Saggistica

L’America di Baudrillard: l’utopia degli esiliati

Baudrillard from The Telegraph – Getty Images

Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun’altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinei gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: quindi sottolinea la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mai sazia, questo rileva lo studioso.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda ancora il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea Baudrillard, ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice Baudrillard, il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

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Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

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Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

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Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

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Luca Vaglio, Cercando la poesia perduta

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Luca Vaglio, Cercando la poesia perduta, Marco Saya, 2016, € 10,00

 

Introduzione dell’autore

Il testo che apre questo libro ripropone, in una forma ampliata, i contenuti di un’inchiesta pubblicata sul quotidiano online Gli Stati Generali il 29 maggio del 2015 e focalizzata sulla possibile marginalizzazione recente del genere letterario della poesia. Su invito del poeta Biagio Cepollaro, il tema è stato rilanciato in una conversazione, apparsa sul blog Nazione Indiana il 7 settembre del 2015, tra lo stesso Cepollaro e chi scrive. Lo spirito del libro, come pure quello dell’articolo da cui origina, è di interrogarsi sulla condizione della poesia in Italia e di raccogliere punti di vista differenti sullo stato delle cose. Non c’è invece la pretesa di dare risposte, di indicare soluzioni o di sollevare giudizi definitivi. Più interessante e fertile ci pare, salvi alcuni dati di fatto e ammesse tutte le opinioni, alimentare una riflessione sulla posizione attuale della scrittura poetica. Nell’intervista pubblicata nella seconda parte, uscita su Gli Stati Generali il 12 marzo del 2016 e in cui si delinea un ampio percorso storico a partire dalla rivoluzione del verso libero, il professore di letteratura italiana Paolo Giovannetti (Iulm), evidenzia nella poesia degli ultimi tempi un fenomeno simile a quello già capitato alle arti figurative, ovvero una tendenza alla concettualizzazione, a trarre, se così si può dire, senso e fondamento da supporti teorici esterni. Provando a indicare una sintesi, viene da dire che il genere della poesia, sia pure poco frequentato dal grande pubblico dei lettori, e data per certa la possibilità di ricevere linfa da numerosi ambiti, attraverso visioni linguistiche, filosofiche, politiche, economiche, sociali e di altra natura, anche in futuro sarà vitale e caratterizzato da una varietà di forme grazie all’opera di poeti che avranno la fiducia, oltre che il talento, di esplorare e stimolare l’evoluzione, inevitabile, naturale, della scrittura nel tempo e dentro un rapporto di scambio e osmosi intelligente con i diversi linguaggi e, va da sé, con l’esperienza delle cose.

 

due estratti dal primo capitolo: La poesia al tempo di Internet

Un fattore che meriterebbe un esame approfondito è la funzione della scuola. Sarebbe importante capire quanto e in che modo i poeti attivi negli ultimi decenni vengano letti e proposti nelle aule dei nostri licei e dei nostri istituti superiori, al di là degli aggiornamenti dei programmi di studio. A questo riguardo Marco Ragazzi, che insegna letteratura italiana al liceo classico Giovanni Berchet di Milano evidenzia che: “sebbene i programmi di letteratura arrivino almeno fino agli anni ‘80, in molte scuole non si va oltre lo studio di Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Umberto Saba. L’anno scorso ho proposto ai miei studenti un approfondimento su Franco Fortini. Inoltre, pensando di creare così una relazione più intensa con i modi della scrittura contemporanea, ho invitato Umberto Fiori a leggere in classe le sue poesie. So di docenti che riescono a dedicare del tempo a poeti come Andrea Zanzotto, Antonio Porta e Vittorio Sereni, mentre i testi di autori come Milo De Angelis e Giancarlo Majorino sono ancora poco letti nelle nostre aule scolastiche”.
Paolo Zublena, professore di linguistica italiana all’Università di Milano Bicocca, invita a riflettere sul ruolo degli atenei e sul peso che possono avere avuto i contributi critici relativi alla caduta delle distinzioni tra i generi, maturati a partire dal dopoguerra: “Molti dicono che sia stata la poesia ad allontanarsi dai lettori, dalla rappresentazione del quotidiano e a preferire forme tendenti all’illeggibilità. Ma questa ipotesi viene meno se si considera che sono poco conosciuti dai più anche poeti contemporanei la cui scrittura non è per nulla oscura o difficile. La posizione minoritaria in cui si trova oggi la poesia non ha una ragione univoca. È probabile che la crisi dei generi letterari, occorsa in particolare negli anni ‘60, e mai davvero superata dal ritorno postmdoderno alla letteratura di genere, abbia penalizzato la diffusione e la visibilità della poesia, che nella classificazione tradizionale godeva del prestigio maggiore, indebolendone la specificità. E forse, da un certo momento in poi, nel bagaglio culturale del buon professionista non è stato più importante conoscere la poesia contemporanea, come pure del resto avere una cognizione non superficiale della storia. E conviene anche dire che tra gli insegnamenti universitari la poesia del secondo ‘900 non ha molto spazio, a vantaggio della narrativa e della poesia del primo ‘900”.

