Romanticismo

Giuseppe Ceddìa, I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Eliseo Sala: Malinconia, o Pia de’ Tolomei (1846)

Il seguente testo è un estratto dal lavoro di ricerca L’imagery gotica nella letteratura dell’Ottocento italiano.
Tutta la nostra letteratura dell’Ottocento è permeata da lugubri atmosfere mutuate dal gotico anglosassone (il cui avvio è sancito dal romanzo The Castle of Otranto di Horace Walpole, 1764); ben prima degli scapigliati e dei veristi – i quali in maniera assai costante hanno dedicato molti racconti a tematiche oscure e fantastiche nel senso più ampio del termine – vi è stato il romanzo storico, il quale nelle opere di Manzoni, Guerrazzi, Cantù, Bazzoni, etc. ha sostanzialmente dato linfa al genere romantico (seppur mal temperato, essendosi sviluppato nella “soleggiata” Italia e non nei lugubri cieli d’Oltralpe). Anche il romanzo storico italiano, però, ha i suoi “tetri” antecedenti, ravvisabili nella novella in versi pre-romantica, che non si fa fatica ad accostare ai componimenti dei poeti cimiteriali inglesi Gray e Young.

 

I “tetri” antecedenti del romanzo storico italiano

Prima dell’affermarsi del romanzo storico in Italia, per intenderci quello derivante per filiazione diretta dalla lettura di Walter Scott,[1] vi erano state operazioni che in qualche modo, seppur con diverso impeto e motivazioni, avevano anticipato il neo-genere, in primis per la presenza di alcune atmosfere lugubri e per l’impianto “storico” della narrazione.
Facciamo riferimento al poema cavalleresco da un lato, che si situa – temporalmente parlando – ben prima del romanzo storico, e delle novelle in versi o in prosa dall’altro, rappresentative della maniera preromantica, che in qualche modo anticipano la stessa operazione romanzesca di più ampio respiro, essendo lo sfondo storico sostanzialmente invariato.
In coerenza con la presente trattazione ci soffermiamo sulla stagione preromantica nella quale anche alcuni tra gli stessi classicisti, in apparente contraddizione con quanto professarono, si mossero agevolmente tra atmosfere cimiteriali e lugubri, mutuate principalmente dai componimenti in versi dei cosiddetti poeti “cimiteriali” inglesi (Edward Young e Thomas Gray su tutti) da un lato, e dalla traduzione dei Canti di Ossian curata da Melchiorre Cesarotti, dall’altro.
Scrive Lopez-Celly: «Le visioni lugubri erano allora di moda, rese celebri specialmente dai nomi di Young, Betola, Gray ed altri»;[2] e ancora: «L’indirizzo storico in Italia, prima dello Scott, è anche attestato dalla rigogliosa fioritura delle novelle in prosa e in versi. Scrissero novelle in prosa il barnabita Cosimo Galeazzo Scotti, l’Agrati che, con la sua Storia di Clarice Visconti, (1817), ci ha dato piuttosto un breve romanzo; Diodata Saluzzo Roero, tanto ammirata e tanto esaltata dal giovane Santorre, della quale fu merito trattare la novella in modo popolare, ravvivandola e drammatizzandola. Più numerosi gli scrittori di novelle in versi […] tra i quali è assai noto il Grossi con la sua arte rugiadosa, sdolcinata, cascante, indeterminata pur nella sicurezza sonante dell’ottava. […] Gli elementi che preannunciano il romanzo storico si riscontrano più che nella Fuggitiva, pubblicata nel 1816 in dialetto milanese, nell’Ildegonda (1820) […]. Nelle novelle del Pellico siamo dinanzi ad un Medio Evo di cartapesta, gemebondo, lacrimoso, in cui domina più la pietà che la ferocia, […] l’armamentario del romanzo storico scottiano, castelli, menestrelli, ecc. è già in atto. Troviamo, invece, soltanto influssi byroniani ed ossianeschi nella migliore di tutte queste novelle, la Pia de’ Tolomei (1822) di Bartolomeo Sestini, originale, efficace e suggestiva specialmente nella descrizione della maremma toscana».[3]
Non a caso, a proposito di influssi ossianici, la novella in versi di Sestini è davvero zeppa di situazioni inquietanti riconducibili al gotico anglosassone; riguardo a Diodata Saluzzo Roero, vedremo come alcune sue novelle, in particolare Il castello di Binasco (1819), siano riconducibili alla maniera gotica della Radcliffe.
Lo stesso Alessandro Manzoni, che si dimostrò assai contrario a quel “guazzabuglio di streghe, di spettri” (esprimendo la sua idea sul Romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio in una lettera del 1823), non rimase indifferente, anzi elogiò il poemetto Rovine (1816) della Roero.
Persino Ludovico Di Breme definì lo scritto come uno degli esempi più alti di Romanticismo italiano, assolutamente in controtendenza rispetto al moderatismo manzoniano.
Di Breme individuò, nel poemetto della Roero, quella “lezione” che Madame De Staёl – sempre nel 1816, in un articolo intitolato Sulla maniera e utilità delle traduzioni (tradotto da Pietro Giordani), apparso sul primo numero della “Biblioteca italiana” –  tentò di comunicare ai classicisti italiani, consigliando loro di guardare oltre le proprie mura domestiche e di concentrarsi e porre attenzione a ciò che avveniva in Francia e Germania.
Basta leggere alcuni passaggi del poemetto affinché la memoria spontaneamente corra ai componimenti ossianici e a quelli dei cimiteriali inglesi:

Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
[…]
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.

Ma oltre alla Roero (che Foscolo salutò come la “Saffo italiana”)[4] fu proprio il poeta di Zante a far sua la lezione della letteratura sepolcrale con il carme Dei Sepolcri, dedicato a quell’Ippolito Pindemonte (traduttore dell’Odissea omerica) il quale, con poco acume, non notò il netto fil rouge tematico che legava il componimento foscoliano ai cimiteriali inglesi.
A tal proposito osserva Maria Antonietta Terzoli: «La pretesa del Pindemonte di avere tra le mani un soggetto che gli parea nuovo è sintomo, se non di ingenua presunzione, di cecità un po’ capziosa, per chi rifletta sulla moda della letteratura sepolcrale europea, in versi e in prosa, penetrata in Italia soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo attraverso molteplici traduzioni e rifacimenti. Basti ricordare la fortuna della Elegy written in a country Churchyard di Thomas Gray, tradotta in italiano dal Cesarotti e in latino dal Costa […]. Né si dovranno dimenticare The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality di Edward Young (Le Notti), o Meditations among the Tombs di James Hervey (Le Tombe).
E tra gli autori nostrani si dovranno menzionare almeno il Varano macabro delle Visioni e le Notti romane (1792-1804) di Alessandro Verri, ambientate presso il sepolcro degli Scipioni di recente scoperto».[5]
Le composizioni sepolcrali appaiono tratto comune al neoclassicismo e al preromanticismo; il ‘funebre’ caratterizza in maniera assai penetrante queste opere, conseguenza diretta delle «grandi scoperte archeologiche di secondo Settecento e specialmente in una archeologia come quella pompeiana, che istituzionalmente si misura con il modello di una città morta e col tema delle rovine e dell’ubi sunt».[6] (altro…)

