Roma

Sara Vergari, Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann

Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann
Vedere con occhi felici

Nella Roma del 1956 si incontra o confluisce solo parallelamente un tripudio artistico di vite simile a pochi altri nella storia. In Via Veneto Flaiano, ad un tavolo del Caffè Strega, scrive l’articolo che sarà pubblicato il giorno dopo su Il Mondo, annota qualche osservazione, butta giù ritratti di vita quotidiana. Non lontano è seduto il poeta Cardarelli, che ha scelto Via Veneto per i suoi ultimi anni di vita. Il fermento politico di una Repubblica ancora giovane si fa sentire nella capitale attraverso le grandi inchieste dell’Europeo e l’Espresso, che gridano alla libertà di stampa e appoggiano i nuovi partiti. È la Roma città aperta di Rossellini che sta passando il testimone nelle mani di La dolce vita di Fellini, un set cinematografico che ha conquistato Hollywood, ora trapiantato nella capitale italiana. In Via dei Condotti al Caffè Greco De Chirico siede da combattente solitario avvolto da un’atmosfera metafisica, come saprà raffigurarlo un ventennio più tardi Renato Guttuso.
In Piazza della Quercia, a pochi passi da Campo de’ Fiori, Ingeborg Bachmann trascorre il suo trentesimo anno. L’arrivo in Italia nel 1953 è l’atto di superamento dei confini, la conseguenza di un’inquietudine intellettuale e morale che nasce dagli anni dell’adolescenza. La Carinzia, terra d’infanzia abbandonata dopo i diciotto anni, ha già lasciato in lei tutte le ferite che la scrittura e la vita faranno riemergere; l’assassinio nell’orrore della guerra, il disorientamento per la vicinanza a tre culture e tre lingue diverse, il desiderio di liberazione dalle ideologie naziste. Proprio in questi anni trascorsi durante il periodo della Prima Repubblica nasce nella Bachmann il tema dei confini – geografici, linguistici, culturali – e la necessità di oltrepassarli. Il progressivo allontanamento dai confini carinziani si ha a partire dagli spostamenti, per studiare, a Innsbruck e Graz, per poi terminare l’Università con la laurea in filosofia nella città dove tutte le aspettative confluiscono, Vienna. Bisogna comprendere l’entusiasmo giovanile e illusorio di una studentessa che arriva in una grande capitale nel secondo dopoguerra, desiderosa di conoscere e affermarsi. Tuttavia la Vienna del 1946, quando arriva la Bachmann, è una città distrutta dai bombardamenti, dominata da miseria e da una politica che ancora mira ad occultare le proprie responsabilità nell’avvento del nazismo. Anche a Vienna dunque la Bachmann ritrova quei confini che non le permettono di rimanere. Quando lascia la capitale per l’Italia ha in mente solo un viaggio di qualche mese e sarà invece l’inizio di tre anni di grande maturazione che la separano dal suo trentesimo anno, il 1956 appunto. Gli occhi della Bachmann cercano una verità universale che non appartiene ad alcun luogo e il suo nomadismo non è spirito avventuriero ma piuttosto ricerca di una risposta all’implacabile domanda di “Che ci faccio qui?”. (altro…)

Un balletto e Philip Glass (recensione minimalista)

Serata Philip Glass, Teatro dell’Opera, Roma

 

1. Heart and arrows

Le modulazioni sono minime. A ognuna di loro, uno slancio degli arti, una giravolta, un plié. Una manciata di corpi su un palco sgombro che ragionano a battiti, a pulsazioni di fari e di buio. Movimenti di risacca.

Il teatro è enorme, ma quello che si vede – che si sente – è più che minimale. Pochi accordi, vestiti di cotone, il tozzare di una pianta di piede dopo il salto.

Cosa diceva Genet sul tremare?

Volevo chiamare pauca questo articolo. “Perché non parva?”, mi dicono all’orecchio. Per qualche istante non ricordo la differenza. Le poche, le piccole cose: dev’esserci una parola più precisa per tutta questa verità.

