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I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

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I poeti della domenica #169: Giovanni Raboni, Guerra

raboni – credits Getty Images

Guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso,
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato tra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? Non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

*
© Giovanni Raboni, Guerra, da A tanto caro sangue (Mondadori, 1988), ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

*

Durante l’accoppiamento (a onor del vero mentre vi è l’amplesso), la femmina di questo insetto dall’inquietante volto divora il maschio dopo averlo decapitato; maschio che, a livello di grandezza, è nettamente inferiore alla sua partner.

Gli antichi la chiamavano “profetessa” (mantis); nelle credenze popolari i malati, per via di qualche malocchio o fascinazione, venivano definiti tali per via della loro sfortuna nell’aver incrociato lo sguardo della mantide.

Freudiana ed estrema pulsione orale albergano nell’istinto “mantideo”, questo godimento nell’uccisione del maschio sussurra la nenia di certo becero femminismo d’accatto (ben lontano da quello sano e giusto), la simbologia della vagina dentata prende piede nel pensare l’atto dell’accoppiamento di questo insetto, a suo modo elegante nei movimenti.

Nel Libro X dei suoi Seminari, dal titolo L’angoscia, ne parla l’eretico e geniale Jacques Lacan; non è un caso che il tema dell’angoscia vada a braccetto con la figura della mantide religiosa; a tal proposito cito Recalcati: «Al centro della scena non c’è più la soddisfazione simbolica del riconoscimento della domanda di riconoscimento, ma l’angoscia di fronte al carattere enigmatico del desiderio dell’Altro».

Il desiderio di uccisione-piacere della mantide femmina provoca angoscia nel maschio. Essere in balìa dell’Altro, rappresentare il fantoccio dei desideri altrui, permette – ancora secondo Lacan – la formulazione della domanda “Che vuoi?”; è il dubbio che lacera la mente di colui il quale è assoggettato alla femmina divoratrice della mantide, verde su verde delle piante, sguardo alieno degli insetti, profezia femmina dei tempi andati.

Tutt’oggi è luogo comune dare della mantide a certe donne “collezioniste d’uomini” (magari per dolori passati e dunque semplice rivalsa oppure per sadico piacere di generatrici d’angoscia); questo insetto – sarebbe più giusto dire “la femmina” di questo insetto – assume comunque un suo fascino, un archetipo lussurioso dove eros e thanatos giocano ancora una volta (e per sempre) la partita a scacchi della vita contro sua sorella, la più clemente e comprensiva morte.

*

© Giuseppe Ceddia

I poeti della domenica #166: Christine Lavant, Se mi lasci entrare

Christine Lavant, fonte pubblico dominio

Christine Lavant, Se mi lasci entrare, trad. di Anna Ruchat, in Poesie, Effigie 2016

*

Se mi lasci entrare, prima che si sveglino i tuoi galli,
starò al tuo servizio nella casa di ossa
batterò il tamburo del cuore, respirerò per te
e per tre volte innaffierò la rosa sacra
al mattino, a mezzogiorno, la sera.

Se mi lasci entrare, prima che gli occhi brucino,
scioglierò in me il tuo riflesso
per renderlo sovrano sopra gli angeli
e lo proporrò a Dio come sua copia
piena di fede, di speranza, di amore.

Se mi lasci entrare, prima che le mie ali si spezzino
decapiterò per te la morte con la serpe nove volte
estirperò la radice della pena e la mangerò
poi prenderò per te dal plesso solare
il pane, il vino e la colomba.

*
Wenn du mich einläßt, bevor deine Hähne erwachen,
werde ich dienen für dich in dem knöchernen Haus,
will die Herztrommel schlagen, den Atem dir schöpfen
und dreimal die geistliche Rose begießen
am Morgen, am Mittag, am Abend.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Augen verbrennen
schmelze ich drinnen für dich dein Spiegelbild frei
und mach es zum König über die Engel
und schlage es Gott als sein Ebenbild vor
voll Glauben, voll Hoffnung, voll Liebe.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Flügel zerbrechen,
köpfe ich neunmal für dich mit der Schlange den Tod,
grab die Gramwurzel aus und esse sie selber
und hole dir dann aus dem Sonnengeflecht
das Brot, den Wein und die Taube.

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

«La verità» disse il prete «assai spesso è inverosimile.»
«Veniamo al presente» disse il maresciallo. «In tutta sincerità, non considera anche lei l’imminente ritorno di Luca, qui, a Cisterna, con qualche trepidazione?»
Il prete rifletté a lungo.
«Mentirei se lo negassi» egli rispose infine con un filo di voce.
«Ha qualche timore particolare?» insisté il maresciallo «Dietro il mistero stesso della sua condotta davanti ai giurati, non potrebbe nascondersi qualche motivo di risentimento?»
«Non so» rispose il prete. «Sento un’ansietà che non so esprimere. Certo, essendo innocente, egli ha diritto alla libertà. Ma che cosa farà qui? Il mondo che egli conosceva, ormai, non esiste più. Incontrarlo sarà per me, e per qualche altro vecchio suo coetaneo, come l’appuntamento con un risuscitato… Ma, scusate, queste sono considerazioni egoistiche. C’è un altro aspetto, quello materiale della sua situazione qui, dopo il ritorno, per cui non so come si provvederà. Lo Stato gli pagherà un’indennità per gli anni d’ergastolo ingiustamente sofferti?»
«La nostra legge non lo prevede» disse il maresciallo.
«Non prevede gli errori giudiziari?»
«La legge» spiegò il maresciallo «non sancisce alcun obbligo per lo Stato d’indennizzare le vittime degli errori giudiziari… Luca non ha parenti? Non ha beni di famiglia?»
«Nessuno» disse il prete.
Mentre la conversazione tra il maresciallo e il prete si avviava così alla conclusione, era arrivato sul piazzale un ragazzetto scalzo, con una giacca militare che gli scendeva fino ai ginocchi, che spingeva davanti a sé, a calci, una vecchia scatola di latta, facendo uno strepito del diavolo.
«Toni» gli gridò don Serafino «ti farai male ai piedi.»
Subito Toni abbandonò la scatola e fingendo di essere azzoppato andò a sedersi accanto al prete.
«M’è venuta un’idea» disse don Serafino riprendendo il discorso col
maresciallo. «Prima ancora che Luca torni qui, il comune non potrebbe chiedere il suo ricovero nell’ospizio provinciale dei vecchi? Mi pare che quell’infelice abbia tutti i requisiti per essere ricoverato.»
«È una buona ispirazione» disse il maresciallo. «Mi rendo conto che è un’ispirazione della Provvidenza. Vado subito a parlarne col sindaco.»
Appena il maresciallo sparì dietro la chiesa, Toni mormorò al prete:
«Ero venuto per darvi una notizia che pensavo vi avrebbe dato una grande contentezza.»
«Quale notizia?» domandò il prete incuriosito.
«Ora non ne vale più la pena» disse il ragazzo imbronciato.
«Suvvia, parla, che notizia era?»
Il ragazzo bisbigliò qualcosa all’orecchio del prete e vide sul suo volto i segni d’un improvviso turbamento.
«Egli è già qui?» gli domandò. «Da quando?»
«Da ieri.»
«Dov’è?»
«Non so se faccio bene a dirvelo. Beh, a casa sua.»
«Tra le macerie?»
«Gli ho procurato un pagliericcio, qualche oggetto.»
«Nessuno l’ha visto in giro?»
«Fin’ora non ha voluto mostrarsi.»
«È stato lui a mandarti da me?»
«Egli non vuole mostrarsi, m’ha detto, prima di sapere come sta ora il paese, chi sia vivo, chi sia morto, e così di seguito. Ma come potevo io rispondere a tutte le sue domande? Anche la sua storia non la conosco mica bene. Ho solo capito che non è un uomo come gli altri. Allora gli ho proposto di andare a chiamare qualche suo amico dei tempi passati, e di condurlo da lui. Ma lui stesso non sapeva chi indicarmi. Una volta c’era qui un prete, un certo don Serafino, m’ha detto; anzi, arrivando l’ho cercato in sacrestia, ha aggiunto, ma mi pare d’aver capito che è morto. No, gli ho spiegato, don Serafino non è più parroco perché vecchio, ma è ancora vivo. Avreste dovuto vedere com’era contento a questa notizia… Invece voi vorreste farlo rinchiudere di nuovo. Adesso capisco che ho fatto male a dirvi che è tornato. Sì, sono stato molto stupido a fidarmi di voi.»
Toni non proseguì, perché s’avvide che don Serafino aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Andiamo» disse il prete alzandosi bruscamente. «Conducimi da lui.»

da: Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Mondadori, Milano 1956

ProSabato: Silvio d’Arzo, Sera sul fiume

 

SERA SUL FIUME

 

Specie nella città di provincia, tutto quello che si fa dopo le undici e cinquantanove acquista senz’altro un sapore illecito, sospetto. Anche frasi innocenti, di quelle che stanno in bocca alle madri, prendono di colpo oscuri significati.
Un seminarista, poi visto alle due di notte per un vicolo, verrebbe immediatamente preso per un agitatore.
Forse per via delle nostre ombre, pensava Stresa guardando ora la sua che si allungava per la strada e si spezzava tutt’a un tratto contro una gronda che sporgeva dal muro. Ne risultava così qualcosa di simile a quei soldati di carta, spezzati in due, che da ragazzo, a volte, gli capitava d’incollare piuttosto male. notava ora una diversità grande, impensata, fra le ombre del giorno e quelle della notte: l’ombra di lui, calda, che faceva il sole, lo seguiva sempre timida, sottomessa, una cosa sua, infine, nata da lui. Tutt’altro, invece, quella dei fanali. Pareva quasi che fosse lui, ora, a seguirla, e che la cosa principale, la viva, fosse proprio l’ombra: ecco, aveva quasi il sospetto che la sua, lunga, imperiosa, quasi ostile, che aveva già raggiunto l’angolo della via, potesse anche fermarsi da un momento all’altro ad aspettarlo per riprendere la strada insieme nella notte.
Ma abbandonò subito questi pensieri, ricordandosi che gli camminava accanto in silenzio, la figlia del capitano, Doveva avere una grande fiducia in lui quella sera. Un’illimitata fiducia. Gli chiese solo, a un certo momento, se si fosse ricordato del fanale, poi, rassicurata, non aprì la bocca fino al Chianore.
Ora, fermi sull’argine, udivano l’acqua bassa e lenta frusciare sotto i filari curvi dei salici. La notte fitta di luna, d’acqua, d’erbe, di salici e di fresco, li circondava vergine e calma.
Ed egli si accorse di stonare incredibilmente lì in mezzo. Una cosa che urtava, senza senso, Qualcosa come i fotografi alle parate militari.
“Non si sente niente”, osservò a bassa voce la ragazza con una punta appena di delusione.
“È troppo tardi, adesso. Non gracidano più, ma ci sono.”
Le rane. Volevano alludere alle rane.
Egli scese allora in acqua, adagio adagio, senza nemmeno togliersi le scarpe. Erano scarpe quasi sfatte, ormai, di quelle che non possono più diventare lucide; ma conservano ancora un poco di parca dignità, come tutti gli indumenti dei piccoli impiegati e dei sottufficiali.
Le aveva portate però fino a ieri l’altro e, solo paragonandole alle nuove, si era accorto del loro stato. Ne era arrossito.
Emma lo seguiva intenta sulla riva, scostando leggermente le fronde dei salici dal viso come farfalle, con una curiosità vigile, quasi religiosa. A volte, nel silenzio, come quando si soffermava un poco ad aspettare, e udiva soltanto l’acqua scivolarle ai piedi, si sentiva quasi pianta anche lei,
Adesso non pensava più nemmeno a Ladi, che oggi l’aveva pregata di leggergli qualcosa, nemmeno al fidanzato che doveva pur esistere in una delle tante città. Ma c’erano ancora città oltre le fronde dei salici, oltre l’argine e il ponte?
Le onde sostenevano la luna. E sembrava quasi possibile pigliarla su con due dita, gocciolante, come una moneta caduta in una vasca.
Ma una rana piovve sulla luna e la infranse; i frammenti di madreperla galleggiarono un poco qua e là, poi si ricomposero a disco dondolando. Di nuovo fioriva la luna.
“Stresa, lì, lì, guardate. Colla testa fuori. Dietro le foglie.”
Senza poter nemmeno guardare, Stresa tuffò le mani nell’acqua.
Presa. Era presa. Sentiva palpitare fra le dita la gola larga della rana.
Emma gli tendeva ora il sacchetto, vittoriosa, con un desiderio infantile di lodi, sorgendo dal fogliame fresco e oscuro.
E Stresa, guardandola, desiderò stranamente esserle vicino in quel momento, poterla toccare in qualche modo, senza peccato, senza desiderio.
Un bisogno, ecco, una necessità. Come quando si vuol sentire il sole. È peccato, forse, sentire il sole? O come i cani quando si strisciano contro le gambe del padrone. Una cosa simile, proprio; come un bracco.
Gli mancava, ad ogni modo, qualcosa: non si sentiva completo, così.
Intanto continuava a star lì coi piedi nell’acqua, tenendo in mano a rana.
La rana era grossa, verde e sgambettava.

Silvio d’Arzo, L’aria della sera e altri racconti, Bompiani, 2002

Una frase lunga un libro, i saluti

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Il brano che leggete qui è tratta da La Promessa di Silvina Ocampo (La Nuova frontiera, trad. di Francesca Lazzarato), ed è stato il primo brano scelto per la rubrica “Una frase lunga un libro”, era il 25/02/2015. La rubrica si è chiusa stamattina con il numero cento, e si è chiusa con Roberto Bolaño e il suo Tre (Sur, trad. di Ilide Carmignani); in mezzo ci sono poco più di 500.000 battute, spazi e vita inclusa, ci sono molti viaggi, recensioni brevi o lunghe, scritte in treno, scritte di notte, scritte in pausa pranzo, scritte in bagno, alcune venute benissimo altre un po’ meno.

Ero partito con l’idea che una frase (o un verso) fosse in grado di individuare l’anima del libro, di rivelarlo, molte volte è andata così. Molte altre la frase ha introdotto, altre ancora è stata un punto d’arrivo, altre ancora ha mostrato la voce di un personaggio, quasi sempre è stata bellissima; ci sono stati libri per i quali la copertina ha parlato meglio di una frase.

Mi piacciono le cifre tonde, quando arrivai al numero 50 decisi che a 100 la rubrica avrebbe chiuso i battenti. Grazie ai libri di cui ho parlato qui, al ritmo di uno a settimana, ho migliorato la mia scrittura e credo il mio approccio alla lettura. Ho scritto di poesia e narrativa cercando sempre di trovare “la storia” e mostrarla al lettore. “Una frase lunga un libro” chiude ma le recensioni continuano, forse in altra forma, vedremo.

Ringrazio i molti lettori, le case editrici e i loro uffici stampa, e la mia redazione che mi ha sostenuto e accompagnato in questo viaggio che è stato soprattutto divertente. Ringrazio tutti gli scrittori e qui ci sono molti di quelli che amo di più.

Vi metto qui il link con tutti i numeri, andate a vedere che bel viaggio è stato. UnFraseLungaUnLibro

Grazie assai.

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Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Una frase lunga un libro #98: Domenico Brancale, Per diverse ragioni

Una frase lunga un libro #98: Domenico Brancale, Per diverse ragioni, Passigli 2017, € 12,50

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Cercavo la quotidianità minuta. I gesti ripetitivi.
Tutto ciò che si dilata nella durata delle cose.
La complicità delle ombre. La luce della polvere.
I volti della natura morta in ogni distanza.
L’indistinto scricchiolio delle pareti. La forma dell’aria.
Le voci dentro. La materia
dove solo il sangue sa penetrare sempre.

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Se, come scrive Alberto Manguel nella bellissima nota che chiude Per diverse ragioni: “[…] questo libro che abbiamo tra le mani è l’ultima bozza a cui Domenico è giunto, ma non l’ultima in assoluto. Il lettore ne crea un’altra, il traduttore un’altra ancora, garantendo con queste versioni successive una qual modesta immortalità all’opera”, allora esiste una versione di questa raccolta di poesie di Brancale che è la mia, la mia versione di lettore che mi accompagna da un paio di mesi. Io lettore ho compiuto un viaggio tra le parole del poeta, parole scelte dopo averne – ne sono certo – scartate molte; parole che mostrano un lampo, una fiammella, uno spiraglio su quello che prima dei versi è stato osservato, registrato, studiato. Lo spiraglio è quello che sul foglio si fa poesia. Qualcosa che ha un prima non raccontato ma necessario, qualcosa che avrà (e nel caso della bella poesia accade sempre) un dopo, altri spiragli, altri immaginari, addirittura altre memorie. Questo è semplice e meraviglioso. Un libro di poesia è davvero l’ultima bozza del poeta, io che leggo revisiono, io che leggo sostituisco, io che leggo vedo qualcosa che mi appartiene, io che leggo ricordo, io che leggo mi commuovo. Compio tutte queste azioni, vivo le emozioni grazie a uno strumento che qualcuno mi ha messo tra le mani. E quello strumento è il libro, e quella chiave sono le poesie.

Sapevo. Non sarebbe rimasto niente del corpo
che potesse ancora essere detto.

Il vuoto nel vuoto della parola conferma tutto
anche quello che è mai stato.

La raccolta di Domenico Brancale è divisa in tre parti: Da ogni sotto respiro; Per diverse ragioni; Tu è la parola. Il viaggio è però unico, ogni poesia è conseguenza dell’altra come se fossero incatenate e conseguenza di un unico respiro. Si badi, questo effetto non è semplice da ottenere, riuscire a costruire mattone dopo mattone un palazzo in versi che sta perfettamente in piedi sia sotto il profilo statico sia sotto il profilo emotivo è cosa complicatissima; Brancale ci è riuscito. (altro…)

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome, (trad. di Ernesto Maggi), Nutrimenti 2017; € 17,00, ebook € 8,99

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“Dove vanno tutti questi qui?”
“Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”.
“E una frontiera”.
“Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti.

La guerra, quella guerra, quella che è stata la guerra dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che ha buttato giù le case che avrebbero potuto essere le nostre, quella delle fughe, dei morti, dei milioni di morti, quella del terrore e dei campi di concentramento, quella che pareva potesse non finire mai. E poi la guerra degli esodi, degli scavalcamenti di muri e frontiere, di morti lasciati indietro, di bambini caduti per strada, di famiglie annientate. La guerra della fame e della sete, dei bombardamenti, delle esecuzioni, dei dittatori. A queste memorie ci riportano i racconti di Max Aub, che sono davvero straordinari, ci portano in una terra di nessuno che va dalla Spagna alla Francia, e ci va a piedi, che va dal Sudamerica a un campo di concentramento, che va da una fucilazione a un abbraccio, che va da un morto per fame a un sorso d’acqua che ti salva la vita. Il regime di Franco, ma tutti i regimi, che tutti si assomigliano, che tutti quanti segnano chi li attraversa e segnano chi verrà dopo, per conseguenza e per memoria.

Aub è stato un grandissimo scrittore e prima ancora è stato un esiliato, un torturato, una vittima, un uomo segnato. Aub è stato un testimone, ma esserlo è un conto, saper rendere testimonianza è altra cosa. Saper rendere quella testimonianza grande narrativa non è cosa da poco. Se mostri l’orrore della guerra facendo grande letteratura sei uno scrittore eccezionale, sei uno come Aub.

Aub scrisse gli otto racconti di Gennaio senza nome dal suo esilio messicano, queste storie raccontano di esodi di massa e quindi di esilio e di morte, raccontano gli internamenti di Vernet (Francia) o di Djelfa (Algeria); internamenti che Aub visse sulla propria pelle. E vediamo un po’ di che storie si tratta.

Ci hanno dato una scatoletta di sardine da dividere in otto. Era il 25 luglio. Mi ricordo bene, perché lì c’era un calendario. Erano più di tre giorni che non mangiavamo. Per dessert hanno iniziato a bombardare.

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