Salvatore Ritrovato

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (lettura di Salvatore Ritrovato)

Andrea Lanfranchi, La voce obliqua, ArcipelagoItaca, Osimo 2018

Il teatro naturale della poesia è la terra, e ogni poeta che conosce il suo lavoro lo sa, dal momento che si riporta – con maggiore o minore consapevolezza – all’esempio di Esiodo, il primo a tradurre, in Le opere e i giorni, il suo malessere privato esistenziale su un orizzonte georgico e cosmologico. Il poeta che parla dei suoi luoghi non lo fa per omaggiare la toponomastica, ma per trattenere per sempre, sulla pagina, l’aria del luogo in cui vive, assimilarla nel sangue, nella scrittura. Operazione tanto difficile quanto meritoria, com’è vero che ci rassicura sul fatto che la parola della poesia sa evadere dai termini circoscritti della cronaca personale assurgendo a una dimensione universale, e nello stesso tempo offrire al lettore la possibilità di condividere paesaggi e sentimenti comuni. Penso che siano queste le premesse da cui muovere per avvicinarsi a questa nuova raccolta di Andrea Lanfranchi, La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo, 2018) che svolge in tre sezioni il sentimento di una terra finora poco percorsa dai poeti, l’entroterra dei Monti Sibillini, meno ignota però a viandanti, pellegrini, e oggi giorno a escursionisti di ogni specie.
Nel leggere le poesie di Lanfranchi si avverte chiaramente il senso di una poesia che si è messa in cammino, non per raggiungere una meta, semmai per evitarla o almeno tenerla a distanza; si è messa in cammino per quel puro bisogno, innanzitutto di visione e di ascolto, che nel movimento passo dopo passo si realizza, onde attingere a quella nuova dimensione sensoriale che snida i dettagli dal paesaggio (e lo vediamo nella prima sezione della raccolta di Lanfranchi, l’eponima La voce obliqua), così come la Natura, che ancora regna (ne è la prova estrema il terremoto, con cui il poeta si misura nella seconda sezione, Cratere) nelle regioni del pianeta meno antropizzate, oggi recintate entro parchi nazionali, suscita in una riflessione finale sull’uomo, Tra dono e danno (come recita il titolo dell’ultima concentratissima e sorvegliatissima sezione). Dunque, è mai possibile una riflessione esistenziale sull’uomo che prescinda dalla sua più profonda essenza, la terrestrità, incisa già nell’etimo (da homo, quindi humus, ‘terra’, dalla radice sanscrita bhu/hu)? Domanda retorica; e Lanfranchi stesso ci avverte, in una corrispondenza privata, che occorre guardare di là dalla «concretezza e verità dell’ambientazione», verso una risemantizzazione sostanziale di quegli elementi paesaggistici (fra i quali spiccano le «pietre», quasi a misurare l’immobilità del dove) in cui si affatica l’andare di chi scrive, quindi verso una prospettiva trascendentale, che, se pure non è riconducibile immediatamente all’esperienza del reale, intanto la rende possibile. Questo tenere al centro della poesia l’io non è però un atto di potenziamento narcisistico, ma è solo di autenticazione del soggetto nella misura in cui lo responsabilizza come “uomo” (cioè creatura terrestre) nei confronti del paesaggio. Paesaggio che pertanto diventa proprio dell’io che ce lo mostra e lo attraversa, allorché anche noi possiamo condividerlo, farlo nostro. E questo diventa evidente quando il poeta s’inoltra nelle stesse zone già osservate nel loro stato di profonda quiete, ora colpite dal sisma: non si tratta di una vana nostalgia (nel senso di dolore del ritorno) per una pace perduta, ma di una lucida presa di coscienza che il soggetto, già appartato protagonista di un paesaggio, ora può dissolversi nella parola io che lo grammaticalizza, sì che il suo senso di straniamento personale si preciserebbe, di fronte a un evento geologico così rovinoso, come un timore di estraneità di fronte al vissuto collettivo. Se questo non avviene, la ragione sta nel fatto che l’ultima sezione torna a ricucire i due aspetti yin e yang della natura (o, come direbbe Laozi, il lato oscuro e quello luminoso della collina), e in particolare l’ultimo (è più veloce di te questa scrittura) riapre il discorso riportando la riflessione sulle istanze della scrittura, di quel verso capace di distendersi in ampie volute ritmiche, e di ramificarsi e infittirsi come in un bosco di segni, assecondando il passo-pensiero lento e divagante del poeta in cammino, la sua ambizione non ad arrivare, bensì a sostare e attendere.
È su quest’ultimo aspetto della poesia di Lanfranchi che vorrei richiamare l’attenzione, ricordando come essa maturi raccogliendo i frutti delle precedenti raccolte. Alcune poesie della seconda sezione hanno per qualche tempo oscillato fra una stesura in prosa e una in versi, prima di fermarsi, con provvidenziale scelta, su quest’ultima. Non perché Lanfranchi non creda nel poème en prose, né perché sia un convinto sostenitore della “poesia verso la prosa”, ma perché ritengo non si potesse scegliere dispositivo di versi, avvolgenti ma mai tortuosi, migliore alla ‘dissoluzione’ ritmica della prosa: di là dal loro scarno filtro metaforico (che non ne pregiudica la tensione lirica), queste poesie intendono raccontare la stessa libertà di movimento di chi cammina senza guardare al cronometro, per stabilire qualche nuovo primato; esse, al contrario, rimettono in moto un pensiero poetante, capace di riprodurre, quasi nel tentativo di raggiungere un’affabile continuità poematica, il timbro gorgogliante e sognante di una sorgente che si fa ritmo, di un ritmo che si fa passo, e così si slancia e ricomincia, si spegne e poi riprende, e quindi di un ritmo che si fa corpo che non mette un ego convinto di custodire qualche forma di vita inimitabile al centro del suo cammino, bensì i suoi tanti dubbi, la sua fragilità.

