Salvatore Satta

Festlet #4: Umano

George Saunders (al centro) a Palazzo Castiglioni

Saunders ci dice immediatamente che Lincoln, all’apice della sua notorietà, era anche un uomo all’apice della sua sconfitta. L’uomo che negli anni sessanta dell’800 diceva che ogni guerra era civile perché riguardava l’uomo, doveva «coniugare l’immane dolore della perdita di un figlio piccolo con il dovere di mantenersi saldo nel suo ruolo». Marco Malvaldi, che lo intervista a proposito del suo romanzo (appunto Lincoln e il Bardo, dove il Bardo è il luogo buddista di intervallo tra la morte e la rinascita), gli domanda come sia riuscito anche lui, da autore, a gestire una contraddizione: quella di poter scrivere su registri commoventi senza perdere mordente negli inserti di ironia. Saunders risponde che dovrebbe sempre essere, nella scrittura, come con la bicicletta: saper pendere da un lato e saper riequilibrare dall’altro. Nel caso di Lincoln aveva cominciato, continua, in un tono troppo tragico, e solo dopo qualche lettura ha deciso di iniettare delle dosi di ironia. Come del resto da giovane, quando «tendevo a togliere ogni passo ironico quando volevo essere tragico e in altri casi a far ridere a ogni costo: non avevo capito che il segreto era l’equilibrio». (altro…)

Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

(altro…)

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

La Domenica (il giudizio) e Salvatore Satta

san paolo 2013 - gm

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto.
Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all’isola): ma il doppio cognome era solo un’apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l’usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull’uno e sull’altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d’ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell’ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare su toccu pasau, il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L’indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l’intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l’ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c’è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa’ è Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com’erano ciascuno nell’avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?

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Non c’è il minimo dubbio che Pietro Catte in astratto non sia una realtà, come non lo è alcun altro uomo su questa terra: ma il fatto è che egli è nato ed è morto (lo attestano quegli irrefutabili atti), e questo gli dà una realtà nel concreto, perché la nascita e la morte sono i due momenti in cui l’infinito diventa finito, e il finito è il solo modo di essere dell’infinito. Pietro Catte ha tentato di sottrarsi alla realtà impiccandosi all’albero di Biscollai: ma la sua è stata una vana speranza, perché non si può annullare il proprio essere nati. Per questo io dico che Pietro Catte, come tutti i miseri personaggi di questo racconto, è importante, e deve interessare tutti: se egli non esiste nessuno di noi esiste.

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Salvatore Satta – Il giorno del giudizio – Adelphi

in-side stories #6 – Limba

biennale arte 2011 - foto gm

in-side stories #6  – -Limba

(ad Andrea Parodi, in memoria, e a Bruno Lai)

