Romanzi

proSabato: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia

Ognuno ha le amicizie che merita. Si chiama Caracas e io sono felice che a un certo punto le nostre strade si siano incrociate. È un uomo piuttosto imprevedibile, a essere sincero. Di sicuro, non è una persona dozzinale, di quelle che passano e non lasciano alcun segno. li suo regno è il pianeta Ferrovia: la sera è sempre lì, ai piedi di quella specie di rampa di lancio che è la statua di Garibaldi, un po’ soprappensiero come si addice a chiunque stia per intraprendere un viaggio verso l’ignoto. La Ferrovia è una sconfinata ragnatela siderale e Caracas assomiglia a un astronauta perennemente impaziente di scoprire nuovi mondi.
Una volta mi condusse nella strada dove gli piacerebbe abitare, dove anzi da tempo cerca un alloggio benché senza fortuna. Caracas non ha casa, vive ora qua ora là, per lo più ospite di un vecchio amico che però non mi ha mai presentato (esisterà davvero?). Possiede in compenso uno “studio”: un sottoscala dalle parti di Posillipo dove qualche volta si ferma anche a dormire, benché scomodamente, a suo dire.
La sua strada del cuore si chiama Tristano Caracciolo ed è a un passo dalla mia piazza Principe Umberto. Via Tristano Caracciolo è stata interamente colonizzata dagli extracomunitari (arabi e neri, e perciò niente cinesi che si guardano bene dall’avere rapporti sia con gli uni che con gli altri). C’è un ristorante tunisino bianco e azzurro – piano terra e sottoscala – e, poco oltre, una specie di club per soli neri dove Caracas non è mai riuscito a ficcare il naso, sempre scacciato con fermezza nonostante le sue insistenze.
Ha un’aria da segugio in stato di mobilitazione permanente: si ferma davanti a ogni basso, a ogni portone, entra in tutti i negozi – arabi, cinesi, ucraini – si informa, si intrufola, stringe mani, acquista cianfrusaglie, ostenta familiarità: fino a indurre sospetto e irritazione di cui non sempre si rende conto.
Non so perché quella intestata a Tristano Caracciolo l’incanti più di altre strade di questa città nella città, Forse per i suoi palazzi ottocenteschi e monumentali ormai neri di una fatiscenza che si è fatta cenere, abito a lutto. Quando lo seguo nei suoi momenti di maggiore frenesia cerco invano, per farmene una ragione, di penetrare negli ingranaggi più nascosti del suo immaginario laddove germogliano fantasie e pulsioni. Caracas per me rimane essenzialmente un mistero.

da: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 9-10

Andrea Pomella, Anni luce (rec. di R. Calvanese)

Andrea Pomella, Anni Luce, Add editore, 2018

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita.

Un’estate di fine anni ’90 mi ritrovai tra le mani il capolavoro di Jack Kerouac, diario della beat generation, On The Road. Dopo averlo finito quel libro mi rimase dentro per giorni, anni, probabilmente non ho mai smesso di pensarci. Ci penso ancora adesso a quella sensazione di libertà, brivido e di vitalità che sprigionava ogni singola pagina. Erano gli anni della gioventù, non solo dei protagonisti, ma anche di un paese. Leggendo Anni Luce di Andrea Pomella (Add Editore) ho avuto una lunghissima sensazione di déjà vu. Ho ritrovato tra le sue pagine i nomi maledetti degli scrittori beat, le loro storie che come per me sono state ispirazione per molte altre vite di ragazzi cresciuti con un jeans strappato e una camicia di flanella. Erano gli anni ’90, un periodo indefinito non perfettamente coincidente con l’intervallo tra il 1991 al 1999. Erano Anni Luce, viaggiavano ad una velocità diversa rispetto al mondo circostante. Come se le vite di del protagonista e di Q, trasposizione ideale di Dean Moriarty e Sal Paradise fossero un microcosmo compresso e iperveloce rispetto ad un decennio che si trascinava stancamente sulle rovine del passato recente. Erano gli anni della gioventù che intravedeva l’età adulta sulla linea dell’orizzonte, così vicina e allo stesso tempo così lontana.
C’è uno studio scientifico secondo il quale per tutta la vita resteremo sempre attaccati alla musica che ascoltiamo da adolescenti. Nel libro questa musica si identifica con la santissima trinità del Grunge. Ten, Vs. e Vitalogy. Dischi fatti di canzoni che in pochi minuti riuscivano a raccontare ai protagonisti la loro vita meglio di come sapessero raccontarsela loro.
Dischi come una grande mirrorball al centro della pista da ballo della nostra vita. Sono lì, uguali per tutti eppure allo stesso tempo diversi. Ognuno di noi ci vede riflessa la propria esistenza, i propri dubbi e le proprie inquietudini.
E di nuovo Kerouac che ritorna

– Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.

