decisive scoperte». Ancora una volta risulta per me del tutto sibillino il corsivo finale, ma lasciamo perdere questi vezzi. Quel che mi allarma è questa idea del «meticciamento continuo tra distinti e opposti». Io non so come vada «in ogni storia e destino» ma credo che quando si tratta di fare delle osservazioni scientifiche sarebbe meglio non meticciare (e cioè confondere) gli opposti e i distinti. O no? Però appunto siccome non sono un esperto né di indoeuropeo, né di accadico, né di etimologia, magari qualcosa mi sfugge e perciò passo la parola al glottologo competente, al mio amico Francesco Rovai che lui sì se ne intende, ed ecco cosa mi dice a questo proposito:

In tutte le sue ricerche etimologiche e dedicate alla ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica, Semerano si basa unicamente, come qui, sul criterio dilettantistico della somiglianza formale: il greco ‘ápeiron’ somiglia all’accadico ‘eperu’, dunque possono essere messi in relazione. La mera somiglianza formale non è però un criterio valido per la ricerca etimologica. Non solo non è un criterio sufficiente (il latino ‘habere’ e il tedesco ‘haben’, nonostante le evidenti similarità di forma e significato, NON SONO etimologicamente connessi), ma non è neppure necessario (il latino ‘decem’ e il gotico ‘taíhun’ “10”, a dispetto dell’evidente difformità, SONO etimologicamente connessi).

Il che mi conferma in quella mia idea che quel meticciamento continuo di parole corrisponda a una metodologia confusa che produce risultati sensazionali ma destituiti di fondamento. Comunque, lasciamo perdere per un momento questo aspetto su cui poi ritornerò, ecco adesso le conclusioni a cui arriva Semerano sulla base delle sue scoperte: il noto frammento di Anassimandro, in cui si dice che tutte le cose provengono e ritornano all’àpeiron (e cioè all’infinito), non si riferirebbe ad una concezione filosofica dell’infinito, ma ad una concezione di “appartenenza alla terra”, che si ritrova nel testo biblico: “polvere sei e polvere ritornerai”. E non è finita, sempre sulla base di questa scoperta, Semerano rilegge tutto lo sviluppo della filosofia greca riconducendo la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe tra gli altri Anassimandro, Talete e Democrito. L’intera vicenda della nascita della filosofia greca non viene vista come una miracolosa isola di razionalità, ma come parte integrante di una più estesa e antica comunità umana che comprende anche la Mesopotamia, l’Anatolia e l’Egitto. Ripeto le basi su cui Semerano arriva a questa conclusioni sono a quanto pare fasulle ma non è questo quello su cui vorrei soffermarmi ora; vorrei invece riflettere proprio sulla mania di spiegare certe grandi svolte storiche sulla base di una o due etimologie. Anche se quelle etimologie non fossero così fantasiose come sono, non è comunque che tu puoi riscrivere la storia del mondo sulla base di queste tue presunte scoperte. Se davvero c’è, mettiamo, una consonanza tra cultura greca, mesopotamica, ebraica ecc. ciò dovrebbe risultare da una serie di altri indicatori. Non da una improbabile etimologia. Ripeto qui non mi importa tanto stigmatizzare che Cacciari Severino Galimberti non tengano alcun conto del giudizio che gli specialisti hanno portato su Semerano (evidentemente credono di saperla più lunga di quelli), quel che mi importa è l’idea che si possa pretendere di decidere questioni di così grande portata con qualche sciabolata etimologica. E mi importa segnalare anche un’altra cosa a cui qui accenno soltanto: Semerano è il tipico rappresentante di un pensiero “ribaltante”, e cioè