È possibile che ci si trovi soltanto all’inizio di un passaggio epocale, di una svolta di cui al momento è difficile intuire la portata e di cui la percezione collettiva della poesia e degli altri generi letterari è soltanto un aspetto, una proiezione. Tornando indietro nel tempo, l’invenzione della stampa da parte di Johannes Gutenberg nel ‘400 fu l’origine di trasformazioni sostanziali, rese più facile e democratica la diffusione della cultura, favorì l’affermarsi della riforma protestante e, nel corso dei secoli, alimentò rivoluzioni della conoscenza e tra le classi sociali.
Ma è anche vero che l’uso dei caratteri mobili determinò una cesura con la fase precedente, quella dei manoscritti, e in qualche misura con le modalità di accesso allo studio, con la ricchezza e la profondità dei saperi che quella tradizione millenaria portava con sé. Forse abbiamo di fronte soltanto i primi esiti dello scossone che internet e i media digitali, tra luci e opacità inevitabili, hanno dato alla produzione e alla circolazione della conoscenza, alle dinamiche della politica, della società e dell’identità individuale. Sta nella logica delle cose che, quando si fanno più inclusivi e aperti i modi per acquisire le informazioni, ci siano modifiche e fasi di assestamento nella produzione dei contenuti. E va messo in conto che la mutazione interessi gli strumenti, e a volte anche i criteri, usati per classificare le opere.
Ancora, senza scomodare Marshall McLuhan, basta osservare quanto l’email e le chat hanno trasformato il linguaggio della corrispondenza e delle conversazioni per poter ipotizzare che l’influenza di internet tocchi, con modi ancora difficili da definire, anche i generi letterari. Meritano attenzione anche le riflessioni di Lev Manovich, secondo cui l’era contemporanea è quella del computer inteso come strumento meta-mediale che crea ex novo tutti i media o li converte dalle forme analogiche originarie attraverso una formula numerica, un algoritmo matematico. Il passaggio al digitale, che pure ha già liberato nuovi spazi per la letteratura, come accadde in seguito all’introduzione dei caratteri mobili, viene a modificare l’accesso ai contenuti e la loro fruizione.
Se da un lato è sempre più facile riprodurre i contenuti per un numero indeterminato, potenzialmente infinito di volte, dall’altro si trasforma la relazione, anche sensoriale, con il testo e forse con il suo significato.

© Luca Vaglio

Nuovi Argomenti n. 74: Amelia Rosselli

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Amelia Rosselli, «Nuovi Argomenti», n. 74, 2016

