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Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

Joanna Rakoff, Un anno con Salinger (di Giulietta Iannone)

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Joanna Rakoff, Un anno con Salinger, Neri Pozza, 2015, traduzione di Martina Testa. € 17,00. ebook € 9,99

 

L’editoria. I libri. La vita.
Un anno vissuto molto pericolosamente, sfiorando J. D. Salinger.

 

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
(altro…)

Quando dici Mantova # 1- (battaglie)

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In principio ho il dubbio che i volontari del Festival siano creature celesti: se io sbucassi immemore e sprovvista di mappa da una botola in un punto random della città in grado solo di sussurrare l’evento cui voglio partecipare, loro mi indicherebbero luogo, ora e il più comodo punto ristoro lungo il tragitto. Creature celesti. Ma la mia collega ne conosce alcuni, e mi convince che esistevano già.
Mi convinco da sola, invece, che:
1) La battaglia di ieri tra Michele Serra e i suoi giovanissimi intervistatori, moderata da Federico Taddia, mordeva quasi il tallone per brio e verve ironica l’oggetto stesso della discussione: pronti al confronto, gli studenti al microfono hanno gettato ponti o incendiato navi sull’argomento del gap generazionale, e su quella particolare maniera di guardarlo che è la cifra dolente e caustica de Gli sdraiati.
2) Il “Translation slam” dovrebbe diventare materia d’esame, ora di laboratorio in ogni scuola. Stamattina, ad esempio, nell’incontro di apertura di questo ciclo, il traduttore Matteo Colombo ha argomento la necessità di una nuova versione, da lui stessa effettuata per Einaudi, de Il giovane Holden, mentre Anna Rusconi ha tratteggiato il lavoro di Adriana Motti, prima traduttrice del capolavoro di Salinger. Una slide sulle loro teste ha riportato per lungo tempo una citazione di Tim Parks, che comincia così: «Each generation needs its own translators». (E termina, cito a memoria, con quanto rispetto dovremmo ai traduttori.)
Battaglie, insomma. E punti ristoro. E svariate creature celesti.

© Giovanna Amato

Pillole da Mantova #1 – (dieci anni di aspettative)

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Nel 2004 avevo 17 anni e arrivavo a Mantova per la prima volta. Era l’estate tra la terza e la quarta liceo, dieci anni fa. Avevo nella testa tante curiosità ma ero abbastanza confusa su ciò che avrei voluto fare da grande. Ricordo però che il festival mi abbracciò da subito, come un conoscente con cui per l’appunto non hai tanta confidenza ma che ti dimostra da subito che c’è empatia tra voi. Mi sono lasciata travolgere da questa relazione; nonostante i miei 8 anni di volontariato consecutivo interrotti da un paio di pause, non è mai finita e si rigenera ora con uno stupore nuovo. Certi amori iniziati durante l’adolescenza (lo si sa) creano un senso di appartenenza irrinunciabile! E di ‘adolescenza’ si è parlato ieri, nell’evento 9, con Michele Serra presentato da Federico Taddia e da tre studenti di liceo presso la bellissima Piazza Castello [nel 2004 lì ho assistito al mio primo concerto di Patti Smith, dalla prima fila]. I suoi ‘sdraiati‘ sono stati al centro di un dibattito intergenerazionale sorprendente; incalzato da numerose questioni anche provocatorie, Serra ha affermato: «A 16 anni ero uno spocchioso rompicoglioni [ma] non vorrei tornare adolescente; è un’età in cui sei vulnerabile.»
20140904_112216Se ripenso a me stessa allora ricordo il mio spaesamento non orizzontale (come quello del protagonista del romanzo di Serra) anzi, completamente verticale, eppure difficilmente governabile. Ed è anche quella l’età de Il giovane Holden, al centro del translation slam di stamattina (evento 15). La più recente traduzione per Einaudi è a cura di Matteo Colombo, presente presso la Chiesa di Santa Maria della Vittoria con la traduttrice Anna Rusconi; l’evento, moderato da Isabella Zani ha sollevato numerose questioni di approccio ad un romanzo ‘particolare’ come questo, che in Italia uscì nel ’61 tradotto da Adriana Motti. Questo libro, originariamente pensato come un monologo, ellittico e allusivo, presenta un inglese americano già per l’epoca molto contemporaneo; si tratta altresì di una scrittura ricca di ripetizioni ma, al contempo, raffinata in partenza, in cui tutto fa gioco allo stile, dalla sintassi alla punteggiatura. Rimettendo in discussione la traduzione di cinquant’anni fa, Colombo ha ascoltato il testo cercando di lavorare secondo la regola della ‘lealtà’ a detta di Rusconi, la quale recupera con questa definizione Bruno Osimo. Prosegue Colombo: «Ogni generazione merita che un testo venga veicolato nel miglior modo possibile. La lingua era un mio serio ostacolo da ragazzo, e mi dava la sensazione di non poter entrare nel romanzo. Questo è un testo che non ha bisogno di essere giovanilizzato perché questa cosa non c’è in originale. Ho scoperto che poteva reggere, sulla pagina scritta, una traduzione molto più fedele all’originale di quanto pensassi. Volevo sentire cosa questo personaggio tirasse fuori da me. Quando consegno un testo per me è [l’]’inevitabile’.» E prosegue: «Oggi non mi chiedo più [solo] come si potrebbe tradurre ma come si potrebbe vivere senza.»
Nel 2004 venivo a Festivaletteratura per la prima volta e avevo da poco letto Holden (che ho scoperto oggi essere il titolo suggerito, a quel tempo, da Italo Calvino più di recente da Colombo stesso, mentre la proposta di Motti fu Il pescatore nella segale, poi scartato). Nel 2004 ero una liceale onnivora e ‘macina pensieri’. Oggi invece ho scelto cosa farò da grande e penso che il mio tempo qui sia quello che prendo per me, per nutrirlo di aspettative che dieci anni fa non avevo, e che sono cresciute con me, ma anche di sempre nuove domande.

© Alessandra Trevisan