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proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)

ProSabato: Michele Mari, Io venía pien d’angoscia a rimirarti

9 febbraio 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

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ProSabato: Marisa Fenoglio, Vivere altrove

 

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale. (altro…)

proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.

proSabato: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia

Ognuno ha le amicizie che merita. Si chiama Caracas e io sono felice che a un certo punto le nostre strade si siano incrociate. È un uomo piuttosto imprevedibile, a essere sincero. Di sicuro, non è una persona dozzinale, di quelle che passano e non lasciano alcun segno. li suo regno è il pianeta Ferrovia: la sera è sempre lì, ai piedi di quella specie di rampa di lancio che è la statua di Garibaldi, un po’ soprappensiero come si addice a chiunque stia per intraprendere un viaggio verso l’ignoto. La Ferrovia è una sconfinata ragnatela siderale e Caracas assomiglia a un astronauta perennemente impaziente di scoprire nuovi mondi.
Una volta mi condusse nella strada dove gli piacerebbe abitare, dove anzi da tempo cerca un alloggio benché senza fortuna. Caracas non ha casa, vive ora qua ora là, per lo più ospite di un vecchio amico che però non mi ha mai presentato (esisterà davvero?). Possiede in compenso uno “studio”: un sottoscala dalle parti di Posillipo dove qualche volta si ferma anche a dormire, benché scomodamente, a suo dire.
La sua strada del cuore si chiama Tristano Caracciolo ed è a un passo dalla mia piazza Principe Umberto. Via Tristano Caracciolo è stata interamente colonizzata dagli extracomunitari (arabi e neri, e perciò niente cinesi che si guardano bene dall’avere rapporti sia con gli uni che con gli altri). C’è un ristorante tunisino bianco e azzurro – piano terra e sottoscala – e, poco oltre, una specie di club per soli neri dove Caracas non è mai riuscito a ficcare il naso, sempre scacciato con fermezza nonostante le sue insistenze.
Ha un’aria da segugio in stato di mobilitazione permanente: si ferma davanti a ogni basso, a ogni portone, entra in tutti i negozi – arabi, cinesi, ucraini – si informa, si intrufola, stringe mani, acquista cianfrusaglie, ostenta familiarità: fino a indurre sospetto e irritazione di cui non sempre si rende conto.
Non so perché quella intestata a Tristano Caracciolo l’incanti più di altre strade di questa città nella città, Forse per i suoi palazzi ottocenteschi e monumentali ormai neri di una fatiscenza che si è fatta cenere, abito a lutto. Quando lo seguo nei suoi momenti di maggiore frenesia cerco invano, per farmene una ragione, di penetrare negli ingranaggi più nascosti del suo immaginario laddove germogliano fantasie e pulsioni. Caracas per me rimane essenzialmente un mistero.

