rosario palazzolo

Festival dei Matti 2018: il programma

Festival dei Matti – IX edizione

17-20 maggio 2018
Venezia
A margine. Abitare luoghi comuni.

Si parlerà del fatto che follia (quale che sia il senso che diamo a questa parola) è da sempre l’effetto di una messa a margine, a fondo pagina di discorsi che reggono soltanto bandendo il fuori campo. Una questione di spazi separati, dislocazioni non scelte, forzati trasferimenti, sradicamenti. Si parlerà di quei luoghi comuni – ideologie e pregiudizi – che chiudono i dialoghi, innalzano muri, barriere intransitabili, spazi chiusi che nulla hanno di comune e del dolore dell’essere spinti fuori gioco; ma anche delle condizioni che rendono inabitabili o abitabili i contesti, della cura che occorre perché sia possibile abitare da soggetti il dentro e il fuori, luoghi comuni, territori condivisi, comunità materiali e immateriali, garantendo a pieno la cittadinanza come chiede la legge 180, a quarant’anni dalla sua emanazione.  Come note a margine che riaprono i discorsi.

 

PROGRAMMA

Giovedi 17 maggio
Ca’ Foscari CFZ, Cultural Flow Zone
Ore 18.00

Inaugurazione del Festival

Saluti istituzionali

Anna Poma curatrice del Festival
Paola Mar assessora al Turismo Comune di Venezia
Flavio Gregori prorettore attività e rapporti culturali di Ateneo

Ore 18.30

Padiglione 25proiezione del film e dibattito

Padiglione 25. Diario degli infermieri (2016) di Massimiliano Carboni

Ne discutono Massimiliano Carboni (regista), Claudia Demichelis (antropologa e curatrice del libro), Vincenzo Boatta (infermiere), Maria Grazia Giannichedda (sociologa), Riccardo Ierna (psicologo-psicoterapeuta) (altro…)

Bernarditudine

luigi-bernardi-foto-di-roberto-nistri

Luigi Bernardi, foto di Roberto Nistri

Bernarditudine
Alcune memorie senza costrutto di tre matti su Luigi Bernardi

di Antonio Paolacci, Rosario Palazzolo e Gianni Montieri

*

G: Boh, cominciamo che uno comincia e gli altri gli vanno dietro?

R: Ottimamente.

A:  Facciamo che abbiamo già cominciato? Montieri tocca a te.

G: Mi pare un buon inizio. Comunque, la prima cosa che farei per farlo incazzare e per cominciare sarebbe quella di girargli gli avvisi del meteo: “Sta arrivando Morgana”, “Occhio a Caronte”, “Poppea pioggia di Dea” e aggiungerei “Scurati”, non come scrittore, ma sempre come avviso meteo. Vi ricordate come sfotteva gli annunci di disastri meteo?

(da qui cominciano i ricordi, che fa un po’ Biagio Antonacci, ma meglio così si incazza subito)

*

A: Mi ricordo quando mi chiese di aiutarlo a montare una mensola in casa sua. Eravamo due inetti, in ’ste cose, ma pure gareggiammo a chi fosse più in grado di usare un trapano e una bolla. Ci mettemmo qualcosa come un paio d’ore, a montare uno scaffale solo, per quanto bello lungo. Il fatto è che Luigi era di una precisione maniacale e quella maledetta mensola doveva essere perfetta. Nelle pause tra una misurazione e un buco, bevevamo chinotto, parlavamo (male) dei – ehm – colleghi editori, ci raccontavamo quello che stavamo scrivendo, ridevamo. Solo alla fine gli chiesi perché avesse voluto il mio aiuto, con tutta la gente a cui poteva chiedere, visto che io non sono mai stato bravo in queste cose. Mi rispose, ovviamente: “Fatti i cazzi tuoi, Paolacci”.

R: Mi ricordo quando ci incontrammo per la prima volta, qui a Palermo, in un locale in centro coi tavoli fuori e i gazebo e molti piccioni e mi ricordo che mi sentivo parecchio imbarazzato anche perché era forse la terza volta che lo incontravo e sicuramente la prima a tu per tu, senza altri su cui far rimbalzare la responsabilità dei silenzi, e insomma stavamo lì a guardare i piccioni e i passanti e nessuno dei due parlava e parlammo solo per l’ordinazione e lui ovviamente prese un chinotto e si lamentò che non avessero la marca che preferiva e finalmente ebbi qualcosa da dire e perciò maledissi i bar all’aperto, sì, che si ostinano a tralasciare alcuni chinotti, E cosa li mettono a fare, dissi, I tavoli e i gazebo e i piccioni se poi non hanno le marche di chinotto, tutte le marche di chinotto, e E qui a Palermo non funziona niente, dissi, Figurarsi i chinotti, e mi dilungai assai, devo ammetterlo, sulla faccenda dei chinotti perduti e dei chinotti dimenticati e dei chinotti rimpianti, e purtroppo era un argomento a esaurimento, lo sapevo bene, e difatti si esaurì dopo poco, e restammo a consumare e a guardare in silenzio, e io mi sforzavo di innescare un meccanismo dialogico, e mi pare che un a certo punto dissi Io odio i piccioni, maledetti i piccioni, ma non funzionò ché in realtà non ho mai odiato i piccioni e niente sapevo sui piccioni, e mi lasciò col piccione in bocca quando a un certo punto disse Andiamo?, Sì, risposi, e così andammo, e mi pare fosse Lurisia, la marca, del chinotto.

G: Parlate bene voi di mensole, piccioni, e chinotti, soprattutto di chinotti; e se vi dicessi che ne ho uno sulla Lemonsoda? Eh sì, se manca il chinotto ci si arrangia. Eravamo a Sarzana, dopo una presentazione dei nostri libri, dopo una cena con molti amici, tra cui l’avvocato e Zannoni, e insomma siamo lì che torniamo alla stanza che avremmo dovuto dividere per la notte. E sono più o meno le undici, e lui vorrebbe andare a dormire, alle undici per lui era tardi, e io gli faccio: “Mi aspetti dieci minuti, che devo chiamare Anna?”, “Se proprio devo, Montieri, ti aspetto”. Non aveva scelta, avevamo una chiave e non sapevamo se ci fosse un citofono. Cercammo un bar. Ma a Sarzana, a maggio, alle undici, i bar in centro sono chiusi, di aperto c’era un ristorante. Cambio di tempo verbale, qui, come accade nei ricordi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto (ancora un tavolino) e chiediamo al cameriere più scazzato del mondo se possiamo bere qualcosa. “Cosa prendete?; io ordino un caffè e una minerale, Luigi un chinotto, ma non hanno un chinotto. A Sarzana non hanno un cazzo di chinotto. E Luigi mi guarda con la stessa faccia che faceva all’uscita di un libro di Scurati, poi guarda il cameriere e gli fa: “Avete almeno una Lemonsoda?”. La Lemonsoda c’era. Il cameriere ci prese per pazzi, temo. Due tizi strani, forse ubriaconi che non si ubriacano. Amici che non parlano. In effetti non parlammo molto, eravamo stanchi, però azzardai “Che posto del cazzo”. Sorrise e mi rispose: “Che testa di cazzo”, facendo cenno verso il locale. “Andiamo a dormire?”, “Sarà meglio”. Così andò, vi risparmio la descrizione del suo terribile pigiama.

A: Beh allora, se parliamo di notti a Sarzana, una volta – per assenza di camere libere – io e Luigi dividemmo una stanza in quell’albergo, dove invece del citofono c’era una corda con la campanella, un albergo ricavato da un castello che tra l’altro si diceva infestato dai fantasmi. Voglio dire, immaginateci che dormiamo assieme in una specie di castello medievale infestato, bellissimo per carità, ma con il bagno comune al piano e senza chiavi alle porte delle camere, dove s’aggiravano pipistrelli enormi nei corridoi e al mattino dovevi perdertici per trovare la cucina e, se eri fortunato, farti fare un caffè con la moka. Ecco, immaginate Luigi che borbotta per tutto il tempo, tra una pausa di silenzio e l’altra, a cominciare da quando, appena arrivati, ci chiedono se vogliamo una matrimoniale o due letti singoli. E la sera dopo, a Bologna, tornati ognuno a casa sua, a un certo punto mi chiama: “Pronto?”, faccio io. “Pronto, Paolacci”, fa lui. Silenzio. “Dimmi”, faccio io. Lungo silenzio. “Sei tornato finalmente alla civiltà?”, fa lui, “cos’è ‘sto casino?”, mi chiede. “Sto entrando all’Esselunga”, faccio io, “il casino è l’elicottero dell’ospedale qua vicino che sta atterrando”. Lungo silenzio, seguito da sbadiglio. “Bernardi”, faccio io, “ma perché mi hai chiamato?”. “Sì, ti spiego”, fa lui, “è che stavo togliendo un pelucco dall’iPhone”, dice, “e mi è inavvertitamente partita la chiamata a te”, dice, “e ho pensato: meglio se aspetto che mi risponda e ci parlo, sennò Paolacci trova lo squillino e chissà che si mette in testa”, dice.

