Romanzi

#Unafraselungaunlibro: i migliori dell’anno

haruffone

Su Trilogia della Pianura di Kent Haruf

Questo è stato un numero della rubrica diviso in tre parti, tre momenti, tre libri molto belli e importanti, le tre recensioni sono uscite in gennaio.

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

qui di seguito troverete le tre recensioni: Trilogia della pianura/tre parti di un discorso

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soffiati

n. 42 Vito Bonito, Soffiati via

Parliamo di uno dei libri di poesia che più mi ha colpito in questi ultimi anni, un libro straniante al quale è meraviglioso ritornare.

da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

ne ho scritto come fosse un racconto, la recensione la trovate qui: Bonito/Soffiati via

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diuominiebestie

n. 45: Anna Paula Maia, Di uomini e bestie

Un libro bellissimo e sconvolgente che fa pensare, che ritorna prepotentemente su una vecchia domanda: Chi è la bestia?

«La cosa peggiore quando abbatti un bovino è guardarlo negli occhi.» «E cosa ci vedi dentro?» «Non lo so. Non si riesce a vedere nulla in fondo agli occhi di un bue.» Edgar Wilson fa una pausa inquietante. «Io resto a guardarli, cercando di scorgere qualcosa, ma non si riesce a vedere nulla.»

la recensione a questo romanzo è uscita in febbraio, la trovate qui: Maia/Di uomini e bestie

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cileno

n. 50 Bolaño, Notturno cileno

Si tratta di uno dei romanzi più affascinanti di Bolaño, una storia dal ritmo impressionante, ci vuole molto fiato per stare dietro al cileno, questo romanzo non ha capitoli e pare reggersi su una lunghissima frase.

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

la recensione è uscita a marzo e la trovate qui: Bolaño/Notturno cileno

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Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America

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Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America, trad. di Licia Vighi; Bompiani, 2016, € 18,00.

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All’epoca in cui i Culture Club, il gruppo pop inglese, erano all’apice del successo, io mi stavo specializzando in sociologia e, non me ne vogliate, ma mi piaceva canticchiare il pezzo che li aveva resi famosi , “Do You Really Want to Hurt Me?”. Tuttavia, diffondere ogni giorno questa canzone, insieme a “Boys Don’t Cry” e “Should I Stay or Should I Go?”, in versione jazzata, dalle casse della sala da pranzo significa andare in cerca di guai. Katherine Salk era convinta che fosse stato il brano dei Culture Club a farle esplodere l’emicrania, ma potevano anche essere stati i mobili gialli.

Come si può raccontare la vita delle persone? Come si descrivono? Come si inventa un personaggio? Come si costruiscono un ambiente narrativo e un paragrafo? Come si fa salire la tensione? In che modo bilanciare la risata alla malinconia? Come mostrare la solitudine, o la voglia di fuga, o la ricerca di compagnia? O ancora: come creare una struttura nuova dentro la quale metterci la vita degli americani; e sì, di tutti gli americani? Forse sono queste alcune delle domande che si è posto Rick Moody prima di cominciare a scrivere questa storia, o più semplicemente gli interessava sul serio esplorare il mondo dei recensori degli hotel. Il recensore, però, chiunque sia, è sempre una persona. Col trolley si porta dietro la sua vita, i suoi dolori, le sue idiosincrasie. Il postatore seriale che, a volte seriamente a volte meno, riempie le pagine di siti come Trip Advisor, facendoci provare curiosità o terrore nei confronti di un semplice Bad & Breakfast.

Reginald Edward Morse (scelta di nome e cognome strepitosa) è un collaboratore del sito ValutaIlTuoSoggiorno.com, un semplice recensore. Reginald di viaggio in viaggio, si muove molto per il suo lavoro di oratore motivazionale (in precedenza è stato anche operatore finanziario), attraversa il Nord America, e non solo (leggeremo anche un paio di recensioni di hotel italiani, un agriturismo pugliese, un Hotel di Londra) e recensisce, ma che cosa? E questo il punto ed è questo il fulcro del romanzo di Moody.