Che addestramento dietro quello stare serenamente sulle punte, quanto sforzo. Che mente per una soluzione armonica così naturale. Quanto è ovvia la matematica di un girasole – eppure.

2. Glass pieces

I corpi si sono moltiplicati, come i quadrati di cui è composto il palco. C’è un’orchestra, adesso, nella buca. Ancora più di prima, si ostina, si ostina, si ostina.

A volte i corpi si limitano a camminare. Poi si piegano tutti insieme, sulle ginocchia, puntuali come una cosa di natura.

Viene odore di fresie da qualche parte dei palchi.

Hanno messo i corpi a imitare la ripetizione, la fuga, l’accordo semplice, l’arpeggio. E l’ostinazione.

Su questo tribal erano solo maschi, gli umani-aquiloni. Poi sono arrivate le femmine, gli umani-clessidra. Quale altra specie possiede queste due così differenti, così disarmanti bellezze?

“Con il loro indietreggiare e ripartire hanno disegnato un canone”, mi sussurrano all’orecchio.

3. Nuit blanche

Che sia più narrativo si vede dal nero dei costumi, dai pas de deux. Dal pianoforte che adesso scandisce l’orchestra, contento di sé come il bimbo che ha portato il pallone al campetto.

Mi batto una mano sulla coscia, per reazione. Delicata, per non disturbare chi mi siede accanto. Era solo – non avevo mai sentito prima quella modulazione. In trentatré anni non l’avevo mai esperita, né ero stata mai in grado di pensarla.

Arriva l’unica ballerina bianca, prende il centro della scena. La sua danza, all’inizio, è disarticolata. Ha la strana grazia di un uccello. Poi arriva lui, dal torace nudo e concavo e i muscoli svelti. I loro corpi parlano. Nulla è più bello di una scapola umana.

Posare la penna dallo stupore.

© Giovanna Amato

Anna Carocci, Teatro artigiano, teatro sapiente: il Teatro Tascabile di Bergamo

Un momento dell’ultimo spettacolo del Teatro Tascabile di Bergamo, The Yoricks

 

In un grande spazio aperto, due scheletri vestiti di vesti antiche – una donna e un uomo – ballano scatenatamente rock and roll con una bambina dalla veste rossa. È il finale di Amor mai non s’addorme. Storie di Montecchi e Capuleti del Teatro Tascabile di Bergamo (TTB), e quelli sono gli scheletri di Romeo e Giulietta, che per tutto lo spettacolo hanno guardato la storia dei loro sé stessi in carne e ossa.
Amor mai non s’addorme racconta forse la più famosa storia al mondo – la storia di Romeo e Giulietta – sotto forma di spettacolo di strada, in cui quasi tutti gli attori si muovono sui trampoli: camminano, corrono, ballano e combattono; accanto a loro ci sono pochi personaggi a piedi – che sembrano microscopici rispetto alle alte figure degli attori sui trampoli – tra cui la bambina spettatrice e gli scheletri, che per tutto lo spettacolo osservano quanto accade, e a volte intervengono. Chi li ha visti non li può dimenticare. (altro…)

Tutti i post di Natale #9: Francesca Melandri, Sangue giusto

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Francesca Melandri, Il sangue giusto

Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Luigi Perelli, Musica per la libertà (1975)

«Il film è stato realizzato in occasione di una grande manifestazione organizzata dalla Federazione giovanile comunista italiana nel febbraio 1975 al Palazzo dello Sport di Roma, dove sono affluiti quindicimila spettatori per seguire e partecipare all’esibizione di cantanti, di attori, di musicisti e di complessi musicali italiani e stranieri tra cui: Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Paolo Ciarchi, Ernesto Bassignano, gli Amerikanta, Rosa Balistreri, Maria Carta, Ines Carmona, Luigi Nono, Giorgio Gaslini, Mario Schiano, Bruno Cirino, Gian Maria Volonté, Luigi Proietti, Stefano Satta Flores; e gli Inti Illimani e i Quilapayun, che hanno testimoniato con le loro canzoni e le loro musiche sulla repressione fascista in Cile e sulla lotta popolare contro la dittatura militare. Con il suo intreccio di canzoni, esecuzioni di musica contemporanea e free jazz, di interventi recitati degli attori, e con una tematica di fondo legata alle grandi battaglie democratiche di questi anni, “Musica per la libertà” si propone come uno spettacolo cinematografico musicale di tipo del tutto diverso dai musical televisivi, condizionati dall’industria culturale e connotati dalla tendenza alla pura evasione.»

Scheda integrale: https://goo.gl/BbJK37

Regia di Luigi Perelli
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1975

© Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Gli autunnali

Chi ha amato la Jeanne Hebuterne cantata da Vinicio Capossela, può serenamente chiudere gli occhi e addentrarsi nel percorso emotivo che traccia il protagonista di questo bel romanzo di Luca Ricci. Roma Prati, uno scrittore pentito ma più probabilmente appassito nelle idee e nell’entusiasmo, sposato da anni con Sandra, una donna lucida e ancora avvenente,  rassegnata serenamente a una vita che va comunque avanti, ma anche questa “relazione” sembra non avere più linfa e si consuma appassita in incontri sempre più diradati, dove la comunicazione si limita ai saluti di circostanza, a qualche reazione più rassegnata che sorpresa a atteggiamenti fuori dall’ordinario e a una sessualità realizzata più per dovere e pietà se non per una affermazione di un ruolo a cui si tenta di rimanere aggrappati come una foglia a settembre. Rimangono alcune piccole e simboliche cerniere: parlare per esempio di Eyes wide shut per provare a definirne un senso, ma è più un ritornello, quasi una parola d’ordine nella cui risposta si prova a mantenere vivo uno scambio o il ricordo di esso. Un romanzo su una storia d’amore alla fine? No. Il titolo si presenta allettante e stimolante nel suo essere al plurale, perchè la metafora autunnale (avete presente Bandiera di Mario Lodi?) nel procedere della narrazione si applica non solo al protagonista e ai suoi rapporti con gli altri, ma a chiunque ci interagisca: l’amico Gittani per esempio che tenta di mantenere in vita il suo rapporto con la moglie malata terminale di cancro attraverso una relazione con la sua infermiera. Ma il fulcro attorno a cui si dipana il tutto è Jeanne, la compagna suicida di Modigliani, ossessione del nostro protagonista che legge in una sua fotografia la possibilità di una nuova linfa, fino a immaginarsi una storia d’amore ai limiti del paranormale e dello spiritismo e che tenta di realizzare nel rapporto con una sua apparente sosia, una cugina della moglie. Ma ogni autunno nel prepararci all’inverno ci toglie inesorabilmente qualcosa ed è difficile rassegnarsi all’idea che il ciclo delle stagioni in realtà non ci appartiene ed è sempre fatale il tentativo di applicarlo taumaturgicamente a un corpo, a una passione. Qualcosa sempre discorda e stride con le ambizioni e in questo romanzo, Roma l’eterna con i suoi rituali legati sempre più a un turismo aciclico, non aiuta. Gemma non è Jeanne, Sandra reagisce all’autunno cercando nuova linfa, aprendosi a un mondo da cui sembrava esclusa, Gittani chiude la sua relazione con l’infermiera al momento della morte della moglie, rassegnandosi così a un inverno definitivo. Il nostro protagonista no, insiste nella sua ossessione e da scrittore mancato ci sprofonda come trama di un romanzo che altro non è che l’illusione di una realtà che non può più esistere, perché già scritta, già ciclicamente passata e a nulla vale l’atto finale, perché “Non era già tutto scritto, questi rapporti, queste concatenazioni non esistono, le vedi solo tu“. Un romanzo, una storia, una narrazione è qualcosa di più dei suoi personaggi e a differenza delle stagioni, non può mai ricominciare da capo allo stesso modo, pur sostituendone i protagonisti.

