samuele editore

Festival della Letteratura Verde 2019. Programma

FESTIVAL DELLA LETTERATURA VERDE 2019
IIa Edizione

7 aprile, 10-19 – Villa Correr Dolfin, Porcia (Pn)
a cura di Alessandro Canzian e Maria Milena Priviero

Per il secondo anno all’interno della manifestazione Orti in Villa la Pro Porcia e Samuele Editore propongono il Festival della Letteratura Verde. Un’intera giornata di incontri con autori, incontri con editori, letture, discussioni tra poesia, narrativa, racconti e laboratori per ragazzi, con 29 autori e artisti tra cui (tra gli altri): Gian Mario Villalta, Giacomo Vit, Maura Picinich, Alessandra Cimatoribus, Piero Guglielmino, Roberto Cescon, Monica Guerra, Fabio Franzin, Giovanni Fierro, Roberta D’Aquino, Yuleisy Cruz Lezcano, Gianpietro Barbieri, Francesco Sassetto, Silvio Ornella, Alejandra Craules Breton, Kristina Jan Valleri, Baret Magarian, Matteo Melchiorre. Un’edizione speciale dedicata a Livio Sossi, ospite eccellente della prima edizione venuto a mancare nei primi mesi del 2019. Il tutto nello stupendo sfondo del parco di Villa Correr Dolfin di Porcia sotto tre grandi alberi per ritrovare il gusto del verde, del paesaggio, dello stare assieme all’insegna del dialogo. E al termine della giornata una lettura conclusiva sulla scalinata della Storica Villa.

A PRANZO CON L’AUTORE

A mezzogiorno quattro isole per quattro grandi autori con i quali poter continuare a discutere, a confrontarsi, bevendo e mangiando al Pranzo con l’Autore (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

INCONTRO CON L’EDITORE

Durante tutta la giornata, a orari predefiniti, gli autori potranno incontrare un Editore a scelta e proporre la propria opera. 15 minuti di incontro per parlare direttamente con chi leggerà e forse curerà il vostro prossimo libro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

OPEN MIC

Dalle dieci di mattina alle sette di sera appuntamenti ogni mezz’ora con open mic al termine di ogni incontro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it). Per ascoltare e farsi ascoltare dall’autore più amato.

FIERA DEL LIBRO

All’interno del Festival Editori e Librerie proporranno in esposizione e vendita le loro migliori novità. Per scoprire un nuovo libro e leggerlo subito, tra un incontro e l’altro, nel verde del Parco della Villa.

LE TUE POESIE AL PARCO

Durante tutta la manifestazione saranno regalate le più belle poesie e riflessioni pubblicate nell’evento facebook del Festival (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it) nella forma di fogliettini stampati. Per scoprire e leggere anche gli autori che non potranno essere fisicamente presenti.

 

PROGRAMMA
7 aprile

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“Le distrazioni del viaggio” di Annalisa Ciampalini. Nota di Vernalda Di Tanna