da: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 9-10

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #2: Annalisa Teodorani

Teodorani_Sota_la_guazaPalinsesti di poesia
a cura di Manuel Cohen

A mezza selva #2: Annalisa Teodorani
Nella poesia di Annalisa Teodorani

Erede, nei primi anni zero, della scuola di Santarcangelo (T. Guerra, A. Baldini, N. Pedretti, G. Fucci, G. Rocchi), Annalisa Teodorani appare in controtendenza con la dismissione delle lingue dell’oralità, con l’archiviazione del paesaggio e del genere lirico tout court; genere che nei suoi versi si presenta connotato dalla dimessa veste lessicale, una lingua basica, e dall’understatement di formularità informali, variamente tendenti alla prosa o alla spezzatura prosodico ritmica e sintattica, ora mitigata da un fondo di sana ironia ora dalla attenzione ai contesti, cionondimeno rispondenti a istanze proprie della lirica. Rinunciando ad affrontare grandi temi e “grande stile”, la sua osservazione predilige e si sofferma su dettagli secondari, periferici, quasi fissati a un dato di inermità, indagando così un microcosmo feriale, sia domestico, minimale, sia afferente alla sfera faunistica. Le due sfere, umana o vegetale, pullulanti tutte di minuscole entità: arbusti, animaletti, piccoli volatili, tartarughe, bambini, anziane zie, esistenze in exitu di vecchi, giovani spose fragili come falene; dove gli epifenomeni della couche di residenza ci dicono «la grèzia d’un zèt / sòta la bròina» («la grazia di un germoglio/ sotto la brina»), dove tuttavia registriamo la traccia di una Stimmung contemporanea, quasi generazionale, nella percezione fisica di un allarme. Accade infatti frequentemente che a una dimensione sospesa segua la tensione di una minaccia di precarietà: il buio della vita, l’inverno che gela, la montagna che frana, il cadere in una buca, il fiorire in un fosso, il sentirsi disperso: «Dal vólti ta t sint sparguiéd/ e t fiuréss t’un fòs» («A volte ti senti sperso,/ e fiorisci in un fosso»). Un disorientamento che investe di sé per intero un ecosistema: «Énca i giraséul insa piò duvò guardè/ e i gazòt da nóid/ i t’òintra ad chèsa» («Anche i girasoli/ non sanno dove guardare/ e uccelli di nido/ entrano in casa»). Un dato di esilità confermato dal lessico essenziale, in testi che si risolvono nel volgere di brevissime inarcature versali, in distici, in singoli versi, o frasi monorematiche. In una sintassi segnata da ellissi e contratture, slogature e slittamenti logici e figurali, cortocircuiti di senso, scarti pregrammaticali propri dell’oralità spesso attingente a una popolare cultura sacro-scritturale: da cui le molte similitudini, i parallelismi, le metafore. La lingua della Teodorani afferisce alla parlata rurale nelle contrade santarcangiolesi, dove la campagna e la natura sostituiscono le strade e il cemento, e l’asprezza si evidenzia nelle dittongazioni della phoné. Di un millimetrico continuare “a levare”, d’altro canto, come di una ultima, estenuata Dämmerung occidentale, ci dicono testi come Paróli (Parole), che ricorda, per l’esercizio di pazienza, la laboriosità della civiltà contadina: «A campémm sparagnénd./ I dói che al tartaréughi/ a l chémpa una màsa perché li n zcòr» («Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano»). Dell’inquietudine, udito e vista, attraverso gli organi della bocca e degli occhi, si fanno testimoni o scribi: la bocca, bòca, organo attraverso cui la phoné, intima e collettiva, articola suoni, in bilico tra paróli nóvi (nuove parole) e paróli antóighi (parole antiche), avverte la minaccia di un inverno, metaforico nella sua carica visionaria, metafisico nella sua polisemia, che serra la bocca: «t’à srè la bòca». Occhi, correlativi del campo semantico della vista: vedere e esser visti, ma soprattutto, l’ansia destabilizzante del non poter vedere: «ócc dè par dè i n vòid piò dalòng», occhi che giorno per giorno non vedono più lontano; occhi come rispecchiamento, di alterità e purezza, levità e vicissitudine sospesa, come in Nuvèmbri (Novembre): Teodorani incontra l’altro da sé creaturale, condivide freddo e pena terrena: «a péunt i mi ócc/ ti ócc d’un petròs» («punto i miei occhi/ negli occhi di un pettirosso»).

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da Par sénza gnént

I zchéurs dla zènta

Dal vólti a m mètt ma la finèstra
e a stagh da sintói i zchéurs dla zènta:
da spèss i è acsè strach
che la s putrébb sparagnè
la fadóiga d’arvói la bòcca.
Mo se la zcòrr in dialètt
alòura i zchéurs i arciàpa vigòur,
énca al patachèdi,
e u m vén vòia d’andè ad ciòtta
a dói la mi.

I discorsi della gente: A volte mi metto alla finestra/ e sto a sentire/ i discorsi della gente:/ spesso sono così stanchi/ che si potrebbe risparmiare/ la fatica di aprire la bocca./ Ma se parla in dialetto/ allora i discorsi riprendono vigore,/ anche le sciocchezze,/ e mi viene voglia di scendere/ in strada a dire la mia.

