rosella postorino

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

Su “Testi segreti” di Marguerite Duras. Con un’intervista a Rosella Postorino

Testi-segreti-poetarum

Marguerite Duras, Testi segreti, Trieste, Nonostante edizioni, traduzione di Rosella Postorino, pp. 126, € 15,00

Ferma, intransigente, severa e irriducibile: se si guardano i tanti filmati con le interviste e i racconti che Marguerite Duras ha rilasciato durante gli ultimi anni quindici anni della sua vita si possono forse cogliere alcuni aspetti caratteriali − e formali − molto presenti anche nelle sue opere, dagli anni Settanta in poi, o anche da prima. È tuttavia da quel momento che la sola resistenza ammessa da Duras sarà quella nei confronti della scrittura e del cinema, che molto hanno a che fare con la voce e con la sua “fragilità” o la sua “vitalità”.
Un esempio da cui partire può essere il cortometraggio del 1979, Les mains négatives (da vedere qui, dove sono riportati anche il testo e una breve contestualizzazione), in cui le immagini di Parigi − all’imbrunire, poi all’alba e di prima mattina − fanno da collante fra la voce narrante e la musica di un violino (strumento melodico, come la voce) che stride. Il violino e la voce fuoricampo − così Duras la pretende − sembrano lavorare con l’immagine, condurla; non vi è, dunque, un primato di tipo filmico-narrativo ma un evidente primato vocale-narrativo e musicale, e c’è una scelta: quella di utilizzare la stessa voce dell’autrice, due volte presente. Anche qui, come durante le apparizioni pubbliche, la voce è tenace, e la sua tenacia è spinta dalla forza dell’amore che lei stessa sta narrando: «Tout s’écrase/ Je t’aime plus loin que toi/ J’aimerais quiconque entendra que je crie que je t’aime/ Trente mille ans/ J’appelle/ J’appelle celui qui me répondra/ Je veux t’aimer je t’aime/ Depuis trente mille ans je crie devant la mer le/ Spectre blanc/ Je suis celui qui criait qu’il t’aimait, toi».
L’implacabilità della voce di Duras (autrice) è uno dei nodi presenti anche in Testi segreti, volume ripubblicato quest’anno per i tipi di Nonostante edizioni (nel 1987 usciva per Feltrinelli) e che include anche la prosa La puttana della costa normanna. La traduzione è di Rosella Postorino che firma anche un saggio su Duras, come già aveva fatto per il precedente volume tradotto per la stessa casa editrice, il romanzo del 1958 Moderato cantabile (uscito nello stesso anno per Einaudi, nell”86 per Feltrinelli), e che risponde oggi qui a qualche domanda sulla scrittura dell’autrice francese. (altro…)