© Salvatore Ritrovato

 

Dalla sezione La voce obliqua

un mattino piccolo

il sole affiora sulle rocce e scova gli uomini, giù in basso
densi tra le case
in un mattino piccolo di un giorno qualunque
come un dio minore trovare la luce che incanta
gli occhi, incagliare in un’ombra di passi

è nelle valli la vita tra questi monti dove i vecchi
hanno la loro tana come i tassi e le donnole vispe
e le pietre cambiano colore nell’arco del giorno e il vento
è una sfinge e abbandona chi ascolta e resta muto
di fronte al suo vessillo

cosa cercate voi sul dorso dei giganti? – cosa vi spinge
nella fatica di salire per poi cedere alla stanchezza?
c’è un’erba magra qui tra questi sassi, e una terra dura
e rugginosa e lucertole e serpi che serrano le pupille
come lame
solo ciò che vedi è nel buio tra i boschi che ammantano
le pareti, e questo è quanto basta per chi sale e si sporge
oltre la vita: camminare e non altro, divenire ciò che si è
e nulla di troppo

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Salvatore Ritrovato, La casa dei venti (rec. di Gianni Iasimone)

La casa dei venti di Salvatore Ritrovato

Il titolo del nuovo lavoro, in forma di elegante plaquette, La casa dei venti (Il Vicolo, 2018) di Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967 ma da decenni urbinate di adozione, che ha al suo attivo molte pubblicazioni in poesia – solo per ricordare le ultime: L’angolo ospitale, (La Vita Felice, 2013), Questa strana pace (Esta extraña paz), Progetto cultura, 2016, Cercando l’isola, (Fiorina, 2017) –, a differenza di tutti i lavori precedenti, più vicini a uno stile fortiniano del primo periodo, straniato e solitario in una incessante ricerca di un “angolo ospitale” dove si possa trovate una improbabile quiete, sembra rimandare a un’immagine di sospensione, a una condizione di dolorosa “esposizione”: ai venti, alle ambasce ma anche alle sorprese, alle meraviglie che permeano un’esistenza del nostro tempo malconcio, sempre più esposta a imput mediatici e superficiali, che sovente vincono facile sui richiami più profondi e millenari, più significativi, necessari.
In tale non scontata prospettiva, in questa piccola raccolta “in verticale” l’esperienza poetica di Ritrovato apre nuove finestre di senso, con riferimenti – pur velati da un colto pudore – alla tradizione del nostro migliore Novecento, un nome per tutti: Volponi e il suo umanesimo letterario e non solo, ad esempio, ma occasione e quadro insolito (precario?) di un detto collettivo non gridato, sempre amaramente sensibile e strutturalmente retorico, lirico, ancorché anti realistico, anti simbolico. Squisitamente moderno e coinvolgente. E se la lettura inizia con una dichiarazione programmatica anti io, dove l’autore scopre subito le sue carte e si apre, squaderna l’io lirico come nevrotico e problematico, come «sentimento mortale di queste pagine», come «padrone in lungo e in largo del suo deserto / di ogni piega o vena di verità che lo ha piagato», come un vecchio (saggio?)e nuovo pater all’interno e fuori delle dinamiche epifenomeniche dell’esperienza, man mano che scorrono agili le pagine della plaquette viene chiara e forte un’immagine più completa di questo autore che qui trova uno dei momenti più ispirati e creativi introdotti dall’esatta, geometrica poesia Bagatelle di viaggio, risolta in otto quartine in cui le assonanze e le rime non penalizzano la resa della sostanza drammatica, esistenziale: «Un uomo in treno, disperato» che «non può urlare», e «un giorno nessuno più lo chiama / ma gli chiede dove sei stai bene? […]».
Ma è più avanti che il nostro “commesso viaggiatore” dell’anima «[…] come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine» (Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, in esergo alla sezione Vuoto a perdere, e altro da me) trova il massimo delle possibilità espressive nelle stanze di volta in volta abitate per viaggi di piacere o di lavoro, sempre vissute come il proprio nido, nonostante la consapevolezza della propria “erranza”, la certezza della inevitabile ri-partenza: «[…] Grande la colpa di chi è nato. / In ogni stanza il silenzio stringe le ombre / a scomparse stagioni, ad antenati senza nome […]», così inconsolato e fraterno “scrive ancora” Salvatore Ritrovato nella bellissima Lasciando Grodek. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