 

da La chèrta da zugh

L’udòur de sàbdi

A n l’arcórd l’udòur de sàbdi
scapènd da scóla arcórd
snò ch’a séra lizìra
e l’aria datòunda
l’éra tótta da bòi.

L’odore del sabato: Non ricordo/ l’odore del sabato uscendo da scuola/ ricordo soltanto che ero leggera/ e l’aria intorno/ era tutta da bere.

 

da Sòta la guàza

Sparguiéd

Dal vólti ta t sint sparguiéd
e t fiuréss t’un fòss.

Sparso: A volte ti senti sparso/ e fiorisci in un fosso.

 

Una zèsta

Lasém a lè
do ch’ a m’avói vést
cumè cla zèsta
s’i ghéffal ad lèna
s’i férr instécch.

Una cesta: Lasciatemi lì/ dove mi avete vista/ come quella cesta/ coi gomitoli di lana/ coi ferri infilzati.

 

Annalisa Teodorani è nata a Rimini nel 1978 e risiede a Santarcangelo di Romagna (RN). Autrice in lingua italiana e nel dialetto santarcangiolese, ha esordito giovanissima ed è considerata l’erede della poetessa Giuliana Rocchi e, in generale, della grande Scuola di Santarcangelo: Tonino Guerra, Gianni Fucci, Antonello Baldini e Nino Pedretti. Ha pubblicato quattro libri di poesia in dialetto santarcangiolese: Par sénza gnént (pref. di G. Fucci, Rimini, Luisè 1999); La chèrta da zugh. La carta da gioco (Pref. di A. Brigliadori; Postfaz. Di N. Fattori, Il Ponte Vecchio, Cesena 2004); Sòta la guaza. Sotto la rugiada (Pref. di M. Cohen, Il Ponte Vecchio, Cesena 2010, 2013) e La stazòun degli amòuri biénchi (Bandella di copertina di D. Rondoni, CartaCanta, Forlì 2014); in lingua ha pubblicato in versione digitale: Nient’altro che parole (Feltrinelli, Milano 2016). È compresa nel saggio di Pietro Civitareale Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola 2005), e nell’antologia omonima uscita del 2006 per le Edizioni Cofine di Roma. È inserita nel Dizionario dei poeti romagnoli del Novecento (a cura di G. Fucci, Pazzini, Villa Verucchio 2006) e nelle antologie Poets from Romagna (a cura di G. Bellosi, traduzioni in inglese di A. Bianchi, J. Fortune e S. Siviero, Cinnamon Press, Blenaug Fflestiniog -U.K.- 2013) e Di un sangue più vivo. Poeti romagnoli del novecento (a c. di G. Lauretano e N. Spadoni, Il Vicolo, Cesena 2013), ha partecipato a numerose manifestazioni e rassegne letterarie ed è stata invitata ai più prestigiosi festival di poesia.

(il profilo critico è apparso, con il titolo Annalisa Teodorani, in: AA.VV., L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

A mezza selva #1: prima parte
A mezza selva #1: seconda parte

Versi e vinili #1: Francesco Filia, Parole per la resa

Ci sono raccolte di poesia i cui versi accompagnano gesti, eventi, passi di una vita. Ci sono dischi che dispiegano la loro vocazione a farsi parte della colonna sonora di una vita. Due affermazioni, queste, talmente evidenti da apparire banali. Banale, tuttavia, non è la combinazione, seppure tutta soggettiva e rielaborata da chi riceve e recepisce, di una determinata raccolta di poesia e di un determinato album musicale, l’associazione – da qui il nome di questa rubrica – di “versi e vinili”. La prima puntata della nuova rubrica di Poetarum Silva è dedicata all’incontro tra Parole per la resa, la raccolta più recente di Francesco Filia, e Etica Epica Etnica Pathos, l’album che i CCCP-Fedeli alla linea pubblicarono nel 1990. (Anna Maria Curci)

