Rumore bianco

Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

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In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco

Don Delillo, Rumore bianco

Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi 2014 (ultima edizione), € 14,00, ebook € 6,99. Traduzione di Mario Biondi

di Giulietta Iannone

(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

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Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

parigi 2010 - foto gm

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

 

 

Siamo fermi per imprecisate cause tecniche o, forse, per problemi di circolazione, o, magari, per un guasto alla linea, da quasi mezzora. A Romano, ma prima eravamo a Treviglio. Quello che vedo fuori dal finestrino del treno, da un bel pezzo, è un supermercato Lidl. Un ragazzo, avrà una ventina d’anni e indossa una maglietta dei Nirvana (tutto è probabilmente finito prima che lui nascesse), continua a telefonare a qualcuno. Ripete che non sa quando arriverà a Padova. Riaggancia, richiama (la stessa o un’altra persona?), dice qualcosa di vago, ma soprattutto ripete come un mantra che non sa quando arriverà a Padova. Tre, quattro, cinque volte di fila. Poi mi guarda. No ragazzo, con maglietta gruppo grunge che ascoltavo quando tu non c’èri, nemmeno io so quando arriveremo a Padova. Ammesso che Padova esista ancora quando ci arriveremo. Non so nemmeno quando ripartiremo da qui a dire il vero. Cerco solidarietà sui social network. Solidarietà che arriva blanda, già stanca come tutti noi sopra questo treno. Una signora e la figlia, simpatiche, chiamano a casa e si accordano per la preparazione di una rapida pasta al tonno, preparazione a cura del padre/marito, a quanto pare. Ridono del poco entusiasmo manifestato dall’altro capo dello smarthphone. La figlia legge un saggio di Kierkegaard, uanem’.

Nel frattempo abbiamo percorso qualche chilometro. Ora siamo fermi sotto un ponte, preferivo il Lidl. In queste circostanze, l’avrete notato anche voi, ci sono sempre i ferrovieri (li chiamo ancora così per nobilitarli) che vanno su e giù per il treno a passo veloce: manifestando impegno, ansia, piglio. Peccato abbiano già più volte dichiarato la loro impotenza circa il problema manifestatosi. Non ne sanno una mazza. Alla mia destra, al momento, mucche. Diosanto. E queste da dove saltano fuori? Una cinquantina di deliziose mucche pezzate, tipo peluche ma più in carne. A questo punto non capisco perché tutti quelli in cravatta non l’abbiano tolta, quello seduto di fronte a me nemmeno la slaccia. Impassibile. Soffre in silenzio. Un altro abbastanza giovane e molto calvo, anche lui in cravatta, studia il russo, ve lo giuro. Solo che sulla dispensa che ha davanti c’è una foto di David Beckam. Gesù, sta traducendo dall’inglese al russo, e l’ho sentito parlare in dialetto veneto, al telefono, non più di dieci minuti fa. Prima delle mucche. È ormai tempo di mettere in carica gli smartphone, coraggio ragazzi. La scritta Panico lampeggia, come un semaforo notturno, negli occhi di chi non ha un caricabatterie con sé; ma la stiamo prendendo tutti abbastanza bene per ora. Il livello di rassegnazione raggiunto da questo ex popolo è da record. Siamo partiti da Milano da un’ora e mezza e nemmeno si vede Brescia, ma ancora nessuna situazione alla Palahniuk qui. È tutto molto Delillo, tipo Rumore bianco ma un po’ meno. Noi siamo l’ovatta. Il rumore ce lo teniamo dentro. Il disastro non è percepito né ci riguarda. Riesco solo a pensare di quanto slitterà la mia cena con Anna e se riusciremo a sentire Alessandra cantare.

Sto leggendo Americani di John Sullivan, una raccolta di saggi,  una delle nuove fichissime frontiere della Letteratura Americana. Nel primo saggio, Sullivan, racconta la sua esperienza di tre giorni a un Festival di Christian Rock. Sì, esattamente. Un vero Happening in cui centomila credenti felici e esaltati seguono i concerti di band, che fanno facile rock evangelico, schitarrando al Signore. Uno dei ragazzi con cui Sullivan parla a un certo punto gli dice: «Se scrivi di noi posso chiederti una cosa? […] Mettici che amiamo Dio. Puoi dire che siamo pazzi ma di’ che amiamo Dio.» In treno partono le Madonne.

Sarebbe divertente se adesso ci alzassimo tutti in piedi e agitando le mani a destra e sinistra cominciassimo a intonare qualcosa tipo: Siamo abbonati al Signore, noi siamo abbonati al Signore, schioda il treno da Treviglio, schioda il treno da Romano e il Signore ti perdonerà. (Ripeti coro 2 volte). Qualche fila più in là c’è uno che dice che finché non cominceremo a spaccare tutto non cambierà mai niente. Comincio il mio solito gioco, attività molto stupida che consiste nel tentare di indovinare dove scenderanno quelli seduti più vicino a me. Il tipo non mi tolgo la cravatta lo voto Brescia. Ha sempre avuto l’espressione di chi l’avrebbe scampata prima degli altri. Il nirvaniano, come tutti sanno, va a Padova. Madre e figlia sono una terra di mezzo, voto Verona, forse provincia. Dove le attende la mitica pasta al tonno. Il traduttore dall’inglese al russo per me va a Vicenza. Ha la faccia antipatica. Quando faccio questo gioco colloco sempre gli antipatici a Vicenza, sbagliando naturalmente. Sottovaluto sia Vicenza che le persone. In realtà questo abbinamento nasce dalla collocazione di Vicenza lungo la tratta Milano – Venezia; per cui dopo Verona, quando non ne puoi più e prima di Padova con la Laguna ancora troppo lontana. Niente di personale ma cazzeggio da pendolare. Le stazioni per i viaggiatori sono tacche. Vicenza è una tacca problematica, è un scavallamento ma anche un vertice di stanchezza. Abbiamo ripreso a viaggiare, ritardo previsto: settanta minuti (ma saranno di più), i ferrovieri improvvisamente sanno tutto. Ci rimborseranno, capirai. Non azzecco mai le previsioni circa l’ordine di discesa per viaggiatori. Quasi sempre quelli con l’aria da stronzi vengono con me fino a Venezia. Sulla campagna tra Brescia e il Garda precipita un tramonto spettacolare, salvo quest’immagine insieme a quella delle mucche. Una ragazza non si è mai svegliata, questo sì che è culo.

Guardo le facce di queste persone e immagino come vedano la mia, e sento le loro voci ripetermi la frase: « Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa? […] Mettici che è venerdì sera. Puoi dire che siamo strani o furibondi ma di’ che è venerdì sera.»

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© Gianni Montieri