«La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque». Mi pare che questa frase di Albert Einstein sia capace di esemplificare al meglio quelle interazioni sottese a coniugare tutti e ventisette i componimenti dell’ultima silloge di Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio (Samuele Editore, 2018), divisa in quattro sezioni (Fuori da noi, Il posto della mente, Il posto intorno a noi, La notte). Infatti, l’immaginazione è quel ponte che riesce a congiungere prepotentemente la logica dell’autrice con la sua ispirazione di matrice poetica. Un’ottica matematicamente flessa a scavalcare lo scarto del non detto generatosi tra ogni dicotomia, quindi disposta a rinunciare al suo lato più algido e rigidamente calcolatore pur di riuscire a superare i confini stessi entro i quali s’inscrive. Nel regolare intercalare di canti e silenzi densi di significato trovano requie le distrazioni del viaggio, un viaggio psichico, cedendo ad uno stato di concentrazione tanto agognato, per approdare ad una meta poetica, delineata attraverso paesaggi di boreale memoria accennati dall’alternarsi di assenze e presenze. Si tratta, cioè, di una serie di paesaggi stilizzati da un gusto imagista, tratteggiati da poli opposti che si attraggono e “che seguono il pensiero” agendo in continua osmosi grazie a una contaminazione tra l’io e “la bellezza indeterminata dell’universo”. Sporgersi verso l’altro da sé “in quel punto preciso e ignoto” è il salto che viene preannunciato già in apertura della raccolta, con una citazione di Tomas Tranströmer («Accade, ma solo raramente,/ che uno di noi veda veramente l’altro»). In questa direzione, le distrazioni del viaggio (mentale) dell’autrice possono equipararsi ad un monito: «sai che la primavera e l’inverno/ hanno forme diverse» e «tornerà l’aritmia dell’inconcepibile/ e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere». Ed è per merito del vuoto – presenza amplificata alla maniera del poeta svedese prima citato – che la poesia di Annalisa Ciampalini si spalanca come una finestra sulla polifonia di possibilità offerte dalla «soglia/ dell’attesa oltre le mura» permeate da un chiaroscuro in cui «la luce migra senza impronte né clamore». Nel vuoto «esiste solo un silenzio/ un cielo in allarme per le grida d’uccello»; sempre dal vuoto emergono un «rumore bianco» e «un amore che cresce forte la notte», nelle trasparenze variopinte di un buio che sembra fornire (quasi o per errore) una soluzione. Si incastra, per finire, fra le pagine del libro di Annalisa Ciampalini quel «numero giusto che riempie la pagina» e che ricerca liquidamente l’infinito nelle vastità, «negli archi allungati del cielo» così come «negli anni di grigio pesante», «nella muta staticità delle cose» tra «la pace muta degli alberi» e «la misura delle ombre e delle ore» dove «poi le stanze diventano infinite».

© Vernalda Di Tanna

 

La donna che ci ospita ha mani calde e forti
e porta con sé il silenzio della terra.
Le ore annullate dal viaggio si ricompongono
nell’annebbiarsi della sera, si insediano
in queste case di confine, nel precipizio
delle mura. Le finestre al mattino
ci guardano, sognano il viaggio che faremo.

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Tutti i post di Natale #10: Francesco Sassetto, Xe sta trovarse

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far.

È stato incontrarsi
per caso o chissà, è stato aprire un varco/ in un groviglio di spine e braci ancora/ roventi, rifarsi, rischiare, lasciare/ le calli da fare ogni giorno guardando le pietre/ il vuoto delle sere senza mani e parole,/ la tristezza avvinghiata all’anima/ come una sorte/ un destino inchiodato nella gola.// E raccontarsi a pezzi, a brandelli, cinquant’anni passati/ nell’ora che i bar si spengono, le ombre si allungano/ e coprono gli occhi, le mani si cercano/ a dire qualcosa che la voce non dice.// E poi mettere piano un mattone sull’altro e cemento/ e vedere che tiene, che sale/ e andare insieme i campi/ svuotati di un gennaio di gelo, tra baci e litigi,/ e andare avanti, scappare indietro e poi ancora avanti/ e una tua maglietta nel comò a casa mia era già il sogno/ dolce di una vita nuova che prendeva forza, una promessa/ per tutti i giorni a venire/ tutto il tempo che resta.// E ridevi allora e ridevo anch’io come ridono/ i bambini a una festa.// E adesso io e te a camminare lungo la Riva, a guardare/ le Grandi Navi che passano e i turisti/ che ridono e fanno le foto, questa nostra città/ disfatta dalla violenza del denaro// e tornare a casa per le calli nascoste, le mani strette/ nelle mani per non perdere i passi nel buio,/ tenerci saldi qui dove tutto ondeggia ubriaco// ma a volte s’aprono spazi impensati/ che schiarano gli occhi di luce improvvisa/ a dirti la strada// come solo la vita sa fare.

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Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio: intervista di Gianluca Garrapa

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio, Samuele editore, 2018

 Intervista di Gianluca Garrapa

1

Amo le ragazze che studiano nell’oscurità
e smaniano per una soluzione,
per il numero giusto che riempie la pagina.
Amo le loro case che le guardano
e le coperte di lana variopinta.
Ripassano l’esperimento mentale
con la testa sprofondata nel cuscino.
Hanno lineamenti che seguono il pensiero
la bellezza indeterminata dell’universo.

