Samiszdat

POETARUM SILVA – IL READING – REGGIO EMILIA

 

è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

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http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

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http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

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Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru) 

POETARUM SILVA – L’ANTOLOGIA

AAVV – Poetarum silva – Ed. Samiszdat – Parma

 

Per acquistare il libro senza carta di credito

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Poetarum Silva

Antologia di prosa e poesia

a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri, Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

 

Cristina Bove

 

Allora ti avvicini con la bocca

alle cose sentite dire altrove

che non sono le tue

raccogli cenci

spolveri le travi 

– i ragni li farai infelici –

e se pronunci ancora altre parole

otterrai sei monete e due lustrini

di fandonie sgargianti
 

tu non conosci decerebrazione

l’essere solo corpo

– il pesce anfiosso –

il suono delle cellule che cade

transitorio

giù per accenti tonici

emerge da cunicoli

deflagrando crisalidi

– l’atropa sfinge –

separata ristagna e si nasconde

sotto lemmi e cifrari

l’anima mia

per un destino d’ali.

Giovanni Catalano

 

Quando dei volti amati

si perderanno i tratti e resteranno

le stanze senza musica

o nella cenere delle mansarde

le borse di pelle

piene di carte di giornale

accartocciate,

i due cappelli di lana,

un vecchio abete artificiale.

Nemmeno noi

che di questa vita

abbiamo amato gli angoli

e nella notte gli altri

poco prima di svegliarsi.

Persino noi,

la stessa distanza.

Piegati in due

a far combaciare i lembi

tra l’indice e il pollice

e un passo contro l’altro,

in due, in quattro, in otto.

(altro…)

L’INCANTO DELLE PAROLE

DOMENICA   9  MAGGIO  ore 18.00

Galleria d’arte La Metamorfosi

Piazza Fontanesi – Reggio Emilia

 

“L’INCANTO DELLE PAROLE”

 

READING COLLETTIVO  CON

 

VELVET AFRI

ENZO CAMPI

GIANCARLO CAMPIOLI

CLAUDIO BEDOCCHI

NADIA BONEVA

ELENA LUSVARDI

ROSSELLA PENSERINI

  (altro…)

Quartetto d’archi (dedicata a Arthur Rimbaud)

Quartetto d’archi

(dedicata a Arthur Rimbaud)

I)

Ecco il suono

che trapassa il silenzio

come un violino scordato

che ferisce il buon senso,

ecco il colpo

sferrato,

con forza,

dalla spada sguainata dello sdegno,

ecco l’alba

illuminarsi in un lampo

e mortificare

il trionfo

della folle, magnifica tenebra

che ha guidato

i miei piedi scalzi

su quei ciottoli acuminati

che un dio increscioso

ha disseminato sulla mia strada.

Ho perso l’altezza,

ho smarrito la gravità,

non ricordo più

quel verso aureo,

inciso col fuoco,

sulla lastra di marmo della tomba

dei miei avi periti

sotto il giogo dell’inquisizione.

Sembra quasi vino

quell’acqua

che il demone

dispensa

in Rue Soufflot

a tutti quelli che,

come me,

non possono permettersi

il lusso di dormire

e vagano,

senza sosta,

alla ricerca di un’offesa.

Ecco l’ennesima prova,

che sia finalmente l’ultima?

Ecco la sfinge

che sparge il suo seme maligno:

 “ciò che rotola dal pendio

è polvere all’alba,

un sasso a mezzogiorno

e un macigno la sera”.

Chi è che dà voce all’enigma?

Una donna, senz’altro!

Una madre che getta i suoi figli

nella bocca famelica

di Nostra Signora la Vita,

quella signora

dallo sguardo beffardo

che il latte

ha trasformato in veleno.

Ho smarrito il suono del violino

reiterando il boato del macigno

che si schianta

sui corpi pietrificati

di chi non riesce a sciogliere l’enigma.

II)

C’è come un soffio diverso quest’oggi,

una specie di brezza glaciale

che proviene da oriente.

Cos’è che vibra ancora?

Forse quell’urlo selvaggio

che risuona, flebile,

diradandosi nell’eco

di un gesto guerriero.

C’è un cielo plumbeo quest’oggi,

è costellato di nubi

che sembrano di marmo.

Dietro il nero velo della morte

non s’odono che singhiozzi

e le lacrime

precipitano

come chicchi di grandine

su una lastra di vetro.

C’è un sentore di morte quest’oggi,

e tutte queste garze

che fasciano il mio corpo

sono sempre più nere.

Presto,

un litro di quello buono,

un rosso al nero

come il sangue aggrumito

di tutti gli eroi

caduti

sotto il fuoco

del plotone d’esecuzione.

C’è  un nero invadente quest’oggi,

più nero delle ali di un corvo

e del carbone ammonticchiato

sulle rive del fiume.

C’è uno strano silenzio quest’oggi,

non sento voci d’araldi

né acuti d’eunuchi sviliti.

Dov’è il banditore?

Dov’è la sinfonia?

Cos’è questo silenzio protratto?

Dove sono i barbari?

Un invasato in più o in meno

non danneggia

il quadro della passione,

la scena dell’apocalisse

è già gravida

d’ossa spolpate

e fumi rancidi

di carne bruciata.

C’è un odore di cancrena quest’oggi,

una musica di miasmi

e piaghe purulente

infestate dai vermi.

C’è una gola arsa dalla febbre quest’oggi,

c’è un povero malato

che ha sete

e che chiede

solo

un ultimo bicchiere d’assenzio.

III)

Castello di sabbia,

rorido,

malato…

Son forse bottoni di carne

quei due punti luminosi

che svettano

sulle cime ellittiche

delle torri?

C’è un unto blasfemo

nell’idea del ritorno,

quel viscido che impera

nel segno del comando,

che si pone di fronte

ed ostenta la sua forza.

