romanzo

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice: nota di lettura

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca edizioni, € 14,00

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.
Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.
Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni. (altro…)

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Matteo Meschiari, Artico nero

Matteo Meschiari, Artico nero, Exorma 2016, € 14,50

di Martina Mantovan

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Artico nero di Matteo Meschiari è un diorama letterario che propone una panoramica minuziosa e accurata del declino di un modello scientifico in dissoluzione. Attraverso sette racconti in cui il dato scientifico e la finzione si compenetrano, Meschiari offre una mappatura etnografica di popoli e storie custodite, e al contempo erose, dai ghiacci.
Il lettore si trova quindi di fronte a un Artico traslucido da cui emergono scorie e fantasmi: una geografia metafisica in cui si specchiano le sedimentazioni di un sistema culturale millenario a cui tocca fare i conti con una costruzione fittizia della verità postcoloniale, soggetta, ormai, a un incipiente disgelo. Strati e strati di narrazioni viziate da prospettive di razzismo e supremazia culturale hanno fatto sì che si venisse a creare un’idea funzionale alle logiche di potere e di interesse economico nate nella corsa all’ultimo baluardo del mondo emerso. Affiora a poco a poco tutto il potere distruttivo del discorso etnocentrico e la violenta retorica del buon selvaggio, perpetrati da secoli in queste terre dalle albe tragiche.

Lutto, spettralità, e quell’attimo di sospensione onirica di chi sta per morire, tra attesa angosciata e fine insostenibile, gonfiano il nostro immaginario come il metano dell’Artico. Per questo l’Artico, quello nero, quello morente, ci raggiunge da così lontano per farci da specchio, per collaborare da molto vicino, e al di là di ogni esotismo, al nostro adesso-qui.

Quella di Meschiari è un’indagine antropologica pregna di tensione letteraria, un’analisi etnologica che racchiude in sé la radice profonda della ricerca, che fa ritorno alle origini; l’osservazione scientifica che aderisce all’esigenza primaria dell’uomo: raccontare. Le storie di Artico nero creano un solco all’interno di cui confluisce ricerca etnografica ed espediente letterario: l’antropofiction che nasce da tale connubio è una narrazione tesa alla costruzione di microstorie scevre dalla superbia esotista di tanto immaginario occidentale. Meschiari muove dai resti, dai frammenti culturali sepolti di popolazioni apparentemente remote per colpire il nucleo brutale dell’etnocentrismo imperante: pone il focus sulle storie rimosse e insabbiate da politiche coloniali spietate, smantellando teorie evoluzioniste infarcite di razzismo e proponendo una chiave interpretativa delle realtà circumpolari che aggira l’ambizione veritativa e si àncora piuttosto alle ragioni inclusive e plurali della finzione.

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Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…

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Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…, traduzione di S. M. Ciminelli, La Nuova Frontiera, 2016; € 16,50

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Sono nato a mezzanotte, in autunno, con una macchia sulla fronte non più grande di una lenticchia. Quando facevo arrabbiare mia madre, lei, girata quasi di spalle, diceva, sembri un Caino. Josep aveva una cicatrice sulla coscia sinistra, nella parte interna, a forma di pesce, che faceva ridere. Rossend, il figlio dello straccivendolo che ci prestava l’asino e la carretta per portare i garofani al mercato, aveva la punta del naso rossa e faceva ridere. Ramon, il figlio del macellaio, aveva le orecchie appuntite e faceva ridere. Io non facevo ridere neanche un po’.

Questo libro ha un prologo. In quelle pagine Mercè Rodoreda spiega da dove sia arrivata l’idea di questo romanzo e allo stesso tempo la difficoltà di scriverlo. Due tipi di difficoltà, la prima riguarda la vera e propria narrazione dell’argomento. La guerra, in molti l’hanno raccontata e lo hanno fatto benissimo, si dice Rodoreda e allora pensa ad altro, pensa a una storia che attraversi la guerra, che dentro la guerra nasca e che dalla guerra ritorni; senza però che la guerra venga quasi mai nominata. A Rodoreda interessa raccontare l’effetto della guerra sulla gente, sul paesaggio, sulle emozioni, sulle rimanenze che sono le vesti strappate, i morsi della fame, qualche notte stellata, una stretta di mano, un addio, una pena, un pezzo di pane raffermo, un ragazzo, un uomo, una bambina, una gallina, una vecchia orribile, una ragazza bellissima, un camino acceso, una coltello. La guerra. La seconda difficoltà di cui parla Rodoreda riguarda il tempo e l’uso della lingua. Le occorre tempo per scrivere, le occorre trovare le parole giuste, le occorre accartocciare parecchi fogli. Ne occorrono 700 per farne 400; e così scrive:

È lontano il tempo in cui pensavo che per scrivere un romanzo bastasse conoscere il catalano e saper battere a macchina.

È saggia Rodoreda, ma questa frase è una lezione che va bene per tutti, anche per il più giovane degli scrittori. Poi viene il romanzo.

Siamo in Spagna, da qualche parte c’è la guerra, una guerra senza nome, una guerra che distrugge il paese, tutti partono, nessuno sfugge alla guerra. Per alcuni è un desiderio, per altri è un dovere, per altri è un modo di andarsene dai piccoli paesi, dai luoghi in cui nulla pare accadere. La guerra, mentre distrugge, permette a chi non lo conosce la prima scoperta del mondo. La guerra a cui ragazzini non hanno accesso, salvo poi parteciparvi quando perdono qualcuno, se vengono bombardati, se restano senza un braccio, senza una gamba. E poi c’è un ragazzino che si chiama Adrià, un ragazzino che sogna di vivere libero, senza terra, senza patria, senza soldi, senza casa. Adrià sogna di andare e non importa dove, di andare ovunque, e allora la guerra è una scappatoia, una prima scusa. Adrià si unisce ad alcuni ragazzi più grandi di lui e lascia il suo paese per andare in guerra. Ma la guerra è una scusa per Adrià, è qualcosa che avviene intorno, lui vuole solo muoversi. E si muoverà con un passo che sta a metà tra realtà e sogno, come in un eterno dormiveglia attraverserà luoghi e incontrerà persone. E in ogni incontro ci sarà dolore e in ogni incontro ci sarà magia; e ogni incontro nascerà da un colpo di fucile sparato non molto distante, esploso magari il giorno prima.

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Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia

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Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia, Nutrimenti, 2017; € 15,00, ebook € 7,99

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È il rancore di un credente, mi scusi. Sono uscito da due chiese, lei non può capire, lei è entrata nella casa di Dio solo per buona educazione quando era bambina e ne è uscita subito subito, è diventata atea, se ho inteso. Agnostica, lo corresse Giulia, non sono atea, sono agnostica, neutrale, siamo in Svizzera. Va bene, agnostica, neutrale, ma insomma, chiuse Silone con insofferenza, non ha mai dovuto tradire, e non è mai stata tradita.

Ignazio Silone e Giulia Bassani si sono appena conosciuti, a Zurigo, l’anno è il 1931, è gennaio, fa molto freddo. Siamo nella Zurigo degli esiliati, dei borghesi rifugiati in alberghi di lusso, di uomini e donne in fuga con documenti falsi dal fascismo italiano o dalla Germania. Ignazio Silone e i suoi mille nomi e cognomi, i passaporti falsi che conserva insieme ai libri e alle lettere. Silone il traditore o il tradito. In fuga dai fascisti, distante ormai dai comunisti. Incompreso, a suo avviso, da Longo e da Togliatti che lo accusano di doppiogiochismo. Silone povero in canna che vive in una soffitta fredda, Silone senza cappotto, Silone malato e depresso, Silone che ha già scritto ma non ancora pubblicato Fontamara, libro su cui apparentemente punta tutto, il suo riscatto, la fine di ogni problema. Silone non più comunista, ma credente, ma comunque ancora alla ricerca di una verità, di una giustizia, un uomo in preda ai dubbi e alle domande. Silone che va in cura da Jung.

Giulia Bassani, milanese, poeta, animo sensibile, donna di intelligenza straordinaria. Laureata in lettere a Milano e poi studiosa a Berlino, e lì è amante di un ragazzo poi fatto sparire dai nazisti, ed è lì che resta incinta. Giulia Bassani indifferente (apparentemente) a tutto ciò che accade, Giulia che riempie taccuini, Giulia che incanta tutti compresa una ragazzina che vive nel suo stesso Hotel. Ragazzina che diventerà la nostra narratrice. Giulia colta, Giulia senza problemi economici, Giulia e i suoi abiti, il suo portamento. Giulia e la sua bellezza. Eppure, Giulia e il suo dolore, il suo tormento che tutto le fa tenere a distanza, che ogni cosa le fa accettare come se accadesse ad altri. Giulia Bassani a Zurigo, nel gennaio del 1931, anche lei in cura da Jung. Jung che vuole essere sempre pagato, che non ama perdere tempo.

Giulia Bassani su una panchina attende l’orario di visita da Jung, ha cura di arrivare qualche minuto prima perché è incuriosita dall’uomo che finisce la visita prima della sua, ne è affascinata. L’uomo è Ignazio Silone, reduce da Davos e dalle sue cure. Le pene di Silone, il fratello in carcere in Italia, accusato di qualcosa che non ha commesso (l’attentato alla Fiera di Milano) per arrivare a Ignazio, per farlo collaborare, per farlo tradire. Silone tradisce e ritradisce, e in fondo va patta, e infatti non piace più ai comunisti, non convince i fascisti e si ritrova solo e fuori dal partito, col fratello sempre in carcere. Silone che è diventato credente. Ed è quest’uomo che si innamorerà di Giulia e ne sarà ricambiato, anche se questo amore consumato in esilio è la somma di altre mancanze e delusioni, e non può essere amore vero, ma affetto sì, passione anche, riconoscimento delle ambizioni e del talento dell’altro sì.

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Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata

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Susanna Tamaro, La tigre e l’acrobata, La nave di Teseo 2016, € 16,50, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

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Piccola Tigre è venuta al mondo in una tana: un tappeto di foglie e l’odore forte della foresta mischiato a quello aspro della madre sono stati il suo benvenuto sulla terra. (…) È nata verso i confini dell’Est Estremo, tra le foreste innevate e la Taiga, là dove fin dagli inizi del tempo sorge il sole. (…) Sua madre ha il pelo lungo e folto, baffi di una lunghezza straordinaria e un corpo morbido e caldo. Non c’è niente da temere fino a che il suo respiro profondo e regolare le rimane accanto.

Susanna Tamaro ci offre una favola morale dove racconta i valori universali che accomunano uomini e animali: la curiosità, il desiderio di conoscere, la ricerca di se stessi, il senso innato di libertà.

Fin dai primi istanti di vita, Piccola Tigre mette in discussione quello che la natura le offre e che, invece, i suoi simili accettano. La sua forte curiosità la guida nell’esplorazione del mondo che la circonda interrogandosi continuamente sul significato delle cose che vede, sente e prova. Presto comprende che la vita è un enorme mistero contenente infiniti misteri. Non si sente mai sazia di quello che incontra nel suo cammino di vita, non si ferma mai, prosegue verso Oriente all’opposto della tana natale. Prima o poi troverà il sole tanto desiderato.

Così muovendosi verso Oriente, la Tigre era diventata la Regina di Niente. Nessun territorio, nessun incontro fecondo. Lasciare una strada certa per batterne una incerta, già questo conteneva in sé il germe della follia. Sapeva che era sempre stata questa la regola. E se a lei non bastava? Se non si accontentava?.

Sente che la sua natura non è come quella delle altre tigri. Continua così il suo viaggio alla ricerca della sua nuova e insolita natura. Oggi qua, domani là, seguendo i suoi sogni e un pensiero costante: “Va’ avanti, non è ancora questo il posto”. Un po’ come i ragazzi d’oggi che sotto le ali protettrici dei genitori si interrogano sul proprio futuro, su quale sia la loro vera identità una volta lasciato il nido, sulla sicurezza di farcela da soli là fuori. Insicurezze, domande, curiosità, riflessioni necessarie a una crescita interiore per trovare il proprio posto nel mondo. Susanna Tamaro confida che è stato durante la scrittura di questo libro che ha capito la destinazione che avrebbe raggiunto. Sicuramente non più quella che aveva scelto all’inizio, un po’ come Piccola Tigre. Susanna ha ascoltato la profondità della favola e ha lasciato che si facesse strada da sé, il libro stesso a un certo punto le ha imposto di fermarsi e riflettere su dove stesse andando. In questo tempo di crisi abbiamo bisogno di una visione del mondo che ci indichi la via, che ci faccia riscoprire le nostre radici, chi siamo e dove vogliamo andare, ecco perché una favola per adulti.

Piccola Tigre un giorno incontra l’uomo: “il più terribile dei nemici”, l’aveva messa in guardia la madre. Ma Piccola Tigre, cresciuta e solitaria, decide di conoscere il suo nemico e attraverso lui capire se stessa. Incontra tante tipologie di uomini che le cambiano la vita facendole capire cosa è più importante per lei, facendola andare oltre l’orizzonte a vedere finalmente il sole. Perché il segreto della vita non è la fissità, il segreto della vita è la trasformazione.

Una sera, in un momento di silenzio, sentirono un debole rumore provenire dal tavolo accanto a loro.
Cric cric cric.
«Lo senti?» chiese l’Uomo.
«Cos’è?»
«Un tarlo. È un animale così piccolo che non puoi neanche immaginare. Sta là dentro e, piano piano, con pazienza, si mangia tutto il tavolo. Un giorno poserò un piatto e tutto il mobile crollerà, trasformandosi in un cumulo di segatura.»
«Che storia è mai questa?» domandò la Tigre.
«Una storia che ci riguarda.»
«I tarli possono attaccarci?»
«Non il corpo, l’anima. Tu sei una tigre con il tarlo, io sono un essere umano con il tarlo.»
«Che cosa te lo fa dire?»
«Perché non ti accontenti, come faccio anch’io.»
«Accontentarsi? Cosa vuol dire?»
«Accettare le cose come sono, anche se sono sbagliate, anche se portano verso la morte invece che verso la vita.»
«Ma si muore comunque.»
«La morte dello spirito può avvenire molto prima di quella del corpo.»
«Allora?»
«Chi ha il tarlo dentro cerca sempre un altro orizzonte.»
«Perché?»
«Perché dietro un mondo, ne intuisce sempre un altro.»

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© Irene Fontolan