romania

Mariastella Eisenberg, Il tempo fa il suo mestiere

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Mariastella Eisenberg, Il tempo fa il suo mestiere, Edizioni Spartaco 2016

Qual è il mestiere del tempo? È stata la domanda pressante, la domanda sempre presente, a fare da filo conduttore alla lettura, scorrevole e solenne, del romanzo di Mariastella Eisenberg. Già, perché la risposta non poteva essere soltanto quella, rassicurante solo in superficie: “quello di lenire le ferite”. Il tempo conosce risposte beffarde e incuranti di felicità anche piccole, sgretola, spazza via, non mantiene le promesse, quelle che ci ostiniamo a individuare, come quando diamo nome e forma alla bizzarria delle nuvole. Siamo allora noi, esistenze e tracce minime, destinati ad attendere, indaffarati o inani, storditi dall’affastellarsi delle incombenze con le quali abbiamo deciso di inebriarci o invaghiti della nostra condizione di ‘esposti’ alla ruota perenne, ad essere schiacciati, non sappiamo  come, non sappiamo quando, dal carico pendente, che magari stiamo a rimirare, orrido e impassibile e inevitabile? E se fosse proprio il tempo, invece, ad additarci una possibilità, tra ricerca, perseguita testardamente o solo vagamente consapevole, e reperimento, caso e occasione insieme, di “dare testimonianza” e, dunque, di aggiungere un altro predicato al mestiere del tempo?
Nel tempo, precisamente nell’arco di oltre un secolo, dal 1912 al 2014, si estende, si dirama, si spezza e si ricongiunge la storia della famiglia Rosenberg, ebrei rumeni di etnia tedesca, narrata da Mariastella Eisenberg. Diversi e differenti sono i luoghi che fanno da testimoni, anch’essi, alle vicende narrate: Jassi nella Moldovia romena, il monastero di Sucevița e la città di Rădăuți nella Bucovina, Bucarest, Napoli (che, nel corso della vicenda, arriva ad essere il cuore di ricordi e riconoscimenti) e Gerusalemme.
Sono vicende di silenzi che pesano e lacerano, di speranze spezzate, di veglie fedeli e di strattonare violento dell’ira verso sé e verso gli altri. Sono, anche, vicende di tentativi, talvolta goffi nel procedere a strappi o a tentoni, talvolta saggi nella pazienza, di ricucire quello che è stato strappato, o, ancora, di conferire la giusta dimensione al gesto del lutto ebraico di strappare la stoffa del vestito dalla parte del cuore, come segno del dolore straziante per la perdita di una persona cara.
Il racconto prende il via con un episodio occorso nel 1912 a Jassi alla sedicenne Sara Rosenberg. Sara è la quinta figlia femmina, la sesta in ordine di nascita dei quindici figli di Mosè Rosenberg e Malca Schachter. Il commercio di tessuti di Mosè Rosenberg, nativo di Czernowitz, fiorisce, la famiglia è agiata.  Irrequieta, non di rado irruente e scontrosa, Sara, con il fisico giunonico a intralciare la desiderata spensieratezza di un’adolescenza in piena, non vuole rinunciare alle sue «allegre spedizioni», per lo più in solitaria e scaturite da un impulso irresistibile. Durante una di queste «scorribande»  in campagna, le ruote del calesse si impuntano nel nevischio misto a fanghiglia, il calesse si rovescia e Sara si inzacchera letteralmente dalla testa (con la sola eccezione, forse,  dei capelli avvolti in un ampio fazzoletto) ai piedi. È in quel momento, in quel luogo che a venirle in aiuto giunge un altro solitario come lei. Un incontro non previsto, quell’unico incontro con Giuseppe, giovanissimo anche lui e  «povero di campagna», segnerà l’esistenza di Sara e di molte altre persone. (altro…)

Antonio Moresco – Zingari di merda

Dovrebbe essere, anzi, è  la regola alla base di ogni tentativo di comprensione. L’ andare un po’ più in là del nostro naso. La conoscenza dell’uomo, quella vera, quella profonda, viene dal transito. Dal passaggio in casa sua, fra le sue rovine. Questo libro è un viaggio, fatto a bordo di una vecchia Bmw da Antonio Moresco e Giovanni Giovannetti. Accompagnati da Dumitru, uno zingaro di merda (così si prendono affettuosamente in giro i Rom, chiamandosi con il nostro insulto). Un viaggio in Romania mosso da una semplice e logica domanda: andiamo a cercare di capire perché. Perché tutta questa gente viene da noi accettando di vivere nelle condizioni più misere? Perché sta nei campi, in mezzo ai topi? In baracche?

Il racconto di Moresco è tagliente come il freddo di dicembre (periodo dell’anno in cui si è svolto il viaggio), preciso, duro e commovente. Gli incontri sono terribili e bellissimi. Tutto è così vicino e così distante. Antonio e Giovanni si muovono, parlano, mangiano con  i Rom di Slatina e Listeava. Famiglie intere, ragazzi che sono già stati in Italia e rispediti indietro. Parecchi sono stati a Pavia a lavorare alla Snia (lo stesso Dumitru). Lo ricordate quello schifo?  Qui è peggio. I Rom vivono in baracche, senza pavimento, senza niente. In buche scavate nel terreno, come i morti (le foto di Giovannetti sono impressionanti).

Che grande contraddizione tutta questa miseria, nascere in mezzo a questo niente nel cuore d’Europa. Eppure essere bambino e, ogni tanto, sorridere. I bambini dovrebbero giocare e andare a scuola. Ovvio, no? Tutti i bambini, tutti quanti.

Qui la gente sta male, di merda. Lo senti in ogni parola che Moresco scrive. Senti l’impeto, la dolcezza, l’incazzatura. Senti che bisogna fare qualcosa.

“Zingari di merda” è un libro che consiglio a tutti, è un libro che farei leggere nelle scuole. Grazie a Antonio e Giovanni per il coraggio del viaggio. Per avercelo raccontato così.

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@ Zingari di merda – collana Stellefilanti ed. Effigie – di Antonio Moresco. Foto di Giovanni Giovanetti

 

@ recensione di gianni montieri