R: Scrivemmo un testo insieme, io e Luigi, nel 2007, un testo che si chiamava I tempi stanno per cambiare, e poi facemmo pure la regia e fu un divertimento assoluto, e mi ricordo che nella scrittura le scene si alternavano e pertanto lui scriveva la sua e io ribattevo con la mia e nel mentre commentavamo quanto avevamo scritto e discutevamo sul da farsi e come il progetto potesse definirsi nel migliore dei modi e io c’ho delle mail che se ve le facessi leggere, se io ve le facessi leggere, se un giorno decidessi di farvele leggere, non accadrà mai, però qui, adesso, voglio ricordare la sera del debutto e lo spettacolo debuttò a Palermo, mi pare fosse l’aprile 2008, e c’era grande emozione e Luigi non stava nella pelle e passeggiava nei camerini e sulla scena e controllava ogni cosa con uno sguardo così torvo da spaventare gli attori e poi cominciò lo spettacolo e ce lo godemmo dalla regia e lui ogni poco e sottovoce mi chiedeva Sta andando bene, no? e io facevo di sì e pareva un ragazzino alle prese con un nuovo giocattolo, mi ricordo, e ricordo la bellissima cena che ci fu dopo, e andammo a mangiare messicano e perché andammo a mangiare messicano non lo ricordo e c’era sto finto messicano con la sua sfilza di piatti tipici messicani e Luigi non sapeva che scegliere e scegliemmo il medesimo piatto ovvero una bistecca vattelapesca e insomma una roba proprio messicana e piccantissima e azteca e bevemmo come canguri e poi lo accompagnai in albergo e ci salutammo e me ne andai a casa e mi coricai e stavo ancora pensando allo spettacolo quando squillò il telefono ed era Luigi che blaterava al telefono e così mi vestii di fretta e lo raggiunsi in albergo e prima passai dalla farmacia notturna e bussai alla sua porta e quando aprì era piegato in due e Scopri le chiappe, su, amico, gli dissi, impugnando una siringa e Fanculo il Messico, gridava, lui, nel mentre, e arrivò persino la cameriera, che cominciò a guardarlo storto, mi disse, da quella notte lì.

G: Vi invidio molto, poi, questa cosa di averci lavorato insieme, ma le cose così dovevano andare, mi viene in mente ora una piccola cosa, ma che sancisce il momento in cui capimmo che saremmo diventati amici, o forse lo capii io, lui lo sapeva. Un giorno stavo attraversando Piazza Duomo qui a Milano, era dopo pranzo, rientravo in ufficio, ero con una collega. Lo incrociai, ci guardammo per una trentina di secondi senza dire niente. Aveva i capelli ancora più assurdi, mossi dal vento. Scoppiammo a ridere, ci stringemmo la mano, parlammo appena un paio di minuti, io ero in ritardo. Mi disse: “Montieri, un giorno mi spiegherai cosa cazzo ve ne fate di tutti questi piccioni”. “Un giorno, appena lo scoprirò”, risposi. Prima di andarsene, e quello fu il momento in cui diventammo amici, disse: “Montieri, noi non ci siamo visti”. E se ne andò, verso i portici, verso via Dogana, verso boh. Chissà dove cazzo è andato quella volta.

(altro…)

Racconti matti (Verso il Festival) #3: Rosario Palazzolo, Dall’angolo

berlino, foto gm

berlino, foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il terzo racconto è di Rosario Palazzolo e si intitola Dall’angolo

*

 

Dall’angolo

 