Hotel sperduti nel Connecticut, motel di Tulsa, minuscole stanze in Ohio, nello stato di New York. Lampade con cui non vorremmo mai avere niente a che fare. Cimici nei letti. Trucchi per fuggire dopo aver scoperto che l’hotel non è come vorremmo che fosse, o che è troppo caro per quello che è. Finte Jacuzzi, bagni troppo lontani dalle camere. Colazioni indimenticabili, colazioni da dimenticare. Wifi, frigobar, canali porno, tv satellitare, assenza di tv. Carta da parati. Eccesso di beige, eccesso di giallo. Qui sono spesso gli oggetti a parlare, come succede nella vita, o in narrativa, o in poesia; o come ci insegnano saggi bellissimi come La vita delle cose di Remo Bodei (Laterza, 2010). Ma sono orologi, televisori, saponette che non appartengono a nessuno, per questo possono raccontare la storia di una comunità insieme a quella di un singolo. E poi Scortesia e gentilezza. Parcheggi attraverso i quali scappare, parcheggi dentro i quali finire a dormire.

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, 2016, pp. 237,  € 17,50, ebook  € 9,99; traduzione di Daniele Petruccioli

di Giulietta Iannone 

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Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina, Giunti 2016, € 14,00, ebook € 8,99

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È successo il 22 maggio, di mattina, mentre parcheggiavo l’auto sotto casa dopo essere andata al supermercato a fare un po’ di provviste. La voce dello speaker di Radio Italia annunciò il titolo di un vecchio successo degli Alunni del Sole: E mi manchi tanto…
Dodici anni io, dodici anni tu. Casa dei tuoi genitori.
«Non senti che non suona più? Mi hai rotto il disco a furia di ascoltarlo!»
Un 45 giri di cui non ricordavo la copertina, ma la tua voce acuta, sottile, arrivò di nuovo, dopo trentasette anni. Ripeto: trentasette anni. E rividi tutto.
I mobili antichi del soggiorno, il lungo divano rosso, l’argenteria, le mensole di marmo sul caminetto, io sdraiata su un tappeto orientale che ascolto quella canzone all’infinito, fino a sentirla gracchiare nel giradischi, con la puntina che saltella tra i solchi e mangia le parole del cantante.
Trentasette anni che non ascoltavo quel pezzo.

“È successo”, eccolo, è questo l’innesco, il click che mette in moto le vicende del nuovo romanzo di Grazia Verasani, o meglio, che mette in moto i ricordi e il racconto che l’io narrante fa. La canzone degli Alunni del Sole (e quante volte ci sarà successo con un brano musicale) fa piombare chi narra, una scrittrice cinquantenne, a trentasette anni prima, ai suoi dodici anni, e a quelli della sua amica Dina, ai tempi delle scuole medie, a loro due che ascoltano quella canzone all’infinito, che dividono e dilatano il tempo. Due amiche che si incontrano sui banchi di scuola. Una, Dina,  dichiara di essere fascista disegnando una svastica sul banco, l’altra confessa di essere comunista. Una famiglia molto ricca, borghese, vacanze di lusso, mare e montagna; l’altra operaia, comunista, da viaggi in Urss, da Feste dell’Unità (quelle vere). Una madre bellissima, chic e giovane, e una che fa la sarta, rigorosa, d’altri tempi, verrebbe da dire, e lo diciamo. Sono gli anni settanta, questo è il tempo controverso, ricordiamo quegli anni in cui questa storia comincia e in un certo senso finisce, cioè segna la fine a cui è destinata.