Luca Ricci, Gli autunnali, La nave di Teseo, 2018

Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)

Ritratti di Poesia, Undicesima edizione, Roma 3 febbraio

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Ritratti di Poesia 2017, in una giornata tutti i versi della natura

 

Venerdì 3 febbraio il Tempio di Adriano in Piazza di Pietra a Roma ospiterà l’undicesima edizione del tradizionale appuntamento con la poesia promosso dalla Fondazione Terzo Pilastro. Temi portanti, l’ambiente e il paesaggio

Versi declamati al suono dell’arpa, l’armonia nelle parole e nei gesti, la testimonianza di grandi autori internazionali. Ci sarà tutto questo, ed anche di più, nell’undicesima edizione di “Ritratti di Poesia”, la giornata che la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo dedicherà il prossimo 3 febbraio all’arte più pura, anche se spesso la meno considerata. Dieci ore, dalla mattina alla sera, che vedranno il Tempio di Adriano in Piazza di Pietra a Roma ospitare incontri, confronti, letture, idee, versi e voci, con la partecipazione di importanti autori, italiani e stranieri, e di giovani promesse.

Tra i momenti salienti della giornata, che avrà come temi portanti la natura e l’ambiente, la performance di Francesco Benozzo, poeta legato alla rappresentazione dei paesaggi che interpreta i suoi testi accompagnato da un’arpa, fresco reduce dall’assegnazione del Premio Nobel “non ufficiale” che l’Accademia di Stoccolma delega al voto di una giuria popolare. Grande attesa, poi, per la “physical poetry” di Erika Lemay, artista e acrobata di fama mondiale che fa dei movimenti del corpo un atto poetico. E prosegue in continuo crescendo il connubio con le scuole: gli studenti di cinque istituti romani incontreranno alcuni importanti autori nello spazio “Caro poeta”.

Il Premio Fondazione Terzo Pilastro – Ritratti di Poesia, quest’anno, sarà consegnato dal Presidente della Fondazione nonché promotore della manifestazione, Prof. Emmanuele F. M. Emanuele, a Giuseppe Conte, autore di fama assoluta e promotore del movimento del Mitomodernismo, e, per quanto riguarda il contesto internazionale, a Ko Un, considerato nel mondo tra le figure più rappresentative della poesia e artista fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani. Nel pomeriggio, spazio anche al rapporto tra la parola e l’arte figurativa con la lettura di poesie ispirate ai dipinti di Piero della Francesca da un progetto editoriale curato dall’artista Dana Prescott. Molti i poeti italiani ospiti dello spazio “Di penna in penna”. In programma anche la consegna del premio nazionale e del premio europeo di “Ritratti di Poesia.140”, per riconoscere la capacità di comporre versi anche nel tempo di Twitter.

La manifestazione è aperta al pubblico con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.

“Sala del Tempio di Adriano della Camera di Commercio di Roma”

Raffaella Salato – Responsabile Comunicazione e Relazioni esterne

Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo

Via dei Montecatini, 17 –  00186  Roma

Tel. + 39 06 97625591

Francesco Lener – Ufficio Stampa

Roma, Palazzo Fiano

Piazza S. Lorenzo in Lucina, 4

06 68892401 – 349 2806477

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Bruno Broccoli, Aburbecòndita

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Bruno Broccoli, Aburbecòndita. Mardicenze de storia romana, Trevi editore, Roma 1979