In una poesia di Ashbery

vet

Vetiver[1] di John Ashbery unisce una nostalgia romantica, in continuità ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Il vetiver è un distillato di radici, alla base di molti profumi da uomo, un’essenza che può essere anche diffusa in un ambiente per creare atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto però sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà passare prima attraverso la sfera della malinconia e poi spingersi fino alla preghiera, di fronte alla nuda verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo su scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente, ma significativamente, in “ghirlande frammentate” («fragmented garlands») la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze romantiche a qualcosa di rovinoso, mediante un tono più serrato e malinconico. In questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca e comprensione cioè da parte dell’uomo di una realtà che senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, nate lì per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa era in un orizzonte quieto, annuncia un’imminente tragedia.
Ed ecco la catastrofe, nella seconda stanza. Forse, o almeno così si lascerebbe intendere, la perdita di un amico. Una frattura in ogni caso definitiva, capace di generare una profonda crisi interiore. Se ne avverte tutta l’entità già dal primo verso: «It would be time for winter now». La stagione è cambiata, cambiato il tempo, tutto. E tutto adesso sembra pronunciarsi nella sua vera dimensione: la distillazione si precisa, il profumo si diffonde, e la psicologia pendola continuamente fuori e dentro l’Io. Si tratta di un Io allargato, ormai rassegnatosi a un clima rituale, a un’atmosfera quasi funeraria.
L’accento cade quindi sulla suggestiva, splendida immagine: «…a basin called infinity». Per esteso e in traduzione: «…le lacrime sono scorse decorative / oltre noi in un lavandino chiamato infinito».
Se specchiarsi nella natura è un principio eminentemente romantico, Ashbery rompe la linearità di un simile pensiero, secondo cui la spiritualità dell’uomo si convoglia nella natura rigenerando da essa un continuo desiderio d’infinito. Qualcosa, infatti, lo vediamo bene, si è spezzato: all’inizio del testo c’era la raccolta del fieno, il luccio se ne stava placido nello stagno; poi i serpenti hanno cambiato pelle, poi un amo è pronto a lacerare la bocca, e l’infinito “finisce” appunto in quanto di più comune ci sia, un lavandino.
Ma già prima, riferendosi alla muta dei serpenti, simbolo dell’inevitabile cambiamento che ogni volta a tutti spetta, il poeta mostrava la sua ironia, scrivendo: «It had all been working so well and now, / Well, it just kind of came apart in the hand» ovvero: «Funzionava tutto così bene e ora, / beh, quasi si disfa in mano». Il doppio “well”, così volutamente ravvicinato, contiene nel suo risuonare tutta la forza del cambiamento, l’intera, rapida rottura della presunta linearità della vita, mentre la natura manifesta con piccoli segni tutta la sua potenza, vasta e terribile. Ashbery “porta a casa” tutto questo, lo passa al filtro della mente, e meditando intorno all’Apocalisse consueta dei giorni, la “addomestica” per preparare il finale, consegnato al pianto.
Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch»… Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca». Come dire, invecchiando si conosce sempre più e soltanto ciò che è più vero.
Ugualmente, con l’immagine dei pescatori, c’è un’invocazione che è auspicio e preghiera: «raccolgano le loro reti vuote» scrive l’autore, facendo seguito alla figura dell’«amo in gola» presente nella seconda stanza.
Siamo alla conclusione del disegno. Il poeta vuol dirci che ciò che esiste continuerebbe a farlo senza l’esercizio della violenza. Perché se la potenza è propria della natura, la violenza è propria dell’uomo, e può toccare indistintamente tutti. Allora il poeta non potrà che radunare tutti (se stesso, l’amico perduto, il cacciatore, il pescatore, tutti) intorno a un falò, un falò che tutto bruci, in luogo di un fornelletto che in casa, secondo metafora, diffonda il profumo del vetiver.
La distillazione è avvenuta, il profumo diffuso. Tutto brucia, finalmente, nella sua verità. Resta alla fine il pianto, salvato dalla grazia delle foglie.

 

Vetiver

Ages passed slowly, like a load of hay,
As the flowers recited their lines
And pike stirred at the bottom of the pond.
The pen was cool to the touch.
The staircase swept upward
Through fragmented garlands, keeping the melancholy
Already distilled in letters of the alphabet.

It would be time for winter now, its spun-sugar
Palaces and also lines of care
At the mouth, pink smudges on the forehead and cheeks,
The color once known as “ashes of roses.”
How many snakes and lizards shed their skins
For time to be passing on like this,
Sinking deeper in the sand as it wound toward
The conclusion. It had all been working so well and now,
Well, it just kind of came apart in the hand
As a change is voiced, sharp
As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed
Past us into a basin called infinity.

There was no charge for anything, the gates
Had been left open intentionally.
Don’t follow, you can have whatever it is.
And in some room someone examines his youth,
Finds it dry and hollow, porous to the touch…
O keep me with you, unless the outdoors
Embraces both of us, unites us, unless
The birdcatchers put away their twigs,
The fishermen haul in their sleek empty nets
And others become part of the immense crowd
Around this bonfire, a situation
That has come to mean us to us, and the crying
In the leaves is saved, the last silver drops.