Dai che ti racconto quella dell’orco cattivo, No, Quella dell’orco che si è mangiato a tutti quelli che conosceva, Vattene, Che se li è mangiati senza pietà, No, Che dopo che se li è mangiati siccome c’aveva ancora fame, Tanto non ti apro, Si cominciò a rosicchiare pure le ossa, Non la voglio sentire, E siccome che poi ci aveva ancora fame, Mi chiudo le orecchie, Se li ha vomitati per mangiarseli di nuovo, Che chiamo aiuto a qualcuno se non te ne vai, Apri, Non apro, Apri, Non apro, Devi aprire che ti devo ammazzare, Statti fermo, Devi morire, Calmati, Ti ho detto che devi morire che io ti devo ammazzare, Aiuto, Non gridare, Aiutatemi, Non gridare ti ho detto che ti devo ammazzare ché così non gridi più, Signore signore chiama la polizia, Non gridare chiudi la finestra, Signore ti prego, Chiudi la finestra schifo della terra che se viene qualcuno ammazzo pure a lui, Signore non te ne andare aiuto aiuto, Nessuno ti dà retta che lo sanno tutti che devi morire, Aiutatemi, E non piangere che tanto ora scasso la porta entro e ti scanno come, Aiutatemi, Come ha fatto l’orco con tutti quelli che conosceva, Aiutatemi, Non ti aiutano ché lo sanno che fai schifo che, Ora mi butto, Fermati, Mi butto se non te ne vai mi butto, Non ti muovere, Mi butto, No, Mi butto, Prego commissario da questa parte, Perché non mi hai chiamato subito, Signor commissario qui c’è stato un bordello incredibile tutti i vicini che urlavano che facevano confusione abbiamo dovuto rompere la porta per entrare ché era chiusa da dentro, Erano brave persone si litigavano qualche volta ma erano brave persone, Ma insomma brave proprio brave, Voci che facevano impressione di notte e di giorno, Io con lui non mi salutavo mai mi faceva antipatia, Lei però era una bella femmina, Signori fate passare il commissario, Permesso permesso andate via aria aria c’è troppa confusione qua andatevene nelle vostre case, Signor Commissario ma che ci fu il morto?, No il vivo aria andatevene ho detto chiudi la porta brigadiere ma ci rompono i cazzi veramente ma poi dico, Buongiorno commissario, Buongiorno De Marchi dico io si deve per forza aspettare a me per sgomberare, Ha ragione commissario ma lo sa come sono questi vicini prima ti dicono che c’hanno informazioni importanti e poi te la fissiano che forse c’avevano la pentola che bolliva il figlio che piangeva la suocera che partoriva e non hanno sentito niente, Va bene ocappa ma non aprite più la porta se non ve lo dico io e se qualcuno ha qualche cosa da dire, C’è la scientifica commissario, Fate passare lo mandi da me e ci parlo io con questo qualcuno, Va bene, Fermi ma che vi pare che siete a casa vostra che vi pare che ci potete ballare qua dentro? Ciao commissario, Ciao Gregorio, E statevi zitti non lo vedete che il commissario sta parlando col dottore, Che ci abbiamo oggi, Un bordello ma ancora non lo so bene sono appena arrivato, Una cosa incredibile commissario una cosa spaventosa, Posso fare i rilievi?, Un minuto fammi guardare che c’è, Minchia ma allora sei cretino!, Che cosa è successo?, Commissario Competti ha pestato una cosa che io ce l’avevo detto di non camminare lì vicino ma lui nient, Va bene ocappa ma ora andatevene che c’è la scientifica, Ti vuoi smuovere escitene, Piano piano che l’ho fatto apposta, Andiamo a vedere che c’è, Una cosa spaventosa commissario, Va bene ho capito ora basta che mi devi fare vomitare prima del tempo portamici e statti zitto brigadiere, Io ti aspetto qua, Va bene do un’occhiata e poi vai a fare i tuoi rilievi da dove si prende?, Da qui, E spegnilo il cellulare brigadiere quando sei in servizio lo devi spegnere, Pronto sto lavorando va bene?, Dove dobbiamo andare?, Di qui va bene dal dentista ce lo porto io ora devo chiudere, La situazione complessiva appare buona, l’osservato sembra non aver accusato il colpo. Mi tengo a debita distanza per non destare in lui preoccupazione. Dal mio punto d’osservazione mi pare che stia cercando di comprendere la nuova condizione. A ogni modo, tenterò a breve un approccio per provvedere ai fini per cui ho avuto incarico. Pertanto, le annotazioni che seguono avranno valore di semplice premessa e non tenteranno alcuna analisi precisa. Il successivo colloquio dovrà considerarsi parte integrante di questo documento. Dove stiamo andando?, In cucina, È successo lì?, Sì, E quella porta rotta?, È la porta del bagno, Aspetta fammi entrare qua prima, Che ti sembrava che non ero capace di rompere la porta?, Ti prego non mi fare niente, Ché io mi sono mangiato i spinaci e con un cazzotto l’ho rotta la porta e ora ti devo ammazzare, Ti prego in ginocchio, Ti spacco la faccia, No, T’ammaz, Ahi ahi, Ti ho rotto la faccia ah ah ti esce il sangue ché sono forte io, Mi hai scassato il naso disgraziato, C’è del sangue, Sì ma questo è niente in cucina manco si può entrare c’è un lago, Adesso vediamo, Ma quando finiamo che domani mi cominciano le ferie, Si sta facendo tardi, Tu che turno fai?, Da questa parte commissario qua c’è la cucina, Perché che ore sono?, Otto sedici, Brigadiere che ci fanno questi qua?, Mi dai una sigaretta, Sono già le tre, Fuori!, Ragazzi fate passare il commissario, Voglio tutti fuori intesi fuori ma che parlo africano?, Scusi commissario, Aspettiamo sotto, Andate in centrale, Agli ordini, Di nuovo, Diamo solo un’occhiata e poi facciamo entrare a quello della scientifica, Qua c’è la cucina, Quelli hanno toccato niente?, No li ho fatti stare fuori la stanza, Non li dovevi manco fare entrare nella casa, Abbiamo dovuto rompere la porta non lo sapevamo quello che trovavamo, Commissario, Qualcosa di pericoloso, Che c’è Gregorio?, Posso venire? Vieni? Ma che cosa c’è c’hai una faccia bianca, Guarda, Tu sei pazzo tu sei malato tu sei, Vieni qua non scappare ché tanto ti prendo, Aiuto aiutatemi, Non correre in giro per casa che non c’hai dove andare l’orco così fece che prima li ha inseguiti e quando li ha presi, Aiuto, Li ha tagliati pezzi pezzi e se li è mangiati, Basta ti prego, Mettiti in ginocchio, Che mi vuoi fare?, Ti ho detto mettiti in ginocchio, Non mi ammazzare, Non piangere che non ti voglio fare niente, Così?, Così brava, Non mi rompere la testa, E tu chiudi gli occhi, Ma perché devo chiuderli?, Devi chiuderli e basta ci devi avere fiducia di me, Chiusi, Chiusi?, Chiusi, Uno, Che mi vuoi fare?, Due, Ti prego non mi, Tre, Ma che caspita è successo qui? È assurdo, Calmiamoci senti Gregorio mentre tu fai i rilievi noi restiamo qua, Va bene, Commissario stanno bussando alla porta, E apri, Siccome lei aveva detto, Apri, Cominciamo, Rimaniamo davanti l’entrata della cucina così puoi muoverti meglio, È un giornalista dice che vuole delle dichiarazioni, Ma come rompono la minchia questi!, Quattro per cinque, Digli che al momento non ci sono ancora notizie certe e che appena sappiamo qualcosa di più preciso lo chiamiamo noi, Va bene, Le misure della stanza sono ridotte, E allora?, E allora i corpi durante la lotta devono essere restati sempre molto vicini, E allora?, È strano, Perché?, Mettiamo che tu stai lottando con qualcuno, Sì, E mettiamo che questo qualcuno ti ha dato un pugno un calcio ti ha colpito insomma, Sì, Tu che fai?, Che faccio?, Che fai?, Gli do un cazzotto pure io, Esatto, E allora?, Per dargli un cazzotto però devi assicurarti che il tuo avversario non ti colpisca a sua volta e lo stesso penserà lui cioè se io devo fare a cazzotti penserò all’attacco ma penserò pure alla difesa, Cioè vuoi dire che potevano scappare magari rincorrersi per la casa e non l’hanno fatto?, Proprio così, Si sono colpiti senza badare a difendersi soltanto per farsi del male, Parla e questo può considerarsi un segnale positivo. Il viso appare rilassato. Non dà segni di particolare nervosismo. A tratti, soltanto a tratti, s’infervora di colpo, un’agitazione improvvisa e velocissima. È un attimo, poi s’immerge di nuovo in quell’apparente serenità, Tu che ne pensi?, E che ne devo pensare purtroppo sono saltati tutti gli schemi non ci sono più ammazzatine regolari, Passioni tradimenti vendette, Già, Non ci sono più punti di riferimento, Macchè, Guarda questi per esempio dico io perché, Perché mi stai facendo male?, Perché tu sei una persona cattiva, Ti giuro che farò la brava d’ora in poi farò la brava, Che tu giuri sempre e poi non le mantieni mai queste promesse, Te lo