Introduzione
di Maria Borio

«Nel pulsare di tutte le moltitudini». Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza almeno in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’. Nanni Balestrini, con una dedica in versi, ci consegna il suo «attimo in fuga»; Antonella Anedda, con una inedita poesia-saggio, restituisce un’interpretazione dell’incastro ibrido che lo sguardo a più livelli e a più voci della Rosselli può suggestionare; Roberto Deidier disegna uno scatto-documento emerso da un originale inventario privato.  La vocazione di questa poesia ricrea, forse prima di tutto, l’affollamento dell’inconscio di un’interiorità contemporanea che pulsa come un sismografo in uno scambio tra l’esperienza e la storia, tra l’io e un essere – o ritrovarsi – personaggio. E il poeta, come Amelia Rosselli amava definirsi abolendo le distinzioni di sesso o scale d’appartenenza, è un universo che si compone e solidifica nei legami sonori, semantici e grafici, un universo che Stefano Giovannuzzi porta alla luce nei nodi tra la scrittura e la biografia, Alberto Casadei attraverso le possibili funzioni dell’inconscio biologico-cognitivo, Caterina Venturini nel rapporto tra la figura della madre e la psicoanalisi, Alessandro Baldacci nella ricostruzione di un simbolico mondo di presenze animali. Caso unico nella poesia italiana del Novecento, la Rosselli fluttua in una solitudine eccentrica e «quadrata», che le permette di strizzare l’occhiolino a Sanguineti e alla Neoavanguardia, come ben ricorda Gian Maria Annovi, o ai palinsesti dei cosiddetti Novecento e Antinovecento, di cui parla Gandolfo Cascio scrivendo sul poemetto La Libellula. Nella sua unicità, tra la «variazione», che lavora musicalmente, e il «documento», che usa l’individualità come filtro della storia, la Rosselli tende a spossessare l’intenso inconscio lirico per farlo rifluire in una sorta di inconscio collettivo, in una sola moltitudine, incontro di tutte le moltitudini, con uno «sforzo per essere autentici», come diceva Amelia di Boris Pasternak, come scrive Laura Barile commentando i Nonnulli, e come si legge nei ricordi di Daniela Attanasio e Gabriella Sica. Essenziale l’incastro tra le lingue, forse naturale antesignano di certe recenti tendenze al genere ibrido, che si riverbera nei lavori sulla traduzione: nei contributi di Jennifer Scappettone e di Daniela Matronola per l’inglese, e di Jean-Charles Vegliante per il francese. Infine, Laura Pugno, con un delicato ritratto lirico, e Ulderico Pesce, in una conversazione sulla rappresentazione teatrale di alcune opere di Amelia e del suo rapporto con Rocco Scotellaro, lasciano due fotografie in scrittura da conservare.

 

(La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, per il ventennale della scomparsa, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Laura Pugno, Ulderico Pesce.)

 

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album

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Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album, Il Saggiatore, 2015, € 20,00, ebook 10,99. Traduzione di Delfina Vezzoli

Noi ci raccontiamo delle storie per vivere. La principessa è imprigionata nel consolato. L’uomo con le caramelle porterà i bambini in fondo al mare. La donna nuda sul cornicione fuori dalla finestra del sedicesimo piano è vittima dell’accidia, oppure la donna nuda è un’esibizionista, e sarebbe «interessante» sapere qual è delle due. Ci raccontiamo che fa una differenza se la donna nuda sta per commettere un peccato mortale o sta per esprimere una protesta politica o, in una visione aristofanesca, sta per essere riportata alla condizione umana dal pompiere in abito talare che s’intravede nella finestra dietro di lei, quello che sorride al teleobiettivo. Cerchiamo la predica nel suicidio, la lezione sociale e morale nell’omicidio di cinque persone. Interpretiamo ciò che vediamo, selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple. E, soprattutto se siamo scrittori, viviamo grazie all’imposizione di una linea narrativa sulle immagini più disparate, alle «idee» con cui abbiamo imparato a congelare la mutevole fantasmagoria che costituisce la nostra esperienza effettiva.

È proprio come dice Joan Didion: “selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple”. Significa, tra le altre cose, che non solo non valutiamo tutte le possibili varianti, ma che nemmeno le vediamo. Le escludiamo, inconsciamente, per comodità. Lo facciamo tutti e lo fa lo scrittore, imponendo “la linea narrativa sulle immagini più disparate”. La Didion è una grande ragionatrice, leggendola si ha l’impressione che lasci poco all’improvvisazione perfino quando si concede una battuta. Il brano che ho scelto per introdurre la recensione è anche l’incipit di The White Album, tra le molte frasi sottolineate, queste sono le più preziose. La prosa è bellissima e il libro comincia così, quale lettore resisterebbe a una pagina del genere? Cos’è The White Album? Sicuramente è reportage, ma è anche diario, è anche saggio, è pure storia del costume, è, per fortuna, prosa dal passo incredibile. Il libro uscì negli Stati Uniti nel 1979 e raccoglie scritti di, più o meno, un decennio (dagli ultimi anni dei sessanta agli ultimi dei settanta).

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Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

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Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

Il Libro – Critica portatile al visual design, Einaudi, 2014

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove.. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove.

Critica portatile al visual design è stato pubblicato la scorsa primavera, l’ho scoperto sui Social (e poi dicono…). Quando il libro uscì credevo di non conoscere Riccardo Falcinelli, quando l’ho acquistato e poi letto, entusiasta, ho voluto approfondire. Intanto ho scoperto di avere in casa molto del lavoro di Falcinelli, tra le altre cose, sono suoi i progetti grafici di Minimum Fax e Einaudi Stile Libero. Sto un po’ esagerando, perché ricordo perfettamente, in passato, di aver esultato davanti a copertine ideate da Falcinelli e dai suoi collaboratori; non è passato troppo tempo da quando ho affermato che la cover di Dieci Dicembre di George Saunders (Minimum fax, 2013), è molto più bella nella versione italiana che in quella originale. Quello che intendo per approfondire è il voler conoscere meglio chi ha scritto quello che ritengo essere uno dei migliori libri del 2014 e scoprire come lavora.
Il libro fa insieme quello che dovrebbero fare i saggi e le opere letterarie: appassionare, aiutare a immaginare, a capire, a conoscere. Riccardo Falcinelli fa scienza e storia, comunicazione e letteratura. È un libro che stabilisce connessioni, in un certo senso, mette insieme – davanti ai nostri occhi – elementi che sono già dipendenti l’uno dall’altro. Impariamo quindi, ad esempio, come Barbie e il Parmigiano siano legati, o come il Layout sia presente più che mai nelle nostre vite. Tutto (o quasi) è Visual Design. Come c’è scritto in quarta di copertina Molte cose sembrano innocenti, e sono invece visual design. In sintesi ci troviamo davanti a un libro che seduce mentre genera domande ed è per questo che invece di scrivere una recensione classica ho preferito fare una chiacchierata con Riccardo Falcinelli.

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Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

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Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

 

GM: Ciao Andrea, comincio con qualche domanda di servizio. Abiti ancora in quella zona di Roma dove al parco si vedono i bambini biondi con la ricrescita scura dei capelli?

AP: Sì, abito ancora nel villaggio dei dannati.

*

GM: Io ho un po’ la fissa delle città: cos’è davvero cambiato nella capitale dai tempi in cui avevi diciotto/vent’anni? Com’è cambiato il tuo modo di guardarla? La ami ancora?

AP: Non è cambiato niente. Andando in metropolitana o passeggiando per le strade del centro ho sempre le stesse impressioni. Sono passati vent’anni, certo, e in vent’anni il mondo cambia e riversandosi nelle strade di questa città lascia le sue tracce. Ma sono piccoli sedimenti, come gli scarti delle lavorazioni industriali che inquinano le rive dei fiumi. E poi io non sono mai riuscito ad amare completamente Roma. Per amare Roma devi essere nato da un’altra parte, devi essere Fellini o Sorrentino, devi avere cura del tuo stupore.

*

GM: Ma non sarebbe meglio se invece di scrivere ci mettessimo a produrre lucchetti?

AP: A Ponte Milvio li hanno tolti da un pezzo. Andremmo di male in peggio.

(gm: a Venezia è la moda del momento)

*

GM: Guardando ai tuoi racconti e romanzi, ma anche al saggio sulla povertà, mi viene sempre da pensare che ci sia un punto, un momento, un incontro, che faccia scoccare la scintilla e che ti spinga a scrivere, ma che in realtà il ragionamento venga da molto più lontano, una specie di osservazione critica quotidiana, è così? (ti prego fermami se dico cazzate).

AP: È così, ma credo che sia un percorso creativo abbastanza comune. L’osservazione critica non è una cosa che faccio deliberatamente, mi viene naturale. Quando sono lontano da casa ho la sensazione costante di vivere in apnea, di avere solo occhi per guardare e mai una bocca per fare due chiacchiere con uno sconosciuto. Sarà colpa della timidezza che mi pone sempre a una certa distanza dalle persone e dalle cose. È una posizione molto vantaggiosa per tenere lo sguardo sulla realtà, però ti fa vivere male.

*

GM: Stiamo ancora un attimo su Roma, che è tornata prepotentemente dentro i romanzi, ci ho pensato leggendo il tuo La misura del danno e, più recentemente, Addio Monti di Masneri e Gli eroi imperfetti di Sgambati. Tre storie molto diverse ma che hanno Roma come comune denominatore e una sorta di disagio che si manifesta in maniera drammatica nel tuo romanzo, problematica e psicologica in quello di Sgambati e divertente nel libro di Masneri, ma il disagio c’è; è chiaro che nelle grandi metropoli c’è il disagio e c’è tutto, ma Roma è anche un simbolo, in maniera diversa da Milano, dei danni fatti e subiti dalle persone, così eterna e frantumata. Che ne pensi?

AP: Direi che in molti romanzi contemporanei è tornato di moda parlare dei quartieri della cosiddetta “Roma bene”. Fatte le debite proporzioni, assomiglia un po’ a ciò che accadde nel Novecento, tra le due guerre, quando in un mondo in profonda crisi nelle sue strutture portanti, sociali ed economiche, la letteratura puntò lo sguardo su una certa borghesia, descrivendone il disagio con gli strumenti del verismo e dell’analisi psicologica. Nei personaggi dei romanzi che citi tu si sente ancora il velleitarismo e la vacuità degli Indifferenti di Moravia.