Le premesse, come vediamo, sono quelle di estrema distanza, due mondi, eppure scatta da subito tra le due ragazze, l’amicizia totale, che è inspiegabile come l’amore. L’amicizia che pretende la presenza costante dell’altra, la condivisione di tutto, la confidenza, il contatto, la vicinanza, la sofferenza, le risate e il pianto. L’amicizia che forse, in qualche maniera, abbiamo tutti vissuto o avremmo voluto vivere. Dina è bellissima e lo sa. Dina domina, non solo l’amica, è magnetica. Esercita un controllo, non sappiamo quanto consapevole, sull’amica; sa come ricattare la madre e il padre. Dina non è felice, Dina e il suo modo di soffrire. Dina che si ingozza di bignè, Dina che anni dopo andrà in bagno a vomitare tutto quel che mangia. Vacanze fatte insieme, pomeriggi di studio, di cinema, perfino un piccolo furto condiviso. Vicinanza, come abbiamo scritto sopra, eppure estrema differenza, non solo caratteriale, non solo di estrazione sociale, ma proprio di presenza, di maniera di rapportarsi al mondo. E il mondo in quegli anni sta cambiando.

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Una frase lunga un libro #71: Nicola Pugliese, Malacqua

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Una frase lunga un libro #71: Nicola Pugliese, Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario, Tullio Pironti, 2013, € 11, 90

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E dopo il pomeriggio e dopo le prime ore della sera, giunse per lui la notte, con strisce d’inchiostro e squarci improvvisi, il vento che tira su via Marittima, ad angolo con Piazza Municipio, ed oltre, ed oltre, fin dentro il porto ed in salita verso la collina. Questo vento freddo che riporta in alto il fuoco dei bracieri, che ricama nell’ombra della strada.

All’elenco dei grandi misteri dell’editoria italiana va aggiunto di diritto Malacqua di Nicola Pugliese. Il libro uscì nel 1977 per Einaudi, dietro spinta di Calvino che intuì la bellezza e la novità della scrittura di Pugliese. La storia dice che il romanzo andò a ruba e si esaurì in poco tempo. Si dice anche che il molto orgoglioso e riservato Pugliese si fece violenza chiedendone a Einaudi la ristampa. Ristampa che non ci fu mai. In tutti questi anni si racconta di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012). Suo fratello Armando ricevette precise disposizioni dallo scrittore affinché il libro fosse ripubblicato da Tullio Pironti, cosa che è avvenuta tra lo stupore dell’editore e la gioia di molti, nel 2013.

Scrissi questa recensione per Satisfction, proprio nel 2013, la ripubblico oggi, per due motivi. Il primo è ovvio, secondo me di questo romanzo non si parla mai abbastanza, è un libro che per me significa molto, e Nicola Pugliese, il suo autore, una persona che avrei voluto conoscere, farci due chiacchiere, bere un caffè. Non è capitato. Il secondo motivo è che io Nicola Pugliese qualche notte fa l’ho sognato. L’ho sognato proprio come se fossimo dentro Malacqua, perché eravamo a Napoli e pioveva a dirotto, da ore, forse da giorni, fatto sta che io e Pugliese ci trovavamo a via Foria, sotto lo stesso ombrello. Pugliese mi diceva: “Tienilo tu, che sei più alto”. Ma a me non sembrava, infatti ci bagnavamo moltissimo, poi io con gli ombrelli sono imbranato, ma Pugliese questo non poteva saperlo. Pugliese mi diceva: “Mi ricordo tuo nonno, un essere straordinario, una volta che venne a piovere così, mi porto sulla sua bicicletta, mi diede un passaggio. Tuo nonno pedalava velocissimo, sotto la pioggia, io gli dicevo di andare piano, ma lui niente, correva correva. Mi diceva «Nicola, Nicola, nun te preoccupa’, c’avimma leva’ ‘a miezz’ all’acqua», pioveva tantissimo come oggi. Tuo nonno mi diceva che dovevamo andare in tutta fretta all’Ospedale delle bambole che stava crollando”. Gli domandavo: “Signor Pugliese, e poi che succedeva? E mica lo sapevo che conoscevate mio nonno”. “E niente, non arrivavamo in tempo, ma tuo nonno mi regalava una coppola”. A questo punto mi sono svegliato, è solo un sogno, ma il fatto che mio nonno e Nicola Pugliese fossero insieme, mi ha fatto ripensare al libro, ed eccomi qua.

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SettembreSingrossa – Mini Festival alla Libreria Marco Polo

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Giovedì 8 settembre:  Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, con Ginevra Lamberti,

Venerdì 9 settembre:  Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff, Sole luna stella, con Paolo Canton, Giovanna Zoboli e Monica Pareschi

Sabato 10 settembre: Valerio Mattioli, Superonda, con Enrico Bettinello

Lunedì 12 settembre: David James Poissant, Il paradiso degli animali, con Gioia Guerzoni e Gianluigi Bodi

Martedì 13 settembre: Paco Ignazio Taibo II, La bicicletta di Leonardo, con Susanna Regazzoni e Lorenzo Ribaldi

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per maggiori informazioni sul Festival, qui: SettembreSingrossa

Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

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Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

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Riletti per voi #13: Amos Oz, Tra amici

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Riletti per voi #13

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli, (2014 e precedenti edizioni), € 8,00, ebook € 5,99, trad. di Elena Loewenthal

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di Francesca Piovesan

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Mosche Yashar sognava di tanto in tanto il sorriso timido della sua compagna Carmela e le sue mani che suonavano al flauto canzoni tristi e strappacuore, ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei, nemmeno con le parole e neanche quasi con lo sguardo. Lei sedeva due banchi davanti a lui, così lui poteva vedere di lontano il suo collo sottile quando si chinava sui quaderni e la morbida peluria sulla nuca. Una volta che Carmela stava fra la lampada e il muro e parlava con delle compagne, lui passando le aveva accarezzato l’ombra. Dopo questo fatto era rimasto sveglio per metà notte, senza riuscire a prendere sonno.

Tra amici, di Amos Oz. La vita in un kibbutz. Le regole da rispettare, il desiderio di alcuni di trasgredirle. La vita in comunità, il modello socialista da perseguire, il bene della collettività al di sopra del bene individuale.
Oz è una penna talmente delicata e raffinata che, in poche parole ben accostate fra loro, riesce a dare una panoramica generale della vita di una comunità israeliana in un kibbutz degli anni ’60. Otto racconti che raccontano la vita di un gruppo di persone. Le loro abitudini, sofferenze, i loro desideri taciuti o portati alle labbra di tutti.
Un giardiniere avvezzo alle brutte notizie, che si è disabituato al contatto umano. Due donne che riescono a trovare una complicità basata sul rispetto reciproco. Un padre che vede sfumare la giovinezza spensierata di una figlia. Un bambino sbeffeggiato dal gruppo, alla ricerca di un porto sicuro. L’amore di una vita che si arrende di fronte ad una notte di pioggia. Il mito del ricercare la fortuna altrove. Un padre lontano dagli occhi, ma mai dimenticato. Il progetto universale, qualcosa che unisca tutto il mondo. (altro…)

Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi

foto di anna toscano

foto di anna toscano

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Natalia Ginzburg
Mai devi domandarmi

di Anna Toscano

Testo di una lezione
Venezia, 1991

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È molto difficile  inquadrare la vita e le opere di Natalia Ginzburg nel panorama letterario italiano contemporaneo. Anche se non la si può isolare nel contesto contraddittorio di quello stesso panorama quale si configura dall’immediato dopoguerra fino a oggi, la scrittrice vive e opera nel suo tempo ma anche indipendentemente da esso.
La Ginzburg non è rimasta insensibile a correnti e indirizzi della sua epoca ma non è mai stata direttamente partecipe,  è stata attenta ma distaccata, perché consapevole delle sue scelte come doloroso frutto interiore da cogliere in piena libertà seguendo un proprio cammino di intima coerenza.
A se stessa ha riservato una costante fedeltà continuando sempre a cercarsi intimamente per poter meglio avvicinarsi agli altri che ci completano e in noi si completano.

Mai devi domandarmi è una raccolta di scritti che risalgono alla fine degli anni Sessanta e che nella bibliografia dell’autrice si pongono accanto a Le piccole virtù e Lessico famigliare.
La curiosità, la fantasia, la memoria, la casualità sono all’origine di queste pagine: dalla ricerca di una casa all’infanzia, dalla vecchiaia alla psicanalisi, il credere o il non credere in Dio, un libro letto, un film visto, una frase riaffiorata dalle memorie, un quadro, un incontro.
Tutto, i minimi particolari trascurabili, i grandi temi dibattuti scaturiscono dalla sua penna di scrittrice che li amalgama in un tempo unico che è presente e passato insieme.
È l’opera di una donna che si siede e osserva consapevole che il tempo passa su di lei in passiva attesa di ciò che verrà. Non può fare altro che guardare, e osservare, e ricordare, e descrivere, sapendo che altro non è concesso.  Ed è ciò che sottolinea nel racconto È stato così del ’47:

Ma a me pareva adesso di vedere che io non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare, pensavo che nella mia vita non avevo mai fatto altro che guardare fisso fisso nel pozzo buio che avevo dentro di me.

Ed è da questo pozzo buio che lei comunica e cerca disperatamente di conciliare il dentro con il di fuori: una ricerca di armonia e di stabilità che ci descrive nel primo di questi scritti dell’ottobre ‘65 intitolato La casa. La ricerca di un nuovo alloggio deve soddisfare le esigenze primarie dettate dal sentimento, il luogo deve avere un riscontro nel passato della persona, dai luoghi dell’infanzia ai semplici scorci già visti, già vissuti, che hanno avuto per un attimo la nostra vita, che hanno abitato il nostro cuore anche se per un solo istante.
La casa, in cui l’autrice deve coricare il pozzo buio che è in lei, è una tana, ci si vive come si vive in una calza vecchia dove i nostri piedi hanno messo le radici, dove sentiamo la sicurezza della non estraneità e troviamo riscontro nell’infanzia. La casa è un prolungamento di se stessi, della propria anima, del proprio pozzo buio:

Ma forse ogni casa, ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? e accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?

Ciò che mette in moto la contemplazione della scrittrice sulle cose e sugli avvenimenti è la curiosità, suo particolare desiderio di sapere evidenziato in un altro di questi scritti intitolato La vecchiaia del dicembre ’68. In questo pezzo espone come per lei la giovinezza sia sinonimo di sete, di febbre, di ricerca e di errori; mentre vecchiaia è saggezza e serenità, caratteristiche che vengono rifiutate principalmente perché da vecchi, poi perché, paragonate a quelle della giovinezza, appaiono molto noiose soprattutto da chi si crede o si sente ancora giovane. Ed è proprio quando la curiosità e l’immaginazione non risuonano più nella persona che termina lo stupore e subentra la noia di colore nero.

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, 2010; € 16,00, ebook € 5,99

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Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue. Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque. Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa. Stavo con un polacco di nome Sławek, professione: semaforista.

La letteratura quando ti travolge. Potrebbe essere questo uno dei possibili sottotitoli al bellissimo e sconvolgente libro (opera prima) della scrittrice siciliana Veronica Tomassini, uscito quasi sei anni fa ma sul quale mi piace ritornare. Una storia d’amore di una forza d’urto notevole. Una storia d’amore di una bellezza disarmante. Un racconto d’immigrazione, di dolore, un dolore, a volte, quasi cercato e inevitabile. La ragazza siciliana prova per l’immigrato Slawek, uomo da semaforo, alcolizzato, bello, distruttivo, inevitabile e polacco, un amore al primo colpo, un amore che è un colpo. Si corre a perdifiato con i due protagonisti in vecchie palazzine diroccate, grotte, i parchi di Siracusa ritrovo degli immigrati. I personaggi che via via si incrociano, stanno in un non-tempo, in un barattolo di vetro tagliato dove: sesso, morte, sangue, coltelli, baci, vino e vodka, somigliano a una cosa sola, che si chiama: disperazione, che è figlia di una speranza perduta o mai avuta. L’autrice ha trovato un modo nuovo,  e a pensarci bene, uno dei pochi possibili per raccontare l’immigrazione. Una lotta per la vita che si svolge tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Sui nostri autobus, nei nostri bar, magari sul pianerottolo di casa. Una guerra di cui vediamo qualche lampo, storie di cui ci interessa la superficie. Ho riletto il libro da poco e riflettevo sul fatto che Tomassini ci mostra l’unica via possibile all’integrazione, quella della conoscenza vera, ci riesce con la forza della sua scrittura; una scrittura fuori dagli schemi, rapida e ripida, tagliente, dolce, implorante, sciolta, quotidiana, a volte fotografica. Una scrittura che rende di nuovo possibile il concetto di “verità”.