G.G.: Il tuo libro, che ho riletto tante volte, per assecondare una musica interiore, e non per comprenderne l’essenza, ché quella è Cosa inconscia e si tradisce nei gesti, nelle posture della poetessa, nella voce, nello sguardo, L’oscurità marina è una macchia impura / dello sguardo, e è affatto limite che non si può varcare, a meno di snaturare la poesia e sfarla in critica prosastica, in spezzettamento metrico e retorico, in esercizio che affina di volta in volta la terminologia dell’esperto letterato, io mi pongo nella dimensione del lettore, dell’ascolto, dunque, semmai dell’amante della Cosa, di lacaniana memoria, di ascendenza freudiana, di ineffabile proprietà di ogni poeta, quando si trova sulla soglia del dire quello che del mondo, oscuro, lo attraversa: Devi imparare a vedere la notte / i sentieri sepolti privi di orme /chi si muove con l’oscurità del mondo.
Colpisce della tua poesia, a mio parere, l’idea che la bellezza non possa essere scissa dal pensiero e che il pensare non possa essere assoluto dal sentire. È facile scorgere l’unisono del cosmo e il gesto della materia pulsante, la testa sprofondata nel cuscino che evoca il marmo che pare pelle, i lineamenti che seguono il pensiero e la bellezza dell’Universo: come si colloca la poesia, l’arte rispetto alla tua vocazione matematica?

A.C.: La domanda che mi poni, collocata alla fine di un tuo pensiero tanto articolato e profondo, mi ha fatto ripensare al modo in cui matematica e poesia entrano in relazione, e ho scoperto che si tratta, almeno per me, di una modalità affatto dinamica, nel senso che cambia e si evolve a seconda di quale parte della mia mente viene sollecitata. Tanto per cominciare hai messo in luce un fatto che finora non avevo ben considerato, e che mi pare vero: per me, in ultima analisi, non vi è un limite netto tra sentire e pensare. Direi che i due processi sono l’uno il prolungamento dell’altro, e questo soprattutto nei momenti di calma, quando si sfiora uno stato di concentrazione che consente di aprire la mente, di vedere oltre i confini entro cui vengono relegate le cose, il sapere, il sentire. Coltivare la passione per la poesia e studiare matematica sono azioni che conducono a risultati differenti e che a volte esigono un impiego di facoltà diverse, ma l’atteggiamento mentale che ci porta a conoscerle, a praticarle e soprattutto ad amarle può essere molto simile. Sebbene per motivi differenti, la matematica e la poesia si sono insediate nella parte profonda della mia mente, e adesso sono entrambe diventate lenti attraverso le quali guardo il mondo. Forse è per questo che colloco matematica e poesia in luoghi assai vicini, con alcune parti che si sovrappongono. All’interno di questa intersezione metterei tutto ciò che produce la mente mentre pensa e sente, mentre pensa e sente che occorre immaginare, andare oltre la semplice descrizione della realtà. Non è detto che la mente produca versi o riesca a dimostrare un teorema, la bellezza sta nel pensare, nel sentire, nell’immaginare. (altro…)

Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza

Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza, Samuele Editore 2017

Con un dettato che ha nella chiarezza, nella capacità di raggiungere e colpire chi legge senza perdersi in giri tortuosi, i testi di Breve inventario di un’assenza si muovono tra i poli dell’evocazione del passato, espressa al tempo imperfetto, e della prefigurazione dell’avvenire, che appare, come è naturale aspettarsi, al tempo futuro.
Il convitato di pietra dei nostri tempi, il lutto – il dolore, il senso lancinante della mancanza – è in questa raccolta allo stesso tempo motore e oggetto dell’opera poetica, senza meandri, senza sottintesi.
A tanta apparente semplicità corrisponde, è bene sottolinearlo, una impalcatura frutto di un progetto compositivo ben definito. La progettualità nella composizione non si manifesta soltanto nella articolazione della raccolta in tre capitoli – La terra intatta, Inventario, Muri – ma anche nei versi di ogni singolo testo.
Sono composizioni per lo più brevi, composte prevalentemente da una strofa – alcuni soltanto si articolano in due strofe – con misure metriche che solo raramente superano l’endecasillabo e che hanno il loro nucleo, vale a dire il verso finale che condensa il messaggio e si imprime in molti casi sotto forma di settenario o novenario, preparato abilmente dai versi che precedono.
Nella precisione del comporre non è contemplata l’ansia di innovazione formale a tutti i costi, anzi: i riferimenti a quanto letto e scritto in precedenza (penso al “canto di pianura” così ricco di suggestioni letterarie, ivi compresa, tra le più recenti, quella che si richiama a Il peso di pianura di Nadia Agustoni) si inseriscono organicamente in un’opera senz’altro unita da un forte filo conduttore, dotata dunque di spiccata organicità, come fa notare Gabriela Fantato nella prefazione.