PREMESSA

Non si scandalizzino i cultori della poesia romanesca se un napoletano di nascita, di tradizioni, di istinti e di tendenze osa commettere un doppio sacrilegio: scrivere un libro nel loro dialetto, non solo, ma usare per ciò il sonetto, la forma compositiva che a questo dialetto meglio si sposa nell’esaltarne gusto, sapori e sfumature.
Certo, se io fossi vissuto ai tempi di Papa Gregorio XVI, quando il sonetto romanesco era appannaggio di un certo Giuseppe Gioachino Belli, non avrei ardito tanto, vivendo in una città che pur chiamandosi pomposamente Caput Mundi, Dominante e Metropoli, altro non era in realtà se non un grosso borgo di centocinquantamila abitanti. ma centocinquantamila romani autentici, discendenti in linea diretta dai quiriti del Palatino; tra i quali un suddito di Ferdinando II (Dio Guardi) sarebbe stato altrettanto straniero di un francese o di un tedesco. Ma oggi?
Oggi, nella Roma di tre milioni e mezzo di abitanti, quanti sono i romani non dico di sette generazioni, ma anche soltanto di due?
Non tocca a me precisarlo, sappiamo però tutti che si tratta di una percentuale bassissima: e non a caso, per entrare a far parte dell’Associazione fra romani, bastano dieci anni di residenza nell’Urbe. Da questo punto di vista io, con oltre vent’anni tutti di fila, e almeno una trentina nel totale, debbo ritenere di avere le carte in regola per dichiarare orgogliosamente “Civis romanus sum”.
Ma poi, anche il cosiddetto dialetto romanesco, impastato e amalgamato con le innumerevoli inflessioni degli oriundi, è ormai tanto simile all’italiano corrente, da poter essere usato impunemente e senza timore reverenziale anche da chi non è nato entro la cerchia delle Mure di Aureliano. Esso è ormai res nullius, giuridicamente di pubblico dominio, talchè anche un povero immigrato napoletano può ragionevolmente sperare nella benevolenza del critico, se si lascia tentare a scribacchiare qualcosa imitando il grande Giuseppe Gioachino e i suoi epigoni.
A tal proposito, è bene chiarire subito che se il dialetto usato dall’autore è edulcorato, lisciato, forse un tantino svirilizzato, ciò non si deve a ignoranza, ma a precisa volontà. Chi scrive ha una certa familiarità con i 2279 sonetti del belliano monumento alla plebe, e gli sarebbe stato non dico facile, ma certamente possibile esprimersi usandone il lessico e anche la ormai ostica grafia fonetica nella quale “pace” diventa “pasce”, “quer” si scrive “cquer” e così via. Ma sarebbe stato un esercizio scolastico e nulla più. Molto meglio, a suo avviso, accodarsi a quel processo di addomesticamento del romanesco che da Belli, appunto, attraverso Pascarella, Trilussa, Zanazzo e via dicendo, ci ha portato alla parlata che oggi ascoltiamo sugli autobus o nei mercatini rionali, una parlata che dell’antico dialetto conserva intatte l’ironia e l’incisività, ma ha il pregio di essere comprensibile, grosso modo, dalle Alpi alla Sicilia.
Un’ultima precisazione, ed ho finito. Queste “Mardicenze de storia romana”, pur se si fregiano di citazioni autentiche tratte da autori classici, non sono raccontate da un professore in cattedra, ma da un popolano appena appena “ciovile” e instrutto. Inutile quindi cercare la perfetta aderenza alla realtà storica. E se la leggenda e la storia sono talvolta travisate più o meno leggermente vuol dire che l’autore “ci ha marciato”, o per suggestione, o per pigrizia, o per comodità di rima. Ne chiede pubblicamente venia.

Bruno Broccoli

*

ER DUBBIO

… rerum gestarum memoriae principis terrarum populi…
… il ricordo di ciò che fece il il popolo che signoreggiò il mondo…

(LIVIO, Storia di Roma, Prefazione)

– Questo che m’arricoconti, ce lo sanno
puro li regazzini de la scola,
però, Righe’, permetti ‘na parola?
Io, quanno ciarifretto, me domanno

si er romano, che annava in camiciola
puro d’inverno, e in segno de comanno
ciaveva in testa quella cazzarola,
era poi senza inghippo e senza inganno,

e se j’annava sempre tutto a cicio
come se legge drento li romanzi
tipo er « Quo Vadis », quello de Vinicio,

e se ‘sti superomini, ‘sti eroi,
erano poi davvero tutti ganzi,
oppure poveracci come noi!

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