di un pensiero che ribalta quanto tutti gli altri studiosi hanno finora sostenuto, dimostrando (si fa per dire) che si tratta di una sequela di errori, di fraintendimenti che nessun altro prima avrebbe notato. Chiamiamola anche la sindrome del velo di Maia, o meglio dello squarciamento di un velo che fino ad ora impediva di vedere le cose come stanno. Questo dispositivo di pensiero assomiglia molto a quello dei cosiddetti complottisti, quelli cioè che dicono che una certa verità (enorme, scandalosa, ecc.) è stata colpevolmente occultata, e che essa va finalmente svelata e raccontata alle genti. E infatti il libro dove Semerano ha proposto questa interpretazione si intitola L’infinito: un equivoco millenario (pubblicato, ahimé, da Einaudi). Cioè, in altre parole, per secoli e secoli siamo vissuti dentro un equivoco e abbiamo continuato a credere che ápeiron significava indeterminato o infinito ed ecco che a un certo punto è arrivato Semerano che, da solo, ha finalmente dissipato quell’equivoco, rivelando così l’altra verità, quella “veramente vera”. Lo so che posso sembrare pesantemente ironico ma quel che qui sto dicendo è che al di là di altre considerazioni occorre diffidare di rivelazioni così strabilianti che non si connettono al lavoro paziente degli altri studiosi, che con un colpo solo risolvono nodi intricati, questioni difficilissime.
Ma ritorniamo al passo sopra citato di Cacciari. Come si vede già al primo sguardo Cacciari qui sta usando alla sua maniera Semerano e le competenze “accadiche” di quello, e anzi si direbbe che lui rincara la dose, abbandonandosi a una vera orgia di meticciamenti semantici. Come reagire davanti a passi come questo? Sta forse Massimo Cacciari propugnando una tesi basata su argomenti razionali e magari “condita” di suggestive analogie? No, io direi che tutto il suo discorso è un flusso continuo di immagini, e che dunque esso si dà come un discorso puramente analogico, poetico, ipnotico. Non è la correttezza dell’argomentazione e dell’informazione che conta, ma appunto la presunta brillantezza delle immagini proposte. Si veda quando scrive che la parola mare ci verrebbe da un ‘fondo’ mediterraneo, pelasgico? Cosa cavolo intende dire Massimo Cacciari quando parla di “fondi pelasgici” da cui, come Venere dalle acque, sarebbe emersa quella parola? Mah, lasciamo perdere per ora. E anche in questo caso ricostruiamo il metodo: l’idea di fondo è quella secondo cui se tu risali alle presunte origini di una parola risali anche alle origini, all’essenza del concetto, e anzi risali dal nome alla cosa stessa (è come se nella parola mare Cacciari sentisse il gusto amaro, salmastro del sale…). In questo Cacciari è ancora un tardo epigono di Heidegger che più di altri ha preteso che le etimologie potessero condurre alla verità. In realtà questo è un atteggiamento magico, iniziatico, infantile in senso letterale, perché sono i bambini che pensano che nomina sunt consequentia rerum. I bambini e i poeti, certo, i quali ultimi però se lo possono permettere perché programmaticamente giocano con le parole. Ma i filosofi dovrebbero invece avere un atteggiamento più responsabile verso le parole, e per esempio dovrebbero sapere che il significato di una parola non sta certo nella sua presunta origine, ma nella sua storia, nella sua evoluzione, nell’uso che le comunità ne hanno fatto nel tempo, negli accordi che gli uomini prendono circa il loro significato.
Il grande poeta Gioacchino Belli ci ha lasciato uno straordinario ritratto di questi apprendisti stregoni dell’arte etimologica e non resisto alla tentazione di proporvela:

Agli etimologisti

Se il senso vuoi scavar di pellegrina
voce scabretta che ti guardi bieca,
tolto un pezzuolo di radice greca
pestal con mezza sillaba latina.

Ivi all’uopo con giusta disciplina
altri strani caratteri interseca;
e l’ebraico e ‘l siriaco in mezzo reca,
né ti scordar de la caldaica mina.

E allor che il tuo vocabolo disposto
ti cominci a pigliar buona figura,
se ti sturba alcunché mutagli posto.

Per tal modo ogni onesta creatura
può spiegare un oracolo nascosto
e nel cerchio trovar la quadratura.

(altro…)

proSabato: Cesare Garboli #2, Crisi della dialettica

la-stanza-separata

Crisi della dialettica

Ci sono due modi di sentire e concepire il mondo, che stanno da sempre in aperta, fatale e insolvibile contraddizione. Si possono riassumere in due formulette. Esiste, da una parte, un’attitudine profondamente religiosa, un sentimento contemplativo e creaturale della vita, per il quale non c’è altro valore o bene, non c’è altro idolo da adorare che non sia la Vita. Generalmente questa attitudine la si appiccica ai santi, ai poeti, o a nature magnanime e sublimi. Il dono della musica, il piacere della libertà, la perdizione di se stessi sono attributi essenziali di questa perfetta imitazione evangelica. E spesso, per ritrovarla, non c’è bisogno di richiamarsi a campioni di stoffa suprema, basta scendere tra comuni creature, tra pochi felici che consumano esistenze splendide di una loro vile magnificenza, vissute senza risparmio dell’anima. Scioperata ed errabonda, umile e peccatrice, assomiglia, la vita di queste persone, all’esistenza randagia degli animali, a quella lussuosa dei fiori. Vite di poveri, ma capricciose come e più di quelle dei ricchi. I gigli dei campi, gli uccelli del cielo esprimono lo stesso tipo di religiosità: qualcosa di simile all’idea “decadente” della poesia, sublime accettazione della “vita” da una parte, rifiuto e indifferenza del “mondo”, dall’altra. Per essere tra costoro, bisogna essere insieme adulatori e peccatori, vittime e ribelli. Bisogna sentire la vita come ciclo di perpetua lode ed eterna distruzione. Bisogna opporsi al falso razionalismo, alla falsa vernice della “realtà”. Sarebbe un errore chiamare “mistici” questi pochi felici, dotati di spirito francescano, maledetto e “poetico”. Li incontriamo ogni giorno. Siamo, costoro, noi stessi.
   Così, nel suo accento profetico, al cospetto dell’eterno, Tolstoj poteva scrivere, un giorno, che «bisogna amare la vita, amarla anche nel dolore, perché la vita è tutto, la vita è Dio e amare la vita è amare Dio». Ma c’è un altro modo, altrettanto religioso, e dicono più severo, di concepire il mondo. Quello che insegna a non adorare per niente la vita, ma, al contrario, a disprezzarla, e a metterla, nel conto degli oggetti che ci appartengono, come la cosa più ottusa e più vile. La vita è stupida, inesistente, pasticciona: una donnetta isterica, a mezzo servizio, che non merita idolatrie o sacrifici. Altro che amarla. Bisogna tenerla a distanza, invece, cercare, tutt’al più, di utilizzarla, trattandola come una materia servile, come uno strumento, cercando di sostituire ai suoi falsi e peribili valori illusori un bene ancora più chimerico, più illusorio, ma eroico e prometeico: bisogna darle un senso, inseguire finalità costruttive, inventare la bussola della Realtà. Così San Paolo poteva scrivere: «Se compri un oggetto, compralo come se tu non lo comprassi; se ti sposi, sposati come se tu non ti sposassi». Per essere nel vero, bisogna vivere senza vivere. Alle premesse dell’amore, si devono sostituire le premesse della politica. Stabilire con la vita un rapporto tattico, tenersi sulla diffidenza. È su queste premesse, insieme calvinistiche e gesuitiche (quale stretta di mano si sono dati, i due grandi antagonisti!) che è sorta, o almeno si è solidificata per sempre, sembra, di successo in successo, la società borghese, la civiltà industriale e moderna. È giusto prendersela con la tecnologia, col neocapitale, col benessere, con la follia rimossa dei funerei istituti “borghesi”? È giusto, ma soltanto a patto che si riconosca che siamo, questa civiltà, noi stessi.
   Nel calderone della storia c’è stato sempre spazio, si sa, per tutti gli opposti, la civiltà occidentale è dialettica. Qualche filosofo medievale si sta ancora chiedendo, nella tomba, se sia da preferire la vita attiva o quella contemplativa. Mentre santi e poeti creavano i perpetui modelli dello Spirito, mercanti o pionieri volgari scoprivano continenti e inventavano motori. È vecchio dilemma faustiano, come Leonardo che dimenticava volentieri tele e cartoni, per darsi tutto a pensare come potessero bonificarsi le paludi pontine. Temo che la dannazione dell’uomo sia proprio in un paradosso, nel fatto che vivere significa smentire a ogni passo l’unilateralità dei due opposti modi di sentire. Appena si comincia a vivere, si comincia a costruire tutto ciò che non ha valore. Ma ci si può anche chiedere, come fa Elsa Morante nella sua Canzone degl F. P. e degli I. M., da che parte stia la felicità.
   Elsa Morante non ha dubbi. Trascinata da un impeto dantesco, con una voce straziata ma piena di grazia, con un istinto del gioco sorridente che non trova oggi uguali, divide il mondo in reprobi ed eletti: da una parte i Felici Pochi, le cui «contraddizioni non esistono finalmente – altro che nei nostri pettegolezzi provvisori», e dall’altra i meschini Infelici Molti d’ogni paese. Anticipatrice dei beats addirittura negli anni Cinquanta, sorella di Antonio Delfini, la Morante non si sente di convalidare la dialettica della civiltà occidentale. La vive invece in termini di alternativa, di crisi. Felici, bellissimi e allegri sono soltanto quelli che hanno imparato a perdersi. E mentre li commemora, come è strano e naturale, la voce del poeta si intenerisce, si riempe di tristezza. Poi sale a note più alte, stridule: la canzone si trasforma in un poemetto arrabbiato, in un urlo di protesta.
   Ho letto da qualche parte, o ho sentito dire, che la Morante possiede un cervello virile. Può darsi. Ma quello che di veramente virile colpisce in lei è un dono superiore e diverso, e lo si vede anche da questa canzone, che sa ridere di se stessa. È quella grazia, quella leggerezza buffonesca, quella gentilezza e capacità di lazzo irriverente, che così raramente le donne possiedono. Di mettersi i pantaloni, qualsiasi donna è capace. Di prendersi gaiamente sotto gamba, nel più vivo dolore, nessuna.