© Anna Maria Curci

Una scelta di poesie da Breve inventario di un’assenza di Michele Paoletti è stato pubblicato su Poetarum Silva qui.

Francesco Indrigo, da “Nissun di nun/Nessuno di noi”

La pasiensa da la puisìa

Coma no vê dôl cuant ch’a ven
scjassàda, strassinada ta li’ plazis,
preàda, lustràda e laudàda
dai ciantors da li’ rimis.
Opùr tignùda in cont, travuardada
da ociàdis ordenaris in aulis
rimessadis. E po sglinghinaments
di bussùtis e incens sparnisàt.
Passàda tal tamès da capelans
studiàts o vint savoltant segnàt
cul det, a spissigâ li’ cuardis
da la calcolada dismintiansa.
La pasiensa da la puisìa a no conòs
viars. Epùr ‘i l’ài vidùda ta l’ultima
fila, li’ giambis a cavalot, i dets luncs
a polsâ tal grin e ridi cunt’un ‘pena,
‘pena lizierut scjàs dal seòn.

La pazienza della poesia
Come non provare compassione quando viene / strattonata, trascinata nelle piazze, / invocata, incensata e lodata / dai cantori delle rime. / Oppure preservata, protetta / da sguardi volgari in aule / damascate. E poi tintinnii / di ampolle e spargimento d’incenso. / Passata al setaccio da chierici / eruditi o additato vento perturbante / a pizzicare le corde / del calcolato oblio. / La pazienza della poesia non conosce / verso. Eppure l’ho vista nell’ultima / fila, le gambe accavallate, le lunghe dita / a riposare sul grembo e sorridere con appena / un lieve sobbalzo del sopracciglio.

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PoEstate Silva #11: Annalisa Ciampalini, da “Le distrazioni del viaggio”

 

Amo le ragazze che studiano nell’oscurità
e smaniano per una soluzione,
per il numero giusto che riempie la pagina.
Amo le loro case che le guardano
e le coperte di lana variopinta.
Ripassano l’esperimento mentale
con la testa sprofondata nel cuscino.
Hanno lineamenti che seguono il pensiero
la bellezza indeterminata dell’universo.

 

Tornerà l’aritmia dell’inconcepibile
e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere.
Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
Continueremo a non vedere lo spazio
che s’incurva a non credere la conchiglia
possa raccogliere il mare. Conteremo
soltanto le ore di luce, nel buio
grandi archi uniscono le case. (altro…)

PoEstate Silva #6: Sandro Pecchiari, da ‘Scripta non manent’

FADO MENOR

un passo, una strofa repentina
da un tempo ormai riposto
la nostalgia si sbraccia d’improvviso
aspra ampia di cristalli

stanotte non sorrido il mio sorriso
d’un posso ancora farcela
appoggio le labbra sul bicchiere
come per baciarti da lontano

 

GEOGRAFIA DI FABRIZIO – versione originale

se provavo a trovarti
disegnavi sentieri
o li scoprivo
e la carta li mutava

ti tracciavo come un’isola
e credevo che l’andare
si sarebbe inanellato
sul tornare
in un gioco dell’oca
agli ultimi vagiti

mi accoglievi nella nebbia
mi affidavi come un bimbo
mi abbracciavi ormai sperduto
ti parlavo dal mio arrocco
e non capivo

non eri un’isola
eri una nebulosa (altro…)

PoEstate Silva #4: Erminio Alberti, da ‘La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro’

 

