romanzo storico

Giuseppe Ceddìa, I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Eliseo Sala: Malinconia, o Pia de’ Tolomei (1846)

Il seguente testo è un estratto dal lavoro di ricerca L’imagery gotica nella letteratura dell’Ottocento italiano.
Tutta la nostra letteratura dell’Ottocento è permeata da lugubri atmosfere mutuate dal gotico anglosassone (il cui avvio è sancito dal romanzo The Castle of Otranto di Horace Walpole, 1764); ben prima degli scapigliati e dei veristi – i quali in maniera assai costante hanno dedicato molti racconti a tematiche oscure e fantastiche nel senso più ampio del termine – vi è stato il romanzo storico, il quale nelle opere di Manzoni, Guerrazzi, Cantù, Bazzoni, etc. ha sostanzialmente dato linfa al genere romantico (seppur mal temperato, essendosi sviluppato nella “soleggiata” Italia e non nei lugubri cieli d’Oltralpe). Anche il romanzo storico italiano, però, ha i suoi “tetri” antecedenti, ravvisabili nella novella in versi pre-romantica, che non si fa fatica ad accostare ai componimenti dei poeti cimiteriali inglesi Gray e Young.

 

I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Prima dell’affermarsi del romanzo storico in Italia, per intenderci quello derivante per filiazione diretta dalla lettura di Walter Scott,[1] vi erano state operazioni che in qualche modo, seppur con diverso impeto e motivazioni, avevano anticipato il neo-genere, in primis per la presenza di alcune atmosfere lugubri e per l’impianto “storico” della narrazione.
Facciamo riferimento al poema cavalleresco da un lato, che si situa – temporalmente parlando – ben prima del romanzo storico, e delle novelle in versi o in prosa dall’altro, rappresentative della maniera preromantica, che in qualche modo anticipano la stessa operazione romanzesca di più ampio respiro, essendo lo sfondo storico sostanzialmente invariato.
In coerenza con la presente trattazione ci soffermiamo sulla stagione preromantica nella quale anche alcuni tra gli stessi classicisti, in apparente contraddizione con quanto professarono, si mossero agevolmente tra atmosfere cimiteriali e lugubri, mutuate principalmente dai componimenti in versi dei cosiddetti poeti “cimiteriali” inglesi (Edward Young e Thomas Gray su tutti) da un lato, e dalla traduzione dei Canti di Ossian curata da Melchiorre Cesarotti, dall’altro.
Scrive Lopez-Celly: «Le visioni lugubri erano allora di moda, rese celebri specialmente dai nomi di Young, Betola, Gray ed altri»;[2] e ancora: «L’indirizzo storico in Italia, prima dello Scott, è anche attestato dalla rigogliosa fioritura delle novelle in prosa e in versi. Scrissero novelle in prosa il barnabita Cosimo Galeazzo Scotti, l’Agrati che, con la sua Storia di Clarice Visconti, (1817), ci ha dato piuttosto un breve romanzo; Diodata Saluzzo Roero, tanto ammirata e tanto esaltata dal giovane Santorre, della quale fu merito trattare la novella in modo popolare, ravvivandola e drammatizzandola. Più numerosi gli scrittori di novelle in versi […] tra i quali è assai noto il Grossi con la sua arte rugiadosa, sdolcinata, cascante, indeterminata pur nella sicurezza sonante dell’ottava. […] Gli elementi che preannunciano il romanzo storico si riscontrano più che nella Fuggitiva, pubblicata nel 1816 in dialetto milanese, nell’Ildegonda (1820) […]. Nelle novelle del Pellico siamo dinanzi ad un Medio Evo di cartapesta, gemebondo, lacrimoso, in cui domina più la pietà che la ferocia, […] l’armamentario del romanzo storico scottiano, castelli, menestrelli, ecc. è già in atto. Troviamo, invece, soltanto influssi byroniani ed ossianeschi nella migliore di tutte queste novelle, la Pia de’ Tolomei (1822) di Bartolomeo Sestini, originale, efficace e suggestiva specialmente nella descrizione della maremma toscana».[3]
Non a caso, a proposito di influssi ossianici, la novella in versi di Sestini è davvero zeppa di situazioni inquietanti riconducibili al gotico anglosassone; riguardo a Diodata Saluzzo Roero, vedremo come alcune sue novelle, in particolare Il castello di Binasco (1819), siano riconducibili alla maniera gotica della Radcliffe.
Lo stesso Alessandro Manzoni, che si dimostrò assai contrario a quel “guazzabuglio di streghe, di spettri” (esprimendo la sua idea sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in una lettera del 1823), non rimase indifferente, anzi elogiò il poemetto Rovine (1816) della Roero.
Persino Ludovico Di Breme definì lo scritto come uno degli esempi più alti di Romanticismo italiano, assolutamente in controtendenza rispetto al moderatismo manzoniano.
Di Breme individuò, nel poemetto della Roero, quella “lezione” che Madame De Staёl – sempre nel 1816, in un articolo intitolato Sulla maniera e utilità delle traduzioni (tradotto da Pietro Giordani), apparso sul primo numero della “Biblioteca italiana” –  tentò di comunicare ai classicisti italiani, consigliando loro di guardare oltre le proprie mura domestiche e di concentrarsi e porre attenzione a ciò che avveniva in Francia e Germania.
Basta leggere alcuni passaggi del poemetto affinché la memoria spontaneamente corra ai componimenti ossianici e a quelli dei cimiteriali inglesi:

Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
[…]
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.

Ma oltre alla Roero (che Foscolo salutò come la “Saffo italiana”)[4] fu proprio il poeta di Zante a far sua la lezione della letteratura sepolcrale con il carme Dei Sepolcri, dedicato a quell’Ippolito Pindemonte (traduttore dell’Odissea omerica) il quale, con poco acume, non notò il netto fil rouge tematico che legava il componimento foscoliano ai cimiteriali inglesi.
A tal proposito osserva Maria Antonietta Terzoli: «La pretesa del Pindemonte di avere tra le mani un soggetto che gli parea nuovo è sintomo, se non di ingenua presunzione, di cecità un po’ capziosa, per chi rifletta sulla moda della letteratura sepolcrale europea, in versi e in prosa, penetrata in Italia soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo attraverso molteplici traduzioni e rifacimenti. Basti ricordare la fortuna della Elegy written in a country Churchyard di Thomas Gray, tradotta in italiano dal Cesarotti e in latino dal Costa […]. Né si dovranno dimenticare The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality di Edward Young (Le Notti), o Meditations among the Tombs di James Hervey (Le Tombe).
E tra gli autori nostrani si dovranno menzionare almeno il Varano macabro delle Visioni e le Notti romane (1792-1804) di Alessandro Verri, ambientate presso il sepolcro degli Scipioni di recente scoperto».[5]
Le composizioni sepolcrali appaiono tratto comune al neoclassicismo e al preromanticismo; il ‘funebre’ caratterizza in maniera assai penetrante queste opere, conseguenza diretta delle «grandi scoperte archeologiche di secondo Settecento e specialmente in una archeologia come quella pompeiana, che istituzionalmente si misura con il modello di una città morta e col tema delle rovine e dell’ubi sunt».[6] (altro…)

Felicitas Hoppe, Johanna

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Felicitas Hoppe, Johanna, Del Vecchio editore, 2014; € 14,00, ebook € 9,99. Traduzione di Anna Maria Curci

 

Noi non vediamo proprio nulla, e non sentiamo nulla, quindi dobbiamo scrivere quello che scrivono tutti.

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario.

Abbiamo una dottoranda, l’esperto dottor Peitsche e il professore. Il professore con le camicie pulite ma che sa sempre di fumo. E abbiamo Giovanna d’Arco, argomento della tesi di dottorato. L’io narrante, la dottoranda, di cui non sappiamo il nome, vive la sua ricerca come una seconda pelle. Salta fuori e dentro Johanna, la trascina e si fa trascinare, perciò il racconto in prima persona è, contemporaneamente, anche in seconda e in terza persona, perché tutto narra, tutto è presente anche ciò che non compare. Niente che abbia a che vedere con i flashback o i salti temporali, tutto avviene nel presente, ma il presente è la Guerra dei Cent’anni servita a colazione; è Giovanna d’Arco né bella né aggraziata, infervorata da Dio, un Dio che l’ha scelta; è una dottoranda che si immedesima e allora Johanna diventa una gita in treno, un calcio di rigore, una cena, una conversazione, una notte in cui si dorme male, un balcone con vista su maggio. Johanna è dovunque, quindi. Sudore freddo e silenzio, copricapo di carta sparsi sul pavimento e tra le pagine, qual è il copricapo del re? Qual è la corona? Tutto si riduce a una corona di carta? O la discussione della tesi davanti e poi di fianco al professore? E se Johanna fosse inglese? Se Johanna non fosse?