prometto, Lo giuri?, Lo giuro, E giura allora, Lo giuro, Devi giurarlo che ti devi baciare le due dite con la bocca così, Lo giuro, Se non lo fai più ti perdono, Non lo faccio più, Tra breve proverò un contatto. Occorrerà utilizzare la massima cautela. Userò la Maussten. Intanto lui sembra tranquillo. Mi avvicino. Lascio il registratore acceso. Lo devi spegnere ci hai rotto i cazzi, Mi scusi signor commissario mio figlio c’ha un ascesso, Questi cellulari ci hanno scassato la minchia metti il silenziatore, Va bene, Lui ne ha perlomeno trentacinque o quaranta lei minimo cinquanta, Anni?, No buchi, Mettiamoci a tavola che io ci c’ho fame, Devo fare la pasta, Lui dov’è?, Non lo so, Cercalo che deve mangiare e si deve lavare le mani ché uno quando deve mangiare si deve lavare sempre la mani ché non si mangia mai con le mani sporche, Buchi?, Buchi!, C’è di nuovo il giornalista di prima dice che è un suo diritto perché le notizie sono, Non si sa niente, Ma lui dice che, Non si sa niente, Signor commissario ci vuole parlare lei perché con me, Mi avete rotto i coglioni ti ho detto che ancora non si sa niente, Va bene, La cosa strana è che i colpi sono in tutto il corpo come se ognuno dei due durante la lotta avesse voluto colpire i punti vuoti, Vale a dire che non ha colpito a caso?, No guarda qua lo vedi questo buco?, Sì, È un buco esclusivo, Che vuol dire?, Vuol dire che chi ha inferto il colpo ha come cercato una parte della pelle che non fosse ancora stata colpita, Come se ci avesse pensato?, Esatto come se ci avesse pensato, E c’è dell’altro, Che cosa?, Buon appetito, Buon appetito, E allora? Che fa la preghiera non la fai?, Avanti fai la preghiera, Le preghiere si fanno ché non è giusto che si fanno le preghiere ché se no Gesù si arrabbia e ti fa morire, Avanti fai la preghiera, Gesù benedici questo cibo che oggi prendiamo e dallo anche ai poveri, Ciao, Ciao, Come ti chiami?, Io sto giocando ché c’ho le mie bambole e sto giocando, Non mi vuoi dire come ti chiami?, Devo giocare che già te l’ho detto che devo giocare, Io mi chiamo Gabriella, Devi mangiare lo hai capito che devi mangiare?, Lascialo stare che sta mangiando, Che se non mangi resti piccolo piccolo e le porte non le puoi rompere che manco con gli spinaci le puoi rompere, Commissario mi viene di vomitare, Escitene, Va bene se non vuoi parlare con me io mi allontano appena ti va di dirmi qualcosa tu mi chiami io sono lì, Va bene se ti devo dire qualche cosa io ti chiamo che tu vieni, Mangia farabutto!, Non ci buttare voci, Tu non me lo puoi dire quello che devo fare, Se tu ci butti voci lui si spaventa, Ti ho detto che devi stare zitta, Alzati e vattene nella tua camera, Mi allontano. Non insisto. L’osservato appare reticente a un approccio diretto. Probabilmente, non è ancora pronto. Devo conquistarmi la sua fiducia. Mi allontano. L’osservo. Hai vomitato?, Sì, Stai meglio?, Sì sì, Ce la fai a restare ancora?, Ce la faccio commissario, Che cos’è questo altro Gregorio?, Non è stata usata soltanto un arma, Vale a dire?, Che a ogni buco corrisponde una punta diversa, Devo vomitare di nuovo, Vai e se non vomiti statti lo stesso fuori, Guarda qua i buchi si differenziano sia per profondità che per forma, Io non vedo niente, Certo per ora sulle ferite c’è il sangue e non si capisce bene, Non si capisce niente, Commissario è chiaro che queste sono solo valutazioni di massima dopo l’autopsia ti farò sapere qualcosa di più preciso, C’è la possibilità che ci fosse qualcun altro?, No la dinamica dei colpi è chiara erano in due, Brigadiere fai salire qualcuno per la perquisizione fammi chiamare se si trova qualcosa d’interessante, Vado, Dove vai?, Nella mia stanza, Prima devi finire di mangiare non lo hai visto che io ho mangiato tutta la pappa?, Non ne voglio più, Te la devi mangiare ché soltanto quelli cattivi lasciano le cose soltanto loro che poi, Perquisite bene la casa se trovate qualcosa mi chiamate mi raccomando che il commissario è incacchiato cominciate dalla camera da letto, Ché poi quando le lasciamo i bambini che sono poveri piangono, Devo giocare, Lascialo andare, Zitta ti devi stare, Calmati, Dall’angolo della stanza sa che lo sto guardando e ogni tanto si gira verso di me. Gioca tutto il tempo con delle bambole di pezza. Una lite secondo me è stata una semplice lite che è degenerata, E perché tutta questa cattiveria, Commissario tu lo sai meglio di me oggi nessuno più si dice le cose siamo pigri svogliati ce ne fottiamo e tiriamo a campare già sei fortunato se trovi un movente si sono ammazzati e questo ti deve bastare, Hai ragione, Lo so, Mi devi dire qualche cosa sulle armi del delitto, Dopo l’autopsia, Qualche accenno, Ce li hai davanti gli accenni, Cioè?, Te ne vai? Scappi? Non ti preoccupare che poi ti vengo a trovare tanto lo so dov’è che ti metti, Lascialo in pace, Abbiamo trovato qualche cosa, Che cosa?, Carte per il divorzio, Ecco il movente, Sì ma mi manca ancora qualcosa, Cosa, La dinamica, Pensi sia importante?, Sì, Mi osserva con più costanza adesso. Come se mi attendesse. Credo sia arrivato il momento di tentare un nuovo approccio. Mi avvicino. Tengo sempre il registratore acceso, Tanto lo so che ormai c’hai le carte pronte, Lo hai voluto tu, Io non ahi ahi ahi ahi ahi, Che c’hai?, Mi fa male la pancia ahi ahi ahi, Distenditi qua, L’uomo a un certo punto si è disteso, E perché?, Questo non lo so è il tuo lavoro, Mi fa male la pancia che mi sembra che sto morendo, Si è disteso qui fra il lavandino e il tavolo come lo vedi tu, E la donna?, La donna si è distesa pure lei, Pure lei?, Sì, E perché?, È il tuo lavoro t’ho detto, Ocappa, Ahi ahi, Che c’hai?, Dolore qua, Nella pancia?, Sì mi corico pure io, Vedi?, Ha spostato la sedia e si è distesa pure lei, E poi?, Ahi, Ahi, Ahi, Ahi, Cosa ci hai messo nella pasta?, Niente, Disonesta che ci hai messo il veleno?, No no, Ahi mi hai voluto ammazzare tu a me?, Io non ho fatto niente, Ma mentre si distendeva ha perso l’equilibrio e si è tirata la tovaglia con tutto quello che c’ere sopra, E che c’era?, C’erano le armi del delitto, Disonesta mi hai voluto uccidere ma tu devi morire prima di me, Un apribottiglie, Prenditi questo, Ahi, Un coltello seghettato, E tu questo, Ahi te ne approfitti che non c’ho le forze, Un apriscatole, Ti buco la pancia disonesta, Ahi, Un coltello da frutta, T’ammazzo, Ahi, E poi sono rimasti lì, Per quanto?, Questo adesso non te lo so dire ma ci sono rimasti tanto per lo meno cinque ore, E che facevano?, Due armi a testa, E allora mi dici come ti chiami?, Matteo, Che fai?, Gioco con le mie bambole, E come si chiamano, Prendi questo e questo, E tu questo, Con le poche forze rimaste continuavano a bucarsi la pancia il viso le braccia fino a quando, Ahi mi hai fatto male disgraziato, La donna ha perso i sensi, E l’uomo?, L’uomo e la donna. Si chiamano così? Sì. L’uomo ha resistito un poco guarda qua ha tentato di sollevarsi ma non ce l’ha fatta, E questo uomo e questa donna che fanno?, Giocano, Sono papà e mamma?, Sì, Sono rimasti a terra e sono morti dissanguati, Commissario c’è di nuovo il giornalista che gli dico?, Che il caso è chiuso un uomo e una donna si sono uccisi reciprocamente durante una lite, Va bene, E cosa fanno papà e mamma?, Giocano giocano giocano giocano, Calmati!, Giocano giocano giocano giocano, Qualcuno venga qui ha una crisi nervosa, Giocano Giocano, Prendetelo con cautela, Dottore gli date dei calmanti?, Sì certo, E allora secondo te il caso è chiuso? Sì è come dicevi tu ormai è tutto inutile non ci si capisce più niente, E l’autopsia gliela faccio?, Tempo perso comunque fai come ti pare, Il bambino è stato portato in reparto. Ho tenuto per tutto il tempo il registratore acceso. Ho raggiunto la sua camera, mi limiterò ad osservarlo. Non lascia un attimo quelle due bambole di pezza, sembra più calmo. Mi hai ucciso mi hai messo il veleno, Tu mi hai messo il veleno sei cattivo, Mi hai avvelenato con il veleno dei topi, No io non, Quello che c’è nell’armadietto di fuori, Cattivo cattivo, Che tu mi volevi lasciare e allora mi hai ucciso, Non è vero, Hai preso il veleno e lo hai messo nella pappa, Tre cucchiai di veleno, Basteranno tre cucchiai di veleno? È meglio svuotare la busta, Tutta la busta? È meglio tutta la busta, È molto meglio, Svuoto tutta la busta, Hai fatto meglissimo.

