Rose Ausländer

Anna Maria Curci, ABC del passeur

ABC del passeur

Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto. Procedendo in ordine alfabetico, con un mio personale ABC, comincio con tre autori: Rose Ausländer, Gottfried Benn, Heinz Czechowski. Traghettando le loro poesie nella striscia di terra nel quale l’italiano è riconosciuto come lingua materna, sono nate alcune composizioni.

 

A

Traducendo Rose Ausländer 

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

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I poeti della domenica #225: Rose Ausländer, Il mio respiro

Il mio respiro

Nei miei sogni profondi
la terra piange
sangue

Stelle sorridono
fin dentro i miei occhi

Se giungono umani
con quesiti policromi
andate da Socrate
rispondo

Il passato
mi ha composto in versi
io ho
ereditato il futuro

Il mio respiro si chiama
adesso

Rose Ausländer
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Patrizia Sardisco, poesie da “Cristareddu appuiatu nto ventu”

patrizia 2015

La poesia di Patrizia Sardisco, in particolare quella scritta nel suo dialetto monrealese, ha il potere di restituirmi lo spirito e il dettato di Madre lingua di Rose Ausländer: «Mi sono tramutata in me/ di attimo in attimo/ smembrata fatta a pezzi/ sul sentiero di parole/ madre lingua/ mi ricompone/ mosaico di persone» (qui nella mia traduzione). Parola terra materna, sì, con la presa in carico, i segni nella carne e i solchi negli occhi di camminate per i sentieri impervi di una lingua madre, radicata nell’anima e sradicata ormai nella realtà sempre matrigna, con i tesori strappati a mani nude, che ora ne riportano le escoriazioni, con i frutti di immersioni compiute nella coscienza del rischio e del confine sottilissimo tra “pausa del respiro” come opportunità di riflessione e apnea fatale. Non c’è spazio, qui, per la concessione alla moda vezzosa e al fascino esotico del dialetto. Ciascuno di questi testi, inediti come pubblicazione a sé stante e finalisti al Premio Ischitella-Pietro Giannone del 2014, sono il frutto di una felice (piena, vissuta, ricercata e trovata) unione tra voce partorita dal grembo della Madre lingua e pensiero critico, che scevera e discerne. (Anna Maria Curci)

***

Ancilu di mari

Chiossà po’ sunnu  ‘i jorna  pi circari
‘nzoccu pirdisti ‘u jornu ca nascisti

‘U beni canusciuto, l’acqua linna
ca ti sunava ‘i gricchi ‘a notti funna.

Cori assuppatu ‘i mari, era  tu resca
tu era granciu, senza sapiri funnu

Tu era pisci, ancilu di mari
cull’ali aperti allucintati ‘i suli

 

Angelo di mare

Di più saranno i giorni per cercare/ ciò che hai perduto il giorno che sei nato/ il bene conosciuto, l’acqua leggera/ che ti suonava negli orecchi a notte fonda./ Cuore imbevuto di mare eri una lisca/ eri un granchio senza conoscere fondale/ tu eri pesce, angelo di mare/ Con le ali aperte rilucenti di sole

*

A matri vuci

Natavi leggiu, e leggia leggia ‘a vuci
S’ppuià  comu lapa ‘ncapu ‘i rosi
Nto specchiu  d’acqua d’i to’ casi

Vuci di matri e figghia
Vuci di granni e nica
Vuci di vini e ràrica c’afferra

Nza s’iddu ‘i pensi  o ‘iddu t’i scurdasti
S’addivintaru scrùsciu  nt’e to’ gricchi
I murmurii agghiuttuti cu to’ nomu

Nomu di figghiu e patri
Nomu di  re e picciotto
Nomu di vini e ràrica c’afferra

S’appuià comu lapa ncapu i rosi
A matri vuci ca  spinicìa ‘u to’ nomu
E ti vattiò vaviannut’a facciuzza

 

La madre voce

Nuotavi leggero, e leggera leggera la voce/ si appoggiò come ape sulle rose/ nello specchio d’acqua delle tue stanze/ Voce di madre e figlia/ voce di adulta e bambina/ Voce di vene e radice che attecchisce/ Chissà se li ricordi o li hai dimenticati/ se sono diventati rumore nelle tue orecchie/ I mormorii ingoiati col tuo nome/ Nome di figlio e padre/ nome di re e ragazzo/ nome di vene e radice che attecchisce/ Si appoggiò come api sulle rose/ la madre voce che sorreggeva il tuo nome/ e ti battezzò bagnando di saliva le tue gote (altro…)

Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino

Meerbaum-Eisinger_Florilegio

Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino, Edizioni Forme Libere 2015

Ci sono libri che hanno il dono di coinvolgere e illuminare esistenza, storie, vicende di più persone, di imprimere accelerazione e nutrire l’attenzione a due ambiti, quello affettivo e quello cognitivo, che in casi del genere non collidono affatto, ma, al contrario, concorrono ad alimentare la fiducia nel connubio di empatia e critica, di passione e ricerca. Florilegio di Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942), a cura di Francesca Paolino, appartiene a pieno diritto alla schiera di questi libri. Uno dei tanti pregi dell’edizione italiana di Blütenlese sta infatti nell’affiancare alla convincente traduzione italiana delle poesie che Selma Meerbaum-Eisinger compose e poi trascrisse nell’album dedicato a Leiser Fichmann, il giovane di cui era innamorata senza esserne seriamente ricambiata, una ricostruzione dettagliata, sia delle vicende rocambolesche che hanno fatto sì che il manoscritto giungesse fino a noi, attraversando vari paesi e realtà politiche disparate, sia della storia delle edizioni e della ricezione dell’opera poetica di colei che, con Rose Ausländer e Paul Celan (le madri di Selma e Paul erano cugine), completa la triplice costellazione letteraria (Dreigestirn è il termine che troviamo nella prefazione di Jürgen Serke all’antologia di Meerbaum-Eisinger Ich bin in Sehnsucht eingehüllt, pubblicata da Hoffmann & Campe nel 1980) di Czernowitz; è una costellazione letteraria che scrive nel tedesco della Bucovina, “Mutterland-Wort”, “parola terra materna” di Rose Ausländer. Non stupisce, dunque, nel leggere l’accurato saggio introduttivo di Francesca Paolino, apprendere che fu Hilde Domin, la quale aveva definito la poesia di Selma Meerbaum-Eisinger “così pura, così bella e così minacciata”, a donare la propria copia di Blütenlese (pubblicata prima come edizione privata nel 1976, poi a Tel Aviv nel 1979) al giornalista Jürgen Serke.
La storia del cammino percorso dal manoscritto è testimonianza di amicizia, di devozione, di impegno del ricordo. Nell’inverno del 1941/1942, prima di essere deportata in Transnistria, Selma affidò l’album a un uomo rimasto sconosciuto, perché questi lo consegnasse all’amica Else Schächter-Keren, la quale aveva il compito di inoltrarlo a Leiser Fichmann. Selma non lo aveva più visto dall’autunno del 1941, quando Leiser era stato destinato al lavoro coatto fuori città. Leiser tornò a casa ed Else riuscì a fargli avere l’album. Consapevole del pericolo cui andava incontro nella sua fuga, nel marzo 1994, dall’Arbeitslager nel quale si trovava, e nella sua ricerca di una nave che lo portasse in Palestina, Leiser, “Leisiu”, restituì l’album a Else. Leiser morì nell’agosto 1944 nel naufragio del Mefkuré. Sempre nell’agosto 1944, Else incontrò a Czernowitz Renée Abramovici-Micaeli, la migliore amica di Selma e le cedette l’album con le poesie. Con l’album di Selma nello zaino, Renée attraversò, a piedi e con mezzi di fortuna, la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e parte della Germania, arrivando poi a Parigi. Nel 1948 Renée giunse in nave in Istraele, dove il manoscritto non aveva speranze di essere pubblicato, perché in lingua tedesca. Fu solo verso la fine degli anni Sessanta, nella Repubblica Democratica Tedesca, che la pubblicazione di un’antologia di opere di ebrei vittime della persecuzione nazista attirò l’attenzione di Hersch Segal, il professore di matematica e “Klassenlehrer” di Selma. Fu il professor Segal a rintracciare Renée e l’album, fu lui a curare una prima edizione delle poesie quale omaggio al talento dell’allieva morta in Transnistria. La sua iniziativa, l’edizione privata del 1976, fu preludio all’edizione pubblica delle poesie, edizione curata dall’università di Tel Aviv e apparsa nel 1979.
Frutto di anni di studio, di una costanza caparbia e amorevole nei confronti del rigore filologico e della correttezza, l’edizione italiana di Florilegio segue la biografia (sulla quale ho avuto modo di scrivere qui su Poetarum Silva) di Selma Meerbaum-Eisinger, Una vita, anch’essa a cura di Francesca Paolino. Permette a chi legge di addentrarsi in un universo costituito da un bagaglio essenziale, ma non ingenuo, di immagini e di termini, che, di testo in testo e di contesto in contesto, assumono sfumature e significati molteplici. (altro…)