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Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola, Fiorina Edizioni 2017

L’isola, l’approdo a un’isola, il sogno di un’isola, ha accompagnato nell’immaginario l’esistenza di molti di noi; per quanto riguarda la mia generazione, dai romanzi della fanciullezza, prima Salgari, poi Stevenson e Swift, questi ultimi riletti in anni universitari, alle isole dell’Odissea, scoperte nelle ore di epica in prima media e poi riesplorate al liceo e attraverso la letteratura del Novecento. C’è stato poi l’universo di un esilarante bestiario con la Corfù di Gerald Durrell (La mia famiglia e altri animali). E, ancora, la poesia, dal romanticismo di Coleridge e Shelley (e «l’isola de’ poeti» di Carducci in Presso l’urna di Percy Bisshe Shelley) fino a Hilde Domin con l’isola di Santo Domingo dalla quale la poetessa trae il nome con il quale battezza la sua seconda nascita, la nascita alla creazione poetica.
Leggere Cercando l’isola di Salvatore Ritrovato, “libretto alla leporello”, pubblicato da Fiorina Edizioni e arricchito dagli acquerelli di Sighanda, e tornare, con lo stesso entusiasmo degli anni giovanili, a quella ricerca, è una cosa sola, stavolta, forse, con una memoria di viaggi passati che aguzza lo sguardo e rende tanto più apprezzabile la nota personale, l’arguta inventio così come il nuovo pensoso, meditato approdo.
Nel tragitto da Ulisse/Nessuno a sé, il viaggio è variegato, eppure ha una sua profonda unità. Cercando l’isola – e ‘alla cerca’ ci si imbatte nelle diversità più affini e nelle familiarità più stranianti – si toccano approdi intermedi, si lambiscono sponde di conoscenza e ri-conoscenza.

Ultime notizie di Ulisse mescola abilmente l’atmosfera animata da un viavai di persone – tutte senza nome, sono «uno», «un altro», poi ancora «uno» e infine «la gente» – e dalla polifonia di elementi naturali e indizi di episodi omerici con la sorpresa tagliente del ricordo, che spiazza e sperde sicurezze: «Una lama bizzarra di ricordi recide l’ugola/ della nostra indifferenza a ogni ritorno/ “Nessuno”, disse uno, e si perse fra la gente.»
L’isola del tesoro, esplicito riferimento a Stevenson, ha invece – ecco, subito, emergere la varietà dei toni – il ritmo irresistibile della strofa ricordata da Mark Twain in Punch, Brothers, Punch (che la mia generazione ricorda come “O fattorino dal ciuffo nero”): «Marinaio, salta a bordo, prendi il timone./ Presto si salpa verso l’isola dove fu nascosto/ (né fu mai trovato) il bauletto di Arpagone./ Colà giunto scendi cauto (qualora/ te ne sia dimenticato) nella scialuppa:/ porta un cuscino per stare comodo./ A mezzogiorno guarda in alto sul posto/ vola un colombo travestito da storione;/ laggiù potrai assaggiare anche l’arrosto.» (altro…)