 

Vetiver[2]

Le Età passavano lentamente, come un raccolto di fieno,
come i fiori recitavano le loro battute
e il luccio si agitava sul fondo dello stagno.
La penna era fresca al tatto.
La scala saliva su
attraverso ghirlande frammentate, trattenendo la malinconia
già distillata nelle lettere dell’alfabeto.

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

Niente era da pagare, le porte
erano state lasciate aperte intenzionalmente.
Non preoccuparti, puoi avere qualsiasi cosa.
E qualcuno in qualche stanza ripercorre la sua giovinezza,
la trova secca e vuota, porosa al tatto…
Tienimi con te, a meno che la vita là fuori
abbracci entrambi, ci unisca, a meno che
i cacciatori facciano sparire i rami,
i pescatori raccolgano le loro reti vuote
e altri ancora diventino parte dell’immensa folla
riunita attorno a questo falò, una situazione
per cui noi veniamo a significare a noi stessi, e il pianto
sulle foglie è salvo, le ultime gocce d’argento.[3]

 

Cristiano Poletti

 

 

[1] È la prima poesia di April Galleons (New York, 1988), già apparsa sul The New Yorker il 23 dicembre 1985 e ora ricompresa, sempre come poesia d’apertura, in Notes from the air (New York, 2007).

[2] Libera traduzione dell’autore di questo articolo.

[3] C’è un’intenzionale polisemia utilizzata da Ashbery negli ultimi due versi. Diversamente dalla scelta personalmente effettuata, si potrebbe anche tradurre: “e il pianto / nelle foglie è preservato, l’ultimo argento cade”.

 

Rispolverando i Sepolcri – di Andrea Accardi

foscolo

Se davvero esiste un nucleo fondativo, un centro propulsore dell’ispirazione di ogni grande autore, nel caso di Ugo Foscolo è senz’altro questo: la perfetta convergenza tra un immaginario d’epoca e un immaginario personale. La nascita su un’isola greca, la partenza definitiva e la formazione del mito privato segnano cioè un percorso esistenziale che rispecchia gli imperativi estetici del neoclassicismo: il recupero degli ideali antichi coinciderà dunque in Foscolo coll’andare a ritroso nella propria biografia. Il tema soggettivo dell’esilio si innesta così su una mitologia collettiva, in qualche modo complicandola: la nostalgia personale enfatizza infatti il rimpianto delle età perdute, così come il sentimento sempre più doloroso della scissione produrrà presto la transizione al romanticismo. L’originalità di Foscolo va rintracciata in questa nota intima, che risuona dentro la valorizzazione più austera dei valori classici, e lo rende un autore ricco, refrattario alle catalogazioni rigide: neoclassico, ma già romantico; composto, ma ferito. Come Leopardi più tardi sarà illuminista e romantico al tempo stesso.

Quest’idea di un ibridismo foscoliano è particolarmente valida se parliamo dei Sepolcri. Dal punto di vista dell’argomentazione, il carme ha da subito un andamento classico, che corrisponde alla figura retorica della correctio: Foscolo pone all’inizio un concetto, per poi capovolgerlo alcuni versi dopo. All’ombra dei cipressi e dentro le urne, è forse meno tremendo il sonno della morte, per i defunti stessi? Nient’affatto, non lo è, e tra l’altro neppure le tombe sfuggono alla forza devastatrice del tempo che passa, anch’esse vengono modificate e lentamente distrutte: «e l’uomo e le sue tombe/ e l’estreme sembianze e le reliquie/ della terra e del ciel traveste il tempo» (vv. 20-22). Mi dissocio qui da Pagliaro, secondo cui «la determinazione genitivale è da prendere in senso soggettivo: quello che la terra con i suoi terremoti e i suoi sconvolgimenti, il cielo con l’azione delle forze atmosferiche abbiano risparmiato». In realtà si tratta piuttosto di un genitivo oggettivo: ciò che della terra e del cielo appare nel breve tempo umano è comunque poca cosa, reliquia rispetto all’eternità, un’eternità non più metafisica, ma storica. Al verso 23 la correctio agisce: davanti al sepolcro, i morti continuano a esistere nel ricordo dei vivi, e chi resta gode ancora della presenza e dell’esempio di chi non c’è più. Sono queste le corrispondenze di amorosi sensi, Foscolo tiene duro sul materialismo. Lo fa in modo ancora più evidente molti versi dopo: «e chi sedea/ a libar latte e a raccontar sue pene/ ai cari estinti, una fragranza intorno/ sentìa qual aura de’ beati Elisi» (vv. 126-129). La similitudine («qual») parla chiaro: non ci sono più paradisi, è una risonanza tutta interiore e psicologica. Siamo già sulle soglie dell’analogia moderna.

