Salvatore Pagliuca

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

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Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Manuel Cohen, L’orlo

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Manuel Cohen, L’orlo (Edizioni CFR 2014)

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Una scelta di poesie introdotta da una breve nota di lettura di Anna Maria Curci

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Leggere, ascoltare (con l’orecchio interiore o, come nel mio caso, riandando con la memoria alle occasioni in cui ho ascoltato dalla voce stessa dell’autore alcuni dei testi qui raccolti quando ancora erano inediti) le poesie de L’orlo di Manuel Cohen, significa trovare, ritrovare le note più autentiche della poesia di Cohen: il ritmo rigoroso a scandire l’intreccio di memoria e constatazione, la lucidissima e inequivocabile esortazione a non sbarrare loro (alla memoria e alla constatazione) la strada, il procedere sapiente di figure, rime e metri, l’attenzione e la tensione sempre alte ed evidenti nella «tramatura di fili tesi» tra assonanze, allitterazioni, enjambement e neologismi taglienti e tagliati per calzare impeccabilmente. Non viene mai meno, nelle quattro sezioni che compongono la raccolta, la tensione che anima il gesto poetico, che orchestra la partitura dal ritmo preciso, che progetta e nutre la struttura di ciascun testo. Mi piace definirla — con un complemento di specificazione che intende abbracciare e comprendere diversi aggettivi:  morale, etico, civile, letterario, artistico, umano e umanistico — tensione dello spirito, lucidissimo nella visione di più ambiti temporali, nei quali si muove con conoscenza profonda e altrettanto profonda sete di conoscenza. Tensione dello spirito, vigilanza dello sguardo, sapienza nel riunire contenuto e forma: si potrebbe obiettare che tutto questo fa parte del bagaglio indispensabile di chi si accinge al viaggio nella poesia. Il tratto che Manuel Cohen aggiunge al bagaglio, che porta sempre con sé senza stivarlo in angoli di difficile reperibilità, è una pietas che non si limita alla riverenza, al semplice, benché doveroso, tributo nei confronti di chi precede, ma salda in modo senz’altro efficace un mai cieco amore con l’impegno a raccogliere il testimone, a non dimenticare, a sottrarre all’oblio, con tanto ammirevoli quanto convincenti intenzionalità programmatica e resa poetica, persone, eventi, scrittori, amorevoli o severi maestri, come dimostrano anche gli esergo a ciascuna sezione. Dopo il mio primo incontro con la poesia di Cohen in Winterreise, del 2012, questa ulteriore tappa giunge a confermare apprezzamento e, nel mio caso, predilezione per il suo modo di concepire e praticare la scrittura poetica. (Anna Maria Curci)

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(strage di via d’Amelio, 19.07.1992)

che ora d’incerta luce ci fu data
che ora – tra giorno e sera – dibattuta
attende la nostra vita ricolma
ora che entra, che sparisce senz’orma
o vago indizio ormai, ora che deflagra
 bomba a bomba la città, la vita agra
 a palermo – come a roma – s’impiomba
cede il campo – paga il dazio – s’inombra.

(p. 13)

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II (la devastata)*

                     (Eboli dal treno a Battipaglia)

“Trenitalia augura ai passeggeri Buon Viaggio”
“Avvisiamo i signori viaggiatori
Che tra 5 minuti saremo alla stazione
Di Salerno”
“Salerno stazione di Salerno
Avvisiamo i signori viaggiatori che siamo
Alla stazione di Salerno
Prossima Fermata Napoli Centrale”