 

*

© Rosario Palazzolo

 

Questo Natale #8: Rosario Palazzolo, La Vigilia di Luigi

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

 

La vigilia di Luigi

 

 

 

Mi chiamo così, e da dove guardo adesso c’ho dodici anni, quasi tredici, è il 1953, l’immagine è l’immagine di una strada sterrata vicino casa mia, una strada che oggi certamente non sarà più sterrata, una strada che però farà schifo uguale, alle mie spalle c’è il niente: una striscia di terra che porta da nessuna parte, in primo piano invece un gruppetto di tre persone col fiato bloccato e il corpo in aspettativa, mio padre è quello coi baffi, quasi alto, con una giacca che sa di marrone e un pantalone più scuro, c’ha la faccia seria di uno che ha sempre la rabbia a portata di sguardo, mentre a sinistra, mia sorella grande, c’ha un sorriso stremato, un sorriso che vorrebbe essere un sorriso ma che proprio non ce la fa, il vestito buono non è più tanto buono, si vede, lo vedo, io sto davanti, le mani sui fianchi, le gambe larghe, la testa alta, i vestiti stretti e consumati, i piedi nudi, i capelli arruffati, nella foto dovrebbe esserci anche mia madre, se fosse viva ci sarebbe stata, certamente, io penso, e poco dietro ci sono altre tre persone che casualmente passavano da lì nel mentre che si scattava e che perciò gli è venuto uno sguardo fatti suoi, ora, se mettiamo si potesse proseguire verso destra, più avanti verso destra, se mettiamo la foto non fosse una foto e c’avesse questa opportunità di muoversi verso destra, poco più avanti verso destra, si vedrebbe un groviglio di vie secche e lunghe con le case che fanno le case nonostante tutto, si vedrebbe Palermo, quartiere Montepellegrino, e si vedrebbe lo sconforto, pure, e la lacerazione e la privazione e la cattiveria, soprattutto, che fa tutte le facce ingiallite, c’è: Giovanni che come mestiere fa le scarpe ai poveri, che ora, siccome di poveri ce n’è assai e siccome a distinguere un povero da un ricco è una cosa complicatissima e ancora siccome chi è povero è povero e chi è ricco fa il povero, e allora a questo Giovanni gli tocca faticare tutto il giorno e certe volte pure la notte per un niente, perennemente incurvato, appena fuori la bottega, su un seggiolino mezzo sfasciato, appena dentro la bottega, a lavorare di martelletto, e c’è: la Signora del Latte che non so come si chiama per davvero ché tutti la chiamano la Signora del Latte perché c’aveva due mucche secche e moribonde, prima, che gli facevano un poco di latte che scambiava con un poco di carne per sua figlia Mariapia, perché poi c’era: pure questa Mariapia, prima, e Mariapia aveva più o meno la mia età e mi guardava come se fossi suo marito, e mi spiava come fossi suo marito, e quando ci incontravamo per strada mi lanciava dei sorrisi timidi e allo stesso tempo maliziosi, dei sorrisi che lasciavano presagire un qualche futuro insieme, ed era morta due anni prima, Mariapia, per l’appunto, nel 1951, il dieci di febbraio, per una febbre che non si capiva che febbre era, e mi ricordo sua madre, qualche giorno prima, che mi incontra per strada e Vieni a salutare Mariapia, mi dice, e io ci vado, la casa è una casa senza casa, un tutto intorno quasi vuoto e colore pece e con la puzza tipica delle stalle, una puzza che ogni tanto ci portano qualcuno che c’ha la tosse perché dice che questa puzza è una puzza che fa bene alla tosse, e ha fatto proprio bene, alla tosse di Mariapia, che fa un rumore fastidioso che si sente dall’uscio, è una gran cassa di frastuoni che pare impossibile vengano fuori da una bambina, busso, la Signora del Latte mi accoglie con una faccia senza tintura, scarsa, di chi ha capito a suo tempo l’aria che tira, mi fa strada, nella stanza di Mariapia c’è aria di disperazione, lei fa un sorriso tiepido di circostanza, io ricambio, lei mi fa avvicinati con la mano, io mi avvicino al letto, lei si inghiotte il sorriso e sussurra un Allora sei venuto?, ed è come se volesse vomitare il sorriso, adesso, ripigliarlo da dove sta adesso ché da qualche parte starà, adesso, pensa, certamente, Mariapia, mi sa che non lo trova, io dico Sì…, e non so cos’altro aggiungere, e allora restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo, dapprima ci guardiamo a intermittenza negli occhi cercando di saziare il silenzio con gli sguardi, poi, quando il silenzio si è fatto davvero silenzioso, con un sorriso a mezza bocca metto a spiccicare parole di convenienza e Non ti preoccupare che tra poco ti rimetti, le dico, Magari un giorno di questi ci facciamo una passeggiata, le dico, Domani torno a trovarti, le dico, e lei, adesso, c’ha una faccia scura piena di rancore per un futuro che sente improbabile, io mi sforzo di mantenere il sorriso, mi accanisco con quel sorriso, lei mi mi guarda un poco e poi dice, Mi dai un…, e frena la frase, ché la timidezza l’acchiappa persino lì, sul letto di morte, e poi tenta di accarezzarmi la mano e in quel momento preciso succede una cosa stramba, succede che mi prende una paura incredibile, una paura come se con quel bacio lei mi potesse immischiare la sua malattia, succede che ritiro la mano, che dico Lasciami la mano, che corro fuori, verso casa, a perdifiato, corro per rinchiudermi in bagno, a strofinarmi per bene la mano, e Sei cattivo, mi dice, la Signora del Latte, l’indomani, mentre sono di spalle e non l’ho vista, Sei un ragazzo cattivo, mi ripete, Ti meriti l’inferno, e io non mi giro, io resto fermo, io mi sento cattivo, io mi merito l’inferno, e poi c’è: Umberto, e Umberto sarebbe un amico mio che passiamo la giornata insieme, con Umberto tiriamo le pietre ai gatti randagi e facciamo il tiro a bersaglio coi topi e rinchiudiamo le serpi dentro i bicchieri e le lasciamo morire di fame e ci mettiamo a guardare nel mentre muoiono di fame e insomma facciamo cose che tutti ci dicono Cornuti, ci gridano Cornuti, e qualcuno pure Bastardi, ci grida, ma il gioco nostro preferito è il gioco dei soldati cattivi e ogni giorno ce ne andiamo nello spiazzo dei bombardamenti che è rimasto lo spiazzo dei bombardamenti pure se i bombardamenti sono successi dieci anni fa, e una volta lì ci infiliamo in mezzo alle macerie e ci immaginiamo di essere soldati terribili, soldati arrabbiati, soldati che sparano, soldati cattivissimi che vogliono fare tutti gli altri soldati morti, e il soldato morto lo fa sempre un certo Maurizio, e noi lo acchiappiamo e lo leghiamo e lo torturiamo e gli urliamo Parla, disgraziato, parla!, e lui vorrebbe pure parlare ma mica ce lo sa cosa dovrebbe dire e dice cose a vanvera, perciò, cose a ripetizione per essere lasciato in pace e non è mai quello che dice, però, ciò che vogliamo che dica noi, e Parla, ti ho detto parla, miserabile!, gli gridiamo e gli diamo certe pizze così e una volta gli abbiamo rotto un dente e tutti a gridarci che insomma il gioco va bene e la monelleria va bene e tutto va bene ma questo significa essere crudeli e significa non averci manco un poco di pietà e io mi sento proprio così, in definitiva, mi sento uno senza pietà, uno sbagliato, uno senza giorni migliori, e del resto uno che è nato facendo morire sua madre mica può averci la vita buona, e poi c’è: Girolamo, c’è Gisella, c’è Corrado, c’è Tommaso, c’è Aquilino e ci sono un sacco di altre persone, rintanate nelle case o fuori dalle case o in giro nel quartiere, migliaia di altre persone che cercano di tirare avanti pure se avanti non ci vedono nessun motivo per continuare a tirare avanti, una miriade di altre persone arrabbiate e ingiallite e accanite con questa cosa del tirare avanti, l’anno della foto l’ho detto, è il 1953, la vigilia di Natale, e io quella notte riceverò una visita, la visita di Mariapia.

(altro…)

Rosario Palazzolo – Cartoline dall’orlo

palazzolo

Cartolina numero uno
La Paura (di Luca Mannino)

Marta ha paura. Una paura fottuta. È chiusa in camera, la sua camera da letto. Marta mette tutto ciò che può davanti alla porta, affinché nessuno entri. Mobili, sedie, tutto. Marta piange, perché sa che è inutile. Marta chiede perdono, a chi continua a sbattere sulla porta. E Marta urla. Marta impazzisce dalla paura. E urla. Urla sempre più forte. Marta trema. E Marta ha un’idea, una speranza, a un certo punto. Fingersi morta. Le sembra una buona idea. Dovrà solo renderla credibile, la sua morte. Adesso si organizza. Prova. Simula un infarto. Chiunque entrerà la vedrà morta e la lascerà perdere. Pensa, Marta. Forse. O forse no. Basterà toccarle il polso, per accorgersi della fregatura. Impiccarsi. Simulare un’impiccagione è difficile, ma non impossibile. Quel chiunque s’impressionerà, e non approfondirà. Sicuro. Marta si organizza. Adesso è lì, su una sedia. Pronta a saltare.

CARTOLINE DALL’ORLO (è un laboratorio di Progetto Santiago)

Laboratorio itinerante di scrittura e creazione teatrale
a cura di Rosario Palazzolo

— A Salerno, Reggio Emilia, Milano, Genova, Piacenza, Savona, Figline Valdarno, Palermo, Pavia, Torino

— Una produzione
Progetto Santiago e Teatrino Controverso >>>>>

Dieci città, dieci cartoline, uno spettacolo, un libro
Il laboratorio si svolgerà in due fasi, nella prima i partecipanti analizzeranno la struttura di un testo, e approfondiranno le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le metamorfosi, lo skaz, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, le didascalie, le revisioni, e gli esercizi saranno pratici, perlopiù, e deduttivi, e analitici, e ci si confronterà col gruppo sviscerando i testi e predisponendo il lavoro futuro e per futuro s’intende la seconda fase, ché il resto del percorso consterà di approfondimenti via mail e via skype – solo per gli iscritti non di Palermo – due in tutto, nei quali i partecipanti svilupperanno e limeranno e definiranno il testo e infine i più maturi – dieci in tutto – verranno raccolti in un piccolo libro, che potrebbe essere anche un grande libro per quanto piccolo di dimensioni, un piccolo grande libro, diciamo, quindi, pubblicato da Progetto Santiago, e poi altri dieci verranno messi in scena in uno spettacolo, un piccolo grande spettacolo col medesimo titolo del libro e col medesimo titolo del laboratorio, e cioè Cartoline dall’orlo, per l’appunto, e lo spettacolo debutterà a Palermo a giugno 2016.