(1968)

 

© Cesare Garboli, Crisi della dialettica, da La stanza separata, Milano, Scheiwiller, 2008.

Anna Toscano – my camera journal 19

2013-09-08-21-25-56

Cosa manda avanti una città con oltre undici milioni di abitanti? Quale è la rotella che fa girare Sampa? I diciassettemila pullman? Le cinque linee della metro? I tre aeroporti? Il centinaio di eliporti sopra i grattacieli? Il più alto tasso di elicotteri pro capite al mondo? Gli otto milioni di macchine? Il servizio postale? Nulla di tutto ciò. Sono i motoboy che muovono la città sfrecciando, anche con il traffico paralizzato, da un ufficio all’altro trasportando documenti urgenti. Si muovono su moto di piccola cilindrata, 125 o 150, spesso grattate e ammaccate dai numerosi incidenti, coi serbatoi protetti dallo scotch adesivo. Sampa sarebbe impallata senza il loro correre che non ammette sosta: giorno e notte su tutte le strade loro connettono le urgenze. Qui li chiamano cachorro loco, cane pazzo, per il loro affannarsi in mezzo al delirio del traffico. Ma ciò che li contraddistingue è la solidarietà. Si chiamano l’uno con l’altro e accorrono ad aiutare il collega urtato da un automobilista, a difenderne un altro che ha provocato uno scontro. Spesso non si conoscono tra di loro, sono moltissimi e aumentano di giorno in giorno, ma accorrono in un gioco di squadra che non ammette tradimenti o distrazioni. Più che cani pazzi sembrano api operaie, le rotelle di una città che implode ogni giorno.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano my camera journal – 18

2013-09-08-21-48-18

 

Le esperienze stranianti a Sampa? Mi è accaduto con un sorbetto al miglio verde: cosa è questa cosa sempre mangiata ma che ora mi pare così nuova? Meraviglioso. È come mangiare, dopo averla messa in surgelatore, una scatoletta di mais con lo stecco. E mi è accaduto in un pub non lontano da casa, verso sera, in questo inverno sul Tropico del Capricorno. Mi siedo al bancone e chiedo da bere. Mi si avvicina un tipo simpatico dagli occhi neri e dolci e mi chiede della mostra di cui sto sfogliando il catalogo. Concentrata come sono nel non dire cose assurde nel portoghese che sto imbastendo lo osservo nei dettagli con un certo ritardo: indossa una camicia bianca e una cravatta scura, una giacca scura sta riversa sulla sedia accanto, sotto porta una gonna a pieghe con calze a rete e scarpe da donna. Cosa è questa situazione sempre vista ma che ora mi pare così nuova? Mi guardo attorno e capisco di esser entrata in un locale crossdressing in cui le persone indossano abiti di solito associati al sesso opposto, spesso mischiati coi propri. Parliamo di mostre e di musei, cerco di non fissare con simpatia i peli delle sue gambe intrecciati ai fili delle calze, mi chiede se ci rivediamo l’indomani. Sì certo, adoro l’uso alla rinfusa degli armadi.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 17

2013-08-28-23-02-28

E poi arrivò un giorno, dopo l’ultimo giorno, in cui anche lui ebbe voglia di tornare un po’ bambino, di fare quelle cose buffe che fanno i bambini, a volte strampalate e a volte pericolose. Ma non sapeva bene come e cosa fare, tutto il raziocinio e la sapienza che aveva dovuto usare durante la settimana precedente lo avevano immesso in un tunnel esasperante: tutto doveva girare perfettamente per l’eternità, tutti i conti dovevano tornare per sempre. Si sedette a gambe incrociate per terra, iniziò a lanciare pallette di carta nel cestino, quando poco più in là scorse delle scatole di lego e pongo e improvvisamente intuì cosa volesse dire sentirsi bambini. Iniziò a modellare pongo di molti colori, ad attaccarlo a pezzi di lego, a costruire, demolire, allungare, ammassare, mischiare. Dopo ore di frenetico divertimento si asciugò con un sorriso beota il viso, si guardò attorno e pensò “e ora che me ne faccio di tutto ciò?”. Grattandosi il mento prese in mano il mondo, scrutandolo scelse un luogo e vi puntò il dito. L’illuminazione che gli venne lo rese momentaneamente cieco, ma volle lo stesso mettere in quel punto tutte le sue costruzioni. San Paolo è nata così,  mentre dio giocava col pongo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 10