*

GM: I tifosi della Lazio e della Roma sono divisi per zona, per quartiere, per città e provincia o sono tutte minchiate e uno da bambino si sceglie la squadra che gli capita?

AP: A Roma la squadra te la scegli in rapporto alla tua indole. Ci sono predominanze di quartiere, certo. Flaminio, Prati, Cassia, Balduina sono a predominanza laziale. Primavalle, Testaccio, Garbatella sono feudi romanisti. In generale i romanisti sono di più e spesso si diventa laziali per affermare un’individualità, un carattere solitario e controcorrente. Sulle differenze antropologiche delle due tifoserie romane potremmo parlare per settimane. Per quanto mi riguarda sono cresciuto negli anni Ottanta, da laziale nelle classi in cui capitavo ero costantemente solo contro tutti. Considerato il peso del calcio in questa città si tratta di un vero e proprio apprendistato sociale di cui poi difficilmente ti liberi per il resto della vita.

*

GM: Puoi dirmi a cosa stai lavorando in questo periodo, hai un romanzo finito? Ne stai scrivendo uno?

AP: Penso che un romanzo sia finito nel momento in cui va in tipografia. Fino all’ultimo giro di bozze non puoi dire di avere un romanzo finito. Al momento non ho contratti né bozze che fanno la spola tra casa mia e una redazione. Ho vari lavori a diversi gradi di compiutezza. Quale di questi poi diventerà un libro ancora non lo so.

*

GM: Qual è la storia che ti piacerebbe raccontare?

AP: Non ne ho idea. Se lo sapessi sarei già a lavoro su quella storia.

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GM: Chi è il tuo personaggio letterario preferito?

AP: David Schearl, il ragazzino di “Chiamalo sonno”.

*

GM: Voglio sapere (tanto per rompere un po’ le scatole) chi sono i tuoi scrittori preferiti e perché. E qual è il romanzo più bello che tu abbia mai letto.

AP: Gli autori: Steinbeck, Faulkner, Camus, Yehoshua, il Simenon dei non Maigret. Tra gli italiani: Tozzi, Buzzati, Fenoglio. Il romanzo più bello non lo so, quello a cui voglio più bene: “Sulla strada” di Kerouac.

*

GM: Leggi poesia? (attento a come rispondi)

AP: Ne leggo abbastanza, mi piacciono Gelman, Hirschman, Adnan, il mio amico Alberto Masala, un tale Gianni Montieri.

(gm: montieri chi?)

 

*

GM: Copieresti mai dei paragrafi da un tuo romanzo per metterli in uno successivo, camuffandoli ma non troppo?

AP: Hai presente quell’idea secondo cui un autore in realtà non farebbe altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo per tutta la vita? Ecco, in questo caso abbiamo un autore che riscrive lo stesso paragrafo.

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GM: Quando scrivi e dove?

AP: Scrivo in ufficio, sottraendo tempo a un lavoro mortificante e inutile. Faccio come Willem Frederik Hermans che trascurava l’insegnamento della geografia all’Università di Groninga a vantaggio della scrittura. Ovviamente sto scherzando, in realtà scrivo di notte ai tavolini dei caffè di Montmartre, cercando ispirazione nelle prostitute e nelle fiale di laudano.

*

GM: Vino rosso o bianco?

AP: Va bene anche un Negroni.

*

GM: Porti ancora i baffetti stile Palanca/Lauzi?

AP: Una cosa ho imparato di recente: l’impatto della mosca è sottovalutato. La mosca ha la sua importanza. Togli la mosca e diventi Palanca. La rimetti e non fai più gol da calcio d’angolo.