(altro…)

Orazio Labbate – Lo Scuru

scuru_cover_store

Orazio Labbate – Lo Scuru – Tunué edizioni – € 9,90

La luna era piena. Il vento grevemente faceva sgusciare via, da dei paletti rugginosi infissi alla collina gialla, bottiglie di ammoniaca bucate che sembravano, nell’immaginazione del ragazzo, appiattite, e stese, come la nonna sul tavolo dell’obitorio. Ingoiò la fantasia. Poi diede un colpo al pomo d’Adamo e scurdò.
Butera era vuota, la piazza moriva pirciàta dalla palizzata nera dei tronchi. Scinniu dà màchina, solo davanti all’unico albero di bifira, misurava le vanedde chiaroscurali che lo allontanavano da Via Archimede e quindi dalla morte.

Torna la lingua siciliana, torna a sorprendermi e a conquistarmi, così come più volte è accaduto nel tempo. Così come nel 2013 è accaduto col meraviglioso Cattiverìa (Perdisa Pop) di Rosario Palazzolo. Torna dolce e cattiva. Torna delicata e pungente. Torna con la forza viva che fa la parola quando suona. Torna nel primo romanzo di Orazio Labbate Lo Scuru. Labbate è molto giovane, e per questo l’uso che fa del siciliano è molto interessante. Per mano di un ragazzo quello che è radicato nella tradizione più lontana diventa cosa attuale, o torna a esserlo. Lì dove la parola antica cammina al fianco di quella nuova, dove il dialetto si mischia all’italiano creando una terza lingua, nasce la storia, quella che a noi deve arrivare. Una lingua nuova.

Un uomo anziano dalla lontana Virginia, sentendo la morte vicina, un uomo che ha da pochi giorni seppellito l’amata moglie, racconta la sua storia, la sua storia lontana, quella della Sicilia. L’uomo si chiama Razziddu Buscemi. La Sicilia, terra aspra e dura. La Sicilia delle campagne e dei pescatori. La Sicilia misteriosa delle leggende. Il luogo dove la religione e la stregoneria si confondono, fino a sovrapporsi. Chi è il mago e chi è il prete? Chi è il diavolo e chi è lo stregone? Dov’è l’innocenza di un bambino? La purezza, la santità? Il protagonista cresce senza padre con la madre e la nonna. Quest’ultima lo ossessiona, lo impaurisce con le sue superstizioni, tra esorcismi e diavolerie. Tra queste, la più grave: Razziddu è nato impuro, fuori da una relazione ordinaria, frutto di una “ficcata”, è sporco, senza speranza. Non lo salverà fare il chierichetto, anzi la Chiesa sarà più condanna che salvezza. Il dialetto siciliano è più cattivo che mai, è ingiurioso, è terribile. Se si prova a leggere qualche frase ad alta voce si rischia di sentire il sapore del sangue o del sale tra i denti. C’è poi lo Scuru, una figura (o un’ombra, o una minaccia) che nei ricordi del ragazzo oscilla continuamente (così lo immaginiamo) tra l’essere la quarta presenza della Trinità o lo scarto di questa, tra l’essere il demonio o un’assurda magia nera. Ma il dialetto vibra come il vento e nel racconto si rimodella di continuo: Fede o Stregoneria?

Comparirà il mago, amico del padre, in un primo momento guida, perché ha visto, perché ha conosciuto il padre di Razziddu, perché sa parlare davanti al fuoco; poi disprezzato perché non c’è verità dove la superstizione domina. E dove la superstizione vince resiste solo la paura. La paura sarà voglia di scappare, voglia di morire. Un tentativo di suicidio è descritto in una scena che ha forza di temporale. Poi c’è lei, Rosa, l’amata. Rosa che conosce l’altro siciliano, quello dolce, quello che sa incantare, che sa raccontare le stelle anche nella notte più scura. E quindi il padre di Razziddu. L’uomo che pescava gli africani in mare, gesti che al tempo erano ordinari, stavano nelle cose, come il pescare. Erano atti che un uomo su una barca di notte sapeva di dover fare.

L’ossessione dello Scuru, della morte, della tragedia, il dubbio che l’amore non possa bastare a garantire la salvezza, come fuggirà Razziddu da tutto questo? Servirà un gesto che dovrà avere la stessa forza della superstizione, qualcosa che scacci il peso dal petto, qualcosa che liberi e cancelli e regali un’altra parte di mondo. Un mondo dove i funerali diventino racconto e non tormento, un mondo in cui, con l’anima in pace, lo Scuru si trasformi in un’immagine, acqua che evapori, fuoco che si spenga.

Gli scarichi delle grondaie borbottavano al muro di fùmu verso Gela; il tragitto, il ragazzo lo avrebbe percorso da solo. Da quasi adulto a uomo, d’un colpo, in un breve viaggio, tintu, solo iddu e gli spaventapasseri della piana. Sulu lui e la raggia che si gonfiava come una stella nata da picca.

© Gianni Montieri

Osservare lateralmente le cose – Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

rosario

 

Osservare lateralmente le cose Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

Osservare lateralmente le cose. Questo dovrebbe essere uno dei compiti preliminari dello scrittore, e non farsi fregare dalla prassi, pertanto, dall’analisi condizionata dall’analisi, dal maremoto di ovvietà che stagna la vita dell’artista standard, con le sue passioni standard e le sue trasgressioni standard; perché osservare lateralmente le cose ci espone sempre a dinamiche nuove che non comprendiamo immediatamente, offrendoci un punto di vista alternativo e alternante, ché basta variare lo sguardo di pochi gradi e cambia l’oggetto del nostro vedere, cambiamo noi osservatori, muta il rapporto. Di conseguenza occorre essere disabituabili, per scrivere il teatro, e estremamente esperti nel riconoscere l’idiozia della consuetudine; degli avvezzi cronici al dispregio, all’acrimonia, e insieme dei catechizzati alla sofferenza più grande, quella di contraddirsi continuamente, affinché si sperimenti l’impossibilità della consolazione, il suo limite intrinseco. Perciò, Osservare lateralmente le cose sarà un luogo di sperimentazione, innanzitutto. E poi un luogo in cui ricercare o affinare la propria voce teatrale. Nessun limite di età, nessuna particolare esperienza richiesta. Un laboratorio di scrittura per drammaturghi o aspiranti drammaturghi o semplicemente per chi intende comprendere meglio le dinamiche della comunicazione, e della rappresentazione. Si partirà dalla struttura del testo, dalla scaletta, dalla descrizione fisica dei personaggi e dei luoghi, per arrivare all’organizzazione dei dialoghi, all’etica del racconto, alla definizione delle didascalie, alla revisione. Un massimo di dieci partecipanti per un percorso complesso e affascinante, la cui prima fase inizierà il 3 luglio e si concluderà il 31 luglio, per poi riprendere il 4 settembre e terminare il 29 settembre, con una pausa nel mese di agosto in cui gli scrittori potranno lavorare individualmente sul proprio testo.

Due gli incontri a settimana, in orario pomeridiano. Per chi non volesse, è previsto un percorso telematico, intervallato da tre incontri via skype, in cui si analizzeranno i contenuti del testo, le eventuali migliorie da apportare. Il calendario dei suddetti incontri sarà stabilito con ciascun partecipante. Le candidature per entrambi i percorsi – provviste di un breve curriculum – dovranno arrivare entro e non oltre il 23 giugno 2014 all’indirizzo mail teatrinocontroverso@gmail.com. La pratica di scrittura di baserà sui seguenti argomenti: le biografie immaginarie, i frammenti biografici e biografemi, le idiosincrasie, il flusso di coscienza, il monologo esteriore rivolto agli altri, il monologo esteriore rivolto a se stessi, lo skaz o monologo gergale, i tropismi, le impressioni sparse, le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le descrizioni di descrizioni, ovvero: le transcodificazioni, gli elogi (dell’apparente insignificante), le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le ucronie, le metamorfosi, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, la lingua palermitana, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, la struttura del testo, le didascalie, la revisione.

