rubriche

Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi. (altro…)

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

I poeti della domenica #352: Assunta Finiguerra, da “U vizzje a morte”

 

Nge só juorne quanne só ngrefate
me mette u tuajerre gialle de bbile
nu poche de ciprje a nase e frundile
e fazze a sˇcattambigne solitarje
U prime avé batoste è proprje Dije
pecché ha crejate nu munne delinguende
avenne l’universe pe diamante
che besuogne avije de stu zircone?
A seta strette pò passe vite e mmorte
r’aggiuste pe re ffieste a re matrune
tande c’a vite segliózze a raggione
ca si nun ng’ere a morte tande meglje

6/3/07 7.16

Ci sono giorni in cui sono irritata/ metto il tailleur giallo di bile/ un po’ di cipria sul naso e sulle tibie/ e faccio la rompipalle solitaria// Il primo ad aver batoste è proprio Dio/ perché ha creato un mondo delinquente/ avendo l’universo per diamante/ che bisogno aveva di questo zircone?// Al setaccio poi passo vita e morte/ le sistemo per le feste le matrone/ tanto che la vita singhiozza a ragione/ ché se non c’era la morte tanto meglio

Assunta Finiguerra
Edizione di riferimento: U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Edizioni Cofine 2016, p. 129

I poeti della domenica #351: Kurt Schwitters, Alba tondeggia pioggia blu

Alba tondeggia pioggia blu

Tondeggi il verde
Dormi terra maggiaiola
Verdi gocce goccia a goccia
Lievi gocce gocciolano lievi
Tondeggia dormi terra
Dormi verde campo di gocce
Verdi gocce addolciscono canto
Verdeggiano verzura verde.

Kurt Schwitters
(in: Luigi Forte, La poesia dadaista tedesca, Torino, Einaudi 1976, 274-275)

 

Frühe rundet Regen blau

Runde das Grün
Schlafe maies Land
Grüne Tropfen tropfenweise
Leise Tropfen tropfen leise
Runde schlaf Land
Schlafe grüne Tropfenwiese
Grüne Tropfen sanften Lied
Grünen Grüne grün.

proSabato: Andrea Emo, In principio era l’immagine #1

NZO

Il pensiero e l’immagine.

Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa. (Q. 7, 1929)

Ogni immagine è immagine del nulla. E in questo senso l’immagine è ontologica. (Q. 214, 1959)

In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte. L’immagine è in principio (creatrice e creatura della propria negazione) quale può essere la causa dell’immagine? Forse soltanto la sua negazione; tutto ciò che è originato dalla sua negazione (come l’individuo, l’attualità) è originario, è in principio, ed è un principio. L’espressione non può essere poetica quando è originata da una causa o da un’intenzione. L’espressione deve essere originata soltanto dalla rinuncia ai suoi fondamenti, ad ogni fondamento, ad ogni causa e ad ogni effetto. (Q. 288, 1965)

L’immagine è per definizione pallida, diafana, trasparente, ma essa non è astratta. (Q. 306, 1967)

L’immagine, come la vita, è Ifigenia e Fenice – è sacrificio e resurrezione – un mistero che celebriamo in ogni istante con la respirazione, con il fuoco interiore che ci brucia. (Q. 319, 1968/1969)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (Parte seconda)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la seconda parte de Il Mondo, carta del tutto. 

[qui la parte prima]

«Secondo me dovresti andare», mi disse E indicando il solito rifugio degli sceneggiatori di thriller senza idee, il condotto di aerazione.
«Ha ragione», continuò T. «Sei, ecco, no, non sei la più mingherlina. Ma sei giovane, puoi scappare più veloce se le cose si mettono male.»
Mi guardarono tutte come se fossi stato il Messia. Un eroe. Evidentemente un martire, agli occhi di M, che venne chiusa nello stanzino delle scope.
«Non telefonate. Non vi muovete. Non vi picchiate. Vorrei trovarvi tutte in un posto e sane di mente quando torno», dissi.
Fu così che mi ritrovai per strada, uno svincolo silenzioso e senza stole di statale deserta, pieno di cartacce, con vista su pastore tedesco investito. Non c’erano balle di fieno solo perché eravamo in una periferia di città, e non c’erano gli avvoltoi – ma c’erano i gabbiani, in genere impazziscono, preferiscono farlo a mezzanotte ma quella mattina urlavano a poco più di venti metri sopra la mia testa, a mucchi. Uno stava pasteggiando, ad ali aperte, incredibilmente grande per avere paura di me, da un cumulo di carne sanguinolenta abbandonato sull’asfalto. Non era un corpo morto; era una bistecca scivolata da un cartoccio che rotolava poco lontano. Per dirla tutta era a ben tre metri dal corpo morto di R, caduta a piombo dalla finestra della sua camera probabilmente la sera prima. Forse i gabbiani non sono quegli assaggiatori di cadaveri su cui il campo si stringe nelle discariche; non capisco perché la stessa bestia possa rappresentare libertà e grandezza quando ha per sfondo il mare e omicidio e putrefazione quando abita in città. O forse, più semplicemente, l’animale aspettava che proseguissi prima di assaporare la signorina R, e si stava dando solo un tono. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Squeak

