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Gli arcani maggiori #10: LA RUOTA DELLA FORTUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Ruota della Fortuna, carta del cambiamento.

 

Fin da quando la conobbe, iniziò a scrivere brevi racconti su di lei. Non per corteggiarla, no di certo, perché lei era la sua più cara amica anche se da anni lui teneva nascosto di amarla. Semplicemente, gli sembrava di poter passare qualche ora in sua compagnia, di conoscerla meglio come chi piano piano sfila una giacca, una camicia, una canottiera e riesce a posare il palmo su una costola nuda. Perché era certo di intuirla, tutto il suo istinto e la sua attenzione erano naturalmente rivolti a lei come quelli di chiunque si innamori. Stava sempre attento a non metterle in bocca parole che lei non avrebbe pronunciato, quindi nei suoi racconti lei parlava poco, ma non per questo era un’icona santa. I suoi racconti somigliavano piuttosto alle piccole cose che accadevano tra di loro, quando si vedevano per un bicchiere di vino, e si ambientavano nelle pupille di lui, nel suo guardarla mentre lei sollevava il bicchiere per lo stelo invece che per la coppa e nel ciondolo che aveva scelto per uscire.
Erano racconti, insomma, pieni di innamoramento più che di avvenimenti veri e propri. E all’inizio lui aveva deciso di non farli leggere a nessuno ma poi, dal momento che ogni racconto scritto bene implora un lettore, lui aveva chiesto a lei di dargli un’occhiata.
La sera in cui le portò la stampata non dormì per la notte intera.
«E se lei dovesse riconoscersi?», pensava. «Certo, ho sostituito ogni bicchiere di vino con della birra, anche se in questo modo ho virato la natura del personaggio, e il ciondolo che ho descritto era sempre diverso da quello che lei portava al collo, e nei miei racconti lei ha sempre parlato poco, ma se riconoscerà l’essenza di sé e capirà che sono innamorato di lei?»
Lei lesse tutti i racconti senza riconoscersi, ma il giorno dopo, quando gli portò la stampata, disse:
«Com’è bello essere amati in questo modo. Vorrei tanto essere io la donna dei racconti.»
E lui, che non aveva mai pensato di scriverle per corteggiarla, quasi si sentì in colpa quando rispose:
«Sei tu la donna di questi racconti. E sono io l’uomo di questi racconti, e se vuoi posso essere anche quello della tua vita.»
Così si legarono anche nella vita, e passarono degli anni a essere contenti di svegliarsi insieme, a darsi fastidio per chi doveva andare prima al bagno, a ridere mentre montavano l’albero di Natale e a ignorarsi quando dovevano lavorare ognuno alla propria scrivania, a guardarsi a lungo negli occhi prima di ogni visita medica e a stare zitti a cena perché uno dei due era stanco. (altro…)

I poeti della domenica #324: Heinrich Heine, da “Libro dei canti”

 

LXII

Tu hai diamanti e perle,
Hai quel che umano brama,
E hai gli occhi più belli –
Mia cara, che vuoi di più?

Sui tuoi begli occhi
Un esercito intero
Di canti eterni ho ideato –
Mia cara, che vuoi di più?

Coi tuoi begli occhi
Mi hai tormentato tanto,
E mi hai rovinato –
Mia cara, che vuoi di più?

Heinrich Heine

(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

Gli Arcani maggiori #9: L’EREMITA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Eremita, carta del raccoglimento.

Prima di trasferirsi definitivamente vuole vedere l’isola.
È una giornata di novembre, prende un traghetto quasi deserto sotto la pioggerellina, il mare è leggermente mosso da un vento costante e pieno, si vede che c’è un temporale, poco più in là, lui non è mai stato in grado di vedere la cortina di pioggia che tutti gli hanno sempre indicato all’orizzonte ma sa riconoscerne altri segni, come l’odore improvviso di funghi e la consistenza del vento che si muove prima di scomparire all’improvviso, e far piovere.
Ha il cappuccio e si appoggia alla battagliola di prua, perché non gli va di sedere all’interno del traghetto. Gli va di vedere arrivare l’isola da lontano. Le isole, in realtà, gli danno fastidio, perché non c’è modo di andare via, anche il traghetto che adesso lo sta portando ripartirà subito e non tornerà prima del pomeriggio, perché non è la stagione turistica e fa solo servizio viaggiatori per i residenti dell’isola. Risiedere su un’isola deve trasformare il pensiero, pensa. Definire con più incisività l’idea di perimetro. Costringere a uno stacco netto tra il proprio e l’altrui, tra il qui e l’altrove. E dipendere dal capriccio del mare, che in qualsiasi giorno può essere abbastanza grosso da obbligare a confinarsi o trovarsi esiliati dal proprio luogo. (altro…)

I poeti della domenica #321: Stefano D’Arrigo, Pregreca

 

PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà. (altro…)

Gli Arcani maggiori #8: LA FORZA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Forza, carta della caparbietà.