Due dei testi nati durante l’Officina di Scrittura Teatrale, verranno messi in scena (dopo una fase laboratoriale aperta ad attori e attrici) dai registi Giuseppe Massa e Marika Pugliatti. I due lavori debutteranno nella stagione 2015/2016 al Tmo. Il costo del laboratorio è di 150 euro. 80 euro per i partecipanti on line.

***

Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972. Drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all’improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi – Premio Oltreparola), e i tre atti della Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, Manichìni e ‘A Cirimonia, vincitore del 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano e Menzione speciale premio In-box (Siena, 2010). I suoi spettacoli – prodotti dalla Compagnia del Tratto – sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali. Nel 2013 fonda Teatrino Controverso, con il quale produce, oltre a Letizia forever, gli spettacoli del Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia) e Catechesi sulla sofferenza. Nel 2006 ha vinto il Premio Lama e trama con il racconto a N. Ha condotto, fra gli altri, laboratori di drammaturgia presso L’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), La Vicaria (Palermo), il Teatro Della Contraddizione (Milano). Per la narrativa ha scritto: L’ammazzatore (Perdisa pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa pop, 2010), Cattiverìa (Perdisa pop, 2013). Nel 2012 Guglielmo Ferro mette in scena una versione teatrale del suo romanzo Concetto al buio. Invitato a più riprese dalle università di Liverpool, Manchester e Capodistria, recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo).

Giuseppe Massa nasce a Palermo nel ’78. Debutta come attore il 18 Luglio del ’97 in Miraggi Corsari di Claudio Collovà, col quale intraprende un percorso di formazione lungo 8 anni. Nel 2002 è diretto da Antonio Latella in Querelle de Brest di Jean Genet. Nell’inverno del 2006 presenta come autore e regista Sutta Scupa. Il testo dell’omonimo spettacolo ottiene una segnalazione al Premio Ubu 2006 alla voce Nuovo Testo Italiano. Due anni dopo debutta al Festival delle Colline Torinesi con Rintra ‘U Cùori -(omaggio a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti), prodotto dal Teatro Garibaldi alla Kalsa. Nel 2009 mette in scena Sabella di Franco Scaldati. Due anni dopo debutta al Teatro Nuovo di Napoli con Nudo Ultras; cura insieme a Federico Bellini e Sybille Meier la drammaturgia di Mamma Mafia, spettacolo prodotto dallo Schauspielhaus di Colonia e diretto da Antonio Latella; mette in scena Richard III (overu la nascita dû novu putiri). Nel 2012 presenta all’ “Emergency Entrance Festival” di Graz Chi ha paura delle badanti?, di cui cura la parte autoriale e la regia; scrive Canto nel Fuoco (omaggio a Noureddine Adnane) messo in scena da Lukas Langhoff durante il Festival Voicing Resistance di Berlino. I suoi due ultimi lavori sono Buttitta Dreaming, un reading sui generis liberamente ispirato all’opera poetica di Ignazio Buttitta; e Barbablu non muore mai, una riscrittura in chiave horror della famosa fiaba di Charles Perrault.

Marika Pugliatti nasce nel 1971 a Messina. Dopo aver studiato con Castellaneta, Marchetti, Perriera, Camilleri, Sambati, Carpentieri, Baliani e Barba, debutta professionalmente nell’Amleto al Teatro Garibaldi, regia di Carlo Cecchi, interpretando Ofelia, ruolo che le vale alcune segnalazioni al Premio Ubu come Nuova attrice. Subito dopo entra a far parte del sodalizio artistico nato dall’unione delle compagnie Diablogues, di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, e Le Belle Bandiere, di Elena Bucci e Marco Sgrosso. Negli stessi anni lavora anche con Beatrice Monroy e Walter Manfrè (Indagine sul Dio), Alfonso Santagata (Tragedia a ‘mmare), Ninni Bruschetta (Antonio e Cleopatra, lo Studio), nuovamente con Carlo Cecchi (Leonce e Lena) ma anche con Silvano Baldi, Clara Gebbia, Antonio Raffaele Addamo e Giuseppe La Licata. Trascorsi sette anni a Madrid, dove insegna recitazione nella Scuola Italiana Enrico Fermi, torna in Italia dove riprende la sua carriera d’attrice. Dal 2009 prosegue il suo percorso teatrale con Vetrano e Randisi (I giganti della montagna – Premio Nazionale Le Maschere del Teatro come Miglior spettacolo dell’anno – e Trovarsi con Mascia Musy), alternando questa esperienza con altri incontri, quali quelli con Roberto Del Gaudio (Felice e Costanza, di cui è anche autore con Donatella Furino), Paola Pace (Medea di Max Rouquette), Gaetano Colella (Cenepentola, dello stesso Colella e di Francesco Ghiaccio) Paolo Mannina (Giochi di Società, di cui è anche ideatrice) e Antonia Truppo (Accammora, dello stesso Mannina). Nel 2013 dirige e interpreta due suoi spettacoli: 100Calls, che debutta a Berlino e di cui è anche autrice, e SU-A.

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

macao

Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

MACAO

Evento facebook

 

Rosario Palazzolo – Una specie di

 

parigi 2010 - foto gm

Rosario Palazzolo
Una specie di

La stanza è una stanza che non c’è nessuno.
La porta bianca è aperta e io mi infilo col passo bello svelto, sparato, senza tanta
paura.
C’è la càscia.
Ci sono le sedie.
Il tavolino con la radio e il telefono.
Basta.
La radio fa una musica, la solita che fa.

Quaranta dovrebbe arrivare presto, speriamo.
È già la terza volta per me, e per questo so preciso che saremmo dovuti arrivare
insieme, e aspettare insieme, io e lui.
Passano assai minuti e non succede niente.
La musica della radio, io, questo tempo pericoloso.
Mi hanno informato più poco delle altre volte, stavolta.
Mi hanno detto che non mi devo preoccupare.
Perchè sarà un Sacramento fasullo.
Me l’ha detto il mio solito cugino coi baffi.
Io ho chiesto Perché?

Passano due ore.

Quaranta è secco, ha una faccia tipo scolorita.
Penso questo quando lo vedo, che mi pare già scolorito, pronto a scomparire, una
lapide con le gambe, un fotografia che cammina.
Spunta dalla porta e mi fa un segno con la testa, verso sopra e verso sotto, con la
testa.

Si strascina la borsa con la dote.
Piglia la strada più corta e si va a sedere.
E nel mentre rimane zitto zitto.
E zitto zitto.
La minchia, penso.

Io, secondo me, penso che i silenzi allungati sono pericolosi, pericolosissimi.
I silenzi corti, no.
I silenzi corti anzi ci devono stare, ché magari stai dicendo una minchiata e allora
quei silenzi corti ti servono per ritrattare.
Invece, nei silenzi allungati, si muovono i mille perché.
Coi silenzi allungati non sa mai dove vai a infilarti.
Magari ti infili nei dubbi.

Io, di questo Sacramento fasullo, ne so poco, ché non l’ho fatto mai.
Non so se bisogna dire oppure starsi zitto.
Manco Quaranta dice niente.
Aspettiamo la telefonata.
Aspettiamo la telefonata.
Aspettiamo la telefonata.

Passano quattro giorni e in quattro giorni nessuno parla.
Nel silenzio, però, succede una cosa stramba.
Ogni poco Quaranta è come se trema.
No, aspetta, non è proprio un tremare.
È…
La minchia, penso.

Dopo quattro giorni, squilla il telefono, faccio squillare per due volte, poi acchiappo
la cornetta, un tiro di fiato e rispondo, dall’altra parte dicono È ora.
Questo mi aspettavo, questo dicono.
Richiudo.

Quaranta comincia a spogliarsi, e nel framentre fa degli sbuffi di fiato che mi pare
una gomma sbucata, e trema.
Io faccio la pietra.
Quasi vorrei fermarlo per dirgli che così non va bene, che prima deve consumarsi il
Sacramento, che c’è tutto il rituale, prima.
Ma poi è come se mi sento che sono cretino, ché sicuro che Quaranta saprà il fatto
suo.
Pure il mio.

Apre la borsa con la dote, e con cura ci mette dentro i vestiti che si è levato.
E sbuffa.
Poi piglia quelli nuovi e puliti che gli servono per la Vestitura: si mette i pantaloni,
la camicia, la cravatta.
E trema.
Poi si infila dentro la càscia, e si dimentica la giacca.
Se ne accorge quando oramai è dentro, e con la testa mi fa segnale di passargliela.
È una bella giacca troppo bella.
Coi righini.
Mi sono sempre piaciute assai le giacche.
E soprattutto coi righini.