Era l’andare, quell’equilibrio dinamico che coincide con i 20 anni, effimeri come una candela che brucia dai due lati, che per paradosso sembra infiniti mentre li attraversi. Contava il “qui ed ora” erano questi gli anni ’90 di cui parla Anni Luce, il tentativo di fuga insensato dall’età adulta, fino a che la linea dell’orizzonte comincia a farsi sempre più vicina. La si scorge distintamente lungo i binari di un infinito interrail dentro se stessi. (altro…)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate (rec. di G. Ceddia)

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate
Terrarossa edizioni 2017, pp. 240, € 15,00

 

Un titolo assai bello per un romanzo ancor più bello

Finalmente con il suo quinto romanzo Cristò giunge alla giusta combinazione narrativa, frutto di maturità ed eleganza di scrittura. Restiamo così quando ve ne andate (Terrarossa Edizioni) è un libro molto bello che merita di essere letto, unico neo la mancanza di un labor limae che – a mio avviso – avrebbe dovuto essere più presente di quanto, probabilmente, già non lo sia stato.
Non è mia intenzione rivelare quale sia il soggetto sottinteso di quel “restiamo” nel titolo, credo che si perderebbe buona parte della sorpresa che sta alla base non solo del titolo ma del romanzo stesso (per quanto altri recensori abbiano optato per una scelta a mio parere azzardata, ossia rivelare subito di chi sia il punto di vista che il titolo rappresenta).
Con una scrittura che tiene inchiodato il lettore e una vicenda “umana” ancor più accattivante, Cristò scrive un libro che rappresenta al meglio lo stato (e lo stato d’animo) del quarantenne odierno, una generazione che si trova a fare i conti con un dato inquietante ma purtroppo presente: essere la prima generazione a star peggio dei propri genitori.
Francesco e Donatello (l’uno musicista e l’altro scrittore) sono due facce della stessa medaglia, una medaglia intrisa di frustrante ruggine melanconica, di malessere verso un’esistenza che non premia per ciò che si è ma solo per il sudore-olio dell’ingranaggio produttivo che si rappresenta, in questi tremendi e spietati modern times chapliniani. Francesco che lavora in un supermercato e tiene vivo e alto l’orgoglio verso la forma d’ingabbiamento che il suo superiore rappresenta, Francesco che ha una storia con Monica che è una a-storia (ossia la negazione stessa del rapporto, ancor più tremenda e in parte nauseante e deprimente di una non-storia), perché c’è Fatima, una giovanissima indiana che si fa amante del muro che divide il suo appartamento da quello di Francesco, amante delle sue note provenienti dal pianoforte, amante dei suoi respiri e delle sue dita sulla tastiera bianconera.
Un romanzo che tocca nervi scoperti quello di Cristò, si insinua nella muscolatura del lettore e la solletica a volta anche crudelmente, un romanzo che però, nel suo essere così straordinariamente ancorato al presente, riesce a dare un senso di sollievo sensibile e sussurrato, un po’ come quando la tristezza ci pervade e per reazione ascoltiamo una canzone non allegra, bensì ancor più triste del nostro stato d’animo.
Romanzo di amore e morte, di amore che boccheggia nel THC dell’hashish – compagno fedelissimo di Francesco – e di morte che non si accetta, soprattutto quando a subirla è qualcuno di vicino, qualcuno diverso ma al contempo simile.
In tutte queste peregrinazioni dell’animo umano c’è qualcosa che osserva, che pensa, che soffre o gioisce, che sfuma e smussa le stesse caratteristiche umane al fine di filtrarle e accudirle, ci sono delle cose che appunto restano così quando noi ce ne andiamo; e forse a soffrir davvero sono loro, perché impregnate del balsamo del ricordo, perché sempiterne custodie delle nostre idiosincrasie e di coloro che ci hanno anticipato o seguito.

© Giuseppe Ceddia

 

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.