Osservo il sole

deflorare la stanza

in strali inauditi

tra gli scuri socchiusi

e i vetri azzurrati

sulle note cristalline

di un pianoforte

dimenticato

da dio e dagli uomini.

Castello di sabbia,

umido,

infetto…

Son forse due uomini

quei corpi avvinghiati

che fanno capolino,

a tratti,

dalle lenzuola di lino

ricamate con trine d’altri tempi?

Ecco la morte al lavoro

nell’inesausto fluire della vita,

un sorriso amaro,

residui di saliva e di sperma

sulla coscia

incollata all’addome.

Perché tutta questa luce?

È forse un supplizio?

Un olio,

viscido,

sgocciola dal soffitto

mirando all’unghia dell’alluce.

Dall’altra parte del letto

lo sbottìo fastidiato

di chi pretende l’ozio:

“chiudete quegli scuri”.

 Un rintocco di nocche

alla porta,

un raggio

di un blu più intenso,

un’intera secchiata d’olio

ed ecco la cameriera,

seminuda,

i seni e il pube ricoperti

da un leggero velo d’organza,

ecco la donna

avvicinarsi

coi frutti del bosco

e il caffè rubato

in quei paesi lontani

ove fluiva

la mia voglia di libertà.

Castello di sabbia,

fangoso,

increscioso…

Separare l’azzurro dal cielo

vuol dire, forse,

separare la donna dall’uomo?

Quella visione d’organza,

trapassata

dall’incombere del turchino,

si soffermò

sulla mia barba incolta

lisciandone

il pelo brizzolato.

Con le sue mani di velluto

formò una treccia,

poi un’altra

ungendole con l’olio

raccolto dall’alluce,

poi d’improvviso s’alzò

e spalancò gli scuri.

L’azzurro si fece da parte

e fu un tripudio

d’aurea luce,

una cornacchia

entrò nella stanza

starnazzando

il verbo dell’aberrazione.

Il mio corpo nudo,

umido e unto,

si levò dal torpore,

mi inginocchiai ai piedi

della visione d’organza

e recitai

la preghiera del mattino:

“Ah, giovinezza!

Quel tratto smarrito

del passo spedito dell’incoscienza,

qualche grugnito,

qualche risata

e la lascivia

intorno ai tavoli

ove si consumava

il rito dell’oppio.

Ti saluto giovinezza,

con l’inchino irriverente

di chi ha usato il tuo nome

nell’abuso e nel sopruso;

un rivolo verde

di bava d’assenzio

scivola

dagli angoli delle mie labbra

e precipita

sulle mani tese

ad invocare

l’ennesima tenebra

in cui mortificare

definitivamente

la luce.

È il mio saluto.

Fanne tesoro”.

C’è un unto sacro

nell’idea

di un viaggio senza ritorno,

quel viscido destituito

privato del comando,

destinato a soggiacere

sotto il peso del destino.

Ricordo la luna

sovrastare il mio corpo

in un perlaceo amplesso

scandito dal canto suadente

di un coro di ninfe.

Son forse due donne

quei corpi avvinghiati

che fanno capolino,

a tratti,

dalle lenzuola di rugiada

ricamate

con lembi di pelle umana?

A chi appartiene

quella pelle

usata come ornamento?

Ecco la morte al lavoro

nell’esausto fluire della vita,

un pianto sincero e sofferto,

ettolitri di bile

in un tripudio

di sperma inacidito

nella piaga aperta sul costato.

Si disfa il castello

nella marea

che avanza implacabile

e trasale il mio sguardo

al chiodo dell’inevitabile.

 IV)

Pregusto già l’inferno

come degna ricompensa

al mio gesto

e sono sicuro

che è eroico

morire poveri

in una vampa di fuoco.

L’acqua è tiepida,

un gruppo di mercenari

ha affondato il battello,

i miei uomini si sono dati alla fuga,

cos’altro mi resta da fare?

Potrei invocare gli avvoltoi

e ballare sui cadaveri,

potrei dissetarmi

in quel brodo catartico

che ancora s’ostina

a fluire d’intorno.

Potrei sognare una donna

e un calice d’assenzio,

potrei desiderare un uomo

e lo stelo di un papavero,

potrei sfibrare il mio fallo

nell’ultimo amplesso selvaggio

e gridare al vento:

“eccomi, sono pronto”.

Potrei volgere lo sguardo

a quel dio

che mi ha sempre ignorato,

potrei impostare la voce,

come un attore consumato,

e dirgli:

“guarda, questo è quello

che sono diventato”.

Eccomi quindi

nell’angoscia che sale,

eccomi ripercorrere,

con lo sguardo teso e vibrante,

le nefandezze di tutta una vita.

Chi può conoscermi

meglio di me stesso, chi?

Chi può sapere

cosa  mi ha dato il passato, chi?

Nell’alchimia del verbo

scrissi dell’idea

di una libertà assoluta

camuffandola in follia

e parlai di una scintilla

come tramite per il crollo.

Sì, certo,

sono un barbaro e ho sete di sangue.

Cosa mai potrà darmi

quest’acqua meticcia

che ristagna

tra i relitti

del mio battello sventrato?

Cosa mai potranno darmi

quei cadaveri

che hanno già urlato l’addio?

Eccomi,

questi sono i miei ultimi sospiri

e la voce

comincia a tremare.

Ah!

Se potessi rinascere adesso,

se potessi urlare

al mondo intero

il mio primo vagito…

Chi può odiarmi

meglio di me stesso, chi?

Chi può amarmi

meglio di me stesso, chi?

 (scritta nel lontano 2002 e pubblicata nel 2009 in “L’inestinguibile lucore dell’ombra”- Samiszdat Edizioni- Parma)