Ruvo di Puglia

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario.  Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni, 2019

Insudiciarsi di passione: è questa la sorte di chi nasce al Sud. Le parole poste in epigrafe a SUD… ario, la più recente raccolta di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia e, nella traduzione dello stesso autore, in italiano, appena pubblicata per SECOP edizioni con disegni di Giuseppe Fioriello, introducono sia ai quindici testi che ne costituiscono la tessitura, sia alla Weltanschauung di riferimento, una visione del mondo che caratterizza sin dai primi volumi tutta la sua produzione poetica.
Ecco dunque l’epigrafe completa, prima in dialetto ruvese, poi in italiano:

…ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune
e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

…chi nasce al Sud s’insudicia di passione
e condanna l’anima all’eternità. 

Si macchia, si colora di rosso, infittisce le maglie e, ancora, si lacera e si squarcia questo sudario, sipario e telone, sostrato e immagine di una Passio Christi che culmina con i riti della settimana santa ed è, pure, quotidianamente, Passio Hominis.
Raggiunge una sintesi esemplare, in SUD…ario, la capacità di Vincenzo Mastropirro di portare il dialetto ruvese, ruvido e aspro, a una valenza espressiva universale, cosicché personaggi, momenti, carri e processioni, costumi e simbologie che precedono la Pasqua nel paese delle Murge, elementi pur radicati in una determinata dimensione geografica e culturale, diventano pietra di paragone immediatamente percepibile e trasferibile ad altre realtà esistenziali, ad altro patire, ad altri tormenti, così come – bene fa a sottolinearlo Angela De Leo nell’ampia prefazione – ad altre speranze.
La rievocazione della Passione di Cristo nelle stazioni della via Crucis dal monte degli Ulivi al Calvario assume dunque la veste concreta della passione degli umani in tutti i Sud del mondo.
È una passione plurisensoriale, che si arricchisce delle sollecitazioni del tratto d’inchiostro di china dei disegni di Giuseppe Fioriello, così come del ritmo e delle armonie impresse dalla banda che accompagna le processioni con le sue marce funebri. Vincenzo Mastropirro è, tra l’altro, musicista in quel progetto di rilevanza internazionale che è la Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra; ricordo bene che la prima volta che vidi il suo nome, diversi anni fa, qualche mese prima di conoscerlo personalmente e prima di conoscere la sua poesia, fu tra gli strumentisti citati – il suo nome era riportato per primo – sul libretto di accompagnamento di un CD della Banda, un album doppio che ricevetti in dono e di cui scrissi con curiosità e riconoscenza, menzionando una processione, la processione degli Otto Santi a Ruvo di Puglia, che riveste un ruolo importante sia nella coscienza di tutti i ruvesi sia tra le pagine di questo libro.
È una passione nella quale, come ha avuto modo di scrivere Mastropirro, «u fiòte s’accàrne», «il fiato s’accarna»; i sensi sono sollecitati, ancora una volta, da termini dialettali che donano straordinaria corporeità alla condizione umana, insudiciata dal male e dalla pena, con il prevalere del suono della zeta: «’nzevote», «zezzàuse», dolente nel prolungato lamento, che si incarna nelle coppie di vocali -ie, (reso talvolta come -je), -iò, -iu, -ue, -uò: «figghje figghjemeje», «streppiòte», «niute», «striusce», «àrue», «ruòbbe».
È una passione, infine,  che unisce i connotati – aperture di luce, ombre sul territorio e sulle esistenze – di una poesia che si è abbeverata ai testi di Vittorio Bodini, a quella giusta collera di cui si era fatto cantore, e raccoglitore di canti, Gianmario Lucini, che fu editore e amico di Vincenzo Mastropirro.

© Anna Maria Curci

 

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje
tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne
ca s’onne stangote de danne adìénzie
e s’arrùocchene inde a re nicchje aschiure.

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine
ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione
s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa
guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne
che si sono stancati di darci retta
e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina
ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano
si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)