2013-07-31-17-23-42

Dove vivono le anime dei protagonisti delle grandi opere, le anime di quei personaggi di carta che virano sul palco tutta la loro umanità, le loro nefandezze e bassezze, i gesti eroici, gli amori impossibili, i delitti inconfessabili. Dove vivono? Di certo non con i cantanti che li hanno interpretati. E nemmeno tra pagine e scaffali. Vivono, eccome se vivono, tra i loro costumi di scena nei magazzini dei teatri che li hanno amati. Provate, provate a entrare in uno di questi depositi verso notte, scostate solo un poco la saracinesca e già sentirete uno scalpiccio di piedi nudi, risatine flebili e un Si può?. Se guardate bene potete intravvedere Floria girare su se stessa con addosso la mantiglia di Carmen, Don José con la redingote del Barone Scarpia, Carmen con la gonna di Nedda, Adalgisa che prova l’abito nuziale di Norina, Pollione che ruba i fazzoletti dal taschino di Malatesta e tutti a intonare Qual fiamma avea nel guardo. Trascorre la notte tra lanci di guanti, passaggi di cappelli, roteare di mantelle, rumor di tacchi, fino all’alba quando si alza una voce Son qua, ritornano!. Tutto torna a posto, ogni abito nel suo scomparto dentro al cellophane. A ogni identità la sua gruccia, perché siamo grucce per cappotti, siamo corpi prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 9

2013-07-29-14-54-12 (1)

Ce ne sono un centinaio in tutto il mondo, a Venezia due, una delle quali mi è molto cara. Qui a San Paolo mi ci sono subito imbattuta, e di certo non sono una persona che entra in tutte le chiese che incontra. Ero ancora scossa dalla Maria lettrice di Montevideo da non aver spazio per un’altra. Ma le cose accadono. E di colpo mi son venute in mente le altre a me care, nere o non nere, e i santi agli incroci delle strade, le sante amate in famiglia. Vado al piano sotto la chiesa il luogo per le candele, solo per le candele. Ripiani di acqua con centinaia di candele accese di tutte le dimensioni. Una donna porta tredici candele legate insieme e le accende, accanto, nel bordo dove non scorre acqua, ripone un pezzo grande di pane e un bicchiere di acqua, prega, riprende il suo bastone e se ne va. Un giovane arriva trafelato, appoggia la borsa da lavoro a terra e ne estrae una candela bassa e tozza, la accende ed esce. Mia sorella scrive i nomi di mamma e papà su due ceri cilindrici, li accende e va via. Arrivano due quasi ragazze, capelli platinati che incorniciano un po’ di barba laterale, portano ceri intagliati a forma di croce, li appoggiano senza accenderli ed escono. Anche santi e madonne, e pure dio, sono prêt-à-porter.

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© Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 8

2013-07-22-22-27-58

A Sampa vivo in un palazzo di 7 piani, piccolo viste le proporzioni che ci sono qui. Il palazzo dà su un largo: vi vendono fiori, c’è qualche statua e i proprietari di cani fanno defecare le bestiole in fretta e poi li riportano subito in casa. Da venerdì pomeriggio a lunedì all’alba la geografia umana, già fortemente contraddistinta, muta con l’arrivo di persone da tutta la megalopoli. L’ottanta per cento delle persone che incontro in quelle circa sessanta ore hanno corpo di donna e testa di uomo, a volte corpo di ragazzina con testa di ragazzino. Non c’è genere classicamente inteso che tenga, non c’è voce che non tradisca, non c’è abbigliamento che copra. Per lo più a gruppetti, o sparse sotto i muri, o a mano di qualcuno vagano. Vanno in discoteca qualche civico più in là, anche di domenica mattina sono ancora in fila con la musica che pompa a tutte le finestre del vicinato. Verso la domenica sera non c’è alcool o sostanza che tenga, tutto diventa vortice e chi vomita chi corre a seno nudo in mezzo alla strada. Il lunedì mattina la normalità alla cassa del supermercato, i vestiti coprono corpi in trasformazione, la barba in ricrescita non più nascosta dal cerone. Rimangono voci di paperino che sforzano acuti da soprano. Anche l’identità è prêt-à-porter.

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© Testo e Foto di Anna Toscano

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