Quaranta fa un mezzo sorriso che significa Grazie.
Dopo che si è infilato la giacca, piglia la pistola che sta dentro alla càscia e me la
passa.
Poi si attacca il fazzoletto fra mento e testa, come si fa.
Non so che combinare.
Perché è una cosa che non ci sono abituato, balordissima per me.
Lo so, loro hanno deciso così e io non ci posso farci niente.
Noi coi baffi mica giochiamo, ci abbiamo in bocca il punto di vista maggiore, e tu
non puoi capire…
Così ha risposto mio cugino.
Senza rispondere.

Come fa mio cugino quando ci chiedi qualcosa.
Come fanno quelli coi baffi quando ci chiedi qualcosa.

Quaranta non si muove, e io mi fisso a guardargli la giacca, è proprio bellissima.
Mi fisso sui righini che camminano sulla manica.
E lui mi fa un tipo di sorriso e poi mi schiaccia l’occhio, dopo un poco.
Mi fa l’occhiolino, e io capisco quello che mi sta chiedendo.
Gli sparo in testa.
Pum pum, due belli colpi precisi.
La radio canta Volare.

È stato facile, penso.
Era scritto così, penso.
E la porta si apre.
Prendo la borsa mia con la dote ed esco per tornarmene a casa.

C’è la solita tavola apparecchiata.
C’è la caponata di melanzane, gli spaghetti, il vino rosso.
C’è il tovagliato buono, i bicchieri di vetro, i piatti senza sberciature.
Parenti.
Cugini.
E tutti c’hanno facce maliziose.
Facce colorite e serene, ora.

Penso alla tavola nella casa di Quaranta.
La tavola coi parenti di Quaranta.
I fratelli di Quaranta, i cugini di Quaranta.
Se magari ne ha.
Penso che forse nessuno ha cucinato o apparecchiato ché era una cosa saputa.
Penso che ora se ne staranno tutti seduti in silenzio.
Penso che tra un poco cominceranno con gli abbracciamenti accorati e si diranno
Condoglianze.

Qualcuno si farà scolare una lacrima, e buona notte, uno di meno alla prossima mangiata.

Zio Settanta mi batte sulla spalla per farmi che devo mangiare, che devo essere contento.
Io, zero.
Io penso alle mani di Quaranta prima che gli sparo.
Penso alla religione che fanno.
Sembrano le mani di un santo in preghiera.
Se ne stanno bloccate e gentili proprio come quelle dei morti.
Dei santi morti, magari.
Ma nelle mani di Quaranta puoi sentirci tutta l’energia della vita.
La minchia, penso.

Acchiappo una bella forchettata di caponata e me la infilo nella bocca.
L’agrodolce è incocciato.
È difficile incocciare l’agrodolce, troppo difficile.
Ci vuole la memoria del palato e l’esperienza.
Tutte e due.
Questa che mi sto mangiando io è la caponata di mia zia Sessantuno.
E a mia zia Sessantuno non la batte nessuno, e a esperienza e a memoria.

Auguri, auguri a me, nel mentre, gridano, tutti, e ci mettono il mio numero,
Trentanove, pure.
Io, ripenso alla giacca di Quaranta, che era troppo bella.

 

***

© Rosario Palazzolo

in-side stories (riepilogo primi nove numeri con lettura in video)

parigi 2012 - foto gm

Oggi la rubrica in-side stories si riposa e fa un piccolo regalo ai lettori. I primi nove racconti fin qui pubblicati sono stati letti in video. Al link qui sotto troverete la playlist dei nove video con i racconti, preceduti da una breve introduzione. Più in basso riportiamo i nove link che rimandano ai racconti originali (i singoli video sono stati aggiunti anche lì). Buona visione e buon divertimento. (gianni montieri)

***

****

in-side stories #1

in-side stories #2

in-side stories #3

in-side stories #4

in-side stories #5

in-side stories #6

in-side stories #7

in-side stories #8

in-side stories #9

Rosario Palazzolo – Cattiverìa

cattìverìa

Rosario Palazzolo – Cattiverìa – Perdisa Pop 2013 – euro 16,00 -ebook 6,99

Ci sono storie che non possono essere recensite come si farebbe per un qualsiasi romanzo o libro che segua determinati canoni. Queste storie vanno raccontate ma non spiegate e, per farlo, bisogna partire dalla parte più nascosta, da dietro il nero dell’inchiostro. È il caso di Cattiverìa di Rosario Palazzolo: un racconto cupissimo ma non cupo, terribile ma mai orribile, tremendo ma anche divertente. Giocoso e devastante. Un racconto che comincia così: «perché io mi sono fatta tutto il quadro della questione come a un piero angelo stampato, e perciò, tu, ora, per farti il favore, ascolta il consiglio mio: immaginati la migliore storia in cui non si fa altro che morire, sforzati, fai un respiro lungo lungo e riempiti la bocca di tutta l’acquolina che puoi, riempitela sulla fiducia, perché io ti prometto che sarà una storia per come la vuoi tu, la mia, una di quelle con tutto il bene che finisce male e la sofferenza del cane e la speranza del cacio e la faccia bianca di sticchio e il cuore tutto sanguinato e niente, proprio nisba, che ti sembrerà fuori posto.» La storia che Palazzolo scrive è quella di una famiglia siciliana, famiglia che potrebbe essere come tante solo che non lo è. Gli eventi, il “Caso” Pirandelliano, andranno a determinarne le vicende e le sventure. Ma in questa che non è una recensione, non diremo quali siano i personaggi sulla scena, né chi entrerà prima né chi entrerà dopo. Il lettore dovrà distinguerli a poco a poco, a rischio di confonderli ogni tanto. Le voci narranti, in questo diario collettivo, si alternano, si sovrappongono, usando una lingua sgrammaticata e splendida. Una lingua che viene dal dialetto, dall’italiano e dalla fantasia dell’autore. Uno scrittore che inventa una lingua ha già fatto qualcosa in più. Di cosa parla Cattiverìa?  Di come una rinuncia possa segnare un’esistenza e condizionarne altre. Di come il chiudere gli occhi sul disagio, per via di un’antica educazione al riserbo e per amore, possa essere l’innesco della sciagura. Di come la follia possa essere raccontata da dentro, dal folle che non sa di esserlo. La follia che prima di essere follia è mille altre cose: timidezza, solitudine, gioco, fantasia, passione, amicizia, tormento, sofferenza, confusione, sovrapposizione, scambio, urla, terrore, calma e ancora terrore, poi di nuovo calma. Follia talmente annidata, talmente precisa da sembrare ragione. Follia indotta dall’abuso, dall’amore. È un libro su un inferno domestico che monta lentamente, con il sottofondo televisivo di “Sentieri” di “Mike Bongiorno”, con l’icona Pippo Baudo a Sanremo: invocato, sognato e, infine, quasi toccato. La televisione conta in questo romanzo ma l’autore non ce la scaraventa addosso, la mette lì a far da rumore di fondo alle conversazioni. Oppure, a volume alzato, a far da separatore tra famiglia e resto del mondo. Tra orrore privato e dominio pubblico. Cattiverìa è una parola con l’accento sbagliato ma è la parola giusta, perché in questo libro la cattiveria vera non c’è, almeno non come viene normalmente concepita. Cattiverìa è qualcosa che esplode ma è vertice di tentativi sbagliati di fare la cosa giusta. Di essere buoni per se stessi o per qualcuno. Questo è un bellissimo romanzo, teatro dell’assurdo è una casa. Una famiglia. Personaggi, figure magiche, protagonisti di cartoni animati, incatenano fino all’ultima parola di un libro che non si vorrebbe smettere. Gli attori in scena hanno un aspetto fisico e hanno dei nomi ma non li diremo qua. Non è questo che conta. Palazzolo quando ha pensato a questo libro avrà avuto in mente tante cose ma soprattutto  una: «per prima di iniziare una qualsiasissima storiella, uno, nell’immediatamente, dentro la testa sua, si deve figurare del tipo un calendario e in uno sbaffo sgranarsi i fatti che davvero sono contati qualcosa e poi deve pigliare quei fatti, uno a uno, e farci il punto e la virgola e l’accento sulla i, deve spulciarseli a trecento gradi, che non è che può cantare il rosario di tutti gli starnuti, mica può scassarci con ogni arraspamento di coscia […].»

© Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo