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Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

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Altri dischi #11: Red Crayola, The Parable of Arable Land

coverRed Crayola, The Parable of Arable Land
International Artists, 1967

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di Ciro Bertini

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C’era una volta la musica rock, c’erano le strofe e i ritornelli, la melodia, il canto e l’accompagnamento, e un ordine superiore presieduto dal dio Apollo a garantire che tutti gli elementi fossero al posto giusto e fluissero armoniosamente. Poi arrivò Mayo Thompson. Scelse di incarnarsi nel Texas conservatore e tradizionalista, circondandosi di uno stuolo di cerimonianti dediti a rituali folli e selvaggi, e in pochi mesi scardinò quell’ordine fino alle fondamenta, a tal punto che di esso non rimasero che le ceneri. Non sembra essere molto diversa dalla tragedia narrata da Euripide nelle sue Baccanti, questa parabola della terra coltivabile, con Thompson a interpretare naturalmente Dioniso, dio dell’ebbrezza e del furore artistico, giunto sulla terra per ribadire la sua natura divina, The Familiar Ugly, i suoi seguaci, a incarnare Agave e le Baccanti e il povero Apollo, simbolo della tradizione, nei panni del re Penteo, che rifiuta di riconoscere e accettare la divinità di Dioniso e come tale verrà fatto a pezzi.

Nessuno, all’interno di quel gigantesco calderone che chiamiamo musica rock, aveva osato tanto: elevare il Rumore a forma d’arte, renderlo protagonista della melodia al pari delle note suonate da una chitarra elettrica. Estimatore di Edgard Varèse e John Cage e della musica d’avanguardia in generale, di Frank Zappa, del free-jazz e del garage psichedelico, Mayo Thompson fondò i Red Crayola con altri due studenti d’arte, il bassista Steve Cunningham e il batterista Rick Barthelme, e insieme iniziarono a girovagare per il Texas predicando il nuovo verbo. Si racconta di soldi pagati alla band affinché smettesse di “suonare”, di performance sospinte o affossate da smodate quantità di droghe allucinogene, di oggetti di ogni tipo usati per creare “musica”, dai fiammiferi ai martelli al ghiaccio lasciato gocciolare su una lastra di alluminio. Le ambizioni e i piani che frullavano nella mente di quei tre pazzi texani poco più che ventenni non potevano però trovare applicazione concreta all’interno di una line-up di soli tre strumentisti. Ecco quindi The Familiar Ugly. Un ensemble di colti musicisti d’avanguardia? Neanche per idea. Diciamo più un coacervo di amici-parenti-conoscenti il cui numero poteva variare dai cinquanta ai cento elementi, ingaggiati da Thompson ad un unico scopo: creare rumore. No matter what. Un’orchestra sinfonica del Caos priva di direttore e direzione, lasciata libera di esprimersi edificando grattacieli di frastuono che a intervalli regolari sostituiscono le melodie (ammesso che così si possano chiamare) del trio.

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Non sapevo che passavi #5

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Non sapevo che passavi #5

CHUCK BERRY
(Roll Over Beethoven)

di Stefano Domenichini

L’International Hotel di Las Vegas apre nel 1969. Due anni dopo prende il nome di Las Vegas Hilton. Al netto di aria condizionata, sprechi e cafonaggine, è un posto buono per ascoltare musica. Ci suonano i più grandi. Elvis Presley ci abita pure, in una suite che funzionerebbe come camera di tortura per gli spartani, soprannominata Penthouse.
Una sera Elvis è scatenato. Una palla di fuoco che si piega, salta, si scuote come se fosse ancora bambino, nella stamberga di Tupelo. La cosa che salta agli occhi degli spettatori è che Elvis è lì, con loro, sotto il palco. Alla fine del concerto, le acque stupefatte si separano per lasciarlo passare e lui dice a tutti: “Avete appena visto il Re del Rock and Roll”.
Come se Dio uscisse da un sermone di Allah e dicesse “Ascoltatelo, è un grande”. Allah quella sera è Chuck Berry, un nero che ha passato abbondantemente la quarantina. Si è fatto parecchi anni di riformatorio e galera, e altri ne avrebbe fatti negli anni a venire. Niente a che fare con la sregolatezza. Chuck non si droga, odia gli ubriachi. Molto a che fare con il genio. Quando si mette a suonare, negli anni cinquanta, assesta il colpo definitivo alle paranoie separatiste assurte a legge genetica anche con riguardo alla musica: una per i bianchi e una per i neri. Il country e il rhythm and blues. Due mondi rinchiusi. Ognuno con le sue radio. E se un bianco è attizzato da Muddy Waters o da Johnny Otis deve comprare i dischi di nascosto.
L’educazione sociale di Chuck Berry è quella di tanti. Nasce da una famiglia benestante di St. Louis il 18 ottobre 1926. Non abbastanza ricco per essere accettato dai ricchi, non abbastanza povero perché i poveri lo considerino uno di loro. Il giovane Chuck sogna una strada alchemica: unire i due mondi, per non restare, per sempre, nel mezzo. Guardando l’America vincente del dopoguerra, crede di trovare la soluzione e ne fa la ragione della sua vita. La soluzione sta nei soldi. La ricchezza come una forma di accettazione universale. Non sarà così facile, ma si sa: quando un demone ti prende, non ti lascia più in pace.
Quando si è bambini, il demone sono le cose che i grandi ti proibiscono di toccare. A casa Berry, è una radio Philco il frutto proibito del piccolo Chuck. Sembra la cupola di una cattedrale, piena di suoni e di voci. Chuck vuole entrare lì, viverci dentro. Ha anche capito che, per farlo, bisogna girare delle manopole. Se lo fai, il mondo esplode in una confortevole eccitazione.
Chuck a scuola va che è una meraviglia e, quando finisce le primarie, ottiene il permesso. Si incolla alla Philco e smanetta le radio dei bianchi, la musica country, quelle parole scandite alla perfezione che parlano di buoni sentimenti, strade infinite e patriottismo rurale. Resta aperta la questione con le sorelle che lo interrompono di continuo perché devono esercitarsi al pianoforte. Come fare per dirgli di lasciar perdere Beethoven?
La carnagione di Chuck gli permette anche di attraversare il fiume, andare nella East St. Louis, dove i locali sono cortine di fumo attraversate dai suoni minacciosi e strascicati del rhythm and blues. Capita di fare brutti incontri. Chuck parte per un viaggio in California con due amici. Rompono l’auto e restano senza soldi. Che si fa? Si telefona a casa? Si prende un treno? Ai tre non sembra il caso. Meglio rubare un’altra auto e fare qualche rapina. Totale: dieci anni di riformatorio. Chuck ne sconta più di tre, esce il giorno del suo ventunesimo compleanno ed entra in fase rebound.
Si mette a lavorare con il padre carpentiere, aiuta la famiglia nell’attività ambulante di fruttivendoli, frequenta un corso di cosmesi e apre un centro di bellezza con la sorella. Ma non basta: la testa a posto prevede l’inesorabile matrimonio. A ventidue anni, sposa Themetta Suggs e mette al mondo due figlie.
Energia ne ha, senza dubbio. Resta il fatto che gli anni passano e Chuck è ancora nel limbo, sempre più impantanato in un fango che genera liquidità, ma allontana l’alchimia. Bisogna allungare la mano e girare la manopola della Philco; un’idea potrebbe essere cambiare la musica. (altro…)

Altri dischi #10: Codeine, Frigid Stars LP

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Codeine
Frigid Stars LP
Sub Pop, 1991

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di Ciro Bertini

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Anni fa lessi per caso un curioso commento a proposito di Frigid Stars LP. Diceva più o meno così: “Do not ever have this record listened by someone who’s considering suicide”. Chi non avrebbe voluto bloccare la mano di Pandora, prima che la dispettosa fanciulla aprisse il vaso liberando gli spiriti maligni contenuti in esso? E chi non vorrebbe premere il tasto stop, zittendo la voce dell’archeologo del film The Evil Dead, prima che il demone si risvegli e prenda possesso dei cinque sprovveduti protagonisti? Spero davvero che nessuno sia mai arrivato a compiere l’estremo gesto ascoltando le dieci tracce di Frigid Stars LP, ma di certo quella lapidaria descrizione sintetizza perfettamente l’umore di uno dei dischi più disperati che la mente umana abbia mai concepito. Ogni accordo di chitarra è una rasoiata all’aorta, ogni colpo di tamburo rimbomba come il rintocco di morte di una campana nel buio, il basso si accanisce imperterrito come un martello sul sistema nervoso e il canto si eleva come la supplica straziante di un condannato all’ergastolo in una gelida prigione sotterranea. Non c’è possibilità di redenzione, per queste stelle frigide, né un solo raggio di luce che riesca ad aprirsi un varco fra quelle impenetrabili coltri di nubi minacciose. La terra sotto i piedi si sgretola e ci precipita in un oceano nero dove nuotano senza scopo abulia e rassegnazione.
Stephen Immerwahr, Chris Brokaw e John Engle registrarono l’album in un seminterrato di Brooklyn, non facendo ricorso a nessuna sovraincisione né abbellimento di studio, forse senza rendersi conto che in quell’estate del 1990 stavano inventando un genere, dai critici presto battezzato “slowcore”. I ritmi sono lenti, affaticati, ricordano l’eterno castigo di Sisifo che spinge il masso su per la montagna. Le atmosfere sono rarefatte e sospese, come nella continua attesa di un messaggio di speranza o una semplice pacca sulla spalla. La musica è scarnificata, ridotta all’essenza. Se gruppi come The Who o Nirvana ci hanno insegnato quanto baccano si riesca a ricavare dalla strumentazione principe del rock’n’roll, i Codeine all’opposto ribadiscono il minimalismo della triade basso-chitarra-batteria, agendo per sottrazione e non per accumulo, spogliando ogni brano di tutto ciò che potrebbe comprometterne il contenuto più puro e viscerale. Se il celeberrimo “non compiuto” michelangiolesco esercita per alcuni lo stesso fascino del David o della Pietà, l’incompiutezza che permea queste tracce è in realtà un valore aggiunto che attribuisce al silenzio quasi la stessa dignità della musica e fa da scenario ad una battaglia fra spirito e materia, visibile e non visibile, proprio come i Prigioni che lottano per uscire dalla nuda pietra. I continui stop-and-go di Cave-In e Gravel Bed e quella chitarra quasi organistica aprono nuove ferite in un cuore già straziato dal dolore, mentre Cigarette Machine si trascina apatica, infiammandosi poi nel ritornello quasi volesse ribellarsi alla sua stessa, insostenibile lentezza.

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Altri dischi #9: Queen, A night at the Opera

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Queen
A Night at the Opera
EMI, 1975

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di Ciro Bertini

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È il 10 settembre e mi accingo a scrivere questa recensione con la memoria ancora piena delle foto di Freddie Mercury circolate fino a pochi giorni fa sui social network per celebrare il suo (mancato) settantesimo compleanno e dei moltissimi, spesso magniloquenti, quasi sempre eccessivi elogi che fans, speaker radiofonici e giornalisti di tutto il mondo hanno nuovamente tributato all’istrionico cantante. Il 5 settembre 2016 Farrokh Bulsara avrebbe compiuto settant’anni. Cosa sarebbe successo se l’AIDS non se lo fosse portato via, quel lontano 24 novembre del 1991? Probabilmente nulla, o perlomeno nulla che, da un punto di vista strettamente musicale, valesse la pena ricordare.

Lo ammetto, non avevo intenzione di scrivere una recensione su un disco dei Queen, ma il bombardamento visivo e vocale di pochi giorni fa mi ha convinto a dire la mia su uno dei gruppi più sopravvalutati dell’intera storia del rock, e in particolare sull’unico album che Mercury e colleghi abbiano mai composto. Per “album” non intendo le tante accozzaglie di canzoni, alcune scadenti, altre buone, altre pessime, sfornate dalla band britannica a partire dal 1973, ma un’opera organica, dove ogni brano è fondamentale all’equilibrio complessivo, un tassello che con spirito umanitario raccoglie l’eredità del precedente, la rielabora con la propria individualità e la trasmette al successivo. Mettiamo da parte le schifezze pop degli anni Ottanta, la canotta bianca e gli inni da stadio. Questi sono i Queen coi capelli lunghi e gli incredibili abiti attillatissimi, quattro musicisti non particolarmente dotati né sul piano tecnico né compositivo ma con uno spiccato senso dell’umorismo e una teatralità fuori dal comune, quattro giovani molto ambiziosi (o tre, se si esclude il timido e riservato John Deacon) che fondono hard rock, prog, glam, operetta, pop e cabaret e si presentano come dandy decadenti e stravaganti che sembrano rinnovare sul palco il mito di Oscar Wilde. Uno di loro, il cantante, è un Oscar Wilde anche giù dal palco. Parliamo di lui, appunto, Farrokh Bulsara, qui ancora chino sul pianoforte a coda, prima di rinunciarvi per esigenze di esibizionismo, senza baffi e con una folta chioma corvina, capace di scrivere e interpretare belle melodie, talvolta con qualche guizzo di genialità. Nulla di quello che i Queen hanno proposto fin dai loro primi album suona particolarmente nuovo e originale (gli Slade, David Bowie e i Roxy Music c’erano già stati, non parliamo di Jimi Hendrix, Mick Jagger o i Led Zeppelin), ma il quartetto dimostra una notevole determinazione, una smisurata autostima e una grande coscienza dei propri mezzi, a partire da quel “No synthesisers!” fieramente ribadito fra le note interne di ogni loro album fino al 1978.

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Altri dischi #7: Pink Floyd, Ummagumma

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Pink Floyd
Ummagumma
Harvest, 1969
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di Ciro Bertini  

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Non dev’essere stato facile, per Roger Waters e compagni, essere i Pink Floyd nel 1969. Syd Barrett non è più nella band da un anno, la grande stagione psichedelica si avvia al tramonto e il prog si è già aperto un varco nel sound del rock britannico. Pur nella sua bellezza e sperimentazione, A Saucerful of Secrets è stato un disco frammentato, di transizione, la fotografia di una rock band che sta per prendere congedo dal suo folle e geniale leader e sente l’urgenza di costruirsi una nuova identità. Impresa non facile, considerando che Barrett semplicemente non può essere sostituito e un cambio di rotta è di vitale importanza per ribadire che i Pink Floyd sono un gruppo a tutti gli effetti e non soltanto il progetto del pifferaio ai cancelli dell’alba. Già, ma qual è la direzione e chi si assumerà il compito di trainare il quartetto verso nuovi successi? David Gilmour, ottimo chitarrista e cantante incisivo, è entrato da poco e la sua vena creativa si trova ancora allo stadio embrionale. Richard Wright è il più dotato musicalmente, ma le prove compositive da lui offerte finora non sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a farne un versatile songwriter, e il suo carattere schivo certo non lo aiuta. Rimane quindi Roger Waters, fin da subito rivelatosi un originale compositore, la cui creatività è stata messa in ombra esclusivamente dall’enorme talento di Syd. Ma ecco la contraddizione: anche se i semi della futura leadership watersiana sono già ben piantati, non esistono altri album nella discografia dei Floyd che suonino come opere così coese come Ummagumma e il futuro Atom Heart Mother, i dischi con cui i quattro ribadiscono chi sono e di cosa sono capaci, alla faccia di chi già li considerava destinati ad un rapido declino. Se Atom Heart Mother contiene però in nuce gli elementi di quel sound levigato e rilassante che diventerà il loro standard nel giro di pochi anni, il doppio Ummagumma è il capolavoro che li consacra capofila della musica psichedelica d’avanguardia, meravigliosamente anarchica e orgogliosamente libera da compromessi.

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Radiohead, A moon shaped pool

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Radiohead, A moon shaped pool

XL, 2016

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di Ciro Bertini

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Dai tempi di Ok Computer un’attesa carica di aspettative, ansie e speranze precede ogni nuova uscita discografica del quintetto di Oxford. “Cosa si inventeranno stavolta?” Pare essere questo il sentimento dominante nella testa dei milioni e milioni di fan che i Radiohead hanno radunato attorno a sé in tanti anni di onorata carriera. Ammesso che nel 2016 il rock possa ancora “inventarsi” qualcosa, che tipo di band è quella che si presenta a noi con A Moon Shaped Pool? Prima di provare a rispondere, facciamo un passo indietro e torniamo al 2011, perché è con quel pasticciato e insipido The King of Limbs che abbiamo lasciato, delusi e amareggiati, la band di Thom Yorke. Forse consci loro stessi di aver commesso un mezzo passo falso e desiderosi di un cambio di rotta, i Radiohead smorzano l’elettronica un po’ ammuffita di quell’album e si rimettono a fare ciò che da sempre riesce loro meglio: scrivere e suonare canzoni malinconiche e introspettive. Una rinascita artistica, quindi? In realtà no, perché anche se la strada imboccata sembrerebbe quella giusta, l’album purtroppo non decolla e arrivati alla fine non si possono provare un po’ di amarezza e pure di insoddisfazione verso un’opera complessivamente poco emozionante e del tutto priva di quei lampi di genio che tante volte, in passato, ci hanno fatto quasi gridare al miracolo.
Eppure l’avvio è da brivido, con quella Burn the Witch già degna di essere annoverata fra i “classici” della band. Voce e orchestra si fondono meravigliosamente in un fantastico gioco di contrasti fra archi taglienti come lame e un canto leggiadro ed etereo, mentre la tensione si accumula implacabile, scatenandosi in un finale pirotecnico. Un brano eccellente, e il video in clay animation che l’accompagna non è da meno. La decisione di aprire l’album con Burn the Witch, però, non è stata fra le più sagge. Dopo un incipit così spumeggiante ci si aspetterebbero ben altre prodezze rispetto a quanto invece messo in campo, e la lenta, soporifera Daydreaming è subito pronta a ricordarci che questi, purtroppo, non sono più i geni di Paranoid Android, The National Anthem, Just, There There e Pyramid Song, ma musicisti di mezz’età che sanno confezionare un prodotto di classe ma hanno perso la capacità di infondergli calore e vigore.

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

di Raffaele Calvanese

 

Consigliare un disco a cui si tiene è un gesto intimo e coraggioso, richiede fiducia, speranza che quell’input venga recepito dalla persona giusta.

 La fiducia è una cosa importante, è ciò che permette di fare un passo oltre il proprio universo conosciuto. Questa è una storia di fiducia. In realtà sono tante storie diverse sulla fiducia tutte dentro un disco solo: Above, dei Mad Season.

Ci sono stati anni in cui la fiducia poteva giocarti brutti scherzi, era forse anche il bello di quei periodi. Potevi credere ad esempio che Billy Corgan c’entrasse davvero qualcosa con il telefilm Super Vicky, perché magari te lo aveva detto un amico che aveva un cugino in America e che gli passava notizie di prima mano. Quel genere di notizie che prima di Internet erano vere fino a prova contraria, restavano vere anche contro ogni scetticismo, perché oh, in fondo ci si fidava di chi te lo aveva detto.

I Mad Season devono la loro stessa, breve ed effimera, esistenza ad un grandissimo atto di fiducia. Kurt Cobain l’aveva invece persa quella fiducia. Era un anno quel 1994 in cui non capivo granché di quello che stava succedendo, sapevo di certo che per eleggere uno come Silvio Berlusconi di fiducia nel prossimo in Italia ce ne sarebbe voluta davvero molta. Molti dei gruppi della scena di Seattle, quelli che avevano dato fuoco alla scintilla del grunge, erano in una grossa fase di stallo. I Nirvana crollati dopo la morte di Cobain, i Pearl Jam e gli Alice in Chains vivevano perennemente sull’orlo del baratro. Dall’unione di queste fragilità nacquero appunto i Mad Season, composti da alcuni esponenti dei maggiori gruppi dell’intero movimento: Layne Staley, Mike McCready, Barrett Martin, ai quali si aggiunge il bassista John Baker Sounders.

Io ad esempio in quegli anni credevo a un sacco di fesserie, vedi quella su Billy Corgan, e ascoltavo la musica che passava la radio. Conoscevo poche cose e le sapevo male su quello che era l’immaginario del rock, molti nomi che poi mi sarebbero diventati familiari col tempo, mi passavano davanti e sembravano sempre troppo lontani, rarefatti, sconosciuti. Gli stessi anni in cui a un certo punto capisci che ti mancano le parole. Ti mancano le parole per capire, le parole per descrivere, per descriverti. Quello è il vuoto che spesso riempie la musica. Non esiste una musica più giusta di un’altra per riempire questo vuoto, per questo motivo a volte occorre la fiducia.

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Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One

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Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One, Charisma Records, 1970

di Ciro Bertini

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“I am the one who crossed through space, or stayed where I was, or didn’t exist in the first place…”
Possiamo iniziare da qui, da questo tragico e allo stesso tempo disinvolto rifiuto della sapienza oracolare delfica, da questa drammatica ma al contempo bonaria autoesclusione dalla realtà e dalle sue leggi. È questa la frase posta in chiusura dell’album, semplici parole dal significato devastante, quintessenza di un’opera che è un monumento alla solitudine, alla disperazione, alla nevrosi dell’individuo che diventa metafora dell’intera esistenza. Possiamo iniziare dalla fine, per parlare di H to He, Who Am the Only One, e non ci si deve stupire, perché se al posto di chiuderlo la stessa frase inaugurasse l’album, ci darebbe semplicemente il benvenuto nel regno del dolore, invece che congedarci da esso. A dirla con Greg Lake, “There’s no end to my life, no beginning to my death”. Partiamo dunque dalla fine, da quel gruppo di astronauti persi nello spazio e lasciati a vagare in una dimensione sconosciuta dove tempo e materia non esistono, e proseguiamo a ritroso, lasciandoci travolgere dalla sofferenza di chi è stato abbandonato dalla persona amata e non sa come sconfiggere i fantasmi del passato, assistendo con orrore allo spettacolo del tiranno che tortura con sadico piacere i propri sudditi, condividendo la quieta disperazione di chi abita in una casa senza porte e finestre e perde gradualmente contatto con ogni forma di vita, fino ad imbatterci nello spietato assassino dei mari, che uccide indiscriminatamente chiunque gli si avvicini. Un’umanità lacerata, quella descritta in questi cinque poemi, contorta, corrotta, ma comunque umana. L’angoscia non è destinata a durare per sempre, la colpa verrà punita e ad essa seguirà la redenzione. Forse la richiesta di aiuto dell’inquilino della House with No Door verrà accolta, e quello straziante “I love you” urlato dal protagonista di Lost verrà finalmente ascoltato e accettato. L’omicida di Killer riconosce di aver creato attorno a sé nient’altro che miseria e solitudine, e il despota di The Emperor in His War Room saluta la propria morte come la giusta punizione per aver costruito il proprio impero sul terrore, pagando ora con la sua anima il prezzo dell’odio.

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Altri dischi #2: Slint, Spiderland

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Slint

Spiderland

Touch and Go, 1991

 

Tre armonici, una pausa e due terzine. Non potrebbe iniziare in modo più semplice uno dei dischi più rivoluzionari nella storia della musica rock, timido e inconsapevole artefice del cosiddetto fenomeno del post-rock e di tanta musica a venire. Originari di Louisville, il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Walford si erano già fatti notare con gli Squirrel Bait, gruppo hardcore punk dal sound rabbioso e senza compromessi, ma fu quando ai due si unirono il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler che il corso della Storia cambiò per sempre. Pubblicato nel 1989, Tweez è qualcosa di totalmente nuovo e rivoluzionario, un agglomerato di suoni caotici ed eterei, densi e metafisici, schegge impazzite all’insegna di una godereccia e dissoluta anarchia, ma anche governate da una logica austera, come se la band si divertisse a giocare con le aspettative dell’ascoltatore, sovvertendole scientificamente. La direzione è incerta, tutto viene messo in discussione in questi nove meravigliosi frammenti suonati in piena libertà. Lo scioglimento della band subito dopo la pubblicazione dell’album sembra già decretare Tweez a episodio isolato e irripetibile, e gli Slint a breve (e meravigliosa) parentesi. Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe uscito due anni dopo dalla loro (breve) reunion. Registrato con Todd Brashear al posto di Buckler, Spiderland è indubbiamente figlio di quell’album, ma elevato a livelli sublimi. Ancora più astratto e sfuggevole, l’album raggiunge vette di originalità trascendente, sorretta da un’ispirazione così autentica e cristallina che un paragone con i King Crimson più sperimentali non suonerebbe affatto esagerato. Non si può catalogare la musica di questi sei componimenti, ci si può soltanto abbandonare all’espressione beffarda dei quattro musicisti ritratta sulla copertina ed entrare in un labirinto nero in cui ci si perde e si ritrova la strada di continuo, ma senza mai raggiungere la meta. I suoni sono glaciali e pungenti, sanno ammaliare ed estasiare con semplicità e disinvoltura, le stesse qualità con cui, un attimo dopo, sanno esplodere e travolgere tutto.
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#Outoftime 25. Di Raffaele Calvanese

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La musica per i primi figli è una strada in salita. Il percorso per capire quali siano i grandi dischi da ascoltare assolutamente e quali siano poi i “tuoi” dischi è lungo e tortuoso, non privo di deviazioni, di ritorni e di vicoli ciechi.
Nel marzo del 1991 io di Out Of Time non sapevo nulla, né tanto meno sapevo dell’esistenza dei R.E.M. per qualche tempo ho addirittura pensato che A che ora è la fine del mondo fosse un pezzo originale di Luciano Ligabue. Ma fortunatamente il tempo è galantuomo e, come l’oceano, porta a riva tutti i messaggi lasciati con la speranza che prima o poi qualcuno li ritrovasse, il tempo è un fattore secondario. Questa è più o meno la mia storia con il gruppo di Athens, Georgia, profondo sud degli Stati Uniti. Si perché come nelle migliori storie col tempo ho trovato sempre più elementi che mi accomunassero al gruppo di Michael Stipe. Il primo ricordo che ho di questo album è che corsi a comprarlo con i soldi del Mak P organizzato all’ultimo anno delle superiori. Faccio parte di quelli che quando avevano due soldi correvano a comprarsi un disco, e Out Of Time era uno di quelli che avevo desiderato un bel po’, erano gli anni in cui un disco non potevi ancora ascoltarlo su Youtube, al massimo potevi farti fare la cassetta da un amico, e quindi molta della musica che girava allora passavi più tempo ad immaginarla che ad ascoltarla davvero. Il disco dei R.E.M. era uno di quei dischi che all’epoca ascoltavi tutto di fila non fosse altro che per tutto il tempo che avevi passato ad aspettare di ascoltarlo, tanto che ancora oggi quando, insolitamente lo riascolto, magari in streaming, ricordo l’esatta sequenza e gli attacchi di ogni canzone sul finale della precedente.
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in-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

trieste 2012 - foto gm

In-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

 