Carlo Levi, Il contadino e l’orologio

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

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Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

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Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

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Giordano Tedoldi, Tabù

Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué 2017, € 14,90

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C’è un primo e più importante tabù che Giordano Tedoldi affronta con questo romanzo, quello del linguaggio: abbatte, cioè, quello che ormai è diventato una sorta di divieto di transito in narrativa, il cartello con la scritta “Divieto di scrivere in lingua italiana”. Non sto scherzando! Colpisce di questo romanzo la costruzione delle frasi, e sarebbe sbagliato dire che si tratta di una costruzione classica, mentre è corretto dire che si tratta di una costruzione secondo grammatica, che bello. Niente periodi brevi quando non occorrono. Il ricorso al periodo breve è molto spesso una scorciatoia, un modo per cavarsi d’impiccio, è un’abitudine che viene dallo scopiazzamento della narrativa americana (narrativa che amo molto), che quando diventa abuso rende i libri italiani un po’ sciatti, mi permetto. Un personaggio italiano si comporta diversamente da un personaggio americano, comprimerlo dentro una frase smozzicata, una descrizione vagamente brillante, rischia di renderlo ridicolo. Qui, invece, ci accorgiamo della sintassi corretta, dell’accuratezza delle scelte lessicali, della bravura nella costruzione dei dialoghi (una delle cose più difficili da rendere in scrittura), dei rimandi tra azione presente e passata senza che la lettura inceppi. Queste poche righe, per quel che mi riguarda, dovrebbero già bastare per convincervi a comprare il libro, ma voglio dirvi qualcosa di più.

«Mi dispiace» esclamai ad alta voce, che è una frase incredibilmente più efficace di quanto certa idiozia virilistica non autorizzi a pensare. Certo, dipende anche da chi la pronuncia. A me è sempre venuta discretamente.

Tabù parte da un assunto molto semplice, un uomo decide di sedurre la moglie del suo migliore amico, questa è la partenza, da qui comincia il racconto con Piero (colui che seduce), Domenico (il migliore amico), Emilia (la sedotta), tutto sembra molto chiaro e definito, ma si intuirà quasi da subito che non è così, il lettore capirà che questi tre attori non sono capaci di scelte comuni e non possono essere racchiusi in un triangolo amoroso, sono altro, il romanzo è altro, è questo ed è molto altro. Il vero protagonista è Piero, destinato ad essere indimenticabile, ho la sensazione che un personaggio così complesso ce lo ricorderemo a lungo. Piero affascinante e colto, Piero ossessionato, Piero padrone di un modo non comune di ragionare, capace di vedere oltre, capace di stare nelle cose e di fuggirle. Piero capace di distruzione, capace della noia totale e dell’inventiva sublime. Piero tormentato e tormentatore. Piero che non si accontenta, Piero che domanda e che si domanda. E dietro lui gli altri, Emilia e Domenico naturalmente, sposati in un senso e in un modo che va oltre la consuetudine che conosciamo, sposati nel senso che forse è vero rituale. La morale, quella che gli usi e costumi ci raccomandano, è qualcosa da sovvertire con un’altra morale. La vita non può procedere lungo un solo binario, Tedoldi lascia che deragli, lascia che scambi più che può, che passi da una linea morta all’alta velocità.

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Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

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Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