 

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intervista a cura di Gianni Montieri

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Per info su Andrea Pomella  cliccate Qui

 

 

 

Giovanni Raboni – Devozioni perverse

2014-02-20 23.05.03

Giovanni Raboni, Devozioni perverse (riflessioni interventi polemiche), Rizzoli, 1994

Il libro raccoglie articoli scritti da Giovanni Raboni tra il 1988 e il 1991 sull’Europeo e su Il Corriere della Sera, libro da me trovato − per fortuna − in uno scaffale de Il Libraccio un paio d’anni fa, a 5 euro. Ne propongo oggi qualche estratto per ricordare ancora una volta la lucidità di racconto del poeta milanese, la capacità di osservazione e analisi delle cose della società, della cultura.  (gm)

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1988

Esco deluso e amareggiato dalla lettura delle Lezioni americane, il libro postumo di Italo Calvino che ha portato in vetta alle classifiche dei libri più venduti un genere pochissimo avvezzo a quelle altitudini come la saggistica letteraria. Ho appena finito di scrivere queste parole e già mi sembra di sentire un ostile minaccioso mormorio: «Ma come? non ti fa piacere?» No, non mi fa piacere. Non mi fa piacere perché un consenso così anomalo, così insolitamente vasto, è stato ottenuto a prezzo di una semplificazione astuta e spietata di ciò che per sua natura è inesauribilmente, vitalmente complicato: l’idea della letteratura (che è poi, lo si sopporti o no, più o meno come dire: l’idea della realtà). Ridotto a piccole formule elementari, piacevoli, rassicuranti, a pochi temini brillantemente svolti, l’esaltante corpo a corpo che oppone e identifica le forme dell’esperienza e quelle della scrittura, l’incandescenza magmatica dell’emozione e la fredda precisione dell’oggetto poetico finito, viene ridotto qui a un gioco enigmistico e illusionistico di fraudolenza facilità. Di cosa dovrei essere contento? Chi ama la letteratura, e più ancora chi sente il bisogno di nutrirsene, deve innanzitutto rispettarla e temerla, e guardarsi bene dal pretendere o desiderare di venire a capo una volta per tutte.

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1989

È comparso da qualche settimana nella metropolitana milanese un manifesto contro le bande di piccoli vandali che imbrattano e danneggiano le vetture. Dubito che il manifesto varrà a dissuaderli; ma non è questo il punto. A colpirmi è l’abbigliamento del giovane reprobo che, nel manifesto si dà vilmente alla fuga dopo aver rotto un finestrino: blue jeans sbiaditi e desert shoes. Ma guarda un po’: esattamente la divisa, ormai desueta, dei «contestatori» del ’68… Con tutti i modelli (comportamentali ed estetici) di violenza e malavita giovanili succedutisi nel nostro Paese da vent’anni a questa parte, la fantasia dell’anonimo disegnatore non è riuscita a prescindere, a non farsi calamitare da quel remoto, nostalgico figurino.

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1990

Credo proprio che i lettori italiani, intenti come sono a contemplare le eleganti volute di fumo che Kundera riesce a sprigionare dalle ceneri del romanzo mitteleuropeo o, peggio ancora, a farsi deliziare dai suoi aforismi da Scettico Blu, non troveranno né tempo né cuore per rendere giustizia a un exploit come quello di Don Delillo, che nelle cinquecento pagine di Libra  rivive e ci fa rivivere una delle grandi tragedie storiche del secolo, l’assassinio del presidente Kennedy. Peggio per loro. A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l’interesse della tesi politica (Delillo è convinto che nel progetto originario della Cia, modificatosi poi strada facendo su «ispirazione» della United Fruit e di altri potentati economici, Kennedy dovesse uscire illeso dall’attentato, la cui paternità sarebbe stata attribuita a Fidel Castro per rilanciare in grande stile l’offensiva contro Cuba), il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l’idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca.

1991

Nell’imminenza del processo di secondo grado contro i presunti esecutori e i presunti mandanti dell’assassinio di Luigi Calabresi torna a circolare un’opinione che molti giornali avevano sostenuto o riportato subito dopo la condanna in primo grado di Sofri e degli altri imputati, ossia che il commissario ucciso era stato finalmente «riabilitato». La cosa mi aveva riempito, e ancora mi riempie, di stupore e di sgomento. In che senso la condanna degli assassini, quand’anche le persone condannate fossero davvero tali (e io sono sempre più convinto, anche grazie al libro di Carlo Ginzburg uscito nelle scorse settimane, che nessuno di loro lo sia), può «riabilitare» l’assassinato? In che senso l’innocenza di Calabresi rispetto all’assassinio – quello di Pinelli – di cui era stato a sua volta sospettato, può essere dimostrata dall’eventuale scoperta e dalla conseguente condanna di chi, per vendetta o per qualsiasi altro motivo, ha assassinato lui? Siamo, temo, in un territorio mentale molto oscuro, in cui l’idea della giustizia sembra sfumare in quella dell’ordalia e del sacrificio umano.