Altrove Foscolo indulge al gusto pre-romantico per il paesaggio notturno, cimiteriale, cosparso di rovine: un nuovo tipo di Sublime europeo, che caratterizzerà il romanzo gotico. Una cagna si aggira affamata tra le tombe, mentre un’upupa balza fuori improvvisamente dal teschio in cui si era nascosta per evitare la luce della luna (vv. 78-86). L’immagine funeraria dell’upupa (che per Montale diventerà «ilare») è mediata dal Parini della Notte, ma alle spalle di entrambi c’è l’atmosfera dei Notturni di Young. Quando invece i morti venivano ancora seppelliti dentro le chiese, l’odore della decomposizione si mescolava all’incenso; i muri delle case erano decorati con pitture macabre; madri in preda a incubi si svegliavano così di soprassalto, per stringere i propri figli neonati (vv. 104-114). Sono tutte aperture, messe per così dire fra parentesi, verso altre possibilità di scrittura. Nella parte finale del carme campeggiano invece figure della classicità, soprattutto di matrice omerica. In particolare Cassandra diventa la vera portavoce del poeta, il suo doppio lirico. Nell’invocazione accorata della profetessa si nasconde quella di Foscolo stesso, soprattutto nella ripetizione patetica della medesima frase: «Proteggete i miei padri» (v. 275 e v. 279). Se l’imperativo plurale si rivolge a una comunità coesa nella cultura, temprata dai valori classici, la nota intima del possessivo sembra invece segnalare quell’interferenza col biografico di cui ho parlato all’inizio. I «padri» di tutti sono anche le radici personalissime di qualcuno. In un solo verso Foscolo ci fa intravedere il passaggio imminente dalla poesia civile all’individualismo romantico.

© Andrea Accardi

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Il Sublime metropolitano: forma di un contenuto (prima parte)

viandantesulmaredinebbi

Per cominciare, alcune premesse teoriche. Innanzitutto considererò la città moderna come una variazione sul tema del Sublime: il nuovo paesaggio urbano si rivela assolutamente grande (categoria kantiana), così come i paesaggi naturali senza confini visibili (il mare di nebbia in Friedrich). Ciò che è assolutamente grande risulta fuori da ogni confronto, e sfugge alla percezione del soggetto. L’esperienza della città può dunque diventare un’esperienza emotiva, in cui la ragione riconosce i propri limiti di fronte all’incommensurabile. La figura letteraria di cui parlerò, il Sublime metropolitano, è un contenuto (la città) inquadrato da una forma (il Sublime).

La seconda premessa riguarda la storia letteraria, e in particolare la tendenza generale della poesia moderna, caratterizzata da una progressiva perdita di trasparenza espressiva. Sul piano della retorica tradizionale, questo fenomeno si rivela per esempio nelle figure di analogia (metafora e similitudine), nelle quali il rapporto tra il comparante e il comparato diventa sempre più arbitrario e incongruo. Da Baudelaire a Rimbaud, dalle Correspondances (1857) alle Voyelles (1871), aumentano l’impertinenza e la gratuità delle associazioni: questo processo ci porterà allo “choc” della metafora surrealista. L’individualismo della prima poesia romantica (l’equivalenza tra il soggetto lirico e il soggetto autobiografico) ha dunque prodotto in seguito un individualismo anarchico delle forme (Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna). La libertà del linguaggio poetico si è accresciuta poco a poco insieme alla sua oscurità semantica. Le connessioni analogiche sono diventate sempre più sorprendenti, psicologiche e personali. L’evoluzione delle strutture letterarie riflette l’evoluzione delle strutture sociali: l’individuo nella società di massa sembra essere votato all’isolamento e al solipsismo molto più che alla comunicazione e alla conoscenza dell’altro. Mario Praz ha definito la scrittura automatica dei surrealisti una reductio ad absurdum dell’ispirazione romantica, ma si tratta in realtà di una reductio all’interiorità soggettiva, il compimento di un processo secolare.