«La verità» disse il prete «assai spesso è inverosimile.»
«Veniamo al presente» disse il maresciallo. «In tutta sincerità, non considera anche lei l’imminente ritorno di Luca, qui, a Cisterna, con qualche trepidazione?»
Il prete rifletté a lungo.
«Mentirei se lo negassi» egli rispose infine con un filo di voce.
«Ha qualche timore particolare?» insisté il maresciallo «Dietro il mistero stesso della sua condotta davanti ai giurati, non potrebbe nascondersi qualche motivo di risentimento?»
«Non so» rispose il prete. «Sento un’ansietà che non so esprimere. Certo, essendo innocente, egli ha diritto alla libertà. Ma che cosa farà qui? Il mondo che egli conosceva, ormai, non esiste più. Incontrarlo sarà per me, e per qualche altro vecchio suo coetaneo, come l’appuntamento con un risuscitato… Ma, scusate, queste sono considerazioni egoistiche. C’è un altro aspetto, quello materiale della sua situazione qui, dopo il ritorno, per cui non so come si provvederà. Lo Stato gli pagherà un’indennità per gli anni d’ergastolo ingiustamente sofferti?»
«La nostra legge non lo prevede» disse il maresciallo.
«Non prevede gli errori giudiziari?»
«La legge» spiegò il maresciallo «non sancisce alcun obbligo per lo Stato d’indennizzare le vittime degli errori giudiziari… Luca non ha parenti? Non ha beni di famiglia?»
«Nessuno» disse il prete.
Mentre la conversazione tra il maresciallo e il prete si avviava così alla conclusione, era arrivato sul piazzale un ragazzetto scalzo, con una giacca militare che gli scendeva fino ai ginocchi, che spingeva davanti a sé, a calci, una vecchia scatola di latta, facendo uno strepito del diavolo.
«Toni» gli gridò don Serafino «ti farai male ai piedi.»
Subito Toni abbandonò la scatola e fingendo di essere azzoppato andò a sedersi accanto al prete.
«M’è venuta un’idea» disse don Serafino riprendendo il discorso col
maresciallo. «Prima ancora che Luca torni qui, il comune non potrebbe chiedere il suo ricovero nell’ospizio provinciale dei vecchi? Mi pare che quell’infelice abbia tutti i requisiti per essere ricoverato.»
«È una buona ispirazione» disse il maresciallo. «Mi rendo conto che è un’ispirazione della Provvidenza. Vado subito a parlarne col sindaco.»
Appena il maresciallo sparì dietro la chiesa, Toni mormorò al prete:
«Ero venuto per darvi una notizia che pensavo vi avrebbe dato una grande contentezza.»
«Quale notizia?» domandò il prete incuriosito.
«Ora non ne vale più la pena» disse il ragazzo imbronciato.
«Suvvia, parla, che notizia era?»
Il ragazzo bisbigliò qualcosa all’orecchio del prete e vide sul suo volto i segni d’un improvviso turbamento.
«Egli è già qui?» gli domandò. «Da quando?»
«Da ieri.»
«Dov’è?»
«Non so se faccio bene a dirvelo. Beh, a casa sua.»
«Tra le macerie?»
«Gli ho procurato un pagliericcio, qualche oggetto.»
«Nessuno l’ha visto in giro?»
«Fin’ora non ha voluto mostrarsi.»
«È stato lui a mandarti da me?»
«Egli non vuole mostrarsi, m’ha detto, prima di sapere come sta ora il paese, chi sia vivo, chi sia morto, e così di seguito. Ma come potevo io rispondere a tutte le sue domande? Anche la sua storia non la conosco mica bene. Ho solo capito che non è un uomo come gli altri. Allora gli ho proposto di andare a chiamare qualche suo amico dei tempi passati, e di condurlo da lui. Ma lui stesso non sapeva chi indicarmi. Una volta c’era qui un prete, un certo don Serafino, m’ha detto; anzi, arrivando l’ho cercato in sacrestia, ha aggiunto, ma mi pare d’aver capito che è morto. No, gli ho spiegato, don Serafino non è più parroco perché vecchio, ma è ancora vivo. Avreste dovuto vedere com’era contento a questa notizia… Invece voi vorreste farlo rinchiudere di nuovo. Adesso capisco che ho fatto male a dirvi che è tornato. Sì, sono stato molto stupido a fidarmi di voi.»
Toni non proseguì, perché s’avvide che don Serafino aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Andiamo» disse il prete alzandosi bruscamente. «Conducimi da lui.»

da: Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Mondadori, Milano 1956

#Unafraselungaunlibro: i migliori dell’anno

haruffone

Su Trilogia della Pianura di Kent Haruf

Questo è stato un numero della rubrica diviso in tre parti, tre momenti, tre libri molto belli e importanti, le tre recensioni sono uscite in gennaio.

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

qui di seguito troverete le tre recensioni: Trilogia della pianura/tre parti di un discorso

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soffiati

n. 42 Vito Bonito, Soffiati via

Parliamo di uno dei libri di poesia che più mi ha colpito in questi ultimi anni, un libro straniante al quale è meraviglioso ritornare.

da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

ne ho scritto come fosse un racconto, la recensione la trovate qui: Bonito/Soffiati via

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diuominiebestie

n. 45: Anna Paula Maia, Di uomini e bestie

Un libro bellissimo e sconvolgente che fa pensare, che ritorna prepotentemente su una vecchia domanda: Chi è la bestia?

«La cosa peggiore quando abbatti un bovino è guardarlo negli occhi.» «E cosa ci vedi dentro?» «Non lo so. Non si riesce a vedere nulla in fondo agli occhi di un bue.» Edgar Wilson fa una pausa inquietante. «Io resto a guardarli, cercando di scorgere qualcosa, ma non si riesce a vedere nulla.»

la recensione a questo romanzo è uscita in febbraio, la trovate qui: Maia/Di uomini e bestie

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cileno

n. 50 Bolaño, Notturno cileno

Si tratta di uno dei romanzi più affascinanti di Bolaño, una storia dal ritmo impressionante, ci vuole molto fiato per stare dietro al cileno, questo romanzo non ha capitoli e pare reggersi su una lunghissima frase.

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

la recensione è uscita a marzo e la trovate qui: Bolaño/Notturno cileno

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