Silenzio e paura. Non quella del portiere, bensì quella del marcatore, che sa perfettamente che è sempre il portiere, che è all’erta e oscilla con il corpo, a vincere. L’ultimo tocco del guanto sinistro. Anche se non riesce a mantenere ciò che promette, resterà lui il vincitore alla fine, perché solo Dio sa in quale direzione volerà questa palla. E nel Giudizio Universale Dio non domanderà perché non ha trattenuto la palla, giacché il portiere ha sempre dato il meglio di sé. Anche quando perde ha comunque fatto un balzo. Il marcatore, invece. Chi mi dice che il marcatore non venga scambiato? Forse è sufficiente un copricapo, un secchio per la carta rovesciato sulla testa, e già la palla vola oltre la rete, perdendo la sua anima in direzione del cielo. Saltellare nervoso, scricchiolio sommesso sotto le suole. […] Solo undici metri, non di più, da qui a Dio, e tu non hai segnato.

Colpisce la prosa di Felicitas Hoppe, scorrevole, magica, piena di fantasia, una prosa densa di ritmo, una scrittura a perdifiato. Il lettore non può far altro che assecondare i tempi dettati dalla Hoppe, leggere qui diventa indovinare il passo del ballo pur non sapendo ballare. Non ci saranno risposte ma continue domande. Bisognerà immergersi nelle parole, così come ha fatto la scrittrice quando le ha pensate, così come ha fatto (e ha dichiarato nella nota del traduttore, posta alla fine del testo) la traduttrice. Johanna è una novità in fatto di ricerca linguistica e di modalità di narrazione. È, in definitiva, un piccolo miracolo nato dalla sapiente alternanza di frasi brevi e scattanti, e lunghi magistrali periodi dal passo lungo. Il traguardo è uno, la scritta che reca lo striscione all’arrivo è questa:

[…] dall’eresia fino alla santità è solo un salto nel ragionamento, prima l’obiezione, poi la virtù, solo una questione di traduzione. Le regole sono semplici, solo che purtroppo nessuno le ha comprese, nessuno le ha sostenute, superando la prova. Allora ricominciamo da capo.

© Gianni Montieri

Leggi il Prologo del libro

Intervista a Ilaria Beltramme sul romanzo “Il papa guerriero”

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Ilaria Beltramme, Il papa guerriero (Newton Compton, 2014)

Intervista di Anna Maria Curci a Ilaria Beltramme

Il 17 aprile scorso, al “Villaggio Cultura – Pentatonic”,  ho avuto modo di tornare a incontrare Ilaria Beltramme, in occasione della presentazione del suo romanzo Il papa guerriero. Con Marco Guerra della libreria “Pagina 348”, che ringrazio, abbiamo rivolto all’autrice alcune domande. Ne è nata una conversazione vivace, che ha coinvolto tutti i presenti. Come è avvenuto per il suo precedente romanzo, La società segreta degli eretici, ho poi inviato a Ilaria le mie domande e ho ricevuto le sue risposte. Pubblico qui di seguito domande e risposte, con il mio grazie a Ilaria Beltramme. (a.m.c.)

AMC: La scelta del punto di vista per narrare la nascita e l’evoluzione del mito del “papa guerriero”, Giulio II, Giuliano Della Rovere, è quella di un personaggio di pura finzione e grande verosimiglianza: il punto di vista di una cortigiana. Perché?

IB: Sentivo il bisogno di navigare nelle stesse acque di Giulio II rimanendo, però, in una posizione defilata. Mi piaceva l’idea di guardare al “suo” Rinascimento dal buco della serratura e con gli occhi di qualcuno che non si facesse abbagliare dallo splendore accecante della sua politica, della sua personalità e del suo gusto artistico. Insomma, cercavo un Cinquecento romano con tutte le ombre del caso, perché ne venisse fuori il ritratto di un’epoca a tutto tondo, vera anche nelle sue debolezze, o nelle sue difficoltà. La Roma degli anni di papa Della Rovere è una realtà strana, di inondazioni, violenze, fame, oltre che di artisti che la decoravano e papi che rientravano in Vaticano. Il punto di vista di Isabella (la protagonista inventata) è giudicante, nel senso che la mia giovane cortigiana non si cura troppo dello splendore ritrovato della Curia, ma è testimone di ogni suo movimento e soprattutto è stata vittima dell’arbitrio del potere romano e a questa esperienza reagisce, basando tutta la sua vita sull’odio che ha maturato nei confronti di Giuliano Della Rovere prima che diventasse papa.

