Sabatina Napolitano

PoEstate Silva: Sabatina Napolitano, Poesie da “Scritto d’autunno”

 

Io voglio che sia il mondo dell’autunno

L’autunno è sempre un tempo in cui pensiamo all’eternità.
Alle nostre memorie, lasciate sull’erba dei morti.
Tu dicevi che si indicavano le domande giuste
sul nostro tempo,
che saresti stato come l’autunno che torna a dire i limiti,
quando perdiamo nella corsa le persone care:
in alcune luci che ci danno conforto,
lasciamo che avvengano gli affanni:
nei tuoi sorrisi non mancano persone e alberi,
le scarpe di chi sente percorrere tutta un’intera vita a piedi.
Lascio le mie forchette su un tavolo di stelle,
resto seduta fuori, alla distanza giusta
che muove le stagioni nel vento.

Accade quando stiamo insieme
che i giorni della settimana cambiano:
il sole non è più il sole e tu non sei come la primavera,
sei molto più somigliante all’autunno
più leggero nei giorni della settimana.

Sei come un vivo autunno, dall’aria giovane,
che mi ha raccolto in un giorno caldo d’agosto,
quando la pioggia si poteva sopportare
e si poteva animare il vento, i fulmini delle proiezioni.
Sei somigliante all’autunno.
Ad un’acqua che chiude gli occhi
ai colori dei giorni, così somigli all’autunno, felice

così ti alzi con coraggio, quando l’autunno è finito,
come fossi tua per sempre.

 

 

Ascoltami, il tentativo
è dirti un’emozione che mi decide:
la chiave può essere anche in questi fogli.
È la mia debolezza fatta frammenti,
la distanza che si scioglie tra questo tuo continuo
non credere, e il mio continuo comprendere.
Fin tanto che i tuoi denti, al bordo del bicchiere
fanno un piccolo rumore, chiuso
nei vizi di insegnarmi a conoscermi,
vero sempre più pronto in questa continua sfida.
Sei come un verde autunno,
che promette il tutto dalle sue finestre aperte,
e disegna primavere, segrete, di vita
dopo questi anni passati a vivere una prova.

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da ‘Mani rosa’ di Sabatina Napolitano. Inediti

[*consigliamo di leggere questi testi usando la modalità orizzontale dello smartphone]

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capita di sbagliare destino, a volte si può dimenticare un mare inventato, dimenticare persino il sole che entra dalle finestre:
puoi guardarti parlare, in piedi, immaginarti prima ancora di stringerti e
prima dell’assenza e del vuoto
anche quando non sei sola, leggi una poesia, c’è qualcosa che dice forse l’ultima posa dei corpi: quando ti tieni le dita e guardi fuori dalla finestra che cammini su scarpe alte e non sai che senti freddi i piedi:
poi seduta su una panchina respiro gli anni della distanza.

Li scrivi sulla pelle, e la vertigine rende vivo il momento che scrivo la prima ora del giorno, rende vivo il fatto che un poeta è morto e che passo la strada e aspetto il verde di una città fredda non da sola

poi imparo a trovare l’estate nelle lenzuola: mi guardi dietro gli occhiali e la felicità passa.

C’ero già stata qui, eravamo già passati insieme, nude braccia dita spoglie nella luce bianca sopra i ricordi, l’amore non è guerra, l’amore è un mestiere, mi hai insegnato a morire e vivere, senza te non conosco il peso dell’aria. (altro…)