C’era questa cosa della Sardegna e dei sardi. C’era questa cosa di cui aveva sentito parlare, qualcuno glielo aveva raccontato. Questa cosa ricordava da molto vicino un luogo comune, eppure sembrava non esserlo. Questa cosa diceva, più o meno, che i sardi (specie quelli delle zone interne) sono riservati, silenziosi, solitari. Diceva che i sardi ci mettono molto a concederti fiducia e quindi la loro amicizia, ma che quando questo accade poi è per sempre. Sapeva questa cosa della Sardegna e, poi, che fosse una terra di rara e selvaggia bellezza. Quando gli proposero il trasferimento a Orosei, in provincia di Nuoro, per coordinare l’apertura di una nuova filiale della banca per cui lavorava, sapeva quelle due cose della Sardegna e che aveva una gran voglia di andar via da Roma. Gli sembrò sufficiente e (ci mise ventiquattr’ore a rispondere) accettò. Le informazioni minime che riuscì a reperire gli dicevano che Orosei era a un paio di chilometri dal mare. e che le spiagge presenti nel suo territorio erano bellissime. Il conforto del mare gli sembrò la cosa decisiva da conoscere sul territorio. Due mesi dopo partì. Passarono i primi sei, forse sette, mesi in cui i suoi rapporti con altre persone si limitarono soprattutto a quelli lavorativi o di sopravvivenza: la spesa, l’acquisto dei giornali, la colazione al bar. Il tempo libero lo trascorreva a leggere, o a fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, era inverno, e gli andava bene così. C’era un uomo della sua stessa età con il quale si incrociava ogni tanto al bar, si salutavano e basta. Aveva notato che l’uomo portava sempre un libro con sé, leggeva seduto a un tavolino del bar. Alcuni li aveva letti anche lui, ma fu un libro che lo convinse a rivolgergli la parola e a fargli pensare che potessero diventare amici. L’uomo stava leggendo Bambini nel tempo di Ian Mc Ewan, un libro doloroso, che aveva molto amato. Si avvicinò, gli parlò del libro, l’uomo, Pietro si chiamava, gli rispose, scambiarono qualche parola e si salutarono. La loro amicizia cominciò così, chiacchiere da un paio di minuti, soprattutto sui libri, sulle letture del momento di entrambi. Decise di andarci cauto, ricordava della cosa che sapeva sui sardi. Intanto aveva aggiunto i Tazenda ai suoi ascolti musicali, trovava che il sardo fosse una lingua molto musicale e che la loro musica non fosse affatto banale. Il cantante, poi, aveva una voce meravigliosa. Chiese a Pietro se avesse voglia di aiutarlo con la traduzione dei testi.  Pietro sorrise, un sorriso sincero, aperto e disse: <<Il sardo non si traduce ma se vuoi posso aiutarti a comprenderlo. Ricorda, però, che per comprenderlo devi imparare ad amarlo.>> Presero a vedersi di sera a casa dell’uno o dell’altro. Pietro era molto organizzato, aveva libri in lingua logodurese, poesie in lingua. Soprattutto aveva le proprie origini e storie da raccontare. Presero a confidarsi, erano due solitudini di origine diversa, quella di Pietro era quasi naturale, la sua, invece, era indotta. La scelta della Sardegna era semplicemente l’unica possibilità di sopravvivere che gli era rimasta. Facevano qualche passeggiata in spiaggia anche se Pietro non amava il mare e giravano spesso in paese e in qualcuno di quelli più piccoli della zona. Pietro diceva che per imparare la lingua di quella terra, avrebbe dovuto imparare la gente, avrebbe dovuto ascoltare le loro storie. Pietro gli domandava di Roma, la capitale del continente, la chiamava così, diceva che un giorno avrebbe voluto andarci, per via della bellezza, e poi a Milano che lì suonavano il jazz. Lui, invece, cominciava a sentirsi a casa in quei luoghi del silenzio, in quella vitalità aspra e respingente. Una sera a cena, il giorno dopo essere stati al Carassecare , ancora euforici per aver visto le maschere, gli antichi riti della Barbagia, Pietro disse che entro pochi giorni sarebbe partito per Londra, aveva un fratello che viveva lì da molti anni e che aveva problemi di salute, si sarebbe fermato da lui per un po’. La notizia fu pesante da digerire ma fece finta di niente, continuò a mangiare e a bere vino come se niente fosse., facendo brindisi e augurando a Pietro qualunque cosa. Mentre facevano due passi verso casa, e si promettevano di scriversi, Pietro mise la mano nella tasca del giaccone e tirò fuori un libro, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. <<Per quando sarò via.>> E aggiunse mentre glielo porgeva: <<Qui dentro c’è tutta la Sardegna che ti serve, ma non solo. Qui dentro c’è tutto.>> Pietro partì due giorni dopo, non si rividero mai più. Si scrivevano, Pietro aveva deciso di restare a Londra: si era innamorato di una donna tedesca che stava lì. Si promettevano visite che poi all’ultimo momento nessuno dei due portava a compimento. Dopo un po’ non si scrissero più, perché così vanno le cose. Ma non si dimenticarono mai l’uno dell’altro, proprio come fanno i sardi. Non si mosse più dalla Sardegna, aveva imparato l’alba sulla Marina di Orosei, aveva imparato la gente.

Nota al testo: Limba in logodurese significa: lingua

© Gianni Montieri

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Tazenda – Carassecare (album Tazenda 1988 – di P. Marras e L. Marielli)

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Deus, ses in s’aera?
Deus fattu a bisera
Cras a mandzanu bo’ lasso sa vida e micch’ando
Cras a mandzanu su mundu affanculu che mando

Deus, bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende

Balla chi commo benit carrasecare
A nos iscutulare sa vida
Tando tue podes fintzas irmenticare
Tottu s’affannu mannu ‘e sa chida
E su coro no, no s’ispantada
E sa morte no, no chi no b’intrada
E sa notte fraga’ ‘e bentu de beranu
Ses cuntentu?

Deus, a mala ‘odza
Soe solu che foza
Chito su entu a mandzanu at a benner cantende
Amus a facher muttetos in paris riende
Deus bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende
———————————————-
TRADUZIONE IN ITALIANO

—— Carnevale ——

Dio, sei nell’aria?
Dio reso ridicolo
Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado
Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia guardando
Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale
A scuoterci la vita
Allora potrai anche dimenticare
Le grandi preoccupazioni della settimana
E il cuore no, non si stupisce
E la morte no, non c’entra
E la notte sarà invasa dal vento della primavera
Sei contento?

Dio, per forza
Sono solo come una foglia
Di mattina presto verrà il vento cantando
Canteremo insieme ridendo
Dio esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia vedendo
Gli agnellini saltare

***

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