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, trad. di Pier Francesco Paolini, ed. integrale, Newton Compton (classici moderni), 2004 (e successive edizioni); € 5,90

Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

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Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità

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Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, 2016, € 20,00

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Non ce ne fu bisogno, di capire, perché quello che videro subito dopo fu ancora peggio e chiarì che lì, in quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi era già accaduta.

C’è un mondo, una serie di fatti accaduti nel tempo, un mondo fatto di vite vissute e perdute; molte vite di cui non si sa nulla, di cui non si serbano ricordi, da nessuna parte. Vite non raccontate. C’è un mondo e un tempo in cui sono accadute cose terribili, e quel mondo è poco fa, e quel mondo è anche adesso. Un mondo fatto di luoghi chiusi, di mura alte, di celle, di polsi legati ai letti, di urla furibonde e più furibondi silenzi, di contenzione e torture, di cure sbagliate, di incompetenza, di poco amore, di poca pazienza, di vesti strappate e sotterranei, di sporcizia e abbandoni. Il mondo di chi è nato matto, di chi è diventato matto, di chi è passato per matto, di chi non è stato capito; il tempo e il mondo dei manicomi lager e della barbarie, di posti come Leros. Leros che è un’isola e il suo mare, Leros che al suo interno ha avuto un’altra isola, una fortezza tanto vicina all’acqua quanto perduta. Questa è la premessa, ma forse sono soltanto i miei pensieri, pensieri accumulati durante la lettura del bellissimo romanzo di Simona Vinci; forse sono sensazioni,  piccole lacerazioni, forse sono cicatrici, perché La prima verità ne lascia qualcuna.

Le storie, come le raccontano gli adulti, non sono mai vere: c’è sempre una bugia, o forse un’ombra, un buco, un vuoto che i grandi riempiono o scacciano via, prima che per salvaguardare i bambini – come dicono, mentendo, di essere costretti a fare – per sé stessi; perché non vogliono vedere, perché hanno paura.

Il romanzo è diviso in quattro parti, ognuna di queste è collocata in un diverso periodo di tempo, ma come in un viaggio si attraversano una dopo l’altra, si intersecano, si rincorrono e si spiegano a vicenda. Nella prima parte incontriamo Angela, italiana che sbarca a Leros insieme a un gruppo di volontari, è il 1992. Angela è curiosa, solitaria e sensibile, è spinta da una grande forza ma anche da un tormento che viene da lontano. È una persona intelligente e sensibile, che si sconvolge davanti all’orrore e che cerca di comprendere. Perché non si affronta nulla se prima non si capisce cosa accade e cosa è accaduto. Angela aprirà una porta e la stanza che c’è dietro quella porta le rivelerà, notte  dopo notte, nomi, storie, fatti, numeri, orrori, parole. Angela con fatica ricostruisce, è presa dallo sgomento ma continua a cercare, a domandare. Angela scopre che a Leros, durante il periodo della dittatura dei colonnelli, ci finirono anche i dissidenti politici e che solo apparentemente stavano divisi – nella struttura – dai matti. Dissidenti torturati e brutalizzati. Come te lo spieghi l’orrore? Come lo racconti?
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