AMC: La sapiente interazione tra finzione narrativa e ricorso alle fonti storiche, alla fedeltà ai documenti prosegue qui rispetto al romanzo storico precedente, La società segreta degli eretici. Qui tuttavia si rinuncia del tutto a salti tra epoche e a voli nel tempo, mentre la bibliografia riportata in fondo al volume testimonia un attento lavoro sulle fonti storiche, consultate in ampiezza e in profondità.  Quale, tra i numerosi testi presi in esame, ha avuto maggior peso nella composizione del romanzo?

IB: Ne La società segreta degli eretici, il salto temporale era funzionale alla storia di documenti, libri, filosofie perduti che volevo raccontare; per Il papa guerriero non c’è stato bisogno. La storia dell’epoca è sufficientemente densa per non allontanarsene troppo ed è tradizionalmente molto dibattuta e studiata, quindi invitava a osservare quegli anni da un punto di vista diverso. Ho letto moltissimo per tentare di comprendere la politica e il tempo di Giulio II, oltre che la sua personalità, che di per sé meriterebbe un libro a parte. Ludwig von Pastor è da sempre una specie di “faro” quando si parla di pontefici. Nella sua Storia dei papi, al Della Rovere dedica quasi seicento pagine, un corposo volume tutto per lui (o quasi), ma sono le sue note la fonte di ispirazione inesauribile del mio romanzo, è lì che emerge lo spirito dell’epoca e del mio racconto: nelle lettere degli ambasciatori veneziani, spesso picchiati dal papa; nei resoconti degli incontri ufficiali; nelle lettere dei nobili da cui emerge il giudizio non sempre lusinghiero che i suoi contemporanei avevano di lui. Felice, invece, l’ho incontrata grazie alla serissima biografia scritta da una storica americana, Caroline P. Murphy, che ha pubblicato un libro prezioso intitolato La figlia del papa, in cui si tratteggia perfettamente non soltanto l’ambiente culturale in cui si muove Felice, ma anche la sua personalità, complessa, libera e “terribile”, proprio come quella del padre.

AMC: L’amore per la città di Roma, del quale tu non fai segreto, è intensificato, se possibile, dallo sguardo di Isabella, il cui attaccamento alla città non recede neanche quando se ne deve allontanare, neanche quando Roma, con insidie e trame accelera i rovesci della fortuna, altri protagonisti del romanzo. Quale Roma è presente, quale città è rappresentata qui?

IB: Isabella è una romana per davvero. Vive nella sua città e la sua città la “usa” tutta, comprendendo perfettamente come “funziona”. E le manca. Quando la vita la costringe a scappare, saranno proprio le trame e i pettegolezzi a mancarle, a farla sentire orfana. È una sensazione “moderna” la sua, simile a quella che provano molti romani costretti ad abbandonare Roma e che, una volta lontani, si riscoprono nostalgici anche dei suoi aspetti meno gratificanti. La città di cui parlo nel libro, però, è ben diversa dalla Città Eterna che si svilupperà già alla fine del Cinquecento, con l’elezione di Sisto V. Quella del 1503 non è una metropoli, è un borgo affogato di rovine di cui si sa poco o niente. È un agglomerato urbano vittima costante delle esondazioni del Tevere, con un tessuto sociale estremamente variegato, ma composto da pochissimi residenti (circa cinquantamila) e molte cortigiane che a Roma prosperano proprio per l’altissima percentuale di preti e nobili, o soldati, impegnati in viaggi d’affari. Quest’Urbe è minuscola anche per estensione, vive in una manciata di rioni su cui “trionfa” la via Papalis, l’arteria su cui scorre la vita romana e su cui si affacciano i palazzi dei cardinali e degli aristocratici. È una città che non esiste più, ma che si prepara al grande balzo. È una città che lentamente riscopre il suo passato, dà un nome alle rovine e lo fa anche grazie al contributo di Giulio II che, non scordiamocelo, avvia il nucleo centrale dei Musei Vaticani partendo dalla sua collezione antica, custodita nel cortile di San Pietro in Vincoli, prima, e al Belvedere, poi. Ed è una città bellissima e caotica, come sempre.