 

fine
gennaio ghiacciato giorno di sole
nel rinnovato parco di Trenitalia
tra Freccerosse d’argento Eurostar
qualcosa del vecchio mondo motorio
è rimasto ancora vivo funzionante
ad esempio sulla tratta Potenza-Napoli-Roma
fa la sua figura l’Intercity-Littorina
sali il giorno dopo la memoria a Bella Muro

tra campi non più arati
finite le fatiche le sementi
archeologici siti ammantati
per mancanza di finanziamenti
10 sindaci commissariati
per illeciti accaparramenti
ma questo dal treno non si vede vedi verdi
costoni monti aguzzi penetrando in gallerie
seriali che incidono il fiume le vallate zigzagando

scorci di pale eoliche pascoli vigneti

finché dopo l’ultimo traforo la vista si spalanca
l’orizzonte mentre il monte si allontana
ai lati ai piedi della piana ovvero vallata
ineducata colata edificata di cemento

rivoli neri discariche diossina
corsi d’acqua cementati / tralicci della luce allineati
fili tra filari fitti di frutteti
casupole campi capanni copertoni
rimesse di imprese Pezzullo-Oro-Di-Napoli
una piana invasa sterminata tra costoni
di monti a picco dirupanti ammassate
depositi palazzoni fabbrichette indotti installazioni
pratoni incolti coltivati capannoni Motta-Casa-Di-Spedizioni

a destra su palazzine a 7 piani a Battipaglia

snulleggiano parabole a sinistra scheletrici
roveti canneti acacie sconce nella piana
ebolana sagome di costruzioni spettri
abusivi mai finiti grandi firme repertuali fornaci
incenerite attività inattive e inoperose di archeologia
industriale depositi della S.L.A. Ditta Trasporti Inurbani
e una scritta sui cementi dei muri contenimenti:

“prendimi ora e per sempre ti amo esageratamente”

sbirri
stazionano silvani alla banchina
per controlli a fumanti marocchini
sotto il cartello Paestum-Litoranea
tra casupole dai tetti d’amianto
ammantate alberelli di mimose
in gennaio già fiorite

mentre la corsa tra i binari

si distende
si srotola
si scorpora
s’apre ad libitum

.                indefinito
.                                         indefinibile
.                                                                    indifendibile
.                                                                                                  continuum

(pp. 18-20)

* I versi sono dedicati al caro amico e poeta lucano Salvatore Pagliuca, e sono stati scritti percorrendo il tratto Roma-Bella Muro il 27 gennaio 2011.

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IX       (la dimorata)*

(il bucato di Jolanda)

e là, nella mansarda centrale
la tramatura di fili tesi
da parete a parete, i versi appesi
alle pinzette dopo i bagni di sale
l’asciugatura in lasse messinesi
onde in foglietti per l’ordine a venire

e, da fuori, una trafittura che sale
a fiotti, a via dei Greci, la dimora
in vecchia muratura inumidisce
lambisce la clausura corporale
là s’espande mondatura di lavanda
insana inchiostratura, insonne Jolanda

(p. 32)

*Jolanda Insana, una delle maggiori poete contemporanee che difficilmente sarà candidata al Nobel, nata a Messina nel 1937 e residente nella Capitale da decenni, ha l’abitudine, molto naturale e artigianale, di appendere i foglietti con i suoi versi, man mano che li scrive, a lunghi fili per i panni fissati alle pareti della sua mansarda romana. Dopo qualche anno, l’intera struttura del libro le appare così, chiara e mondata.
Il testo, qui rivisto, è precedentemente apparso nel catalogo della mostra Incontro con gli autori. 24 anni di Arte, 1989-2012 a Portonovo, a cura di L. Socci, Edizioni Hotel Fortino Napoleonico, Portonovo (AN) 2012.

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(curva sud)

“Il saluto romano ha solo una valenza sportiva.
 Ho incaricato il mio legale da tutelarmi da chi
infangherà  il mio nome”

(Paolo Di Canio, all’epoca calciatore della
Lazio, Agenzia Ansa, 22.12.2005).

ognuno ha la storia che merita
Di Canio ad esempio con quel nome
segnata ha una retta che non evita

la testa secca rasata in elezione
a una fede fiacca una fiaccolina
bislacca il braccio tende in azione

una faccina che dire? più coattina
che scema bruttina non poco lupesca
la parlata oscena repubblichina

nutrito a frattaglie trippa ventresca
venuto su nella sguaiata popolana
opulenta maiala amatricianesca

papalina cialtronesca ulliganniana
altro? la gazzetta dello sport stadio
studio di piede pallone in accademia

blasone da bar centurione gladio
non altro se non che nel clan intra moenia
lo sostiene in una memoria d’inverno

un compitissimo Alessandro Piperno

(p. 51)