© Giovanni Raboni

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

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Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Poetarum silva n. 1 (the best of January – Pdf scaricabile)

the best of - gennaio 2013(clicca sull'immagine di copertina per scaricare il pdf)

the best of – gennaio 2013
(clicca sull’immagine di copertina per scaricare il pdf)

Come promesso, la Redazione si è riunita ed ha fatto una selezione dei 9 migliori articoli del mese di gennaio, raccogliendoli in un unico file scaricabile in formato Pdf.

buona lettura a tutti e grazie per la vostra presenza e le vostre letture.

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*La Redazione tutta ringrazia Fabio Michieli e Marco Annicchiarico per il paziente lavoro di impaginazione, grafica, consulenza e sopportazione della nostra matta redazione, al fine di realizzare gratuitamente questo bellissimo (ce lo diciam da soli!) inserto mensile.

Argo XVIII (produzioni dal basso – campagna di sostegno)

argo - cover

ARGO dedica il suo diciottesimo numero all’acqua, bene comune da condividere e proteggere. E decide per la prima volta, per finanziare il progetto e condividerlo con amici, sostenitori e lettori, di utilizzare il sito di crowdfunding produzionidalbasso.

Questa scelta deriva dalla volontà di offrire un’opera di qualità sempre migliore, investendo i nostri dodici anni di esperienza e di lavoro per chiamare a raccolta tutti gli amici che ci hanno accompagnato e i lettori che ci hanno sostenuto per produrre in completa autonomia un numero nuovo, che apre ad una nuova evoluzione del progetto ARGO (versione on line arricchita ed e-book, oltre alla tradizionale versione cartacea ecosostenibile).

H2O è pronto per la stampa, ma per poter produrre un numero sufficiente di copie di ottima qualità preferiamo fare appello direttamente alla nostra rete di sostenitori, evitando di passare solo per il canale più istituzionale e limitante delle sponsorizzazioni ufficiali.

A coloro i quali acquisteranno una quota-copia della rivista di 10 EURO, ARGO offrirà le spese di spedizione ed allegherà al numero cartaceo una versione esclusiva del numero in PDF, che conterrà una ricca sezione fotografica a colori.

per info e aderire al sostegno con una (o più quote) clicca qui: Produzioni dal basso  o qui: Argonline

Giorgio Ficara – Montale sentimentale – di Domenico Calcaterra

 

Nota: articolo pubblicato sul numero 4 di  Fuoriasse periodico di Cooperativa letteraria

 

Domenico Calcaterra

Giorgio Ficara –Montale sentimentale – Venezia – Marsilio – 2012 – ISBN 978-88-317-1251-4

 

 