Attraverso due autori fondamentali, proverò a far vedere in modo schematico com’è cambiata nella seconda metà dell’800 la rappresentazione della città, man mano che il linguaggio poetico si è rinnovato. La poesia moderna è diventata il genere dell’individualità, al di là dei limiti formali e metrici (poesia e prosa cominciano a confondersi). Col secondo autore, assisteremo infatti alla dispersione dell’io nell’individualismo anarchico delle forme. E in particolare in quella “forma del contenuto” che è il Sublime metropolitano.

– Charles Baudelaire: la resistenza dell’io

Leggiamo questo passaggio molto famoso di Baudelaire:

Paris change! mais rien dans ma mélancolie
N’a bougé! Palais neufs, échafaudages, blocs,
Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie,
Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.

La poesia s’intitola Le cygne, ed è inclusa nella sezione Tableaux parisiens. Compare un soggetto lirico in mezzo a una città enorme e cangiante. Il soggetto in questione non perde il controllo della propria esperienza, e organizza il caos in una struttura simbolica ordinata (una “allegoria”). L’idea espressa da questi versi riflette la loro superficie. In Baudelaire, la padronanza della scrittura è ancora parnassiana (ricordiamo l’accusa che gli rivolge Rimbaud nella seconda lettera del veggente: “Baudelaire est le premier voyant, roi des poètes, un vrai Dieu. Encore a-t-il vécu dans un milieu trop artiste; et la forme si vantée en lui est mesquine”). Il linguaggio utilizzato è quasi trasparente: l’individualismo del contenuto non ha prodotto un individualismo sregolato della forma. Malgrado la sua forza innovativa, il discorso poetico mantiene un’evidenza semantica, condivisa da tutti: ecco perché possiamo considerare Baudelaire come l’ultimo vero classico della poesia francese.

Nei Tableaux il soggetto lirico non si confonde con la vita della città: assiste, sfiora, intravede (è la poetica del flâneur, teorizzata da Walter Benjamin). Questa è un’altra condizione del Sublime: il soggetto e l’oggetto devono restare separati, affinché avvenga l’esperienza estetica (“La rue assourdissante autour de moi hurlait”, À une passante; “Et lorsque j’entrevois un fantôme débile / Traversant de Paris le fourmillant tableau”, Les petites vieilles). La vertigine dell’incommensurabile può così diventare fonte di piacere (“Dans les plis sinueux des vieilles capitales / Où tout, même l’horreur, tourne aux enchantements”, Les petites vieilles). Un altro tableau parisien, intitolato Les sept vieillards, rappresenta in forma allucinatoria lo choc moderno della folla urbana, dell’eterna ripetizione. Lo spaesamento dell’anima è descritto attraverso una metafora che utilizza un’immagine tipica del Romanticismo, cioè il mare tempestoso:

Vainement ma raison voulait prendre la barre;
La tempête en jouant déroutait ses efforts,
Et mon âme dansait, dansait, vieille gabarre
Sans mâts, sur une mer monstrueuse et sans bords!

Malgrado questo naufragio immaginario, la “barra” della forma rimane dritta. L’esperienza caotica è organizzata secondo una struttura razionale, una “allegoria” (d’altronde, il titolo stesso della sezione sembra alludere a una ricomposizione del mondo attraverso l’arte). Il Sublime metropolitano (“Fourmillante cité, cité pleine de rêves”) è raccontato da un soggetto ancora stabile. Come il viandante di Friedrich, l’io guarda “une mer monstrueuse et sans bords”, senza affondarvi.

@ Andrea Accardi

La seconda parte il 22 febbraio.