 

Qualche ora più tardi, anche tu esci per tornare a casa. La ragazza che hai raccolto dall’attacco di panico ti ha tenuta impegnata a lungo. Sapevi che non dovevi farla ragionare, ma solo essere, essere corpo che funziona, perché lei ricordasse di funzionare quanto te.
Ora fa molto freddo, così sollevi il bavero per non prendere aria sulla gola. E poi c’è vento, e c’è poco che tu detesti più del vento che ti spettina. Diventa tutto così ingestibile, così disordinato con il vento. La tua amica, quella volta, ti aveva dato del pulcino; l’avevi folgorata con lo sguardo, ma lei rideva.
Sei sollevata di avere del tempo per camminare da sola, specie dopo la fatica che è stata prendersi cura di quella ragazza. Perché, anche se non hai fatto nulla se non lavorare di buon senso, qualcosa nel trattare con lei ti ha affaticata. Un’empatia, forse, deve esserti filtrata sottopelle.
Hai l’impressione di aver fatto qualcosa di enorme, ma di non avere idea di come tu ci sia riuscita. La tua amica direbbe che tu puoi fare tutto, ma è la solita esagerata. Tu ti arrabbi, e non sai come dirle che sei una persona normale. Sono una persona così normale, dici. Eppure, è questa la cosa strana, mai una volta che lei ti abbia smentita: anzi, il pensiero della tua normalità la accende, la fa sorridere, come se covasse storie di inquietudine e straordinarietà di cui è stanca. Ti guarda in silenzio, e quando parla lo fa per dire che vede la tua forza. Tu non sei forte, protesti. E hai ragione. Hai fragilità delicatissime, potenti idiosincrasie. Ma non è questo che lei intende. E così ti parla, mentre non ascolti. Vede una forza, dice, che ha una tonalità rara. Vedo la tua misura, dice lei. Vedo la tua pazienza.

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I poeti della domenica #320: Hugo von Hofmannsthal, La nostalgia del vecchio per l’estate

La nostalgia del vecchio per l’estate

Se finalmente luglio fosse invece di marzo,

Nulla mi tratterrebbe, prenderei l’aire
E a cavallo, in carrozza o con la ferrovia
Sboccherei nella bella contrada di collina.

E lì li avrei vicini, gruppi di grandi alberi;
Platani, olmi, aceri e querce:
Da quanto, quelli, non li ho più veduti!

Allora io dal cavallo smonterei oppure:
Ferma! griderei al cocchiere ed andrei senza meta
Avanti, verso il cuore del paese d’estate.

E sotto gli alberi, quegli alberi riposerei,
Nelle cui cime in una,
Giorno e notte sarebbe, non come in questa casa,

Dove i giorni talvolta sono vacui come notti
E le notti insidiose e scialbe come il giorno.
Là tutto sarebbe vita, risplendente, magnifica.

E invece dell’ombra è la beatitudine
Del tramonto, e se un soffio mi sfiora,
Non però mai bisbiglia: «Tutto questo è nulla».

La valle si fa scura, e dove sono case
Sono luci, e l’oscurità m’investe,
Non però di morire parla il vento notturno.

Passo attraverso il cimitero e vedo
Solo fiori cullarsi nell’ultimo chiarore
E proprio di nient’altro sento la vicinanza.

E fra macchie che già s’abbuiano di nocciuoli,
Scorre acqua, e come un fanciullo m’apposto
E non sento alcun bisbigliare di «Invano!».

Io lì svelto mi spoglio per saltare
Dentro, e poi quando rialzo la testa
C’è luna, ma io ancora combatto col ruscello.

Mi sollevo a metà dall’onda ghiaccia,
E un liscio ciottolo dal greto scagliando
Lontano, nel campo, m’ergo nel chiarore della luna.

E sul paese estivo dalla luna argentato
Cade ampia un’ombra: questa stessa che così triste
Mi fa cenno, qui dietro il cuscino, alla parete? (altro…)

proSabato: Simone Weil, L’Iliade poema della forza

Quando si è dovuta distruggere ogni aspirazione di vita in se stessi, per rispettare in altri la vita è necessario uno sforzo di generosità da spezzare il cuore. Fra i guerrieri di Omero non è lecito supporne alcuno capace di un tale sforzo, se non forse colui che in certo modo si trova al centro del poema, Patroclo, che «seppe esser dolce con tutti» e nell’Iliade non commette nulla di brutale o di crudele. Ma in più millenni di storia, quanti uomini conosciamo che siano stati capaci di dimostrare una così divina generosità? È dubbio che se ne possa nominare due o tre. Mancando di tale generosità, il soldato che vince è come un flagello della natura; posseduto dalla guerra, è divenuto, non meno dello schiavo sebbene in tutt’altro modo, una cosa, e le parole sono prive di potere su di lui come sulla materia. L’uno e l’altro, al contatto della forza, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.
Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti: essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano. Tale proprietà tocca il più alto grado in mezzo alle armi, dal momento nel quale una battaglia si orienta verso una decisione. Le battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà, trasformati, caduti al livello della materia inerte che non è che passività, come cieche forze che non sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie feroci, a qualsiasi causa cieca di disastro, oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia, a tutto ciò che è mosso dalla violenza delle forze esterne. Da un giorno all’altro, a volte da un’ora all’altra, Greci e Troiani subiscono di volta in volta le due trasmutazioni:

«Come da un sanguinario leone sono assalite
mucche al pascolo in una vasta prateria acquitrinosa
a migliaia…; tutte esse tremano; così allora gli Achei
furono dispersi in panico da Ettore e Zeus padre,
tutti…
Come quando il fuoco devastatore cade sul fitto di un bosco;
per tutto roteando il vento lo porta, ed i fusti
sbarbati cadono allora, al premer del fuoco violento,
così l’Atride Agamennone faceva cadere le teste
dei Troiani fuggenti…». (altro…)

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

Tutti i post di Natale #6: Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.
Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.
Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.
L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti IIIIIIV e Vdel poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste(come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas. (altro…)

I poeti della domenica #318: Heinrich Heine, Un’occhiata indietro

 

Un’occhiata indietro

Tutti ho fiutato gli odor che manda
Questa terrena dolce locanda;
Quanto nel mondo c’è di piacere
Io l’ho voluto tutto godere.
Il moka bevvi, dolci mangiai;
Qualche graziosa bambola amai:
Seguii le mode, vestii di seta:
Ebbi anche in tasca qualche moneta:
Ho cavalcato, Gellert novello:
Ho posseduto casa e castello,
De la fortuna sul verde prato
M’ha il sol coi biondi raggi baciato.
Una corona cinsi d’alloro,
Che nel cervello bei sogni d’oro,
Sogni d’eterno maggio esalava;
Onde una dolce m’inebriava
Lenta stanchezza crepuscolare.
Dentro la bocca sentii volare
Piccioni arrosto; poi gli angiolini
Venian recando preziosi vini.
Eran visioni, splendide bolle,
Che si spezzaro; su l’erba molle
Or giaccio: ho rotte da reumi l’ossa,
E di vergogna l’anima rossa,
Tutti i difetti, tutte le gioie,
Ahi!, l’ho scontate con gravi noie,
D’aspre amarezze fui nutricato;
Cimici sozze m’han morsicato;
Crudeli affanni mi contristaro;
Dovei mentire, chieder denaro
A cortigiane vecchie, a usurai;
Credo perfino che mendicai,
Ora son stanco d’affaticarmi,
Giù nella tomba vo’ riposarmi.
Vi do, fratelli, l’addio supremo:
Lassù, s’intende, ci rivedremo.

Heinrich Heine
(edizione di riferimento: Enrico Heine, Poesie. Atta Troll – GermaniaPoesie varie tradotte da Giuseppe Chiarini, Quinta edizione riveduta e corretta, Nicola Zanichelli editore, Bologna 1923, pp. 328-329)

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proSabato: Luigi Cecchi, Precious

©Luigi Cecchi

PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro. (altro…)

Tutti i post di Natale #4: Gianni Rodari, da “Il pianeta degli alberi di Natale”

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…]

(altro…)