Versi e vinili #1:
Francesco Filia, Parole per la resa ¦ CCCP, Epica Etica Etnica Pathos

La storia dell’incontro tra Parole per la resa di Francesco Filia e Etica Epica Etnica Pathos nasce da una prima intuizione, che si è manifestata con urgenza, perfino con incontrollata irruenza, e che ha trovato successivamente conferma in letture e ascolti rinnovati. Una prima intuizione che si è imposta come colonna sonora fin dalla prima lettura, una sera, allorché mi sono arresa alla bellezza dolorosa di un libro che aspettavo da tempo, da quando, per la precisione, avevo visto quasi delinearsi lo sviluppo “del cammino e della resa” nella precedente raccolta di Francesco Filia, La zona rossa e nei testi della plaquette L’inizio rimasto, poi divenuti la V sezione di questo volume.
Epica, etica, etnica, pathos, mi sono detta quella sera, con «il canto oltre il destino», dolente eppure tenace, che faceva battere le tempie e premeva sulle corde vocali. Proprio all’album del 1990 che i CCCP-Fedeli alla linea firmarono con Gianni Maroccolo, proprio nelle tracce del vinile che si proponeva di riportare «tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70», proprio in quelle canzoni, i cui autori, nella quasi totalità delle tracce, rispondono ai nomi di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, proprio in quella tappa musicale che fu una fine e fu un inizio e fu una resa e fu una ripartenza ho trovato il legame fortissimo con le singole parole e l’intera architettura di amore, di resa, di strazio e di resistenza della raccolta di Francesco Filia.
Provo allora a entrare nel vivo di questo incontro e a dare una risposta ad alcuni “perché”.
Perché “epica”? Perché il respiro delle «parole per la resa» di Francesco Filia è un respiro ampio, perché esso abbraccia più generazioni, non solo quella alla quale anagraficamente appartiene l’autore, ma anche quella di chi sta scrivendo qui e ora e, dunque, quella degli autori dell’album del 1990. È un respiro che si slancia solido e temerario dalla cosmogonia al minimo sussultare di minuscola vita, che fa i conti con «Lo sgomento per una primordiale cellula/ che duplica se stessa per intero in eterno».
Perché “etica”? Perché “dobbiamo”, sì, «Dobbiamo consegnare le parole per la resa», senza dimenticare amplessi e slanci della nostra adolescenza (penso a Baby blue dell’album) e tentando, appunto, «il canto oltre il destino», «il gesto oltre il destino» (e qui il legame con Campestre dell’album è, se possibile, ancora più evidente). In questo senso vanno esplicitamente i testi che compongono la prima sezione della raccolta, che ha il titolo della raccolta stessa: Parole per la resa.
Perché “etnica”? Perché la poesia di Parole per la resa è ‘satura’ della «gloria del disteso mezzogiorno” e rende quelle «tre del pomeriggio», la greve e gravida controra, la finta indolente, con gli accenti che giungono tanto più veri, quanto più legati da un lato a una tradizione poetica ben definita e vissuta (l’eredità montaliana è manifesta e dichiarata) e dall’altro a una parola poetica ricombinata, ricollocata e ricreata in un tessuto compositivo originale, come avveniva, per esempio, in Aghia Sophia dell’album dei CCCP (dove già quel “Tedio domenicale” dell’attacco lancia una cima alla poesia).
Perché “pathos”? Perché la raccolta è tutta attraversata dal rovello del domandare, del non fermarsi, da «un cavo disperato cercare»; eppure essa è anche, inequivocabilmente, nel segno dell’amore, dell’eros con Carmen – e se volessimo lanciarci, noi famelici e “ipocriti lettori” nell’esplorazione del nome, avremmo pane per i denti: carmen canto Carmelo mistica clausura. Perché, ancora, è poesia che narra di un abbandono sull’orlo dello strapiombo, del fondersi e del perdersi, nel duettare tra «l’azzurro cupo» e «l’immenso che travolge», come fanno, in alternanza, i trenta testi della II sezione, Diario di una vacanza. (altro…)