La vecchia appoggiò la ciotola con il latte al solito posto, alla sinistra della porta d’entrata. Andò a sedersi sulla sedia a dondolo in fondo al patio, al riparo dalla luce artificiale della lampada posizionata sopra la porta. Aspettò. Dopo un paio di minuti i gatti arrivarono. Erano randagi, erano tre. Pensò che una puntualità del genere non era paragonabile alle rate d’affitto, che la voracità con cui trangugiavano il latte era pari a quelle delle sanguisughe bastarde, che aspettavano chiunque osasse avvicinarsi al vecchio stagno appena fuori dal paese. I gatti sapevano che si trovava lì nell’ombra e la guardavano di tanto in tanto. Non c’era gratitudine nei loro occhi e nemmeno sfida. Era paura, paura che il latte sparisse, che la volta dopo non ce ne fosse. Brutte bestiacce, pensò, quando se ne furono andate. Entrò in casa, si sedette al tavolo della cucina. La loro bella cucina, Bill l’aveva costruita pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. Ci lavorava di sera quando tornava dal lavoro nei campi. Diceva che le avrebbe costruito la cucina più bella della contea, lei sorrideva, era certa che sarebbe andata così. Così come era sicura che nessuno avrebbe potuto controllare tutte le cucine della contea per stabilirne il primato. Sorrise a quel pensiero, al ricordo di Bill, si tenne per qualche istante il viso tra le mani, poi scosse la testa. Tra poco sarebbero passati vent’anni dalla sua morte, cadere da un albero, che assurdità. La vecchia scosse di nuovo la testa. Ci sono cose a cui non ci si può rassegnare. Bill diceva che quando il loro ragazzo sarebbe diventato grande avrebbero viaggiato. Diceva che sarebbero arrivati fino a Boston, gli avevano raccontato cose fantastiche di quel posto dove tutti si vestivano bene. Dove gli uomini si toglievano il cappello per salutare le signore. Lei lo prendeva in giro sul fatto che lui non portava il cappello. Poi però gli domandava quanta distanza ci fosse tra Boston e la loro piccola città, quanta ce ne fosse tra l’Arizona e Boston. Bill quelle volte abbassava la testa, poi rispondeva che no, non lo sapeva. Non sapeva nemmeno quanto fosse grande l’Arizona. Nessuno dei due si era mai mosso da lì. Buddy, il loro ragazzo, il loro unico figlio, quando compì sedici anni, li guardò in faccia – erano seduti a tavola – e disse che se ne sarebbe andato. Nessuno dei due rispose niente, quella notte a letto piansero entrambi. Tutti e due sapevano che era giusto così. Tutto stava cambiando e in quella terra arida non c’era più posto per i giovani in gamba. Non lo vide mai più, erano passati ventidue anni. Le scriveva una volta all’anno per Natale e un’altra volta scrisse per la morte del padre. Diceva che stava bene, aveva cambiato due o tre città lassù al nord. Lei le cercava sulla vecchia cartina che aveva in casa. Sopra quel foglio di carta ingiallito la distanza sembrava più breve e, comunque, non avrebbe saputo né calcolarla né immaginarla. Non si era sposato. Lei gli scriveva per i compleanni, lettere brevi, non era mai stata brava a scrivere. Prima di inviarle le faceva leggere a Pete giù all’ufficio postale. Poi le spediva. Si alzò e uscì di nuovo fuori, scese i gradini e dal giardino guardò verso la luna e poi le stelle. Le stelle le avevano sempre fatto paura, come se fossero state messe lì dal padreterno per controllare i loro comportamenti. Quando qualcuna spariva, o mandava una luce più opaca, era un brutto segno. Lassù non erano contenti. Quella sera erano talmente luminose da accecare, da spaccare il cuore. Pensò di essere la più stupida vecchia della contea e rientrò. Si preparò per andare a dormire. Prese in mano la cartina e toccò con un dito il Canada, poi aprì tutta la mano, tenne il pollice sull’Arizona e il mignolo sul Canada. In fondo Buddy era a un tiro di schioppo. Si mise a letto, quella notte sognò la neve.

© Gianni Montieri

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Grant Lee Buffalo – Happiness (album Mighty Joe Moon 1994)

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the songs they hum
Don’t want to sing along
There’s nothin’ that I said

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us

Nevermind the words that came
Out of my mouth when all that I could feel was pain
The difference in the two of us
Comes down to the way
You rise over things I just put down

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

Ooh ooh ooh

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the curse I wore
Proud like a badge
Till it just don’t shine no more

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

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