AMC: Il titolo del romanzo, Il papa guerriero, non mente sul contenuto della vicenda narrata, tuttavia non ne anticipa tutta la costellazione, perché si può affermare che, accanto a Isabella, è Felice Della Rovere, la figlia del papa, consapevole e determinata figlia del suo tempo e capace tuttavia di precorrere i tempi, a rivestire un ruolo di primo piano. Isabella e Felice, i loro incontri e i loro scontri, la loro diversità e la loro affinità, conferiscono a questo romanzo storico anche il carattere di romanzo di formazione, dove, finalmente, sono figure femminili al centro di un itinerario che passa per il cambiamento e la progressiva presa di coscienza dei rapporti tra individuo e storia. Quali considerazioni hanno fatto maturare questa scelta?

IB: Sì, insieme Felice e Isabella faranno scoperte interiori che altrimenti, impegnate come sono a rivestire un ruolo sociale che rischia di schiacciarle, non avrebbero la forza di svelare neanche a loro stesse. È una formazione sentimentale la loro, nel senso che – nel caso di Isabella – sarà proprio l’affinità con Felice Della Rovere a farle scoprire il prezzo che rischia di pagare alla vendetta e all’odio. Negli anni, infatti, concentrata in queste sue trame, la cortigiana dimentica ogni altro aspetto della sua vita, della sua crescita. È come paralizzata nel ruolo della vendicatrice, ma lentamente, grazie all’amore tormentato che nutre nei confronti di un capitano mercenario e all’amicizia con una persona “degna” della sua intelligenza e della sua aspirazione alla libertà, cioè Felice Della Rovere, riuscirà a completarsi. Allo stesso modo Felice è prigioniera della sua posizione. All’inizio della storia la figlia del papa è tutt’al più “una bastarda” che deve essere piazzata in un matrimonio politicamente conveniente per il padre. Ma nel tempo, la sua personalità, le sue aspirazioni e la sua forza riusciranno a tirarla fuori da questa trappola, mentre il suo istinto a conquistarsi spazi di autonomia e libertà l’avvicineranno a questa strana “amica” che le “suggerirà” un’altra via: l’indipendenza. Felice e Isabella sono due donne uniche, per questo si incontrano e si parlano. Le loro intelligenze sono le sole armi che hanno a disposizione per ricavarsi spazi di libertà in una società che le vuole congelate nei loro ruoli. Questa vicinanza è salvifica per entrambe e vuole raccontare lo sforzo delle donne per affermarsi in un’epoca splendente, ma estremamente crudele, specie nei riguardi di madri, mogli, figlie e sorelle che a fatica emergono dalle pieghe di una storia ufficiale, spesso troppo frettolosa quando c’è da analizzare tematiche femminili.

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Dal risvolto di copertina  de Il papa guerriero:

È una giornata carica di aspettative e timori quella del 1° novembre 1503, scelta per l’elezione di papa Giulio II. Irascibile e vendicativo, il nuovo pontefice è famoso per le sue doti di stratega e militare, l’amore per l’arte, i suoi modi sbrigativi [… ]. Tanti sono i suoi nemici, anche tra la gente comune, e la giovane Isabella lo sa bene. Bellissima cortigiana dalla storia familiare tormentata, la ragazza agisce nell’ombra aspettando il momento giusto per mettere in atto la sua vendetta. È convinta che proprio Giulio II sia il responsabile delle sue sofferenze [… ]

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Ilaria Beltramme è nata a Roma 41 anni fa. Ama la sua città di un amore smisurato ed è convinta che il Tevere sia una divinità. Per Newton Compton ha pubblicato: 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, 101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere, Roma in un solo weekend, La società segreta degli eretici e Il Papa guerriero. Per Mondadori ha pubblicato Caccia ai tesori nascosti di Roma e Magna Roma.

 

Ilaria Beltramme - Foto di Emiliano Cavicchi

Ilaria Beltramme – Foto di Emiliano Cavicchi