©Luigi Cecchi

SQUEAK

Lo squeak-segnale brillava alto sulla cima della Brum-brum Tower: il malvagio Dottor Dimensio-Nando minacciava per l’ennesima volta la serenità, la banalità e lo stile di vita ordinario e privo di senso dei cittadini di Opportunity City! Squeak, il roditore con le orecchie più lunghe dell’universo, indossò immediatamente la tutina attillata color cachi e si fiondò sulla S01, la moto-slitta-razzo parcheggiata nell’autorimessa segreta nascosta sotto la pagoda di plastica che aveva piazzato in giardino vicino alla piscina gonfiabile. «Ti fermerò anche stavolta! Soccomberai al potere di… SQUEAK!» Gracchiò il generatore casuale di frasi fatte che aveva installato nel cruscotto, mentre avviava il reattore. Come un missile, schizzò in cielo e poi ripiombò in picchiata verso l’obiettivo. Capì subito cosa aveva in mente il diabolico Dottor Dimensio-Nando: con un congegno che converte il cemento in carne, rubato due notti prima in una fabbrica di würstel, intendeva trasformare tutti i gargoyle della Cattedrale di Rosicchio in mostri che urlano e digrignano i denti senza però potersi muovere (perché dai, stanno sempre attaccati a una cattedrale)! Squeak non poteva permetterlo! Si scagliò dall’alto sul Dottor Dimensio-Nando, lasciando che la S01 si schiantasse contro un muro in modo da attivare l’effetto “ralenti” dell’esplosione. «Ti pentirai di aver abbandonato la professione di ginecologo per fare il cattivo!» Gracchiò un’ultima volta il generatore di frasi fatte della moto, prima di esplodere. Nel frattempo, Squeak stava già prendendo a pugni il criminale. Dopo averlo messo fuori combattimento, balzò in direzione del dispositivo che trasforma il cemento in carne e con un colpo di orecchie-frusta lo distrusse. MISSIONE COMPIUTA. Tra applausi e dichiarazioni d’amore, Squeak poteva allontanarsi soddisfatto: le banche potevano riaprire, e lui aveva il 17 barrato da prendere, per tornare a casa.

© Luigi Cecchi

 

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

©Luigi Cecchi

 

TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #20: IL GIUDIZIO

 

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Giudizio, carta della nuova vita.

 

Romerolago Diazi si sentiva spietatamente solo. Ma era comunque ed estremamente soddisfatto di sé.
Non aveva fatto nulla, nella sua vita di maestro elementare, che gli potesse pesare sulla coscienza; ora, in pensione, si limitava a trottare da casa sua al baretto, e dal baretto a casa sua, scegliendo sempre, per colazione, un cappuccino tiepido e una brioche salata.
Si sedeva sotto i tigli, senza scambiare chiacchiere con nessuno, a vote schiacciando una pennichella riparato dallo scampolo di visiera che gli offriva il suo basco.
Romerolago Diazi era allergico ai tigli, ma questa allergia l’aveva colto quando era già quasi vecchio; così, pur di non cambiare le sue abitudini, usciva ogni giorno di casa imbottito di antistaminici (era anche per questo che aveva la pennichella facile). Si stringeva sempre al suo bastone da passeggio, un lungo ramo di ciliegio che aveva, come pomello, la testa rotonda di un coniglio d’argento.
Romerolago Diazi aveva pianto una sola volta, nella sua vita. Fu quando i suoi colleghi gli prepararono la festa d’addio prima della pensione. Era entrato in presidenza col suo passo macilento, e ci aveva messo qualche secondo a capire per quale motivo fossero tutti riuniti, dietro la scrivania, stretti a coorte, con una grossa torta di un insano colorito arancione che si scioglieva tra loro e la porta. Aveva sorriso battendo le mani, e gli avevano consegnato il suo regalo; dall’incarto non sembrava certo un maglione, ma a mano a mano che svolgeva la carta dall’asse di legno per arrivare al pomello l’ansia aumentava. Aveva uno strano presentimento, come il formicolio del catarro nei bronchi.
Quando aveva svolto la testolina, il respiro si era fatto più veloce, e la mano più lenta. Tutti si erano messi ad aspettare accerchiandolo con le loro teste curiose. Dalla carta regalo erano spuntati due occhietti neri, e un dentino intagliato sotto un musetto rotondo. Romerolago Diazi aveva trattenuto il respiro.
Fu solo quando liberò le orecchie, afflosciate in un unico blocco di metallo attorno alla testa, che scoppiò a piangere. Tutti applaudirono e risero. Romerolago Diazi piangeva di umiliazione e vergogna, a bocca aperta e a guaiti strazianti: erano anni che Romerolago Diazi, per la sua calma e la sua stolidità, veniva chiamato il coniglio. (altro…)