Nella celebre Introducción sinfonica alle sue Rimas, Gustavo Adolfo Becquer, scriveva che «da un momento all’altro lo spirito può slegarsi dalla materia per innalzarsi fino a regioni più pure», a significare un passaggio dal qui e ora verso un altrove. In Montale, invece, è la ininterrotta partita tra materia e spirito ad alimentare la fides del poeta: è anzi la «qualità-spirito» ad essere, forzatamente, proposta come destino ultimo della materia. Questo e altri aspetti, circa la portata della riflessione poetica del ligure, vengono messi a fuoco nel prezioso ed elegante Montale sentimentale di Giorgio Ficara (Marsilio, 2012), con il quale il critico si propone d’esplorare il risvolto “sentimentale” della poesia montaliana, attraverso una ricognizione aggiornata dell’inconcluso «romanzetto autobiografico» (così lo stesso Montale in una lettera a Bobi Bazlen del 31 maggio 1939) dei Mottetti, quel gruppo di non più di venti liriche (scritte tra 1933 e il 1939) che costituiscono la seconda sezione delle Occasioni (1939). In essi si troverebbe, già pienamente dispiegata e realizzata, l’essenza di quell’«effusione sentimentale» (p. 33) propria del discorso metafisico montaliano. L’attributo “sentimentale”, che ha fatto torcere il naso a qualche recensore (e che a noi pare, al contrario, assai appropriato ed eloquente), non solo andrà inteso come sinonimo di “metafisico” ma, in definitiva, sarà da riferire all’imprinting eminentemente conoscitivo dell’esperienza d’amore; tale da far rigettare l’idea (secondo la lezione continiana) d’una discontinuità, una cesura netta, nel passaggio dall’esordio degli Ossi alla presunta svolta delle Occasioni – per quell’acquisito (?) adagio critico del convertirsi del «nulla-inerzia» nel motivo dell’«attesa» della visitazione amorosa, da parte della donna-angelo (su tutte Irma-Clizia) –, propenso, al contrario, a un inquadramento per così dire evolutivo nell’ispirazione, un continuum filosofico in progresso, senza sistema, e dove il rovello del giuoco scettico sarà il comune filo conduttore, fino alla Bufera (1956) e oltre, nelle cose più tarde, come il Quaderno dei quattro anni (1977). Assunto a cifra riassuntiva, il sentimento amoroso così inteso viene indagato nei Mottetti, cercando di farne aggallare la legge «romanzesca», centrata sull’idea, peraltro già presente nell’Ortega y Gasset di Estudios sobre el amor, che parlare di una simile disposizione amorosa equivalga, intrinsecamente, a compiere un’esperienza metafisica che trova il suo primo teatro nell’obliterante paesaggio quotidiano. E in Montale il nulla non è mai pura gnoseologia del negativo, quanto piuttosto, quasi bergsonianamente, un «nulla relativo» a principiare da un vuoto, una mancanza, un desiderio rimasto insoddisfatto: «arduo» da sostenere (come nella lirica Il balcone) per la delusa attesa di un «qualcosa-vita» o, più precisamente, un «amore-qualcosa capovolto in vuoto di qualcosa» (p. 24). Depositaria di una «Vita che dà barlumi» come l’Arletta de Il balcone, creatura di altro «stampo» (mott. IX) come la Clizia ispiratrice di quasi tutti i frammenti, l’oggetto d’amore non è percepito solamente come atteso risarcimento per una vita ridotta all’osso (vissuta al «cinque per cento», scriverà dopo, nel Diario del ’71 e del ’72) ma diviene segno che si «innerva acutamente nel mondo reale» (p. 80) del quale cogliere ogni indizio. Perciò, a interessare il poeta, sembrerebbe suggerire Ficara, più che l’esito è la qualità di quella pallida relazione d’amore vissuta come ricerca. Ma ricerca di cosa? D’un improbabile e salvifico cortocircuito tra umano e senza-tempo. E Clizia non è solo l’angelo visitatore per il quale implorare il miracolo, con le sue intermittenze, le angosciose sparizioni e i lampeggiamenti salvifici, ma diventa l’artefice stessa d’un sentimento in potenza che tutto tiene insieme, in virtù della «sutura umanistica» di un «amore-refe» (si rammenti il finale del mottetto XV, in assoluto il più sentimentale) capace di rinsaldare l’umano nei vuoti, nelle montaliane soste, e soprattutto di assicurare, proprio lì ove si perde, che il «romanzetto» (di per sé irrealizzabile), rimanga comunque aperto, possa, inatteso, ripartire. Romanzo capace di contenere anche il paradossale capitoletto della caduta dell’essere salvifico, «riparato» nel grembo dell’umano («Ti libero la fronte dai ghiaccioli», mott. XII): come a dire che nell’arco tra una inattingibile distanza e la fragile caduta bisognosa dell’umano è ricompreso l’intero orizzonte soteriologico del poeta (con qualche ammiccamento alla teologia negativa di Barth e Bonhoeffer), per cui il paradosso del prendersi cura della donna-angelo per antonomasia soccorritore, agisce come agnizione che irrompe nella trama del mondo, segreto che gli altri («ombre che scantonano nel vicolo») ignorano (efficace l’analogia chiamata in causa, tenuto conto delle dovute differenze, con la situazione poetica di Pace, lirica dello straordinario poeta gesuita Gerard Manley Hopkins).

Qualcuno ha voluto ridurre il Montale sentimentale di Ficara a nulla più che un attraversamento anti-filologico e mimetico-impressionistico, accostandolo, per strategia argomentativa, all’ibrido esperimento saggistico-narrativo (peraltro riuscito) tentato da Emanuele Trevi con l’ultimo Pasolini di Petrolio (Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012), nel segno di una presunta corruzione di consolidati canoni di accertamento critico, come se ne esistessero poi di imprescindibili e fissati una volta per tutte. Certo si può discutere sul fatto di avere privilegiato talune angolature e tralasciato altre nel contornare l’effige metafisico-sentimentale del ligure, così come rimangono non meno plausibili e aperti altri potenziali scenari ermeneutici; epperò il saggio di Ficara si rivela prova esemplare di come la critica letteraria riesca esperienza autenticamente conoscitiva (per il saggista e per il lettore) ogni qualvolta s’imponga come autonoma prova d’immaginazione e di stile: punto apicale verso il quale dovrebbe tendere non solo la critica letteraria ma, più in generale, ogni scrittura saggistica.

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