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(Mario Luzi)

con tutta la distanza che c’era e c’è
è incredibile quanto ti ami
e ti abbia amato sempre, Mario Luzi
mio maestro amico padre cercato
sempre, uomo a cui mi sono abbeverato
o, inquieto, rifugiato, non ti ho mai rinnegato
o tradito, né mi sono approfittato
ti penso sempre, ovunque tu sia andato

(p. 71)

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*

(Ospedale Pediatrico Bambin Gesù)

A Francesco

“Mi darete un mondo speciale?”
chissà cosa sogni tra le luci a neon le corsie le stanze
le vetrate il pixel della play station le schermate
galattiche di window dinosauri mostri stratosferici
mondi di quark biblioteche di Harry Potter
letture da paura giallefantastiche per fuggire la realtà

chissà cosa aspetti da questa assurda civiltà — realtà
capovolta di fiume cretto o cemento di case
abitazioni strade capannoni orride installazioni
che doni vorresti per il male — alzatacce
corriere spaventi siringhe infermiere interventi flebo
borsette cateteri per il drenaggio – magari un rene

buono per crescere mangiare sperare continuare
leggere studiare sorridere vivere correre giocare.

(p. 77)

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Manuel Cohen è autore di versi, critico contemporaneista e saggista. Si occupa prevalentemente di Poesia italiana, in lingua e nei neo-dialetti, dirige e co-dirige alcune collane di poesia per CFR, Dot.com.Press-Le Voci della Luna, Puntoacapo. Figura nelle redazioni di: «Ali», «Argo. Rivista di esplorazione», «Carte Urbinati. Rivista di Lett. Ital. e Teoria della Lett. Dell’Univ. Degli studi di Urbino», «Il parlar franco. Critica e scrittura neodialettale», «Punto. Almanacco della Poesia italiana», e collabora ad alcuni tra i principali periodici di settore: «Atelier», «Letteratura e dialetti», «Poesia». Suoi saggi e interventi appaiono in volumi miscellanei, atti di convegni e riviste, in Italia, Europa, USA e Latinoamerica (tra gli altri, su: Baldassari, Baldini, Bellezza, Bufalino, Buffoni, D’Elia, De Vita, Finiguerra, Franzin, Fucci, Guerra, Insana, Jabès, Jacottet, Kenaz, Luzi, Loi, Melèndez, Nadiani, Neri, Porta, Rosselli, Villa, Volponi, Zuccato, Zanzotto, i Nuovi autori delle Marche, La poesia romagnola, i Poeti della Svizzera Italiana, la Narrativa d’Israele). Tra i suoi più recenti lavori: L’Italia a pezzi. Antologia della poesia neodialettale (in co-curatela con V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi e C. Sinicco, Ancona, 2014); Appunti di Geocritica, per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea (ATM, Monaco di Baviera, Germania 2013); in uscita è una trilogia che raccoglie tre ampie selezioni di scritti critici 1991-2014: La prefazione. Teoria e prassi, per una apologia del prefatore-mappatore necessario; La recensione. Teoria e prassi. Appunti di Geocritica e manualetto d’autodifesa della critica di servizio e Il saggio. L’intervento, il saggio breve, il mapping e la lettura del testo singolo. Teoria e prassi. Per una critica post-ideologica e contemporaneista. In poesia ha pubblicato: Altrove, nel folto (a cura di D. Bellezza, Roma 1990); e dopo venti anni di silenzio: Cartoline di marca (prefazione di M. Raffaeli, Teramo 2010); Winterreise. La traversata occidentale (nota di G. D’Elia, Sondrio 2012) e L’orlo (introduzione di G. Lucini, Sondrio 2014).