VASSALLAGGIO

donna che il volto celate al suo sguardo
lasciate che Serlo vi possa omaggiare;
vi offre servigi, in onore egli soffre:

mai vidi le ginocchia sue toccare
terra e omaggiare alcun uomo potente;
forse al suo zio, null’altri: eppure

per voi in terra come biscia movrebbe.
Egli ha buon sangue, e illustri natali,
dai prodi daci la pianta discende:

se invero Sigfrido prese la bella
Brunilde, di Serlo parvenza avrebbe
il loro figlio. Le vesti più ricche

egli ha indossato, le donne di corte
tutte ha implorato perché cucissero
di oro e diamanti una tunica, che

davanti alla vostra bellezza possa
non sfigurare. Lasciate che giostri
sotto la vostra finestra! Che possa

mostrarvi coraggio e valore, come
è d’uso nella battaglia all’eroe:
ciò che vi è chiesto è solo uno sguardo

(e la sua vita sarà in mano vostra):

 

Pace sono le verdi colline che si stagliano
silenziose al sole gentile d’aprile

Pace gli orizzonti vasti
del mare verso il limine confine
del senza fine

Pace le grandi nubi che brucano come vacche grasse
l’erba fine delle stesse colline
e non è mai stasi, è sempre conflitto e scontro.
Ma sentendo il clangore che genera il logos
giunge all’animo Pace, nonostante le mani vogliano
impugnare di nuovo la Spada.

.

Erminio Alberti, La vita le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro, Samuele editore, 2018

PoEstate Silva #2: Francesco Belluomini, da ‘Ultima vela’

 

Come se disarmato sulla testa
d’albero del velame di quest’ultima
regata, sulla boa di sopravvento
tentassi completare la bolina
con la vela rimasta nel pozzetto,
per prendere le raffiche di poppa
e tagliare la linea del traguardo
nel valzer dell’insolite strambate.
Un percorso da stato d’emergenza
da vero giramondo dei mestieri,
non mancato scontare mio peccato
doppiando pure quattro continenti.

 

Non avere più nulla da mostrare
non significa farmi qualche giro
di respiro sul molo di Viareggio
o lungo le pinete disastrate
dal tempo e dall’incuria dei tutori,
che tanto son finiti quei valori.
Ma posso sempre rendermi presente
narrando con la forma prigionata
il tempo dell’esposta controversia,
allineando quest’ultimo poema
dopo quelli che stanno decantando
ancora sul fondale del cassetto. (altro…)

Francesco Sassetto, Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017)

sassetto xe sta trovarse

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far. (altro…)

Monica Guerra, Sulla soglia (Nota di Melania Panico)

sulla soglia Guerra.jpg

Monica Guerra, Sulla soglia (On the threshold; traduzione di Monica Guerra e Patrick Williamson), Samuele editore, 2017

Si resta sulla soglia per vari motivi. Si resta per guardare con occhio attento e quasi distante, tra il sospettoso e il pauroso.
Si resta per attendere una risposta, perché non ce la si fa a stare completamente dentro una situazione che fa male.
Si resta sulla soglia per segnare il confine tra questa e quella parte, tra noi e noi, quando il confine diventa un modo per riflettere anche su se stessi: ciò che siamo stati, ciò che non siamo più, ciò che siamo diventati.
Il libro di Monica Guerra è tutto questo. È un libro che riflette sulla questione del restare. Come se restare, il compito di chi resta, chi non va via, fosse una responsabilità. La responsabilità della vita: «la catena che non spezzo», nonostante tutto perché «morire è un’isola/ perché morire/ non è come dirlo».
Restare è anche una prova. Infatti il libro è un viaggio (anche cronologico) a ritroso, a ripercorrere il perché e il come del saluto (che è il titolo della prima sezione). Monica Guerra parla del tempo come ripetizione del gesto e in alcuni punti diventa esplicito il suo riferimento al “ciclico”: «morire è un gesto/a ripetizione […] la separazione non esiste».
Come a dire che nulla è definitivo, tranne l’amore come motore e pena, non soltanto ricordo ma stella fissa sempre splendente – quando effettivamente resta in alto come punto a cui guardare – per trovare una direzione. L’estrema sezione del libro si intitola proprio Il ricordo: tutto si è già compiuto, anche l’elaborazione della distanza, anche la fermezza e il commiato, la vita che non mi fa dormire e poi l’epilogo: «pensare che sondavo il morire/ dov’è ora il mare». Qualcosa che somiglia alla grandezza.

© Melania Panico

6 Luglio 2016

la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito
che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto. (altro…)